Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte seconda/6

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Parte seconda
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Del buon’ uso de’ libri cattivi.


Per torre da gli Spartani l’ubbriachezza, Leurgo 1, Legislatore in questo senza legge, reciso e sterpò tutte le Viti. E fu il rimedio tanto peggior del male, quanto sarebbe, se per non vederci deformi di cavassimo gli occhi. Egli, dice Plutarco, doveva anzi condurre le fonti colà dove nascevan le Viti, e correggere Bacco con le Ninfe, un Dio pazzo con molte sagge. Lo stesso avverrebbe a chi, per torre dal mondo il male che tutti i libri gli fanno, togliesse tutti i libri dal mondo. Rimedj estremi sono cotesti, che, come insegna il Padre della Medicina, non vogliono usarsi fuor che per mali estremi, e quando altri non ve ne abbia.

Molti libri vi sono, ne’ quali come nella testa del polpo (ciò che Plutarco disse della poesia), v’è del bene e del male. Il pericolo è per chi sia, come quell’antico Catone. Helluo librorum, sì affamato, che senza scelta divori il bene e ‘l male, onde poi glie, ne venga il mal pro. lo vi do licenza, dice Agostino, che facciate preda e bottino ne’ libri de’ mali Scrittori; ma nella maniera che gl’israeliti la fecero nelle case de gli Egiziani; dove presero i vasi d’oro, ma non gl’Idoli ancorché d’ oro. Aguzzate, come gli Ebrei la falce de’ vostri ingegni alla cote de’ Filistei ma non vogliate mietere ne’ loro campi, facendo senza sospetto la ricolta e i fasci: percioché v’ hanno più loglio che grano.

Chi ha buon’ occhio, vede ne’ libri d’ ingegnoso Autore esposte cose sì varie, come già dall’ astutissimo Ulisse, quando vestito da Mercatante, mille arredi donneschi spiegò inanzi alle Vergini di Sciro; con felice invenzione di savio, a fine di scoprire e guadagnare per la guerra Achille, che la timida madre avea fra quelle Vergini sott’abito donnesco nascoso. Il successo fu, che, mentre altre di loro correvano a gli specchi, altre a’ fermagli, alle smaniglie, alle anella, Achille, ricordandosi di sé stesso, diè di piglio alla spada, che fraposta ad arte stava in que’ feminili ornamenti; e con ciò scoperto e, quasi vinto da Ulisse, gli si rendette, e gli si diede per compagno nell’ impresa di Troja. Parimenti alla lezione de’ libri portar, si dee un’ animo nobilmente maschile, che, sdegnoso e schivo di quanto sente del feminile, solo a cose degne di lui inchini il desiderio e porga la mano.

Anche in questo si mostrò pari a sé stesso, cioè grande, Alessandro, quando, offertagli la lira di Paride, su la qua- le, colui cantò tante volte le bellezze d’ Elena e i suoi amori, non degnò darle né pure uno sguardo; ma in sua vece, desiderò quella, che il grande Achille nella caverna del vecchio Chirone con le mani ancor imbrattate nel sangue delle Tigri e de’ Lioni poco prima sbranati sonava.

Ma non basta solo avere nella lezione de’ libri pericolosi buon fine, se non si ha ancora buon modo, sì che il leggerli sia così circospetto e guardingo, come di chi camina per ignes suppositos cineri doloso.

Spiegollo ingegnosamente S. Basilio, ove disse, che non si dee mai dare l’animo suo, come il timone, in mano, all’Autor che si legge, sì che possa torcervi dove vuole e condurvi ovunque gli piace. Lungi dalla Torpedine sin dove arriva il velenoso suo freddo; altrimenti, se con esso vi lega e rende stupido e insensato, vi fa sua preda. L’erbe (siegue Basilio), per odorose che sieno, se sono rammescolate con cicute e napelli, i fiori, per belli che compajano, se vi covano dentro vipere e aspidi, si vogliono coglier con mano più timida che curiosa. Quanto è più coperto il pericolo, tanto più dee ternersi. Il riso in bocca e le lusinghe in volto, sono le sembianze che immascherano i tradimenti.

Stanno non solo nell’ anello di Demostene, di Cleopatra, d’ Annibale, ma ne’ libri ancora nascosi i veleni sotto le gemme; né sono perciò, meno mortali, per essere più preziosi. Quegl’ Ingegni sublimi a pari del cielo, ricchi di tante stelle quanti sono i belli e gli alti pensieri che nelle loro carte risplendono, non ci deono assicurar mai tanto, che non si vada nella loro lezione sospeso e guardingo, già che avviene spesso ne’ libri, come nel cielo, che bellissime stelle bruttissime figure conpongano. Onde nello studio loro è necessario l’ avviso che il Sole diede a Fetonte, di tenere sempre l’ occhio al camino, e la mano forte alla briglia; poiché, anche in andar fra le stelle per insidias iter est, formasque ferarum.

Qui va l’industria de’ Cani d’ Egitto, che beono all’acque del Nilo fuggendo; né tanto sono avidi di spegnere a lor bell’agio la propria sete, che più non temano di saziare la fame de’ Coccodrilli. Qui l’avvedimento dell’Aquila, che, quando fa caccia d’ un velenoso dragone,

Occupat adversum, ne saeva retorqueat ora.

Tutto questo è quando i libri sieno tali, che da chi li legge possa trarsene utile, e da chi cautamente li legge utile senza danno. Altrimenti, se sieno o di quelli, di cui possa dirsi ciò che Tertulliano de gli antichi spettacoli i quorum summa gratia de spurrcitia plurimum concinnata est, o pieni di velenosa dottrina e di pestiferi insegnamenti non si dee volere (che che ne dica il Comico) ex arbore pulchra strangulari. Se questo e quell’ altro Poeta lascivo non avesse composte e publicate le sue poesie, io senza esse non potrei, non saprei esser Poeta? E non ho

o dire come Pompeo infermo? quando il Medico gli prescrisse per cena di qualche ristoro un Tordo, aggiugnendo (poiché era fuor di stagione), che ne l’avrebbe potuto servire Lucullo, che ne mantenea d’ogni tempo, Quid? (disse Pompeo con sembiante sdegnoso) nisi Lucullus luxuriaret, non viveret Pompejus? Di cotai libri onde spremere non si può altro che peste e veleno, far si dee quelle stesso, che Crate Tobano del prezzo cavato dalla vendita de’ suoi averi; gittarli in mare, e con esso il gittarli dire: Ite; perdo vos, ne perdar a vobis. E appunto Origine, e dopo lui Santo Ambrogio, le nocevoli dottrine de’ ricchi Ingegni chiamarono con la parola di David Divitias peccatorum.

Le Sirene avevano pur dolci e pur soavi i canti. Non sono le Remore sì forti in arrestare le navi quando le afferran co’ denti, come esse le incantavano, sì che senza gittar l’ancora o ammainar la vela quasi rimase sulle secche, restavano immobili.

Delatis licet huc incumberet aura carinis,

Implessentque sinum venti de puppe ferentes;

Figebat vox una ratem.

Ma dietro al canto veniva il sonno, e dietro al sonno la morte. Così tanto sol si godea, quanto vi valea per dormire tanto dormiva, quanto bastava a morire.

Nec dolor allus erat; dabat ipsa voluptas.

A tal pericolo altro scampo non v’era, che chiudere al canto e all’incanto, gli orecchi, usando perciò, le famose cere d’ Ulisse, qui cogitavit felicissimam surditatem; ut, quam vincere intelligendo non poterat, melius non advertendo superaret. Niente meno ci vuole con queste incantatrici Sirene de’ libri dilettosi sì, ma la più parte di loro nocevoli; i quali, e perché inutili e perché dannosi, nescire quam scire melius est.

Per d’oro e di perle che sieno le tazze di Circe, chi vuoi bere da esse il veleno? Per gran curiosità se ne abbia, chi vuol mirare nello scudo di Pallade volto di Medusa, se il mirarlo costa diventare un sasso, e per diventarlo satis est vidisse semel? Quanto scempio e nell’onesta e nella religione fa (per non dire ora della baldanzosa libertà de’ cattivi) la troppa fidanza de’ semplici buoni! che, con fine di ripulirsi l’ ingegno allo specchio di simili libri, per trarre ricchezze, di preziosi pensieri da’ tesori di così dotti Autori, fanno come quegli, che, nel cavare le gemme di testa a’ dragoni, ne beono il fiato ‘l veleno. Corrono al canto, e restan nel vischio. Sitibondi di certi spiriti che sveglino loro la mente, tanto ne prendono, ch’ escon di senno.

Chi camina per polvere o per fango, come che leggermente sel faccia, sempre ne resta con qualche sordidezza al piede: e infin le stelle, disse colui, che pur sono stelle cioè la più pura materia del cielo impastata di luce, perché si nutriscono d’ umore terreno, sordido alimento che succiano di qua giù, restano macchiate e deformi. Così credette, ancorché fuor di ragione, il buon Plinio: Maculas enim non esse aliud, quam terræ raptas cum humore sordes. Questo sì vero che anime quantunque di professione celesti, e pure di vita, se pascono la mente di sordidi umori beuti, da Petronio, da Apulejo, da Ovidio, e, oltre molti altri, da alcuni Poeti e Novellatori della nostra favella peggiori di tutti gli altri ne trarranno sordidezze al cuore; con pericolo, di concepire desiderj simili a gli oggetti che mirano: come le Pecorelle di Giacobbe, alla vista de’ legni di più colori, gli Agnelletti, di cui eran o gravide, con la stessa divisa di più colori macchiavano.

Mancano i libri, e niente meno gustosi a chi ha sano il Palalo, e molto utili? A che sonar flauti, disse Alcibiadide, vedendosi in sonarli con la bocca torta e le guancie gonfie sconciamente deforme, a che sonare i flauti, se vi sono le lire e le cetere, che più vi dilettano e niente vi sformano? E con ciò li gittò; né vi fu in Atene chi dipoi volesse usarli. Libri, che vi fanno divenir mostruosi, e il bel volto di Dio, di cui avete un’ impronta nell’anima, vi trasformano in sembianti animaleschi e brutali, a che leggerli, se tanti altri ve ne sono d’ ugual piacere e di più giovamento? Perché bere le sordidezze d’impurissimi autori, nel modo che Galatone con acconcio ritrovamento dipinse molti Poeti imitatori o ladri d’ Omero, che con le bocche aperte riceveano ciò ch’ egli vomitava, se v’è altrove nettare senza feccia, e di sapor tanto più dolce quanto delle sordidezze del senso sono più gustosi i puri pascoli della mente? alla cui mensa, molto più soavemente che non a quella della Reina di Tiro,

Coi capei lunghi e con la cetra d’oro,

Il biondo Jopa, qual Febo novello,

Canta del Ciel le meraviglie e i moti,

Che dal gran vecchio Atlante Alcide apprese;

Canta le vie, che drittamente torte

Rendon vaga la Luna e bruno il Sole;

Come prima si fer gli uomini, e i bruti;

Com’ or si fan le piogge, e i venti, e i folgori;

Canta l’ Iade, e l’ Orse, e ‘l Carro, e ‘l Corno;

E perché tanto a l’Oceano il verno

Vadan veloci i dì, tarde le notti.