Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XVIII

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XVIII. Che le temporali calamità si debbono tollerare con quieto animo ad esempio di Cristo.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (XIV secolo)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XVIII. Che le temporali calamità si debbono tollerare con quieto animo ad esempio di Cristo.
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CAPO XVIII.


Che le temporali calamità si debbono tollerare con quieto animo

ad esempio di Cristo.


1. Figliuolo, io son disceso per tua salute di cielo: ho preso le tue miserie non tiratovi da necessità, ma da carità: acciocchè tu la pazienza imparassi, e le temporali calamità portassi con pace. Imperciocchè dall’ora ch’io nacqui, fino a quella ch’io ne morii sulla croce, non sono mai stato senza dolore. Gran difetto sostenni di cose temporali: molte querele ho sentito fare frequentemente di me: le vergogne, e gli obbrobri comportati mansuetamente: in cambio de’ benefizi ho ricevuto ingratitudine; per li miracoli bestemmie; per la dottrina riprensioni.

2. Signore, perocchè tu nella tua vita se’ stato paziente, in questo principalmente adempiendo il comandamento del Padre tuo; è dover che io poverel peccatore, secondo che è tua [p. 159 modifica]volontà, sopporti me stesso pazientemente; e infinattanto che tu il voglia, porti a mia salute il peso di questa corruttibile vita. Imperciocchè quantunque sia a portare gravosa, ella non per tanto è già divenuta assai meritoria, e per lo tuo esempio, e de’ tuoi Santi, è fatta a’ deboli più tollerabile, e di più onore. ma è di molto maggiore consolazione, che una volta nell’antica legge non era, quando la porta del cielo durava chiusa: ed oltre a questo, la via da giungervi sembrava più oscura; quando sì pochi si davano pena di procacciarsi il regno de’ cieli. Anzi nè quelli eziandio che erano giusti, e doveano esser salvati, avanti alla tua passione, ed alla soddisfazione della sacra tua morte, non potevano entrare nel reame del cielo.

3. Oh quante grazie sono io tenuto di renderti, che la via buona e diritta all’eterno tuo regno degnasti mostrare a me, ed a tutti i fedeli! Conciossiachè la tua vita a noi è via: e per la santa pazienza noi ne vegnamo a te, il quale sei la nostra corona. Se tu non ci fossi ito davanti, nè ci avessi istruiti, chi si [p. 160 modifica]sarebbe curato di seguitarti? Ahimè, quanti a pezza indietro si rimarrebbono, se non vedessero i tuoi chiarissimi esempi! Ecco, noi siamo pur tiepidi dopo uditi tanti tuoi prodigi ed insegnamenti: or che sarebbe, se a seguitarti non avessimo tanta luce?