Dell'obbedienza del cavallo/Parte III/Capitolo I

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Parte III Parte III - Capitolo II


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DELL’OBBEDIENZA DEL CAVALLO

PARTE TERZA.

CAPITOLO PRIMO


Quale deva essere la positura del Cavaliere a Cavallo per starvi fermo, e quale la struttura della Sella.


Ridotto lo spirito del Polledro alla mansuetudine indicata nel primo Capitolo della seconda Parte, potrà esser montato da chicchessia, pur che si contenti di esiger da esso l’esecuzione delle sole azioni naturali; e se oltre alla reduzione dello spirito sarà stata risvegliata, e dirozzata quell’elasticità dei legamenti delle gambe, di cui il Polledro nel suo nascere è stato dotato in essere, come ho dimostrato nel secondo Capitolo, potrà il Cavaliere esigere dal medesimo anche un’esatta e pronta esecuzione di quelle azioni che sono necessarie per il servizio di campagna, caccia, e guerra, e potrà ottenersi da esso finalmente tutta la possibile obbedienza che si richiede da un Cavallo di maneggio e d’opera, se sarà stato dato l’essere con l’arte anche a quella, di cui è stato dotato dalla natura [p. 186 modifica]solo in potenza, come ho additato nel Capitolo terzo, col quale ho dato termine alla seconda parte.

Ma siccome le figure, che devono essere eseguite dalle azioni del Cavallo di maneggio, richiedono dalla mano del Cavaliere per mezzo della briglia una chiamata propria, specifica, e circostanziata, che indichi alla potenza motrice la norma dell’esecuzione, or con dar maggiore ed or minore impulso alla chiamata, ed or con una sospensione, e tal volta con un arresto o cosa simile, appunto come segue alla mano dello scrivente per mezzo della penna quando fa formare all’inchiostro le figure del carattere, or col calcarla, ed or coll’alleggerirla, e talvolta con staccarla del tutto dalla carta per portarla in giro, ed ora in linea retta, curva, transversale ec., ed in tutte quelle forme che fa d’uopo e che sono opportune per farle eseguire le ombeggiature, e distinguere e separare una figura dall’altra in quella proporzione che bisogna, per ridurle alla perfezione desiderata; così non può esser messa in esecuzione una tal chiamata se prima il Cavaliere non ha fatto acquisto dell’adequata e necessaria perizia, sì teorica che pratica, come è stato d’uopo di fare allo scrivente, poichè inutile senza questa sarebbe tanto il Cavallo d’opera, che la penna ben temperata, perchè non vi sarebbe chi gli sapesse fare agire. [p. 187 modifica] Rilevandosi da questo che il risalto e perfezione delle operazioni del Cavallo richiede un uniforme concerto dell’obbedienza del medesimo, e della giustezza della chiamata del Cavaliere. Dopo aver trattato della prima, mi è d’uopo, per dar compimento all’opera, di mettere in vista anche ciò che riguarda la seconda.

Posto dunque che la potenza motrice (come si è concludentemente provato) non solo deva ella stessa dare esecuzione a qualunque azione, ma anche deva ciò fare ciecamente, non potendo essere indovina della mente del Cavaliere, ne viene di conseguenza, che dalla mano di esso le deva venire indicato di mano in mano tutto ciò che deve esser messo in esecuzione, con tale esatta precisione, che sia rilevata qualunque, benché minima circostanza, appunto come fa la mano dello scrivente nel formare il carattere, che non lascia indietro ombreggiatura alcuna che possa darli risalto.

Poiché essendo la chiamata mancante d’una tal precisione, e l’operazione eseguita ciecamente a seconda della chiamata, non può a meno d’essere imperfetta, e difettosa in quella parte, a misura che la mano ha mancato di precisione; e questa è la ragione, perchè un Cavallo opera meglio sotto di uno che sotto di un altro, e che la penna forma diverso carattere a seconda della mano che la regola. [p. 188 modifica]Chi scrive non può certamente formar carattere se non ha la mano libera e sciolta, così il Cavaliere che deve regolare le operazioni del Cavallo con le chiamate a tempo e luogo, non può farlo senza la medesima libertà e scioltezza di mano; ma siccome questa non può darsi senza la fermezza in sella, così è necessario al Cavaliere prima d’altra cosa di fare acquisto di tal fermezza, per potere aver la mano in sua balìa, e pronta sempre all’esecuzione di ciò che occorre, e mai impedita per tenersi a Cavallo.

Non può mettersi in dubbio, che dalla positura più comoda provenga la fermezza del Cavaliere a Cavallo, e che alla positura e alla fermezza non poco contribuisca la struttura della sella.

Diverse sono le opinioni di quale debba essere la positura del Cavaliere a Cavallo; vi è chi vuole che vi stia situato del tutto diritto, talmente che il piede, la gamba, e la coscia formi una linea con la vita sino alla punta della spalla, come se fosse in piedi; e chi lo vuol situato a sedere formando con la coscia e con la vita un angolo quasi retto, ed un altro con la gamba, e ginocchio

L’una e l’altra a mio parere, è fuor di regola e difettosa, poichè tanto nell’una che nell’altra, egli non può star fermo in sella, (ch’è la più essenziale prerogativa della positura) perchè nella prima dovendo stare interito per tenersi [p. 189 modifica]dritto, la presa della coscia non è bastante a impedire l’agitazione della vita e delle gambe in avanti e indietro che cagiona il moto Cavallo, e che porta seco anche quella della mano; in prova che ciò sta vero, si metta una statua a Cavallo in tal positura, e si vedrà che immediatamente che il medesimo si muove, ella li cade sul collo, o sulla groppa; e se questa si pone nella seconda positura, quantunque le gambe, e la vita della medesima stiano ferme, non può a meno contuttociò che il moto non faccia sollevare al Cavaliere il sedere dalla sella, stante che la situazione della gamba in avanti fa sì che non abbia presa che il ginocchio, e questo in falzo, perchè troppo verso il garese, onde il sedere resta in libertà di poter essere sollevato dal moto in specie, quando è incomodo.

E di più essendo queste due positure forzate, e fuor del naturale non può il Cavaliere tenersi in esse senza l’aiuto della sella, e però gli arcioni tanto d’avanti, che di dietro di quella che deve servire alla prima, sono impostati diretti verso terra, in forma che obbligano le cosce a stare inforcate senza potere andare nè in avanti, nè indietro.

In quella poi che deve servire alla seconda, gli arcioni di dietro sono impostati in avanti perchè possano sostenere le cosce al suo luogo, che altrimenti cadrebbero abbasso a seconda del loro naturale. [p. 190 modifica] Essendo la costruzione del corpo umano in tutti uniforme, ne viene di conseguenza che una sola sia la positura che deve a tutti convenire, e questa deve aver due prerogative; la prima è la fortezza e fermezza in sella ch’è la più essenziale, e la seconda la scioltezza e la disinvoltura, che da grazia e risalto alla persona; alla presa della coscia s’appartiene la prima, e dalla situazione e portamento della vita proviene la seconda.

Posto questo, perchè la coscia abbia la sua presa, conviene che sia situata in forma da potere abbracciare il Cavallo senza impedire che il Cavaliere possa stare a sedere in sella con tutto il comodo, perchè allora solo è in libertà di mettere in azione le coscie in tutta l’estensione dell’attività loro, ed in grado di mantenere la vita in quella situazione che porta seco quello sciolto e disinvolto portamento che dà risalto e grazia alla positura di tutta la persona.

Più che la situazione della coscia in avanti va a formare un angolo retto con la vita, più si rende incapace della presa necessaria per tenersi forte, e se all’opposto con lasciarsi cadere viene a formare una linea retta con la medesima vita, impedisce al Cavaliere lo stare a sedere, e gli apporta incomodo, e lo rende incapace di fermezza, come si è veduto sopra quindi è che l’unica situazione che la [p. 191 modifica]mette in grado di far quella presa che rende il Cavaliere forte a Cavallo, è quel punto di mezzo tra le due sopraddette, che fa formare alla medesima un angolo ottuso con la vita, e non impedisce, che il Cavaliere sua con comodo a sedere, e nell’istesso tempo toglie al moto l’attività di poter mettere in agitazione la vita e le gambe, come fa nella prima positura sopra descritta, e di poter sollevare dalla sella il federe del Cavaliere come nella seconda.

Situata così la coscia e la gamba, che forma l’angolo ottuso sopraddetto, deve il piede posarsi sopra la staffa, di maniera che la punta di esso appena sopravanzi, voltata alquanto verso il Cavallo, ma non del tutto, perchè possa con maggior facilità e scioltezza dar la spronata senza perder tempo a voltarla; e quantunque la gamba deva stare stesa verso terra per tener la staffa, e dare esecuzione alla linea con la coscia, che forma l’angolo ottuso, il ginocchio dev’essere sciolto con quella proporzione che s’adatta a formare la linea sopraddetta, ed a lasciare in libertà la gamba di poter dar gli aiuti ed il castigo quando occorre, senza apportare il minimo disturbo alla coscia, nè al restante della persona del Cavaliere.

La vita con il sedere posato in sella deve formare una linea retta con sporgere il petto in avanti, e le spalle in dietro e la parte superiore del braccio con il gomito deve cadere unito [p. 192 modifica]alla vita pure in linea retta nella sua scioltezza naturale, e lì tenuto senza forza nè intirizzimento alcuno, ed il restante del braccio deve formare con un’altra linea un poco laterale un angolo retto con il gomito, e la mano serrata senza forza, tanto che possa tenere le redini della briglia separate con il dito mignolo, o con l’anulare, come più li torna comodo, con le dita alquanto voltate verso il cielo, ed il pugno in fuora per correggere la linea laterale del braccio, senza forza, perchè il polso possa prestarsi e lasciare in libertà la mano di poter far le chiamate che occorrono con quella prontezza e facilità che fa d’uopo, senza che dia nell’occhio agli spettatori.

Siccome qualunque moto della vita, o altra parte della persona, o intirizzimento, per piccolo che sia, non può a meno d’obbligar la mano e toglierli quella libertà ch’è necessaria, e senza la quale non possono essere eseguite le chiamate con quella precisione che si è indicata di sopra, messo che siasi così il Cavaliere in sella non li resta altra libertà che di strigner le cosce a suo talento, perchè un tale strignimento non passa a fare impressione alcuna in altra parte che possa pregiudicare alla scioltezza della mano, ma questo pure deve esser fatto a tempo e luogo, perchè se tenesse sempre in forza le cosce, verrebbero a straccarli in forma che al bisogno si troverebbero deboli ed incapaci di far resistenza, allor [p. 193 modifica]che ne fa il maggior d’uopo; onde da ciò vien concluso, che situatosi il Cavaliere nella positura detta di sopra, deve tenersi in essa con la maggiore scioltezza e disinvoltura possibile, senza affettazione alcuna, che così si troverà pronto, ed in grado a stringer le cosce per tenersi fermo quando occorre, e sarà sempre in piena libertà di prevalersi della mano, non meno che come lo scrivente, per fare le opportune chiamate con quella precisione che indicherò nel Capitolo susseguente, e nell’istesso tempo sarà la positura sua nello stato più brillante e grazioso, e non poco contribuirà a dar risalto anche all’operazione del Cavallo.

Essendo una tal positura naturale, e però facile e comoda, non ha bisogno che la sella abbia in essa parte alcuna, com’è necessario che l’abbia nell’altre due sopraddette; nella prima perchè tenga le cosce inforcate e diritte, come ella lo richiede, e nella seconda, perchè sostenga le medesime in avanti, come si è detto, che altrimenti, queste caderebbero in dietro, ed in vece dell’angolo retto verrebbero a formare l’ottuso, e quella positura a tutti naturale da me proposta per la più forte, e di buona grazia.

Deve dunque la costruzione della sella essere eseguita in forma, che porga ajuto e maggiore stabilità alla positura senza apportare incomodo nè disturbo alcuno, e però gli arcioni [p. 194 modifica]di dietro, situati un poco in avanti, devono secondare la positura delle coscie per darli appoggio, alquanto piegati indietro alla estremità, perchè le medesime non possano mai trovare quella costola incomoda e tagliente che dà termine ai medesimi, e possano ricevere l’appoggio nel piatto loro, quando occorre. La pendenza di quelli d’avanti sia adattata, e capace di dare appoggio alla parte di sopra delle medesime cosce, e insieme d’impedire con la resistenza ad esse, che il ginocchio non possa mai arrivare a toccare il fusto ancorché la forza del moto del Cavallo levi dalla situazione loro le cosce del Cavaliere, ed a quest’effetto le medesime cosce del fusto devono essere impostate quel tanto in avanti, che sia bastante a lasciar libero quello spazio che deve abbracciare il ginocchio; la bardella che deve fasciare tutta l’ossatura del fusto, perchè non possa far male al dorso del Cavallo, deve essere eseguita in forma che lasci libere quelle parti che devono occupare le cosce, alfinchè tra esse ed il Cavallo non vi resti tramezzo, che la pura coperta della sella, e possano però andare ad abbracciare direttamente il Cavallo medesimo, che così la presa loro riesce più forte e più comoda, e la sella non ha luogo di girar sotto al Cavaliere, perchè stabilita nel suo posto da due riprese, cioè dalle cigne e dalle cosce del medesimo. [p. 195 modifica]Una tal costruzione di sella nel tempo istesso, che seconda l’indole naturale della sopraddetta positura, impedisce insieme alla coscia di potere uscire dalla sua situazione; quindi è che lo scolare con facilità acquista fermezza a Cavallo in breve tempo senza incontro di difficoltà alcuna, e però può darlisi fin dalla prima mattina le staffe, all’opposto di quello che si usa nelle scuole, dove si tengono li scolari più mesi senza, per fermarli prima a Cavallo; ciò che apporta l’inconveniente, che essendo la positura in cui li mettono, fuori del naturale incomoda e poco forte, come si è veduto, non possono essi fare a meno di prevalersi della mano per tenersi a Cavallo, il che cagiona quella crudezza nella medesima ch’è l’opposto del temperamento d’essa, reputato per necessario.

Per fermar dunque lo scolare a Cavallo, e farli fare acquisto della fermezza di mano, perchè sia capace di far le chiamate a dovere, con la giustezza necessaria, e con facilità, ed in breve tempo, montato che sia la prima volta in sella li si dia le staffe, e li si accomodino le cosce e le gambe in quella positura, in cui deve tenerle, e dipoi li si additi il come deve tener la vita, le braccia, e le mani, e li si ponga in esse le redini della briglia separate e lenti, una per mano, tra i diti mignoli e anulari, overo tra gli anulari ed i medj, (nei quali [p. 196 modifica]la chiamata riesce più dolce e con meno forza) e li s’imponga di tenersi così con la presa delle cosce del tutto sciolto, senza fare altra forza che quella ch’è necessaria per tenersi fermo senza il minimo intirizzimento di alcuna parte, e li si avverta che tenga sempre la faccia allegra e giojale, il che indica franchezza e possesso.

Situato così, il Maestro faccia muovere il Cavallo, ch’egli medesimo deve regolare da terra, con le corde ch’è solito tenere in mano quando fa scuola a’ Poliedri, senza che lo scolare vi abbia parte alcuna, dovendo il medesimo avere a questa effetto le redini della briglia lenti in mano, come si è detto.

L’azione del Cavallo sia d’un passo lento, ed il più comodo che sia possibile, poichè l’unica premura del maestro deve essere in questo principio, che la positura dello scolare si mantenga intatta senza variazione alcuna, con correggere immediatamente la minima mancanza nel punto istesso che segue, anche con l’arresto del Cavallo quando bisogna, tanto che lo scolare perda il sospetto che l’incute naturalmente la novità di trovarsi a Cavallo, ed insieme impari a tenervisi sopra con la presa delle cosce, (giacché non ha altro com penso che questo da pigliare,) come la natura l’insegna.

Se per maggior suo comodo il maestro sa agire il Cavallo in un quadrato, al termine d’ogni [p. 197 modifica]linea lo fermi, e fattoli dipoi tagliar l’angolo, nuovamente faccia l’arresto, e ripigli in seguito la linea, e con questo metodo gli dia termine, e cambi mano nella forma che taglia gli angoli, per eseguire un altro quadrato alla parte opposta, e quando s’appigli ad eseguire una linea nel diritto, faccia delle parate di tanto in tanto, per non affaticar troppo lo scolare, e darli tempo di ritrovarsi a Cavallo, e di pigliarvi franchezza.

A proporzione poi del profitto, ch’egli fa, passi a fare eseguire al Cavallo le prime lezioni, che li furono fatte fare quando era Polledro con la testa, e con la groppa al muro per dirozzare l’elasticità dei legamenti suoi, additate nel secondo Capitolo della parte seconda, con l’avvertenza di cominciar sempre dalle più facili, ed indi passare alle più difficili.

Ed a feconda che s’accorge che lo scolare piglia fermezza, li faccia scorciare in mano la redina della briglia, che regola l’azione, tenendo sempre sciolta quella della parte opposta, perchè cominci ad avere parte anch’esso con una piccola tenuta d’essa nella chiamata, che in breve tempo sarà in grado di poterlo fare con tutte due le mani, a seconda del bisogno, e così s’avvezzerà ad agire con le mani separatamente l’una dall’altra, ed a poter dare gli aiuti contrarj, [p. 198 modifica]come lo richiede il bisogno, ed guidarla da se, lasciando che l’opera del maestro abbia sol luogo nella correzione dei difetti e mancanze che hanno origine dall’imperizia sua.

Il moto comodo del Cavallo renderà facile allo scolare il conservare bella la positura, e lo stabilirsi in essa; la facilità della chiamata li farà perdere l’apprensione ed acquistar coraggio; e la scioltezza della mano obbligherà le cosce a fare il loro dovere ed a fermarlo in sella, e per conseguenza a renderlo capace di passare per scala all’esecuzione di tutte quelle chiamate e azioni che comporteranno l’abilità, talento, e disposizione sua naturale perfezionate dall’arte.

Sarà forse un tal metodo riputato per lungo e nojoso, è forse anche per ideale ed inutile da chi non ha esperimentato le gran’difficoltà e pericoli che sono soliti incontrarsi nelle scuole dell’arte di montare a Cavallo, ma l’esperienza convincerà dell’opposto, e però lo ne lascio a lei la decisione, e ne abbandono la prova teorica, per non essere troppo prolisso in cosa che non merita la pena, mettendo in libertà chiunque di fare di ciò quel conto che più l’aggrada; ristringendomi solo a rammemorarli che il primo principio di tutte le scuole sì delle arti, che delle scienze è che debba cominciarsi sempre dal più facile, e dipoi passare al più difficile, [p. 199 modifica]ed a metterli poi in vista che a tal principio è appoggiato questo nuovo mio metodo, con farli riflettere che se questi è proficuo ai Polledri, che sono animali irragionevoli, molto più deve esserlo a chi è dotato di raziocinio, come lo è lo scolare.

Certo è che il Polledro che ha acquistato la docilità e mansuetudine descritta nel primo Capitolo della seconda parte, non è più capace di mettere in pericolo chi lo monta, se non vi è indotto dallo strapazzo e castigo intempestivo; onde può esser montato da chi che sia, ed anche da qualunque signore di primo rango senza rischio alcuno; e non avendo di bisogno per dirozzare l’elasticità dei legamenti suoi che di continuare l’esercizio delle lezioni già apprese, che sono le più facili e le più comode, e dovendo essere l’esecuzione delle medesime fatta adagio adagio e con pasla, perchè possa egli metterla in opera, viene ad essere però reso capace di servire anche sotto li scolari principianti, che richiedono le medesime lezioni facili, comode, e pausate, perchè possano fermare coll’esercizio la positura per abito, ed apprendere la maniera di stabilirsi a Cavallo con fermezza, perdere l’apprensione, e pigliare coraggio, e con la medesima facilità imparare a fare le chiamate con precisione, ed il modo di regolare le azioni. [p. 200 modifica]Quindi è che il Cavallerizzo può nel medesimo tempo e con l’istesse lezioni formare lo scolare ed il Polledro, e toglier di mezzo l’inconveniente di dover tenere i Polledri inutilmente più mesi, per non dire anni in stalla, come segue nelle scuole anche più accreditate.