Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO LVIII

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LVIII. Del non dover ricercare delle cose troppo alte, e degli occulti giudizi di Dio.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
LVIII. Del non dover ricercare delle cose troppo alte, e degli occulti giudizi di Dio.
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CAPO LVIII.


Del non dover ricercare delle cose troppo alte,

e degli occulti giudizi di Dio.


1. Figliuolo, vedi, guarda che tu non entrassi già a disputare di sublimi materie, nè degli occulti giudizi di Dio: per qual ragione questi sia lasciato così, e quegli a tanta grazia [p. 269 modifica]degnato: e perchè il tale cotanto sia travagliato, e l’altro sì altamente esaltato. Coteste cose avanzano ogni facoltà umana; nè a poter investigare il divino giudizio, nessuna ragione nè disputa è sufficiente. Quando dunque di tali cose il nemico ti suggerisce, o alcuni curiosi te ne domandano, rispondi loro quel detto del profeta: Tu sei giusto, o Signore, e diritto è il tuo giudizio; e l’altro: I giudizi del Signore son veri, da se medesimi provati giusti. I miei giudizi sono anzi a temere, che a disaminare; poichè essi trapassano ogni umano comprendimento.

2. Non voler eziandio ricercare, nè mover questione intorno a’ meriti de’ Santi; qual sia dell’altro più santo, o qual nel regno de’ cieli maggiore. Sì fatte ricerche generano le più volte liti e contese di nessun prò; nutricano anche la superbia e la vana gloria, dalla quale poi nascono le invidie, e le gare: mentre questi a quel Santo, quegli a quell’altro superbamente si studia di dar preminenza. Ora il voler sapere e investigare di tali cose è senza costrutto, ed a’ Santi piuttosto dispiace: poichè io non [p. 270 modifica]son già il Dio della discordia, ma sì della pace, la quale dimora anzi nella vera umiltà, che nel proprio esaltamento.

3. Alcuni per zelo di amore sono tirati da maggior affetto a questi, od a quelli: ma egli è anzi umano che divino. Io sono che tutti i Santi ho creato; io che ho donata loro la grazia; io data loro la mia gloria. Io soFonte/commento: 1815b i meriti di ciascheduno, io gli ho prevenuti con le benedizioni della dolcezza mia: io ho prediletto coloro che amai prima del tempo: io gli ho eletti dal mondo, non eglino primi elessero me. Io gli ho chiamati per grazia; trattigli per misericordia; io condotti per mezzo di tentazioni diverse. Io in loro ho infuse altissime consolazioni; io ho data loro la perseveranza; io coronata la loro pazienza.

4. Io conosco qual di loro è primo, e qual ultimo, io con inestimabile amore tutti gli abbraccio. Io in tutti i miei Santi son da lodare; io sovra tutte le cose da benedire; io da onorare in ciascheduno di loro, i quali a tanta gloria ho innalzati, e a quella preordinatigli senza nessun [p. 271 modifica]merito, che essi n’avessero avanti. Colui dunque che disprezza l’ultimo di questi miei, nè altresì onora il maggiore; poichè e il piccolo, e il grande l’ho fatto io: e chi ad alcuno deroga de’ miei Santi, deroga anche a me, e agli altri tutti del reame celeste. Tutti essi sono una cosa per legamento di carità: uno stesso sentire hanno, ed uno stesso volere, e tutti unanimamente si voglion bene.

5. Ma oltre a ciò (che è cosa molto più alta), essi amano più me che se stessi, e i propri meriti imperocchè rapiti sopra di sè, e tratti fuori del proprio amore, con tutti sè s’innabíssano nell’amor mio, nel quale eziandio beatamente s’acquetano. Niente è, che negli possa distrarre, o tirare più basso: siccome coloro che della verità eterna ripieni, ardono del fuoco dell’inestinguibile carità. Restino adunque i carnali e animali uomini (che altro non sanno amare che il privato piacere) di disputare dello stato de’ Santi. Essi ne scemano, oppur v’aggiungono secondo ch’e’ sono affetti, non secondo che piace all’eternal verità.

6. Molti sono in questo ignoranti; [p. 272 modifica]e di quelli massimamente, i quali (conciossiachè abbiano picciolo lume) raro è, che alcuno con ispirituale perfetto amore sappiano amare. Eglino sono per ancora da naturale affezione, e da umano amore tirati a questi, od a quelli; e come verso le terrene cose sono disposti, così essi immaginano dover essere delle celesti. Ma egli ci ha un’incomparabil distanza tra quelle cose che si divisano gl’imperfetti, e quelle che gl’illuminati uomini per superna rivelazione contemplano.

7. Ti guarda adunque bene, o Figliuolo, di ricercare curiosamente di tali cose, le quali trapassano il tuo sapere; ma in ciò piuttosto ti studia e ti adopera, che tu possa essere anche l’ultimo nel regno di Dio. E quando bene altri sapesse, qual fosse dell’altro più santo, o più alto luogo tenesse nel reame del cielo, qual frutto ricoglierebbe di questa scienza; se egli da questa cognizione non traesse cagion d’umiliarsi davanti a me, nè provocasse se stesso a più lodar il mio nome? Egli fa a Dio cosa troppo più cara, chi pensa della gravezza de’ suoi peccati, e del [p. 273 modifica]proprio difetto nelle virtù, e quanto egli dalla perfezione de’ Santi sia lunge; che non fa l’altro, che della maggioranza, o minoranza loro contende. Meglio è pregare i Santi con divote orazioni e con lagrime, ed i gloriosi loro suffragi impetrare con umiliazione di mente; di quello che con disutile inquisizione quelle cose investigare di loro, che ci sono celate.

8. Essi bene, e ottimamente si contentano; così anche gli uomini sapessero fare altrettanto, e ritenersi da’ loro vani cicalamenti. Essi non si danno eglino lode de’ loro meriti, che niente di bene ascrivono a sè, anzi a me tutto; poichè io per infinito amore donata ho loro ogni cosa. Di tanto amore verso Dio, e di sì trabocchevol gaudio son pieni, che niente manca loro di gloria, e niente di felicità può loro scemare. Tutti li Santi quanto più sono in gloria elevati, tanto sono in se stessi più umili, e più mi stanno da presso, e sommi più cari. E però tu sai, essere scritto: che essi gittavano appiè di Dio le loro corone, e cadevano boccone dinanzi all’Agnello, e adoravano il Vivente ne’ secoli de’ secoli. [p. 274 modifica]

9. Molti si brigano di sapere, chi nel regno di Dio sia il maggiore; eglino che pur non sanno se e’ saranno degni d’aver luogo tra i minimi. Egli è grande onore l’essere eziandio l’ultimo in cielo, dove tutti son grandi: essendo che tutti si nomineranno Figliuoli di Dio, e saranno. Il più piccolo diventerà un milliajo, e ’l peccatore di cento anni morrà. Imperciocchè domandando i Discepoli, quale dovesse esser maggiore, ebbono questa risposta: Quando voi non vi trasmutiate sino a farvi siccome fanciulli, non entrerete nel regno de’ cieli. Colui adunque il quale si umilierà come questo fanciullo, desso è il maggiore nel regno de’ cieli.

10. Guai a coloro, che si disdegnano di abbassarsi spontaneamente a modo di pargoli: poichè la bassa porta del reame celeste non li permetterà passar entro. Guai ancora a’ ricchi, che hanno qui ogni loro consolazione: poichè quando i poveri entreranno al regno di Dio, essi si rimarranno di fuora traendo guai. Rallegratevi, o umili, esultate voi poveri; che è vostro il regno di Dio, se pur camminate secondo la verità.