Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro II/CAPO IX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
IX. Della privazione d’ogni conforto.

../CAPO VIII ../CAPO X IncludiIntestazione 20 ottobre 2016 75% Da definire

Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
IX. Della privazione d’ogni conforto.
Libro II - CAPO VIII Libro II - CAPO X
[p. 92 modifica]

CAPO IX.


Della privazione d’ogni conforto.


1. Non è gran fatto rifiutar l’umano conforto, quando abbiamo il divino: ma grande e sopraggrande egli è a saperci stare senza dell’uno e dell’altro: e voler nonpertanto per l’onore di Dio sostener volentieri l’abbandonamento del cuore; e in niuno atto cercar la propria soddisfazione, nè a merito riguardare. Che gran cosa è che tu sii allegro e divoto, soprabbondando la grazia? desiderabile a tutti è un’ora cotale. Va di portante assai comodo, chi è portato dalla grazia di Dio. e qual maraviglia, che non senta peso colui, che [p. 93 modifica]dall’Onnipotente si sente sorreggere, e dal sommo guidatore condurre?

2. Noi amiamo d’aver qualche cosa a sollazzo, e difficilmente si spoglia l’uomo di sè. Vinse il santo martire Lorenzo il mondo, e con esso l’affetto al suo sacerdote: perocchè egli tutto ciò che ha il mondo di dilettevole, disprezzò; e con quieto animo per l’amore di Cristo sostenne, che anche Sisto sommo sacerdote di Dio, ch’egli ferventissimamente amava, gli fosse tolto. Per l’amore adunque del Creatore superò l’amore dell’uomo; e in luogo dell’umana consolazione elesse il piacere di Dio. E tu parimenti apprendi a lasciar per amore di Dio alcun parente, o amico, che tu abbi caro. nè ti sdegnare, se da qualche amico tu sii abbandonato; sapendo essere di bisogno, che tutti noi ci dividiamo una volta gli uni dagli altri.

3. Molto e lungamente è mestieri che l’uomo combatta dentro di sè, prima ch’egli impari a vincere compiutamente se stesso, e tutto l’affetto suo rivolgere in Dio. Quando l’uomo riposa sopra se stesso, facilmente si piega alle consolazioni degli [p. 94 modifica]uomini. ma l’amator vero di Cristo, e lo studioso seguace delle virtù, non s’abbandona alle consolazioni, nè cerca di cotali dolcezze sensibili: ma piuttosto di malagevoli pruove, e di sostenere per Cristo dure fatiche.

4. Quando adunque la consolazione spirituale t’è conceduta da Dio, ricevila con rendimento di grazie; ma bada bene ch’ella è dono di Dio, e non tuo merito. Non volerti levare in alto, nè prenderne soverchia letizia, nè presumere vanamente: ma sii anzi del dono più umile, e più cauto, e in ogni tua azione più timoroso. perciocchè passerà quell’ora, quando che sia, e la tentazione seguirà appresso. Quando la consolazione ti sarà tolta, non gittar subito la speranza; ma con umiltà e con pazienza aspetta la celeste visitazione; conciossiachè Dio è potente di ridonarti un più copioso conforto. Ciò non è nuovo, nè strano a chi è sperimentato nella via del Signore: perchè ne’ Santi, e negli antichi Profeti fu spesse fiate tale maniera d’avvicendamento.

5. Per la qual cosa un certo, essendogli già la grazia presente, [p. 95 modifica]diceva: Io ho detto nella mia soprabbondanza; io non sarò smosso in eterno. Ma partita quella soavità, presa esperienza di ciò ch’egli era in se stesso, aggiunge: Tu hai rivolta da me la tua faccia, ed io ne son rimaso conturbato. In questo però non dispera già egli, anzi più sollecitamente prega il Signore, dicendo: A te griderò, o Signore, e supplicherò al mio Dio. Infine riporta il frutto della sua orazione, ed afferma sè essere stato esaudito, dicendo: Mi ha udito il Signore, ed ha avuto misericordia di me; il Signore s’è fatto mio ajutatore. Ma in che? Tu m’hai rivolto (dice) in gaudio il mio pianto, e circondastimi d’allegrezza. Se a questo modo usò Dio co’ gran Santi, noi poveri e infermi non dobbiam disperare, se talora ferventi, talora siam freddi: conciossiachè lo spirito viene, e va, secondo il beneplacito della sua volontà. Onde dice il beato Giobbe: Tu visiti l’uomo, o Signore, di buon mattino; e improvvisamente il metti alla prova.

6. In che poss’io dunque sperare? o in cui debbo io confidarmi, se non se nella sola misericordia di Dio, eFonte/commento: 1815b [p. 96 modifica]nella sola speranza della grazia celeste? Imperciocchè quando pure stieno al mio ajuto persone dabbene, o fratelli divoti, o amici fidati, o santi libri, o trattati eleganti, o canti ed inni soavi, poco giovami tutto ciò, poco mi sa buono, quando derelitto io sia dalla grazia, e lasciato nella mia povertà. non c’è allora rimedio migliore della pazienza, e del commettermi alla divina volontà.

7. Non mi venne trovata mai persona religiosa, e divota così, che non abbia alcuna volta patito sottrazione di grazia, nè sentito diminuzion di fervore. Non ci fu mai Santo di sì alta virtù, nè così illuminato, che o prima, o poi non sia stato tentato. Imperciocchè non è degno della sublime contemplazione di Dio, chi per amore di lui non fu esercitato con qualche tribolazione. Poichè suol essere la tentazion che va innanzi, segno della consolazione che dee seguire. essendo che solamente a coloro che furono provati colle tentazioni, è promessa la consolazione del cielo. Chi vincerà (dice) io gli darò mangiare dell’albero della vita.

8. Ora il divino conforto è dato, [p. 97 modifica]acciocchè l’uomo a sostenere le avversità acquisti più forze. segue dappoi ancora la tentazione, acciocchè egli non si gonfi del bene. Non dorme il diavolo, nè ancora è morta la carne: per lo che non restare di apparecchiarti alla lotta; perchè da sinistra e da destra hai nemici, che non posano mai.