Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro I/CAPO II

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II. Del sentire bassamente di sè.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
II. Del sentire bassamente di sè.
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CAPO II.


Del sentire bassamente di sè.


1. Egli è naturale ad ogni uomo il desiderio di sapere: ma il sapere senza il timor di Dio che rileva? Egli è in verità migliore l’umile contadino che serve a Dio, del superbo filosofo, il quale dimenticata la cura di se medesimo, specola il corso del cielo. Qualunque a pieno conosce se stesso, a se medesimo diventa vile, nè delle lodi degli uomini prende diletto. Se io sapessi tutte le cose del mondo, nè fossi in grazia, che mi gioverebbe davanti a Dio, il quale dee giudicarmi dall’opere?

2. Fa che tu ti rattempri dalla troppa cupidigia di sapere; perchè ivi si trova assai distrazione ed inganno. Coloro che sanno, amano d’esser veduti, e detti sapienti. Ci sono di molte cose, le quali a sapere, poco o nulla è giovamento per l’anima. Egli è assai pazzo colui, il quale ad altro intende, che a quelle cose, le quali servono alla propria salute. Le molte [p. 5 modifica]parole niente appagano l’anima; ma la santa vita riconforta la mente, e la coscienza monda porge grande fiducia appo Dio.

3. Quanto più e meglio tu sai, tanto sarai più distrettamente giudicato, ove tu non sia vissuto con più santitá. Non voler dunque levarti in alto per arte, o scienza che tu ti abbia: piuttosto temi della dottrina che ti fu conceduta. Se ti pare aver scienza di molte cose, ed in quelle essere assai profondo, bada però che sono troppo più quelle, che tu non sai. Non voler sentire altamente; ma piuttosto confessa la tua ignoranza. Perchè vuoi tu metterti innanzi ad alcuno; conciossiachè molti ci sieno più dotti, e più nella legge versati di te? Se nulla tu vuoi sapere, ed imparare utilmente, ama di non esser saputo, ed essere tenuto da nulla.

4. Quest’è altissima lezione e utilissima, il verace conoscimento, e lo spregio di se medesimo. Il non tener di sè verun conto, e degli altri sempre bene ed onorevolmente sentire, è gran sapienza e perfezione. Quando tu pur vedessi altrui apertamente commettere qualche peccato, eziandio [p. 6 modifica]de’ più gravi, non dovresti per questo tenerti migliore di lui, perciocchè tu non sai fino a quanto tu possi perseverare nel bene. Tutti quanti noi siamo fragili; ma tu nessun altro vorrai credere più fragile di te stesso.