Della moneta/Libro II/Capo III

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Capo III - Della moneta di rame, d'argento e d'oro

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Capo III - Della moneta di rame, d'argento e d'oro
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CAPO TERZO

della moneta di rame, d’argento e d’oro

Utilitá di piú metalli di vario valore — Considerazione sulle monete nostre di rame — Il rame è la piú utile moneta — Principale sua utilitá — Secondaria utilitá — Se perciò sarebbe utile che la moneta di rame fosse la numeraria — Si dimostra che no — Prima supposizione — Seconda supposizione — Inutilitá di fissarla moneta di rame pel conto — Non giova il non soggiacere il rame ad alzamenti — E falso che il rame non abbia alzamenti ed abbassamenti — Stato presente della nostra moneta di rame — Perché la moneta di rame corra, ancorché assai strutta e mancante — Quel che convenga fare alla nostra moneta di rame per metterla in buono stato — Perchè giovi dare alla nuova moneta di rame un valore un poco maggiore dell’intrinseco — Valore intrinseco delle monete di rame — Che da questo valore estrinseco maggior dell’intrinseco non può seguir danno — Perché se n’abbia a coniare un poco per volta — Stato presente della nostra moneta d’argento — Falsitá d’una volgare opinione — Stato della moneta d’oro — Come s’abbia a trattar l’oro — Perché nelle cose dello Stato sieno cosí tarde le migliorazioni.

Quanto conferisca ad accrescere la comoditá della moneta l’usar piú metalli di disuguale valore è cosí facile a comprendere, che non richiede che si dimostri: perché, misurando essi colla sola quantitá della materia, il metallo prezioso non può misurare i piccoli prezzi, per l’eccessiva piccolezza che avrebbero le parti della sua suddivisione; il metallo basso non può comodamente uguagliare i prezzi grandi, per la mole disadatta e pesante. Quindi ottimo mezzo prese Licurgo al suo disegno, qualunque egli si fosse, o savio o strano, quando, volendo poveri i suoi spartani, lasciò loro la sola moneta di rame. E per contrario io credo che, se gli americani non usarono moneta, [p. 110 modifica] fu perché non conobbero altri metalli che i preziosi. Ma, se è vero che questa diversitá è tanto giovevole, vero è ancora che spesso (come sono le umane cose miste di buono e di male) è cagione di grave danno. Il determinare inconsideratamente la proporzione tra questi metalli può impoverire uno Stato, d’uno o di due metalli senza riparo alcuno privandolo, e lasciandone un solo; il quale, come io dissi, diviene di cosí molesto uso, che quasi inutile si può dire. Ma di questa sproporzione sará ripieno il terzo libro. Ora sui pregi di ciascuna delle tre classi di metalli io mi prefiggo discorrere; e poi delle monete di due metalli, che «billon» si dicono, nel sesto capo, come in luogo piú acconcio, ragionerò.

Il rame puro corre oggi fra noi in sei monete diverse, il «tre cavalli» (nome preso dalla moneta «cavallo», che al terzo di questa corrispondeva e dall’impronto postovi da Ferdinando primo d’Aragona prendea la denominazione), il «quattro cavalli», il «sei cavalli» o sia «tornese» (cosi detto dalla cittá di Tours, la cui zecca dette il nome alle lire ed ai soldi; e dagli Angioini fu tra noi introdotto), il «nove cavalli», il «grano» e la «publica», che vale un grano e mezzo ed ha questo nome dalla leggenda, in cui si legge «Publica commoditas».

L’utilitá del rame (sotto il qual nome comprendo tutti i metalli inferiori, perciocché questo, ch’io dirò del rame, si può dir del ferro fra que’ popoli che l’usarono per moneta) è sopra gli altri grandissima; e, quando altra pruova nol convincesse, basterebbe questa, che vi sono state nazioni intere che non hanno usato altro, siccome fu Roma e Sparta e le popolazioni de’ sassoni e de’ franchi antichi. Ma non si troverá nazione alcuna, che, non avendo metalli bassi, abbia conosciuta moneta. Né mi si può opporre che i turchi non hanno moneta piú bassa dell’«aspro», il qual pure è d’argento, perché il colore dato da poca mistura d’argento al rame non ne converte la natura, né la moneta di «billon» merita d’esser distinta dal rame. È adunque il rame, siccome la piú vile, cosí la piú utile moneta; e quel, che l’esperienza addita, la ragione lo confirma e lo dimostra. [p. 111 modifica]

Perciocché, essendo certo che si trovano molte cose, che non hanno maggior prezzo d’un quattrino o sia d’un nostro tornese, niuno mi contrasterá che sia affatto impossibile esprimer questo prezzo in oro, dovendosi prendere un granello d’oro minore d’un grano di sabbia. Né vale il dire che questo grano si può, ligandolo con altro metallo, far divenire di mole piú sensibile ed atta alla mano; perché, cosí dicendo, si dá per concessa la necessitá de’ metalli bassi, né giova framischiarvi quest’oro, quando il metallo basso ha proprio valore e da per se solo basta a servir per moneta. Se si potesse mescolare e fonder l’oro con cosa di niun valore, come i sassi e le terre, gioverebbe questa unione; ma, oltre al non potersi, questa operazione d’estrarre l’acino d’oro, valendo assai piú della materia istessa, fa che la cosa sia impossibile per ogni verso. Lo stesso si convien dire dell’argento. Ma per contrario non v’è valore espresso dall’oro, che non lo possa esprimere il rame. Un milione di ducati, come si può aver d’oro, cosí anche di rame, s’uno vuole, l’avrá. Non nego che ciò sará con maggiore imbarazzo; ma insomma quanta disparitá è tra la molta difficoltá e l’impossibile assoluto, tanta n’è tra l’utilitá del rame e dell’oro. Questo pregio è il maggiore che ha il rame.

L’altro, non molto minore, è ch’egli soggiace meno alle frodi ed alle arti che sulla moneta si usano e con piú buona fede si traffica. Gli uomini non amano i guadagni piccioli e penosi, quando da pericoli grandi siano circondati. I sovrani, nelle grandi somme che dánno e che ricevono, non usando altro che i metalli preziosi, al rame non pensano neppure né coloro, che amministrano la zecca, inganneranno mai il loro principe con por lega al rame: frode, che, per poter dar loro qualche profitto, fa d’uopo che sia grandissima e manifesta. Infine i popoli non avvertono ai difetti di questa moneta, né del suo valore intrinseco hanno alcuna sollecitudine: perché, quando non si teme di fraude, gli effetti del consumo e del tempo non si stimano. Così non v’è chi s’imbarazzi se le monete di rame, con cui è pagato, sieno intere o scarse, né mette da canto le giuste e dá via le logore o guaste, come si fa dell’oro e talora [p. 112 modifica] dell’argento. E questa incuria giunge a tanto, che fra noi si vede una moneta di maggior peso valere la metá d’una che n’ha meno; tantocché a monete «rappresentanti», quali furono quelle di cuoio, pare che siensi ridotte. E bisogna ben dire che i disordini nel nostro Regno fossero pervenuti ad incredibile grandezza, giacché con tante prammatiche particolari si dovette nel secolo passato dar riparo alla falsificazione del rame. Per fare un cosí meschino guadagno, conveniva che fossero liberi da qualunque timore gli scellerati; e che tali veramente erano, e lo narra la storia e lo palesa il numero grande delle leggi fatte loro contra, la moltitudine delle quali è sempre una pruova della loro inefficacia.

Da questa qualitá del rame molti deducono che sarebbe utile ad averlo per moneta numeraria; e certamente meglio pensano costoro che quelli i quali della moneta immaginaria d’argento, come d’usanza utilissima, sono scioccamente ammiratori. Ma io non so se neppure dal rame questo potrebbe ottenersi. Via, poniamo che noi, come gli spagnuoli co’ reali contano, contassimo con grana e tornesi. Di grazia, che ne verrebbe egli mai di buono? In prima io domando: sarebbe fisso per legge quante grana vale un ducato, o no? Se si risponde che sí, egli è evidente che questo conto in moneta invariabile è svanito: perché, sempre che un ducato vale cento grana, lo stesso è contare con grana che con centinaia di grana; né so in che nuocerebbe usare una voce sola ad esprimere questo centinaio. Questa voce «ducato» è di bel suono, non aspra, non difficile a ritener a mente: dunque perché non s’ha egli da usare? Or, volendo la legge che il ducato vaglia sempre cento grana, l’argento divien moneta di conto, e non piú il rame. Ma io ho dimostrato che l’argento è di valor variabile. Dunque, finché il rame è avvinto e legato dalla legge all’argento, sará da esso tratto dietro in tutte le sue mutazioni. Né si può dire che il rame, non avendo cagione di mutar il valore, per non esserne cresciute le miniere o l’uso, non seguirá gli urti e le vicende dell’argento, il quale o per nuove miniere o per novello lusso o per statuto di principe ha variato: mentre, ove la legge [p. 113 modifica] l’ordina, bisogna ch’ei vi soggiaccia pure, o si disubbidisca a lei; ed in questo stato di cose, che corrisponde scalzamento, o l’uno de’ due metalli anderá via, o la legge s’ha da mutare. E questo è contro quel che da prima mi si era accordato, cioè che fosse determinata la proporzione tra l’argento ed il rame. Lo stesso si ha da dire del rame rispetto all’oro. Ed ecco resta conosciuto che l’usare nel conto il rame, finché il suo valore sta tenuto fisso con quel degli altri metalli, non giova.

Ora voglio supporre che non fossero stabilite queste proporzioni tra’ metalli. Questa cosa sebbene non abbia esempio presso alcuna nazione, tolti i cinesi (che battono solo moneta di rame, e l’argento e l’oro come le altre mercanzie lo vendono e lo comprano), pure merita d’essere riguardato s’ella abbia utilitá in sé, che la renda degna di commendazione. Io veggo che infiniti errano in credere il valore una qualitá interna delle cose, e non giá, come egli è, una relazione estrinseca, che in ogni luogo, tempo e persona si muta. Perciò essi parlano di valore d’argento, di rame e d’oro, come di cosa stabile in questi metalli, né dicono rispetto a chi ed a qual cosa sia cotesto valore; non altrimenti che chi d’alto e basso parli, senza esprimere il punto onde misura. Per discoprire ora l’origine di questo abbaglio, io voglio che s’avverta come l’aver gli uomini misurato l’un metallo coll’altro, e coll’autoritá venerabile della legge stabilitolo, fa parlare del valore quasi di cosa determinata e nota, e perciò assoluta, non relativa. Infatti, quando uno chiede quanto vale un ducato, non se gli risponde giá: — Val tanto grano o vino, — perché questa, sebbene congrua risposta, non si può dare, per non esser fissa una tal proporzione; ma si dice: — Val cento grana; — e questa risposta, che non è migliore della prima, esprimendo la sola proporzione tra il rame e l’argento, perché ella è fissa, pare al volgo ch’esprima il valore de’ metalli, e perciò d’essa parlano come di cosa nota ed universale.

Ora, nel caso che la legge non determinasse una tale proporzione, essi non avrebbero diversa natura fra loro, che il grano ed il vino coll’argento. Allora non solo non sarebbe

Gali a ni, Della moneta. [p. 114 modifica] comodo, ma piú incomodo d’ora il contare in rame; perciocché, dopo tirato il conto, resterebbe a sapere quante grana di rame vale un ducato, e questa sarebbe proporzione sempre ondeggiante e varia; ed, essendo necessario che i grossi pagamenti facciansi in argento o in oro, sarebbe inutile il conto in rame, ed insensibilmente, per la forza della natura delle cose, si tornerebbe al conto in argento e in oro. Insomma il conto in rame sarebbe il medesimo che se si facesse col formento o col vino; e, per dir tutto in uno, questa cura sulla moneta di conto non merita esser tale e tanta quanto ella si vuole; e sempre si troverá che quello, in che si paga, è quel medesimo, in cui si conta, sia merce o sia metallo.

Penso ora che taluno potrebbe dire ch’essendo il rame piú sicuro dalle frodi de’ falsatori e dagl’inopportuni alzamenti, meglio è su di esso sempre il computare. Al che io rispondo che le frodi non variano il computo, il quale piú sull’immaginario che sul reale si fa: gli alzamenti è falso che non gli abbia il rame; e, quando fosse vero, sarebbe appunto perché in conto non si usa. Ed è ben ridicolo voler con costumanze arbitrarie impedire quelle determinazioni delle supreme potestá, che la natura istessa, quando a lei sono contrarie, elude, ma non reprime. Quando piaccia al principe l’alzamento o ch’ei sia necessario, e questo dal conto in rame venisse impedito, il primo, ch’ei fará, sará mutare il conto; ed ecco i frivoli argini, che il torrente ne porta via.

Ma egli è falsissimo che il rame non abbia alzamenti o abbassamenti; ed io mi meraviglio come questa erronea opinione sia in tanti, quando ella è cosí patente. «Alzare» ed «abbassare» sono termini relativi: dunque, quando s’alza il prezzo all’argento, a qual cosa s’abbassa? Non ai commestibili, né agli altri generi, il prezzo de’ quali è lasciato in libertá di chi vende: dunque, al rame e all’oro. Sicché, sempre che s’alza l’argento, s’abbassa il rame. Ma di questo si dira meglio altrove. Ora è cosa giovevole entrare a scrutinare quali mali abbia la moneta di rame fra noi, e quali ordini le sieno per essere utili o necessari. [p. 115 modifica]

La moneta di rame è la prima, di cui s’è intermesso il conio fra noi, non essendosene battuta alcuna dal regno di Filippo quinto in poi, quanto è a dire da quasi cinquant’anni. E pure quelle di questo re sono per la maggior parte passabilmente ben conservate o solo dall’uso sfigurate; ma quelle di Filippo quarto ed alcune di Carlo secondo sono state tutte cosí mostruosamente tosate e guaste ne’ calamitosi tempi, in cui questo Regno era tormentato da gente scellerata, che molte appena hanno la metá del valor antico, che nella impronta dimostrano. Sonovene inoltre alcune di non meno memorabile tempo di delitti e di sciagure, che son dette «del popolo», e nella sollevazione del 1647 dal duca di Guisa furono fatte coniare; e sono grana e publiche, che hanno per impronto da una parte le armi della Libertá napoletana, dal rovescio l’Abbondanza: non men delirio l’una che l’altra. Queste sono la metá piú piccole dell’altre, e mostrano bene che, in cambio di abbondanza e di libertá, si dava al popolo, per quanto si poteva, fraude e violenza.

La meraviglia di molti è come indifferentemente monete si diseguali, guaste e mancanti abbiano potuto correre ed accettarsi; e questa meraviglia, che non è senza ragione, merita d’esser dileguata colia dichiarazione di questo perché. Il metallo basso non è soggetto ai colpi de’ difetti, che non sieno grossissimi. Inoltre, quando un paese ha cattiva moneta di rame, comunque ella si sia, conviene usarla, né può nascondersi o liquefarsi o andar via tutta, come all’oro e all’argento interviene: perché, essendo piú necessaria al commercio per pagare quelle spese minute, che sono il sostegno d’ogni piú grande manitattura, mai un uomo, per fare un picciolo guadagno nella moneta di rame, non se ne disfará, mandando a male tutta un’industria e lavorio. E noi vediamo che il somministrare questa moneta dá da vivere a una professione d’uomini, che chiamansi «cagnacavalli». Dippiú il rame non passa d’uno in un altro stato, e, quanto è piú gravoso e vile, tanto è piú pigro a fuggire. Infine la velocitá del giro suo, essendo almeno quattro volte maggiore di quel dell’argento e sei piú dell’oro, fa che ognuno lo prende, perché è sicuro sempre di potersene [p. 116 modifica] disfare. Ed egli è cosa non meno evidente che confirmata dalla storia che può una cosa da tutti tenuta per cattiva aver quel medesimo corso che s’ella si tenesse per buona, fintanto che dura un comune inganno, per cui ognuno speri che il suo vicino non la ricuserá; e dura questo corso finché un avvenimento nuovo, scoprendo a ciascuno il viso dell’altro, non gli disinganni tutti in un tempo, e dia loro piú timore del cattivo, che prendono, che speranza di poterlo ad altri trapassare. I biglietti di Stato, poi que’ del banco reale di Francia e le azioni in Inghilterra furono, non ha molti anni, un esempio chiaro di questo. Sicché non è strano che corrano fra noi sí fatte monete di rame.

Ora, a voler discorrere se si convenga o no batterne della nuova, e come e in che quantitá, io porto opinione che gioverebbe batterne e darle un prezzo qualche poco maggiore dell’intrinseco suo; ma di questa nuova moneta se n’avrebbe a coniare un poco per volta, e non piú.

Mi si farebbe torto a dirmi che sia cosa animosa trattare di questa materia, di cui non mostro far professione: poiché non può essere di nocumento allo Stato occupare colle parole un grado che molti, meno di me esperti, potrebbero coll’opere occupare; e gli errori, ch’io facessi scrivendo, possono essere senza danno corretti, ma quelli, i quali son fatti operando, non possono essere se non colla rovina dello Stato conosciuti.

Venendo dunque a dimostrare quello che ho profferito, quanto al primo, ognuno, che sa che le cose mortali altra stabilitá non hanno che nel rinnovarsi, conoscerá benissimo che, perdendosi ogni dì per molti accidenti le monete, ed altre struggendosi troppo con l’uso, per non restarne senza, conviene che si rinnuovino. Né è men chiaro che non si abbia da attendere il bisogno preciso, mentre quel male, che si può riparare, non bisogna lasciarlo venire per medicarlo; ed è troppo gran differenza tra ’l sostenere una spesa annua di diecimila ducati, per esempio, e il doverne fare in un solo anno una d’un mezzo milione.

Ma, quanto alla seconda parte, parmi giá di sentir molti, che, ripieni ed ubbriachi d’una certa fede e giustizia, mi grideranno ch’io ho mal consigliato il principe a volergli far dare un valore [p. 117 modifica] estrinseco diverso dall’intrinseco alla moneta di rame, e che questo suo guadagno torna in danno dello Stato. A’ quali io, che non credo essere meno religioso ammiratore della fede pubblica e che non mi sento nell’animo alcuno stimolo d’adulazione, esporrò brevemente la causa di questo consiglio mio.

Due mali ha da temere ogni classe di moneta. Uno è ch’ella non sia, dopo zeccata, liquefatta di nuovo da’ privati per servirsene in utensili o mandarla fuori, e cosí manchi. L’altro è che, oltre a quella battuta dal principe, non ne sia coniata altra da’ sudditi o dagli stranieri, e cosí ve ne sia troppa. Quanto danno arrechi o l’uno avvenimento o l’altro, è manifesto. Avviene il primo, quando il principe zecca moneta troppo buona, cioè: I. s’ella avesse minor valore estrinseco che intrinseco; II. s’ella, in confronto delle monete degli Stati convicini o delle antiche del paese, avesse piú valore intrinseco, o, come si suol dire, fosse piú forte. Ognuno vede che, se un principe coniasse oggi ducati che avessero undici carlini d’argento puro, appena uscirebbe questa moneta, che subito saria nascosta ed appiattata da tutti, i quali, seguendo a pagare in carlini, liquefarebbero questi ducati o gli darebbero agli orefici ed ai mercatanti che hanno gli affitti delle zecche straniere: essendo regola invariabile che la moneta debole caccia via la forte dello stesso metallo, sempre che tra le due v’è equilibrio di forze. Perciocché, se, per esempio, il re ritirasse a sé tutta la moneta d’argento del Regno, e poi zeccasse la nuova, e in questa desse al ducato undici carlini d’argento, questa nuova moneta non anderebbe via; mentre allora non sarebbe altro che aver mutato il significato alla voce «ducato», il quale suonerebbe quel che oggi suonano «undici carlini»; e solo ne dovria seguire un apparente sbassamento de’ prezzi da quello cogli antichi ducati. Nè può la moneta d’argento uscire, non essendovi forza per cacciarla; giacché della vecchia non ve n’è, o cosí poca, che non basta a far pagamenti grandi con essa. Qui non parlo della forza d’un metallo sull’altro, che per altro procede nel modo istesso, quando la proporzione stabilita tra due metalli non è la naturale. [p. 118 modifica]

Venendo adunque al mio primo discorso, la moneta delle grana, che noi usiamo, fu imprima di dodici trappesi il grano; ma questa oggi è tutta tosata e guasta. Le grana, che sonosi poi battute, quali sono quelle di Carlo secondo e quelle di Filippo quinto del 1703, furono fatte di dieci trappesi, o sia del terzo d’un’oncia, per dar loro qualche proporzione ed egualitá alle antiche, che per la fraude eransi impiccolite. Or la libbra di rame non lavorato vale presso di noi oggi incirca venti grana, e il lavorarla corrisponde a poco piú del terzo; onde è che trentadue grana dovrebbero aversi da una libbra di rame. Ma dalla libbra se ne tagliano alla zecca trentasei: v’è adunque un guadagno di quattro grana sopra una libbra, o sia d’un undici per cento. Se poi a questa valuta estrinseca maggiore dell’intrinseca si aggiunge la corrosione ed il consumo, che è grandissimo, si troverá che le monete di rame, prendendosene una gran somma d’ogni qualitá, hanno un venticinque per cento meno di valor vero di quel che corrono. Ora, se il principe battesse la nuova intera e secondo il suo intrinseco, oltre ch’egli vi perderebbe quel che s’avria da rifondere alle antiche giá mozze, che si ritirerebbero, la nuova sarebbe troppo disegualmente buona in confronto all’antica, e o si fonderebbe, o l’antica sarebbe ricusata; e sempre questa spesa sarebbe senza necessitá né profitto alcuno. Dunque è bene che il principe, mettendovi un poco di valore estrinseco, l’equilibri in alcun modo colla vecchia, che n’ha tanto. Ma questo soprappiú non credo dovrebbe essere altro che quelle quattro grana a libbra, le quali si è veduto giá coll’esperienza che non hanno nociuto, anzi io credo che abbiano giovato.

Inutile timore sarebbe poi quello, che l’aver questa moneta meno metallo di quel ch’ella vale, le potesse arrecar nocumento; mentre si vede che la corrente, a cui ne manca tanto, non ha patito mai incommodo né d’esser fusa né d’esser battuta; e, quando ella fu contrafatta, la colpa non era della non buona moneta, ma della non buona esecuzione di leggi spossate d’ogni autoritá. Inoltre un undici per cento è cosa insensibile nel rame e da non potere invogliare molti a fare, a traverso al timore [p. 119 modifica] d’atroci pene, questo guadagno. Gli stranieri non sono in istato di farlo, perché è piccolo guadagno. È difficile l’introdurre moneta di rame in un Regno che n’è provveduto, poiché nelle grandi somme questa si ricusa, e nelle piccole gli uomini non hanno la sofferenza d’attendere a cosí stentato emolumento.

In uno, la moneta di rame è meglio che pecchi di esser debole che forte: perocché, quando è soverchio buona, è cacciata via dall’argento, e questo è male grandissimo; quando è soverchio cattiva, resta, ma non ha forza di cacciar l’argento, contro cui non può luttare, e, quando anche il cacciasse, è minor male. Il commercio ha piú bisogno del rame che d’ogni altra moneta, poi l’ha dell’oro, in ultimo dell’argento. Questo m’ha fatto credere che noi, che abbiamo debolissima la moneta di rame, rinnovandola, non l’abbiamo a far tanto forte.

Passo ora a dire perché se ne debba batter un poco per anno e non piú. Quando uno Stato è tormentato da’ tosatori, che impunemente diminuiscono le monete, è necessario prima sbarbicargli e distruggergli, e poi raccôrre la moneta vecchia e supprimerne il corso, dando fuori la nuova. Perché, se voi ne date fuori un poco per volta, secondo ch’ella esce, si ritaglia e non si emenda il male, come l’acque de’ fiumi non raddolciscono il mare. Ma, quando uno Stato per la vigilanza del governo ha estinti gli autori del male e che solo gli effetti ne rimangono, che è appunto il nostro caso, non è forza rifar tutta la moneta offesa, per la grande spesa, né nuoce l’a poco a poco ritirar le peggio ridotte e sostituirvi le nuove. Dannoso sarebbe poi il consiglio mezzo di volerne rifar molta in un tratto, quanto è a dire la metá della corrente; perciocché può la moltitudine, quasi svegliandosi dal suo torpore, avvedersi della disparitá tra la vecchia e la nuova, ed acquistare disprezzo dell’una, aviditá dell’altra, e far cosí restare lo Stato privo della metá di quella classe di moneta, che rimane nascosta o traviata.

Questo procede assai piú sensibilmente ne’ metalli preziosi. Nel rame, perché si disprezza, non così; e, quando si seguisse il mio primo avvertimento, di non fare la moneta nuova migliore d’un venticinque per cento, ma solo d’un dieci, ogni [p. 120 modifica] verisimilitudine è che non vi s’avvertirá. Pure non è mai buona regola correre questo pericolo, al quale, siccome non v’è altro rimedio che subito rifare la restante moneta, non so se una cosí grave spesa, che giunga improvvisa allo Stato, sará per essergli innocente. E forse allora con nuovi mezzi consigli e deboli espedienti si fará incancrenire quella piaga, che i soli cattivi consigli aveano generata. Sicché dunque, quando si vuol rifare una classe di moneta tosata, e gli ordini del governo ci rassicurano, con viene o batterla tutta insieme o a poco a poco; e questo mi pare miglior consiglio. La nuova esce insensibilmente, né produce altro che un lampo di letizia per la sua bellezza e bontá. Ma l’esser poca non permette che si disusi la vecchia, ancorché fosse aborrita. Intanto la nuova si comincia a consumare ed il popolo vi s’avvezza.

È tempo ch’io ragioni dell’argento, il quale io stimo presso di noi essere in buonissimo stato ed ordine. La prudenza di chi oggi ci governa ha conosciuto questo vero, ed ha battute le nuove monete imitando le antiche, quanto è a dire in dodici once mettendone undici di puro metallo, ed il resto riservandolo per la lega, fattura e dritto di zecca, e valutandole secondo l’alzamento fatto alle monete dal marchese del Carpio del trentadue per cento. Prego il supremo Autore del tutto e i santi tutelari di questo Regno che vogliano, poiché a sí felice etá e sotto cosí giusti principi ci hanno condotti, lungamente conservare a noi non meno la loro preziosa vita che le massime istesse di governo savie e generose, le quali, come alla pietá del principe, cosí alla virtú de’ suoi ministri ancora sono dovute.

Molti dicono che si convenga alzare il valore all’argento, o sia mutare la proporzione tra questo e gli altri metalli. Il che io non credo sia vero; ma, quando lo fusse, sarebbe miglior consiglio mutare il valor del rame e dell’oro. Trattandosi di proporzione, la cosa è la medesima, ma non gli effetti. Mutato il rame, il commercio soffre minor disturbo nella mutazione de’ prezzi; mutato l’oro, che è tutto straniero fra noi, non ne prenderanno i sudditi timore: ma questa mutazione, lo replico [p. 121 modifica] di nuovo, non è necessaria, né sarebbe utile a cosa alcuna. Altri credono esservi difetto nelle monete d’argento, vedendo spariti i ducatoni e mezzi ducatoni battuti dal marchese del Carpio, uomo d’immortale e gloriosa memoria. Ma costoro non avvertono che questo non può nascere dalla miglior qualitá del loro argento, perché le «tredici grana» e le «ventisei», che sono suddivisioni loro, sono abbondantissime; e pure non solo esse sono della stessissima qualitá, ma hanno minor valore estrinseco, perché, per evitar le frazioni, invece del trentadue per cento, furono alzate solo del trenta. La causa adunque dello sparimento di questa moneta egli è ch’essendo la piú antica, per molti accidenti il tempo l’ha consumata. Inoltre le monete grosse si logorano meno delle piccole, onde vi è minor perdita a liquefarle; e di questo sparir di esse non è da accorarsene piú che dell’essersi disusate le monete de’ re Aragonesi ed Angioini.

L’oro appresso di noi era tutto forestiero, ma in questo anno se n’è battuto un poco in tre differenti grandezze, di due, quattro e sei ducati nostri, chiamati «zecchini», «doppie» ed «once» napoletane. Delle monete forestiere, che corrono in un regno, io ragionerò in altro luogo: qui dirò solamente che l’oro è metallo cosí prezioso e necessario, e gli errori in esso sono tanto gravi, che si converrebbe trattarlo del tutto come mercanzia e gemma, anche se nella zecca propria fosse coniato. L’esperienza ha fatto conoscere a’ sovrani ch’era bene lasciarlo correre a peso, e non sull’autoritá del conio; e perciò da per tutto s’usa pesarlo, e l’impronta assicura solo il prezzo al peso: sicché in parte giá si tratta come mercanzia. Io desidero e prego il cielo che faccia anche conoscere a chi regge quest’altra veritá, che, siccome il peso è lasciato al libero esame di ciascuno, cosí si avrebbe a lasciare anche il valore, e l’impronta riserbarla solo ad autorizzare la bontá della lega. Cosí facendosi, avrebbe perfettissimo regolamento la moneta, e non si richiederebbe tanta arte e studio a medicare i mali, che in quel caso non potrebbero generarsi in lei. So bene che la cognizione delle veritá appartenenti al governo è lentissima, e piú lenta ancora è l’introduzione di que’ miglioramenti che da gran tempo sono giá [p. 122 modifica] conosciuti; onde sembra piú da desiderare che da sperar questa cosa. Ma io non ne dispero ancora, fidato sulla virtú del principe che ci governa.

Nelle cose della politica non è come nell’altre scienze, che sempre si vanno di dí in dí migliorando: esse non hanno continuata progressione. Quando la divinitá fa agli uomini il maggiore de’ suoi doni, dando loro un principe di straordinaria sapienza e fortezza, si ordina uno Stato: morto lui, siccome passano molti secoli prima ch’egli abbia un degno successore, le cose non migliorano piú, e appena s’ottiene che lentamente e non a precipizio si vadano corrompendo. Né da’ ministri inferiori, ancorché virtuosi, è da sperar cosa alcuna. Sono essi troppo distratti dal timore e dal desio di loro privata grandezza; e le grandi imprese, se non sono sostenute da chi è superiore all’invidia e alla malignitá, rare volte riescono; e, sempre che si sbagliano, sono funeste a quell’onorato ministro, che le avea promosse o consigliate.