Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro I/CAPO III

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III. Della Dottrina della verità.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
III. Della Dottrina della verità.
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CAPO III.


Della Dottrina della verità.


1. Felice colui, il quale la verità per se stessa ammaestra, non per mezzo d’immagini e di voci che passano; ma così com’ella è in se medesima. La nostra opinione e il nostro sentimento spesse volte c’ingannano e veggono poco. Che giova mai il gran sofisticare di cose arcane ed oscure, delle quali, per non averle sapute, non saremo condannati nel dì del giudizio?

Grande stoltezza è, che noi trascurate le cose utili e necessarie, a bella posta attendiamo alle curiose e dannevoli. Avendo noi gli occhi, non ci veggiamo.

2. Or che ci prendiam noi pensiero intorno a’ generi, ed alla specie? [p. 7 modifica]Quegli, a cui parla l’eterno Verbo, si libera da una farraggine d’opinioni. Per lo solo Verbo tutte sono le cose, e lui solo tutte ci dicono, e questo è il principio, che parla anche a noi. Nessuno intende senza di lui, o giudica dirittamente. Quegli, a cui tutte le cose sono pur una, e ad una tutte le trae, e tutte in una le vede, può egli di cuore essere stabile, e pacificamente in Dio riposarsi. O Verità Dio, fammi teco una cosa in amore perpetuo. Spesse volte m’annoja il leggere, e l’ascoltar tante cose: in te tutto si trova, che io mi sappia volere, o desiderare. Si tacciano tutti i maestri; ammutoliscano tutte quante le creature davanti da te: a me parla tu solo.

3. Quanto altri più sia in se stesso raccolto, e più dell’animo semplice divenuto, tanto più cose, e più alte senza travaglio comprenderà; perciocchè egli di su riceve lume d’intelligenza. Lo spirito puro, semplice, e stabile non è distratto nelle molte faccende; perch’egli ogni cosa adopera all’onore di Dio, e si studia di rimanersi da ogni sua propria soddisfazione. Che è quello, che più [p. 8 modifica]c’impedisce e molesta, quanto l’immortificata affezion del tuo cuore? L’uomo divoto e dabbene prima dentro ordina le azioni sue, che egli dee recare in atto; nè quelle il traggono a’ desiderj del vizioso appetito, anzi esso le torce alla norma della diritta ragione. Chi è che sostenga più dura battaglia di quello, il quale si sforza di vincere se medesimo? Nostra occupazione dovrebb’essere questa; domare se stesso, e diventare ogni dì più sopra se stesso più forte, e in meglio alcuna cosa avanzarsi.

4. Non v’è perfezione in questa vita che non sia accompagnata da alcun difetto; ed ogni nostro speculare non è senza una qualche oscurità. L’umile conoscimento di te ti è strada a Dio più sicura della profonda investigazion della scienza. Non è da doversi incolpare la scienza, o qualunque altra semplice cognizione di cosa, la quale buona è inverso di se medesima riguardata, ed è ordinata da Dio; ma le si dee sempre mettere innanzi la buona coscienza, e la vita virtuosa. Ma perchè i più maggior pena si danno del sapere, che del ben vivere; perciò assai volte [p. 9 modifica]son trasviati, e portano picciolo frutto, o quasi nessuno.

5. Oh! fosse pure che tanta diligenza usassero a diradicare i vizi e ad innestar le virtù, quanta a mover questioni; che non ne seguirebbono Fonte/commento: 1815b gravi mali, e scandali nella gente, nè tanta rilassatezza ne’ monasteri. In verità, venuto il dì del giudizio, noi non saremo domandati di quello che avremo letto, ma sì di quello che avremo fatto; nè quanto leggiadramente parlato, ma quanto religiosamente vivuto. Or dimmi, dove son eglino adesso tutti que’ dottori e maestri, i quali tu ben conoscesti, mentre che essi viveano, e per istudio fiorivano? Le loro rendite oggimai altri possegono, e già non so bene se tengano di loro memoria. In vita sembravano essere qualche gran fatto, ed ora di loro nè pur si fa motto.

6. Oh come prestamente passa la gloria del mondo! Piacessse a Dio, che la vita di costoro si fosse accordata col loro sapere! Allora sì che utilmente avrebbono letto, e studiato. Quanti nel secolo per vana scienza periscono, che poca pena si danno del servizio di Dio! E perchè si [p. 10 modifica]eleggono d’esser piuttosto grandi che umili, perciò vaneggiano ne’ loro divisamenti. Grande veramente è colui, che ha gran carità. Grande veramente è colui che dentro da sè è piccolo, e tiene per nulla ogni altezza d’onore. Quegli con verità è prudente, che tutte le terrene cose reputa come sozzura per far guadagno di Cristo. E in vero quegli è dotto abbastanza, che fa il volere di Dio, ed il proprio abbandona.