Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XLVIII

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XLVIII. Del giorno dell’eternità, e delle angosce di questa vita.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XLVIII. Del giorno dell’eternità, e delle angosce di questa vita.
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CAPO XLVIII.


Del giorno dell’eternità, e delle angosce di questa vita.


1. Oh! beatissima abitazione della superna città! oh chiarissimo giorno d’eternità, cui non oscura mai notte; ma la somma verità irraggia mai sempre; giorno sempre lieto, sempre sicuro, che in contrario stato mai non si muta. Oh fosse pure apparito quel giorno, e tutte queste cose cadevoli avessero avuto fine! Egli risplende sì bene illuminato di perpetua chiarezza a’ beati; ma niente, se non per ispecchio e da lunge, a que’ che pellegrinano in terra. [p. 232 modifica]

2. Ben sel sanno que’ cittadini del cielo, quanto sia gaudioso quel giorno: gemono gli esuli figliuoli d’Eva, perocchè nojoso è questo, ed amaro. i nostri giorni son pochi e rei, di dolori pieni, e d’angustie; ne’ quali l’uomo s’insozza in molti peccati, è legato da molte passioni, stretto da molti timori, distratto in varie curiosità, da molte vanità inviluppato, circondato da molti errori, combattuto da molti travagli, gravato da tentazioni, snervato per le delizie, crucciato per la povertà.

3. Oh! quando finiran questi mali? quando sarò io sciolto dalla misera servitù del peccato? quando di te solo ricorderommi, o Signore? quando in te rallegrerommi compiutamente? quando fuor di tutti gl’impedimenti, mi starò io in vera libertà senza gravezza di mente e di corpo? quando avrò io pace costante, pace imperturbabile e sicura, pace di dentro e di fuori, pace ferma per ogni parte? quando, Gesù buono, starò io inteso nella tua vista? quando contemplerò la gloria di cotesto tuo regno? quando sarai a me tutto in tutte le cose? oh! quando sarò io con teco nel tuo [p. 233 modifica]reame, il quale ab eterno hai preparato a’ tuoi cari? Io sono lasciato qui povero ed esule in paese nemico, dove è guerra, e gravissimi mali ogni giorno.

4. Consolami del mio esilio, mitiga il mio dolore, perchè ogni mio desiderio sospira a te. Tutto ciò che il mondo offre a sollazzo, m’è peso. io desidero di godere di te, ma non ti posso abbracciare. Vorrei attaccarmi alle cose del cielo; ma le temporali, e le passioni immortificate mi ritengono al basso. io voglio pur con la mente signoreggiare a tutte le cose; ma per lo peso della carne, contro mia voglia sono costretto di servir loro. Così io uomo infelice in me medesimo sono diviso, e omai divenuto grave a me stesso: mentre lo spirito spingesi in alto, e la carne giù basso.

5. Oh! qual di dentro sento dolore; che mentre celesti cose ripenso, ed óro; ecco di subito una turba di pensieri carnali farmisi incontro, Dio mio, non t’allontanare da me, nè sdegnato ti partir dal tuo servo. Fa balenar la tua luce, e disperdili: vibra le tue saette, e tutte le immaginazioni dell’inimico ne sien [p. 234 modifica]disfatte. Raccogli a te i sensi miei; fammi dimenticar ogni cosa del mondo; dammi che tosto io rigetti, e disprezzi i cattivi fantasmi. Soccorimi, Verità eterna, acciocchè da nessuna vanità non sia mosso. Vienne, celeste dolcezza; e si dilegui dal tuo cospetto qualunque bruttura. Perdonami anche, e dammi pietosa indulgenza per quelle volte, che io in pregando, altre cose ho pensato fuori di te. Imperciocchè io confesso con verità, d’aver dato luogo a molte distrazioni. conciossiachè parecchie volte quivi io non sono, dove sono col corpo a stare, o sedere; anzi colà piuttosto son io, dove mi lascio trasportare da’ miei pensieri. quivi io mi sono, dove sta la mia mente; ed ivi è la mia mente il più delle volte, dove è quello ch’io amo. quello agevolmente mi s’appresenta, che per natura mi porge diletto, o per usanza mi piace.

6. Il perchè tu, o Verità, apertamente dicesti: Dov’è il tuo tesoro, quivi è pure il tuo cuore. Se io amo il cielo, penso volentieri le cose del cielo. s’io amo il mondo, prendo diletto delle mondane prosperità, e [p. 235 modifica]delle disavventure tristezza. se amo la carne, ciocchè s’appartiene alla carne mi figuro frequentemente. se amo lo spirito, io mi diletto a pensar delle cose spirituali. Essendochè di tutto quello ch’io amo, volentier parlo e quello è che ascolto; e di sì fatte cose mi porto le impronte dentro dell’anima. Ma lui beato! chiunque, per attenersi a te, da tutte le create cose prende commiato; che alla propria natura fa guerra, e gli appetiti della carne col fervor dello spirito crocifigge; acciocchè, tornato all’anima il suo sereno, egli ti porga una monda orazione, e sia degno della conversazione degli Angeli; schiuse da dentro, e da fuori tutte le cose terrene.