Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO VI

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VI. Della prova del vero amatore.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
VI. Della prova del vero amatore.
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CAPO VI.


Della prova del vero amatore.


1. Figliuolo, tu non se’ ancora forte, e saggio amatore.

2. E perchè, o Signore?

3. Però che per ogni piccola contraddizione abbandoni l’impresa, e troppo sei ghiotto della consolazione. Il forte amatore nelle tentazioni sta saldo, nè dà fede alle fallacie dell’inimico. Siccome nelle cose liete io gli piaccio, così nelle sinistre non gli dispiaccio.

4. Il saggio amatore non tanto [p. 129 modifica]guarda al don dell’amante, quanto all’amor di chi il dà. Attende anzi all’effetto, che al lucro; e al Diletto pospone ogni cosa a sè data da lui. Il generoso amatore non si ferma nel dono, ma sì in me sovra ogni dono. Non è però tutto gittato, se alcuna volta non hai di me, o de’ miei Santi quel tenero sentimento, che tu vorresti. Quel pio e dolce affetto che alcuna volta tu senti, è effetto della grazia presente, ed un cotal saggio della patria celeste: al quale però non è da volersi troppo appoggiare; perciocchè egli va, e torna. Il combattere poi contra i rei movimenti del cuore, e ’l farsi beffe dell’insidie del diavolo, è argomento di virtù, e di merito grande.

5. Non ti turbino adunque le strane immaginazioni di qualunque maniera si sieno messe. Ritieni il tuo proposito fortemente, e la intenzione diritta in Dio. Non è illusione, che tu sei alcuna volta improvvisamente rapito fuori di te, e subito ritorni alle usate inezie del cuore. imperciocchè ivi tu se’ anzi contro voglia paziente, che agente: e mentrechè elle ti spiacciono, e loro resisti, ciò t’è mercede, non danno. [p. 130 modifica]

6. Attendi, che l’antico avversario adopera ogni suo sforzo ad impedire il tuo buon desiderio del bene, a cavarti da ogni santo esercizio: cioè dal culto de’ Santi, dalla pietosa memoria della mia passione, dall’utile rimembranza de’ tuoi peccati, dalla guardia del proprio cuore, e dal fermo proponimento di crescere nelle virtù. Egli ti mette di molti brutti pensieri per attediarti e sbigottirti, per ritrarti dalla orazione, e dalla sacra lezione. Gli duole l’umile confessione, e (s’egli il potesse) ti farebbe lasciare la Comunione. Non gli dar fede, nè ti curare di lui, comechè spesse fiate ti abbia tesi lacciuoli. A lui dà la colpa di tutto ciò che di cattivo, e di turpe ti rappresenta. Dì a lui: Va via, spirito immondo; ti vergogna, o infelice: or se’ ben sozzo, che tali brutture mi metti dentro le orecchie. Togliti da me, seduttor maladetto; tu non avrai in me alcuna ragione: anzi con meco starà Gesù, siccome forte combattitore, e tu ne rimarrai svergognato. Io voglio più presto morire, e soggiacere a qualsivoglia dolore, che a te acconsentire. Taci là, e ammutolisci; io [p. 131 modifica]non ti darò orecchio giammai, quando pur maggiori molestie m’apparecchiassi. Il Signore è mia luce, e salute; cui temerò io? Se anche mi stessero contro gli eserciti, non avrà paura il mio cuore. Il Signore è mio ajutatore, e mio redentore.

7. Combatti come prode soldato; e se mai per fievolezza tu cada, riprendi forze maggiori di prima, confidandoti del mio più largo favore: e guardati bene della vana compiacenza, e dalla superbia. Per questa molti ne son tratti in errore, e alcuna volta traboccano a tal cecità, che non riceve più medicina. Siati in cautela, ed in perpetua umiltà siffatta caduta di questi superbi, i quali presumono mattamente di sè.