Della dissimulazione onesta/XX. Del dissimular l'ingiurie

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XX. Del dissimular l'ingiurie

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L’ingiuria, che si può dissimulare, e nondimeno si manifesta nel disiderio della vendetta, è fatta piú da colui che la riceve che dal suo nimico. Non tutti sanno ben conoscer il decoro dell’onesta tolleranzia, in che si accordano tutt’i filosofi, che per altre opinioni, in varie sette, non son di conforme parere, dicendo Tertulliano: "tantum illi subsignant, ut cum inter se<se> variis sectarum libidinibus et sententiarum aemulationibus discordent, solius tamen patientiae in com<m>une memores, huic uni studiorum suorum commiserint pacem: in eam conspirant, in eam foederantur, illi in adfect<at>ione virtutis unanimiter student, omnem sapientiae ostentationem de patientia praeferunt". Alcuni, non distinguendo la forteza dal temerario ardire, son pronti ad ogni qualità di vendetta, e per un cenno che non sia fatto a lor modo, vogliono penetrar negli altrui pensieri e dolersene come di offese publiche. I sensi cosí fieri son vicini ad estremi mali, e l’esperienza dimostra che le picciole ingiurie, se non si lascian passar sotto qualche destrezza, sogliono diventar grandi; ed a tutti color che son potenti, molto piú convien di ritirar la vista da simili occasioni: perché ogni un che possa poco, è buon maestro a’ suoi pensieri, per accommodarsi a tollerare; ma chi ha forza di risentirsi, sente stimolo di correr a precipizio, e molti di questi che stanno in alta fortuna, scordati non solamente di usar perdono, ma della proporzion della pena, prendono mezzi violenti per l’altrui ruina; da che avviene ch’essi pur rimangono in tanta turbazione de’ fatti loro che, oltre all’odio publico, son anche in odio a se medesimi, per la perdita della quiete interna, ch’è bene inestimabile ed appartiene all’innocenzia.