Della moneta/Libro II/Capo II

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../Capo I

../Capo III IncludiIntestazione 16 maggio 2018 75% Da definire

Libro II - Capo I Libro II - Capo III
[p. 85 modifica]

CAPO SECONDO

I

della natura della moneta in quanto ella è comune
misura de’ prezzi, e delle monete
immaginarie e di conto

Che sia moneta ideale — Principi da stabilirsi intorno alla mutazione de’ prezzi, cagionata dalla mutazione della misura, cioè del danaro — Che il mutarsi la comune misura de’ prezzi è incomodo inevitabile — Che la moneta immaginaria non è misura piú stabile della reale — Qual cosa sia invariabile misura — Forse questa misura stabile è l’uomo — Ragioni di questo sentimento — Delle monete di conto — Che è inutile il determinare il conto con certe monete sole — Si conferma colla Francia — Considerazioni sul primo capo delle Rimostranze delle monete a Blois — Considerazioni sul secondo capo — Considerazioni sul terzo — Editto di Errico quarto — Motivi di questo editto — Se sia vero che la grandezza della moneta di conto sia indizio delle ricchezze del popolo che l’usa — Considerazioni sulle false doglianze per la non conosciuta mutazione del prezzo intrinseco de’ metalli — False doglianze di carestia in prosperitá e buon governo, onde nascano — Continuazione dello stesso soggetto — Sciocchezza del volgare elogio d’un paese, che i viveri vi sieno a buon mercato — Il maggior valore delle merci è segno di buon governo — Perché si chiami «carestia» il prezzo caro — Differenza fra l’incarire per calamitá o per prosperitá — Spiegazione di due avvenimenti strani del nostro Regno — Conclusione — Errore di credere aumentati i dazi de’ secoli passati.

Avendo dimostrata quale sia e quale uso naturalmente presta la moneta allor ch’ella compra ed equivale a tutte le altre cose, vengo a dire di lei come d’una regola della proporzione, che hanno le cose tutte a’ bisogni della vita, che è quel che dicesi, con una voce sola, «prezzo delle cose»; e, perché piú [p. 86 modifica] ordinariamente si apprezzano le merci con monete immaginarie o di conto, dirò di queste ancora.

Dicesi «moneta immaginaria» quella che non ha un pezzo di metallo intero, che le corrisponda per appunto in valore. Cosí lo scudo romano è divenuto oggi moneta ideale, perché, non zeccandosi piú moneta che contenga dieci paoli d’argento, lo scudo non si trova piú in piazza corrente, ma solo da’ curiosi si conserva. Tale è la nostra oncia, la lira sterlina inglese, la lira di conto in Francia, il ducato d’oro di Camera, il ducato di banco veneziano, e moltissime altre monete. Per ordinario questa istessa moneta ideale suol essere di conto, cioè a dire con essa si stipola, si contrae e si valuta ogni cosa: il che è nato da una medesima cagione, che le monete, le quali oggi sono ideali, sono le piú antiche d’ogni nazione, e tutte furono un tempo reali, e, perché erano reali, con esse si contava. Ma, avendo i principi variata la mole e la forma delle monete, sono quelle divenute immaginarie, e solo ritenute nel conto per maggiore facilitá. In alcuni paesi, come in Francia, con editti severi de’ sovrani è stato varie volte regolato che solo con alcune monete si potesse stipulare e contrarre, e non con altre; e questa cosa è stata ivi creduta importantissima. Ma quasi tutte le nazioni, come è fra noi, non hanno legge che le costringa: l’uso sí bene ha introdotto che si computi con tre monete diverse, delle quali l’una contenga l’altra un numero di volte intero e senza frazione; e sono questi numeri quasi da per tutto il venti ed il dodici. Cosí noi computiamo in ducati e tari, che sono la quinta parte di essi (ed ambedue sono monete d’argento reali), e grana, che sono la ventesima parte del tari, e sono di rame, che poi dividiamo in dodici parti, dette «cavalli» dall’antico impronto che ebbe questa moneta de’ re aragonesi, ed oggi è divenuta immaginaria, non battendosene piú per l’eccessiva piccolezza.

Ora, per ragionare piú minutamente sulle monete di conto e sulle ideali e della loro utilitá, dico come egli è da stabilirsi per assioma che, quando il prezzo d’una cosa, o sia la sua proporzione con le altre, si cambia proporzionatamente con [p. 87 modifica] tutte, è segno evidente che il valore di questa sola, e non di tutte le altre, si è cambiato. Dunque, se, un’oncia d’oro puro valendo o sia essendo eguale a dieci tumoli di grano, a quindici barili di vino e a dodici staia d’olio, si cambiasse poi questa proporzione, sicché un’oncia d’oro valesse venti tumoli di grano, trenta barili di vino, ventiquattro staia d’olio, è certo che l’oro solo è alzato di prezzo, e non si sono sbassati gli altri generi.

Perché, se fosse il solo grano sbassato, si vedrebbe, sì, valere venti tumoli un’oncia d’oro, ma il vino e l’olio non avrebbero cambiato il loro prezzo. Né si può dire che tutti tre siano sbassati; perché una cosí eguale abbondanza in tutto è cosa tanto rara, che si può avere per impossibile. Dunque bisogna concludere che, quando tutto incarisce, e non è questo un momentaneo alzamento né diseguale (perché le guerre, le carestie e le calamitá è vero che producono incarimento, ma questo non è di molti anni, né proporzionale in tutte le cose), la moneta è quella ch’è avvilita; e, quando ogni cosa avvilisce, è incarita la moneta.

Questa conseguenza la reca necessariamente con sé l’essere la moneta la comune misura di tutto. E certamente non è questo senza incommodo, ed è anzi, come io dimostrerò, cagione di gravi abbagli; ma, a volergli evitare, bisognerebbe trovare una comune misura che non soffrisse movimento nessuno. Però questa è piú facile desiderare che poterla rinvenire fralle umane cose. Niente è meno da sperar in questo mondo che una perpetua stabilitá e fermezza, perché questa ripugna intieramente agli ordini tutti e al genio istesso della natura; siccome per contrario niente è piú uniforme all’indole di lei che quel costante ritorno de’ medesimi accidenti, che in un perpetuo circolo, ora piú, ora meno tardo, si ravvolgono infra certi limiti in se medesimi, e quell’infinito, che non hanno nella progressione, lo hanno nel giro. Perciò una misura costante ed immutabile non occorre sperarla né ricercarla. A lei si è sostituita una lenta mutazione e meno sensibile. Or questa disparitá corre tra la moneta ed il grano e gli altri generi piú necessari all’uomo, che il grano soffre mutazioni grandissime nel suo prezzo in assai corto spazio di [p. 88 modifica] tempo; ma, per lo costante periodo delle naturali vicende, si può quasi con certezza affermare che, prendendo il termine medio di venti anni di raccolte d’oggidi, e quello di altrettanti anni al tempo di Augusto (data la medesima popolazione e coltivazione del grano), nel nostro Regno il valore del grano in tempi cosí distanti tra loro sia stato per appunto lo stesso. Il metallo al contrario in questo tempo ha sofferta grandissima varietá, talché una libbra d’oro a’ tempi d’Augusto non eguagliavasi a tanto grano quanto ora, ma ad assai maggior quantitá. Sicché, siccome il prezzo del grano si misura sull’oro, cosí il prezzo di questo bisogna rettificarlo, nelle grandi distanze de’ secoli, sul grano. Il suo periodo l’oro l’avrá, perché tutto quel, che è in natura, lo ha; ma quale e quanto e’ sia, per la vasta distanza di secoli che forse richiede, né si sa, né giova il volerlo sapere. Adunque, come io ho detto di sopra, una comune misura, che ha lenta variazione, si può usare quasi egualmente bene che la stabile, dappoicché questa non v’è. Sono però certuni, anzi essi sono molti e savi uomini, i quali sonosi persuasí che la moneta immaginaria sia una stabile e ferma misura, e perciò la esaltano e glorificano, e di lei sola vorrebbero che si facesse uso ne’ conti. Altri, forse piú sensatamente, credono che il rame sia quello, che di tutti i metalli, siccome è il piú basso, cosí soggiaccia a minori vicende, non crescendone mai l’aviditá o il lusso né la premura di scavarlo: le quali materie sono degne della nostra riflessione. Io cercherò adunque sapere se vi sia maggiore stabilitá nella moneta immaginaria o nella reale; poi se vi sia utilitá in usare solo certe monete nel conto, e se debbono esser queste reali o immaginarie; finalmente sará giovevolissimo scoprire quali e quanti inganni ed ingiuste doglianze produca la falsa opinione del popolo, che crede la moneta una misura immutabile e non sente i movimenti di lei.

Se la moneta immaginaria fosse un nome assoluto d’un numero esprimente un’idea di prezzo, e questa idea fosse fissa nelle menti nostre, e tanto da ogni cosa staccata, che a’ movimenti di nessuna non si turbasse, certamente sarebbe invariabile e costante; ma tale ella non è per essere giammai. Perocché, [p. 89 modifica] per esempio, l’oncia nostra è moneta immaginaria; ma, essendo ella determinata a valere sei ducati, ed il ducato essendo moneta reale e mutabile, secondo si muta il ducato si muta anche il prezzo dell’oncia, e cosí veramente è avvenuto. Noi leggiamo che Tommaso de’ conti di Aquino, dell’ordine de’ Predicatori, poi per le sue virtuose opere e per la sovrumana dottrina dichiarato santo e d’angelica sapienza, avea dal re di Napoli, per lo suo mantenimento alle pubbliche scuole qui, un’oncia il mese; e questa mercede era allora riputata grande. E pure sei ducati oggidí il mese è un povero salario e proprio solo ad uno staffiere; sicché non sei, ma appena sessanta ducati nostri corrispondono in veritá al prezzo dell’antica oncia. Né giova alle monete immaginarie che non si mutino nell’alterarsi il prezzo alle reali o nel cambiarsene la lega e il peso nella nuova zecca. Questo è il comune inganno di moltissimi, i quali credono che, non essendo soggetta la moneta immaginaria a queste vicende, resti perciò immutabile. Ma, siccome è falso che queste sole cose mutino il prezzo alla moneta, cosí è erronea questa opinione. La vera e principale mutazione ha origine dall’abbondanza maggiore o minore del metallo, che corre in un paese. Vero è che questo cambiamento non apparisce in sulle monete; perché, se i principi non le mutano, esse non si mutano mai, ma appare sui prezzi delle robe tutte, e questo torna allo stesso. Il prezzo è una ragione: la ragione, per mutarsi, non richiede se non che uno de’ termini si cambi: se non si cambia la moneta, basta cambiarsi il prezzo di quel ch’ella misura. Così, se un principe volesse mutare le misure delle lunghezze, che usansi nel suo regno, senza farlo sentire, basterebbe ch’egli ordinasse che la statura de’ suoi soldati, la quale era fissa ai sei palmi, sia detta e riputata di dodici palmi, e cosí proporzionatamente ogni altra misura si aggiustasse. Egli avrebbe diminuito per metá il palmo, senza mostrar d’averlo toccato. Quel, che non fa il principe sui prezzi delle merci, lo fa la moltitudine, e con giustizia. Essendo il prezzo una misura de’ sudori della gente, a lei si conviene il disporne; e, se ad alcuna cosa pone il prezzo il principe, egli è obbligato, se vuole esser ubbidito, ad [p. 90 modifica] uniformarsi alle misure del popolo: altrimenti, o non si sta a quel prezzo, o si dismette l’industria; e nell’un modo o nell’altro il principe non consegue il suo fine. Dunque, per conchiudere, questa moneta invariabile è un sogno, una frenesia. Ogni nuova miniera piú ricca, che si scuopra, senz’altro indugio varia tutte le misure, non mostrando di toccar queste, ma mutando il prezzo alle cose misurate.

Qui forse taluno dirá che, se il metallo ha l’incommodo d’aver un prezzo variabile, si dovrebbe usare un altro genere meno incostante. E per veritá molte volte ho pensato se e’ vi sia o no, e veggo che nella natura non evvi alcuna produzione e materia, tolti i quattro elementi, che sia cosí necessaria all’uomo, che non si trovino generazioni intere di popoli privi dell’uso e della cognizione ancora di loro; e appunto gli elementi soli, per la loro abbondanza, non hanno prezzo. Vero è che ogni nazione ha un certo genere di comestibile, che forma il suo primario vitto, ed è, per cosí dire, il suo grano. Cosí è il riso in Oriente, il maitz in America, il pesce secco presso al polo. Su questo cibo pare che si possa, prendendo il termine mezzo delle raccolte, formare una stabile misura: ma. riguardando poi che il prezzo di esso si regge sulla varia coltivazione, e questa deriva dal vario popolo, ognun vede che non si può. Veramente nel nostro secolo, in cui il mondo ha proceduto tanto innanzi nel cammino della luce e della veritá, che pare che a qualche gran termine s’accosti e non ne sia lontano, i fisici sono pervenuti a trovare l’immutabile misura e la maravigliosa unione fra il tempo, lo spazio e il moto, le tre grandi misure del tutto: avendo ragguagliato il tempo dal corso del sole e trovato modo di dividerlo in particelle uguali, le quali fanno misurare dalle oscillazioni del pendolo; e dalla lunghezza di esso, giá ne’ vari siti della terra determinata e dalla velocitá delle oscillazioni ritrovata, sonosi queste tre grandi misure con perpetuo vincolo congiunte insieme. Ma il prezzo delle cose, cioè a dire la proporzione loro al nostro bisogno, non ha ancora misura fissa. Forse si troverá. Io, per me, credo che ella sia l’uomo istesso; perciocché non vi è cosa, dopo gli elementi, piú necessaria all’uomo che l’uomo, e dalla [p. 91 modifica] varia quantitá degli uomini dipende il prezzo di tutto. È ben vero che quasi infinita distanza è tra uomo ed uomo; ma, se il calcolo giungerá a trovarvi un termine mezzo, questo sará certo la misura vera, mentre l’uomo fu, è e sará sempre e in ogni parte il medesimo.

Questa io credo che sia la vera cagione, per cui i popoli della costa della Guinea si crede che abbiano una misura costante e ideale. Essi numerano colle «macute» (che vagliono dieci unitá) e il «cento», e per apprezzare costumano far cosí. Fissano il prezzo della loro mercanzia, che suol essere un uomo negro, a un dato numero di «macute»; per esempio uno schiavo di sotto a trent’anni sano e perfetto, che si dice «pièce d’Inde», a 305 «macute»: poi cominciano ad apprezzare quel che in cambio desiderano da’ nostri, dicendo che un coltello vale due «macute», uno schioppo trenta, dieci libbre di polvere trenta, e cosí fin tanto che giungano a 305 «macute»; ed allora, se il mercante europeo si contenta, siegue il cambio. Cosí si conta a Loango sulla costa d’Angola. A Malimbo e Cabindo usansi nel modo istesso le «pezze», ognuna delle quali corrisponde a trenta «macute». Credono i nostri mercanti che queste voci sieno puri numeri astratti, e perciò comodissimi; e cosí pensa il Savary1 e l’autore del libro dello Spirito delle leggi. Ma a me pare impossibile l’introduzione presso un popolo di questo numero astratto, e credo fermamente che da per tutto la moneta, con cui si paga, è quella con cui si conta. Il vero è dunque che, essendo la principal loro mercanzia gli schiavi, la loro moneta è l’uomo: moneta invariabile e di facile computo, quando in lui si valutino, come essi fanno, le sole qualitá del corpo. L’uomo è colle «macute» apprezzato, quasi le «macute» fossero suddivisioni del suo prezzo; ed ivi si vede per esperienza esser la piú costante valuta quella dell’uomo. Può essere che in un popolo cessi il costume d’aver servi; ma, fin ch’ei l’abbia, il prezzo loro sará il meno mutabile. [p. 92 modifica]

Ora, ripigliando il nostro istituto e discendendo a ragionare sulle monete di conto, posso credere d’aver rischiarito quanto sia inutile (per la mancanza di moneta stabile) determinare con legge le monete di conto. E veramente, se in ogni Stato ben regolato tutte le monete sono d’una eguale bontá e la proporzione fra i tre metalli è giustamente stabilita, a nulla monta come e con che si conti. Se le monete sono diseguali, ma tutte hanno libero corso, si stipulerá con le buone, ma ognuno procurerá pagare con le cattive, e cosí le buone escono fuori dello Stato; e, se si ordina che con quelle istesse monete si commerci con cui si stipula, questo è lo stesso che supprimer le monete cattive, ed allora, non battendosi le nuove, resta lo Stato senza moneta: e sempre questo stabilir le monete di conto resta inutile e vano. Che se il legislatore fa questo statuto per aver comoditá di cambiar la valuta alle monete che non son di conto, egli si prepara male ad una malissima operazione e calamitosa; mentre, siccome si può dar caso, in cui l’alzar tutta la moneta, o tutta quella d’uno stesso metallo, non sia dannoso, cosí non vi è mai caso, in cui il mutarle ad una parte sola delle monete d’un metallo possa non nuocere, nonché giovare. Vero è che, la moneta d’oro non essendo quasi presso nessuna nazione adoperata nel conto, si crederá che questo metallo tutto si possa alzare, senza toccare il conto; ma a ciò fare (oltrecché l’oro sopra ogni altra moneta non si dee mai toccare) non occorre far legge, perché, quando l’autoritá suprema alza la moneta, se ella vuol trar profitto da quel c’ha fatto, conviene che sia la prima a violarla. Ella dee essersi obbligata nella moneta istessa, in cui ha imposto a’ suoi sudditi che contassero, e, questa non avendola toccata, dovrá pagare coll’altre alzate di prezzo o rifuse; e cosí quella legge, ch’ella la prima ha infranta, da niuno sará eseguita, e ne seguiranno que’ mali, che, ove dell’alzamento si parlerá, saranno a lungo dichiarati.

La veritá di questo si conosce meditando sugli accidenti della Francia. Nella celebre adunanza degli Stati a Blois, il 1577, da Errico terzo fu proibito l’antico conto in lire, soldi e danari, e sostituito quello dello scudo d’oro. I motivi dell’editto erano [p. 93 modifica] stati in una rappresentanza della Corte delle monete esposti ed approvati dal re, e sono i seguenti: I. Che si era eccessivamente accresciuto il prezzo delle mercanzie. II. Che si ricevea meno moneta da’ forestieri, che compravano i generi prodotti dalla Francia. III. Che alcune monete, di cui non era alzato il prezzo nell’alzamento fatto, erano state da’ negozianti stranieri aumentate. IV. Che negli affitti e censi stipulati in moneta si perdea molto della vera rendita. V. Che il re perdea molto sulle sue rendite.

Quello, che un uomo savio può su questo editto riflettere, dá lume all’intiera scienza della moneta. In primo si vede che questa rappresentanza espone i danni fatti dall’alzamento: ma questo non ha, né può avere, connessione veruna colla moneta di conto: ed era piú ragionevole domandare uno sbassamento, e non quel che nell’editto s’impose. Né è da dire che si chiese il computo in moneta invariabile, e cosí a’ danni dell’alzamento si chiedea quasi tacitamente riparo; perché, se questa moneta costante non v’è, si domandò una chimera, e la nuova legge d’Errico quarto, che abolí questa, mostra che l’intento non si era ottenuto. Inoltre tutti credono che la moneta immaginaria sia piú stabile della reale; e pure la Corte delle monete domandò una legge da trasportare il conto di lire immaginarie in scudi reali, per averlo cosí invariabile. Cosa stravagante al certo. Né è meno strano che si cerchi aver stabilitá e sicurezza per mezzo di editti ed ordinanze, che sono appunto quelle che la tolgono. Se ella si volea cercare, si potea rinvenire nella natura delle cose, e non altrove.

In secondo luogo anche le doglianze contro l’alzamento non sono tutte vere. La prima, ch’è piú generale, è degna di riso, essendo falso che dopo l’alzamento incaricano le robe. Incariscono di voce, e non di fatto; perché l’alzamento non è che una mutazione di nomi, e que’ nomi, che muta la moneta, gli mutano i prezzi delle merci del pari. Si rassomiglia questo a un uomo, che, dovendo pagar cento ducati, fosse obbligato a pagarne duecento mezzi, e si dolesse che, ove prima sentiva il suono del numero «cento» all’orecchio, ora sente l’altro piú spaventevole di «duecento». Inoltre è per evidenza certo che, quando si [p. 94 modifica] compra caro, si vende anche caro; sicché il lagnarsi de’ prezzi alzati era un lagnarsí che le cose si vendeano bene.

Né è vero che i forestieri vi guadagnino (che è il terzo capo di lamento); perché gli stranieri, non essendo sovrani negli Stati altrui, soggiacciono essi ai prezzi posti da’ nazionali ed alla medesima mutazione di nome; e insomma tanto gli uni che gli altri sotto qualunque denominazione debbono dare lo stesso peso di metallo. Ma di questo si dirá in appresso. Per ora mi basti, per sollevar col riso l’animo di chi legge, il fargli avvertire che l’alzamento de’ prezzi va direttamente a distruggere ogni effetto dell’alzamento della moneta, e, mantenendo la stessa realitá, muta le voci. Quando dunque i francesi dolevansi d’ogni cosa incarita, si dolevano che l’alzamento tanto abborrito non avesse avuto il suo effetto; onde pare che ne desiderassero un altro. E certamente, se le rappresentanze di pochi potessero render colpevole una nazione, in pena l’avrebbero meritato.

Neppure, in quarto luogo, era giusto motivo di lamento che alcune monete, lasciate non alterate dalla legge, lo erano state dal popolo. I. Perché è impossibile che questo provenisse da’ forestieri, i quali in Francia, regno per natura opulentissimo, hanno assai piccolo commercio. II. Perché, se cosí si era fatto, bisogna che cosí la natura il chiedesse; essendo vera massima, e dall’esperienza di tutti i secoli confirmata, che le operazioni de’ popoli sono sempre rivolte a seguire il corso naturale e giusto o a discostarsene il meno che sia possibile; siccome per contrario le costituzioni di chi dee ben governare alle volte lo angustiano e lo violentano, e, se elleno avessero tanta forza in sé, quanto hanno di nocumento, sarebbero capaci di disordinare uno Stato. Ma la provvidenza ha data alla natura nelle sue stesse leggi una forza infinita di conservarsi, che distrugge ogni opera che se le opponga contro e la disfá; e questa forza nella societá si potrebbe ben chiamare una elasticitá morale, di cui altrove parlerò; dove anche si vedrá se sia vero quel che in ultimo luogo la rappresentanza contiene, e si vedrá che o non è vero o non produce danno all’intiero Stato. Frattanto si può conchiudere che de’ mali in essa esposti, falsi o veri [p. 95 modifica] che sieno, niuno ve n’è che col fissar la moneta di conto si possa sanare.

Passiamo ora all’editto di Errico quarto del 1602, in cui quello del 1577 si annullò, e si restituirono le lire, i soldi e i danari. La ragione di tal cambiamento fu, perché quel!’altro conto «era cagione della spesa e superfluitá, che si osservava in ogni cosa, e del loro incarimento». Queste sono le parole dell’editto; e perciò con termini d’imprecazione e d’abborrimento si scaccia e si maledice il conto in scudi, sostituendovi l’antico. Questa ordinanza veramente altro non dimostra se non che coloro, i quali erano allora in Francia da sú, non erano tutti da piú degli altri. Quanto in essa si dice, non può venire che da chi intorno all’arte del governo viva nelle tenebre della maggiore oscuritá. La superfluitá e la spesa sontuosa sono le fedeli compagne della pace e del prospero stato, e l’incarir le merci è il segno infallibile del fiorire d’una nazione; e tutto questo era dovuto alla sapienza di quel virtuosissimo re. Dunque, per dir tutto in uno, la Corte delle monete fece fare ad Errico quarto un editto contro il suo buon governo, e le voci inconsiderate della moltitudine lo spinsero a dar rimedio al bene infinito ch’egli facea alla Francia, la quale perciò come suo restauratore e padre meritamente l’onora. Buono è che non fu meno frivolo il rimedio di quel che fosse sognato il male. E che cosí fosse, si conobbe, perché la Francia, crescendo sempre in ricchezze, vide ognora piú crescere la perseguitata superfluitá delle spese.

Che se alcuno mi chiede qual mai potesse essere l’apparente ragione di questo editto, io gli risponderò che, dopo avervi meditato, appena la trovo; ma certo fu una di queste. In primo io osservo che, quando uno si duole, rare volte ne indovina la cagione, e sempre ne incolpa quell’ultimo avvenimento, che gli è piú fresco nella memoria. Forse cosí i francesi, sovvenendosi ancora dell’antico conto in lire e della premura grandissima con cui Errico terzo l’avea proibito, né sentendosi del presente stato contenti (come è la natura de’ popoli, pronta a sperare piú di quel che si debba ed a soffrire meno di quanto è necessario), [p. 96 modifica] attribuirono al conto in scudi d’oro ogni colpa, ed in tanto ar dorè di vederlo annullato si accesero, che il re fu costretto a render sazie le loro brame con una mutazione, che in sé non conteneva niente d’utile né di danno. Può essere, in secondo luogo, che allora si credesse quel che da molti savi ho udito anche io replicare, che sia un indizio delle ricchezze d’una nazione la grande valuta della moneta in cui numera. E questo io credo derivi dall’essere al nostro tempo gl’inglesi ricchissimi; e, poiché essi numerano con lire sterline, che è la maggior moneta di conto che usisi da alcuna nazione, da questo incontro accidentale se n’è fatta una massima generale. Per conoscer la falsitá della quale, basta rivolgersi agli esempi della storia; e si vedrá che la Francia, regno potentissimo, ha sempre contato con lire, ch’è moneta assai bassa; e cosí Genova e Venezia; l’Olanda con fiorini; ma, quel che è piú, la Spagna, in quel tempo istesso che era come la maggiore cosí la piú ricca potenza, contava co’ reali e co’ piccolissimi maravedis2. Né questa piccolezza di moneta contribuisce punto alla parsimonia: perché, ove bisognino prezzi grandi, il francese anche oggi usa i luigi d’oro, la Spagna le pezze e le doble, Firenze i fiorini, Genova e Venezia i zecchini, la Germania i tallari e gli ungheri, la Moscovia i rubli. E questo si conosce anche piú da quello che avvenne all’antica Roma. Ella usò la bassissima moneta de’ sesterzi al conto, né mai la cambiò; ma, dappoiché salì in tanta potenza e ricchezze, che sempre le migliaia de’ sesterzi si sentivano, si tacque la voce «mille», e si trovò in un tratto in uso la piú grossa moneta di conto che mai altrove siasi usata, e che corrisponde nel peso a piú di venticinque ducati nostri. Basti questo della moneta immaginaria e di conto: dirò ora degli errori che produce l’insensibile mutazione della misura delle cose, o sia del danaro.

Di grandissima riflessione è degno quello che io son ora per dire; e, se alla vastitá del soggetto non potessi corrispondere [p. 97 modifica] e sotto al peso di lui vacillassi, mi lusingo almeno che i miei lettori potranno dal luogo, ove io mi arresto, con breve cammino avanzarlo fino al termine suo.

Un grande inimico delle buone operazioni del principe sono le grida del suo popolo; non perché sieno sempre ingiuste, ma perché non sono sempre da ascoltare: non altrimenti che i gemiti dell’infermo non debbono sempre esser di regola a chi lo cura, essendo che alle volte non è il male lá ove duole, alle volte il rimedio stesso è doloroso. Perciò le supreme potestá, alle quali è commessa la medicina de’ corpi politici, debbono diligentemente investigare quale origine abbiano le querele de’ sudditi e quale ne sia la cura opportuna. Ed, acciocché in quelle, che s’appartengono alla moneta, non prendano errore, giova dimostrare quel che l’esperienza ci fa spesso conoscere, che, non sapendosi da tutti che le monete non sono invariabile misura, nascono inconsiderati discorsi ne’ popoli, a’ quali dando orecchio i magistrati, si promulgano leggi e statuti, che quanto sono poco pesati, tanto restano (perché alla natura s’oppongono) conculcati o scherniti. A quattro si riducono i principali abbagli. I. Mentre un paese s’arricchisce, s’odono lagnanze di carestia e di miseria, le quali cose però non si veggono. II. S’invidiano le nazioni vicine, i tempi antichi, i quali, in confronto, meriterebbero disprezzo o compassione. III. Si stima che il principe accresca dazi, quando alle volte egli altro non fa che pareggiargli agli antichi diminuiti. IV. Si biasima quel «lusso», quella «pigrizia», quelle «ignobili arti», che si dovrebbero chiamare «opulenza», «mansuetudine», «industria».

Siccome molti savi hanno avvertito, l’uomo è per natura animale insaziabile, e perciò querulo sempre e fastidioso. Da questo viene che delle cose prende sempre a guardare il cattivo aspetto, ed ora la provvidenza, ora i suoi simili, ora se stesso incolpa e biasima, e sempre del suo stato, qualunque siesi, si dimostra scontento. Vero è che i suoi fatti non corrispondono alle sue voci, e che bisogna giudicarlo da’ fatti e non dalle parole. Perciò io stabilisco questa massima fondamentale, che l’uomo quanto è spesso ingiusto, irragionevole [p. 98 modifica] ed inconsiderato nel dire, tanto è regolato ed accorto nelle operazioni, le quali, quasi non se ne avvedendo egli stesso, rare volte si discostano dalla ragione e dalla veritá. Per conoscere ora quale sia il miglior paese per vivere, non bisogna attender punto alle voci d’alcuno, ma guardar dove gli uomini vanno, lasciando la patria, a stabilirsi e dove piú prole generano; e quello è desso. E, sebbene questi ospiti piangessero le terre lasciate (come fra noi molti se n’odono), i padri deplorassero la povertá de’ loro figliuoli; fin tanto che non si veggano ritornarsene o starsi senza moglie, non bisogna prestar loro fede.

Nemmeno bisogna prestarla alle querele di miserie. Quando in un paese cresce l’industria, egli diviene piú creditore che debitore a’ paesi convicini; onde è che, dopo essersi provveduto delle loro merci, tira a sé per le soprappiú il loro denaro. Cresciuto questo e variata la proporzione, tutto appare incarito. Ma, se incariscono le merci, crescono del pari le mercedi ed ogni altro guadagno. Di questo incarire tutti si lagnano come di carestia, né dell’aumento e maggior facilitá degli acquisti (per esser l’uomo d’aviditá incontentabile) mostrano d’accorgersi o rallegrarsi. Solo della spesa si dolgono, quasi il denaro ne passasse a’ forestieri, e non agli stessi concittadini. E queste voci, che veramente non sono di tutto il popolo, ma di que’ soli, che, credendo saper piú degli altri, piú parlano ed a coloro, che non sanno, a parlar come essi, insegnano, spesso hanno potuto tanto sugli animi di chi governa, che ne vengono fuori editti e leggi contro la prosperitá, per promuovere la miseria.

Mi sovviene d’aver spesso udita gente, che, volendo esaltar Roma sopra Napoli, tutto lo scopo del suo discorso lo rivolgea a dimostrare che i prezzi d’ogni cosa erano minori ivi che qui (nel che non entro a vedere se dicessero il vero o no); né s’avvedeano che avrebbero, ciò essendo vero, dimostrata l’inferioritá di Roma. Si possono costoro far restar muti, chiedendo loro se sappiano che nelle cittá della Marca e degli Abruzzi ogni genere di cose è assai piú mercato che nelle due capitali, e se da questo si può, argomentando, conchiudere [p. 99 modifica] che sieno da anteporsi le ville di quelle regioni a Napoli e a Roma; poiché, comunque si dica, resta sempre Roma mezza proporzionale tra Napoli e gli Abruzzi. E pure l’errore di costoro è diffuso tanto, che anche negli animi de’ piú intendenti si nutre: non diverso molto da quello d’ammirare in Roma l’abbondanza de’ latticini, de’ carcioffí e della cacciagione, quasi i prati inculti, i frutti delle spine e gli animali delle boscaglie facessero onore alle campagne d’una capitale.

Bisogna dunque conchiudere, per contrario, che il maggior valore delle cose è la scorta piú sicura per conoscere ove sieno le maggiori ricchezze; e, poiché queste le recano gli uomini secoloro, e gli uomini vanno ove meglio si vive, cosí si può riconoscere ove sia il miglior governo e la di lui figliuola, la felicitá. È pregio adunque per Londra e Parigi che ivi tutto vada piú caro, e queste cittá non diminuiscono per ciò. È pregio questo, che dimostra il nostro secolo migliore de’ passati.

Ma, a voler discoprire onde provenga questo comune inganno, riguardisí che ogni calamitá fa incarire il prezzo alle cose; ma con questa differenza, che l’uno incarimento asciuga il denaro tutto d’un luogo, l’altro l’accresce. La ragione è che nelle calamitá (le quali tutte non sono altro che la mancanza delle produzioni natie) un paese piú prende che non dá, e il denaro perciò va via: nelle prosperitá la maggiore industria fa entrar danaro, ed è utile allora il prezzo caro, perché piú danaro viene. Così le manifatture d’Inghilterra, per la loro perfezione essendo da tutti a gara comprate, tirano in Inghilterra il danaro. Or, se lá si vivesse con meno spesa, elleno valerebbero meno, e meno danaro attirerebbero. Dunque è bene che in Inghilterra si viva caro.

A voler ora discernere l’incarire delle calamitá da quello della prosperitá, che è conoscenza utilissima a chi governa, eccone i segni.

L’incarimento prodotto dalla carestia è di corta durata e vien seguito da un grande avvilimento: quello della prosperitá va aumentando sempre e dura. La ragione di questo è che negli anni, in cui la guerra o la peste o l’intemperie delle stagioni toglie la raccolta, il numero de’ venditori scema in paragone [p. 100 modifica] de’ compratori: dunque i prezzi crescono, e molti s’impoveriscono. Impoveriti che sono, diviene loro impossibile comprar caro alcuna cosa, e o se ne stanno di senza, o partono dal paese, e in ogni modo si scemano i compratori; e cosí i venditori, che hanno anche essi bisogno, e talora grandissimo, di vendere, vendono a quel prezzo che trovano: ed ecco che sbassano i prezzi, ma la povertá e la miseria dura. Inoltre, quando un paese non raccoglie frutti propri, vi si hanno a portar da fuori, e questa spesa s’ha da pagar con danaro, che va via: dopo di che, ogni cosa avvilisce, essendo per la sua raritá incarita la moneta. Ma nella prosperitá l’alzarsi i prezzi nasce dal corso maggiore del denaro; e questo, non essendo disgiunto dall’abbondanza, non solo dura, ma trae da fuori la gente per la speranza del guadagno. Questa reca con sé nuove ricchezze, e vieppiú crescono i prezzi per l’abbondanza della moneta. E qui pare che cada in acconcio spiegare la cagione di due avvenimenti, che non sono rari, benché sembrino strani. Il primo è quello che si osservò, non è molti anni, fra noi. Erasi raccolto poco grano quell’anno, e tutti n’attendeano il prezzo altissimo: ma, essendosi disgraziatamente guaste le ulive, il grano, invece di piú incarire, sbassò il suo prezzo, e sempre cosí si mantenne, mentre udivansi gemiti e querele in ogni lato di carestia. La ragione di cosí inopinato accidente era che, mancato un principal capo d’industria, infinito numero di gente non trovò da lavorare sugli ulivi e restò poverissima. Il povero non può, quando anche il volesse, pagar care le cose; onde fu d’uopo a’ venditori del grano, che non erano men bisognosi, adattarsi al potere de’ compratori, non alla scarsa ricolta. Un contrario accidente si è sperimentato in questo anno, che è stato straordinariamente ubertoso in tutto. Si aspettavano prezzi vilissimi, ma non si sono ancora veduti; e questo proviene dalla stessa abbondanza, che ha cacciato via il bisogno, provvedendo tutti. Chi non ha bisogno non vende e serba a miglior tempo, e, quando non v’è folla di vendere, i prezzi non vanno giú. E cosí la carestia talvolta mena seco il prezzo basso, e l’abbondanza il caro. [p. 101 modifica]

Ora, per terminare, io prego i miei concittadini che, uniformandosi alla veritá, non all’inganno delle voci, si consuolino che la presenza del proprio re abbia fra noi fatte incarire stabilmente le cose, e introdotta quella sontuositá di spese, che è figlia della opulenza e del giro velocissimo del denaro: che riguardino, non con invidia, ma con occhio di disprezzo quel tempo infelice di provincia, in cui i commestibili erano piú vili, perché il denaro era assorbito dalla corte lontana. Prego poi istantemente coloro, che curano la nostra annona, a non lasciarsi condurre in errore dalle voci inconsiderate della plebe, che contro se medesima e i suoi pari stolidamente freme, chiedendo una chimerica grascia, che altro non è che povertá: né vogliano, mettendo i prezzi bassi piú del convenevole, opprimere una innocente parte del popolo impiegata a nutrirci, e, distruggendo i loro moderati guadagni, ricondurci la povertá e la fame col fare risparmiar agli avari quel denaro, che ad altro non è buono che a spendersi in discacciarla.

Il terzo errore è di questi giá detti anche piú pernizioso, facendo ingiustamente accusare il principe di tirannia. Si sente che ogni dì egli accresce i dazi, e questo pare al volgo oppressione e servitú; ma molte volte è falso questo aumento. Ecco perché. L’imposizione suol essere determinata in certa quantitá di denaro, proporzionata sempre al prezzo della mercanzia e ai bisogni dello Stato; e questi bisogni sono le mercedi che il sovrano dá. Quando la moneta aumenta, si conviene accrescere queste mercedi; e, crescendo i prezzi delle merci, non resta la medesima proporzione fra il valor della roba e la dogana di questa; e questo costringe il principe ad accrescere sulla nuova proporzione i dazi, s’egli non vuol fallire. Ma questo non è un vero accrescere: è pareggiare. In tempo d’Alfonso primo furono tutti i nostri antichi dazi aboliti, e ridotti a quindici carlini a fuoco: oggi, oltre le gabelle, pagansi cinquantadue carlini a fuoco. Gli sciocchi invidiano que’ tempi e del presente si dolgono. Miseri che essi sono! Si può dimostrare con evidenza che la moneta sia oggi almeno sette volte di minor prezzo d’allora: dunque que’ quindici carlini sono sopra cento d’oggi. Or che meraviglia, [p. 102 modifica]

se al dazio del fuoco si sono aggiunte le dogane? Senza questo, il Regno non potrebbe sostenere le spese necessarie. Tanto può l’insensibile mutazione del valore intrinseco. E pure quanto fosse disteso nelle menti di molti questo inganno, si conobbe nel furioso tumulto della plebe del 1647, quando la moltitudine inconsideratamente chiese che le imposizioni nuove s’abolissero, e solo restassero quelle d’Alfonso primo, da Carlo quinto confirmate. Né erano men colpevoli che matti in una richiesta, che conteneva il danno e la ruina di que’ medesimi, che la domandavano. Certamente le disavventure lacrimevoli di questo misero Regno non nascevano tutte da’ dazi, che a’ bisogni della monarchia spagnuola si somministravano, ma da troppo diverse cagioni, e che ora non è tempo d’andare enumerando. Ma, poiché insensibilmente a dir de’ dazi sono pervenuto, benché questa parte siasi da me in altra opera, che contiene tutta L’arte del governo appieno disputata, pure non voglio ora trapassare senza dirne quello che alla presente materia si confá. [p. 103 modifica]

II

digressione su' dazi, loro natura e perché
sieno alle volte dannosi

In che consista il male de’ dazi — Cattivo uso de’ dazi — Per quali mezzi e con quali segni declina uno Stato — Naturali effetti della decadenza — Il primo segno della declinazione, che è l’incarimento, è simile a quello della prosperitá d’uno Stato.

Dazio è una porzione degli averi de’ privati, che il principe prende e poi torna a dare. Or, se questa si restituisse a que’ medesimi che la dánno, quando anche fosse uguale a tutto l’avere de’ privati, non nuocerebbe né gioverebbe ad alcuno. Dunque il dazio per sua natura né nuoce né giova; ma, se il dazio non è renduto a coloro che l’hanno pagato, ad alcuni nuoce, ad altri giova. Or, se coloro, a cui si dá, fossero la gente dabbene d’un paese, resterebbero, coll’uso fatto de’ dazi, puniti tutti i cattivi, premiati i buoni. Dunque l’uso de’ dazi può avere in sé utilitá somma ed infinita. Né la gravezza interrompe questo vantaggio, ma anzi lo accresce; perocché tanto diviene maggiore il premio de’ laboriosi e degli onesti, tanto piú aspra la pena degli oziosi, turbolenti ed indegni; dunque non hanno male per grandezza i tributi. Tutto il male loro sta in tre punti: o che non sono universali, o che sono mal posti, o male usati e distribuiti. Nel primo caso non restano tutti gl’infingardi aggravati, e manca il bastante premio a tutti i meritevoli, e lo Stato con maggior incommodo porta minor peso; non altrimenti che, se ad un cavallo voi sospendete la metá del suo giusto carico sulle orecchie, e’ si fermerá e caderá giú per l’impotenza. Questa disparitá è la piú frequente ne’ dazi mal regolati, e fu ne’ governi de’ secoli barbari comune. Possono esser talora mal situati ed interrompere le industrie; e questo di quanto male sia origine, non si può [p. 104 modifica] esprimere con parole, poiché ognuno vede che, se un principe prende la metá degli averi, e dá libertá e comodo d’acquistare, impoverisce meno i sudditi di chi, una picciolissima parte prendendone, togliesse loro i mezzi di potere acquistare alcuna cosa: siccome, se ad un cavallo, che tira grave peso con faciltá colla fune che gli cinge il petto, voi gliela rivolgeste fra le gambe, non solo ogni piccolo peso, ma la stessa fune lo rende immobile o l’atterra. Finalmente la ruina d’uno Stato nasce dall’uso de’ dazi, quando s’impiegano dal principe a premiare i rei, gl’immeritevoli egli oziosi; o pure se questi si lasciano immuni, mentre l’onesta gente è costretta a pagargli; cosí parimente se si consumano fuori dello Stato o se si dánno agli stranieri. Io chiamo «stranieri» coloro che dimorano fuori, o che vengono in un paese ad arricchirsi per andare altrove; ma coloro, che, fuori del paese nati, in esso vengono a stabilirsi, meritano piú de’ nazionali stessi amore e carezze, e quel paese, che piú ne tirerá a sé, sará piú degli altri potente e felice. A questi forestieri dee tutta la sua potenza l’Olanda, un tempo miserabile e paludosa; a questi le sue forze la Prussia; le arti e la cultura la Moscovia; ed essi sono la cagione primaria dell’opulenza, che oggi Napoli sperimenta, essendosi veduto che, ove prima pochi forestieri l’impoverivano, oggi molti, che d’ogni parte vi vengono, la fanno prosperare. Quelli, quasi tanti scoli, conducendosi altrove le loro ricchezze, ancorché bene acquistate, ce le toglievano; questi, oltre a’ propri guadagni, quasi tanti fiumi, derivano anche di lontano le paterne e le avite sustanze, molte o poche che siensi, e, qui spendendole, le fanno sgorgare. Da questo, che de’ dazi ho detto, si conosce che l'esser essi grandi o piccoli non produce bene né male, ma può sibbene far l’uno o l’altro effetto; onde sempre piú si conosce che sono ingiuste le querele de’ dazi accresciuti, essendocché o sono falsi questi accrescimenti, o, se son veri, in se soli considerati, non sono per essere dannosi giammai.

Ora è bene che, innanzi di finire, si dica come e per quali mezzi decade e rovina uno Stato, acciocché cosí si distinguano i veri segni del male dagl’ingannevoli. Le ricchezze d’uno Stato [p. 105 modifica] sono le terre, le case, il denaro; perché gli animali sotto il genere de’ frutti della terra vanno numerati, non producendo i pascoli altro frutto che gli animali. Tutte queste ricchezze le fa sorgere e le consuma l’uomo, il quale è quello che le rende ricchezze: sicché non parrá strano, se da me sará l’uomo istesso come una delle ricchezze riguardato: anzicché egli è l’unica e vera ricchezza. Or di queste cose, che quattro in tutto sono, le due prime sono immobili, le altre due mobili. Però è piú facile al danaro l’andar fuori che all’uomo; perché il danaro, uscendo, fa entrare nel luogo, ch’ei lascia, altre ricchezze in tante mercanzie necessarie allo Stato, che s’impoverisce: ma gli uomini, partendo, perdono sempre parte del loro, perché lasciano e le terre e le case e i parenti e gli onori e la patria tutta, e solo il danaro possono recar seco. Né, quando molti insieme bramano abbandonare un paese, si possono le case e le terre lasciate, vendendole, convertire in equivalente danaro. È adunque meno mobile l’uomo del danaro. Le terre e gli edifici sono del tutto immobili quanto al trapassare; ma questi si edificano e cadono, quelle si coltivano e si steriliscono, e questo è il solo movimento che hanno. Perde ogni sua ricchezza uno Stato, quando il danaro (sotto il qual nome comprendo tutti i mobili preziosi) va via; gli uomini o se ne partono, o si lasciano dalla morte estinguere, non generando piú prole; le fabriche minano; le terre s’inselvatichiscono. L’ordine, che queste cose tengono nell’avvenire, è per appunto il sopraddetto; e tale la natura richiede che sia, secondo la diversa mobilitá loro. Di tutta questa decadenza è cagione la carestia. La carestia nasce talora dall’intemperie delle stagioni, e questa è la minore: perciocché, tolti alcuni esempi rarissimi, le male annate non durano mai piú di tre anni consecutivi; e, se mostrano durar piú, è perché le passate calamitá, impoverendo i coloni, non fanno seminar molto, e, quando non si semina, è certo che non si raccoglie. Viene la carestia anche dalla pestilenza degli uomini: ma questo castigo, come per esperienza si è conosciuto, non è meno da attribuirsi all’ira divina che all’incuria umana; e i buoni regolamenti giungono a [p. 106 modifica] renderlo piú raro. Anche la pestilenza degli animali bovini fa carestia; e questa, quasi in compenso della peste, che s’è giunta a frenare, è venuta in questo secolo frequentemente a ritrovarci senza sapervisi oppor riparo. Ma la guerra è quella, che, essendo la maggiore di tutte le calamitá, anzi sotto il suo nome raggruppandole tutte, è l’ordinaria cagione della carestia e della ruina d’un paese; e, perché dagli uomini in tutto deriva, è male che non ha rimedio, niente sapendo medicare gli uomini meno delle passioni loro medesime.

Fintanto ch’esce il denaro da un luogo, gli uomini non si partono, perché il bisogno non si prova; ma, quando è in gran parte uscito, e la patria non presenta altro aspetto che luttuoso e misero, si partono; e i primi sono coloro che meno lasciano, cioè i mercanti e gli artisti; poi gli altri di mano in mano. Coloro che restano, essendo impediti dalla povertá a prender moglie, accelerano colla morte la spopolazione. La poca prolificazione, oltre alle giá dette, può aver per cagione o la crudeltá del governo, come in Oriente, o la sproporzione delle ricchezze, come in Polonia, o la superstizione, come nell’Africa e ovunque le mogli accompagnano barbaramente la morte del marito colla propria, o il costume barbaro, come è ne’ paesi abbondanti di serragli e d’eunuchi. Quando gli uomini sono diminuiti, non ha rimedio alcuno uno Stato a non ruinare; anzi può l’invasione di esterno nemico renderne piú subitanea la schiavitudine e la distruzione.

Ora de’ segni della miseria, come si vede, niuno rassomiglia a que’ dello stato prospero, tolto questo: che nel principio delle calamitá il denaro sgorga in maggior copia dalle borse ove era racchiuso, e perciò tutto incarisce, egualmente come nell’aumento, quando la moneta entra con piena maggiore. Ma, dopo questo, ogni segno cambia, e nell’avversitá sieguono que’ che ho descritti di sopra, nella felicità gli opposti. I quali, quando alcuno gli volesse vedere sul vero, non ha che a riguardare sul nostro Regno, che oggi gli ha tutti in sé. Ed è questo non alla virtú del popolo, ma al principe dovuto, non essendo mai i sudditi in merito della industria ch’essi hanno, né in colpa [p. 107 modifica] dell’infingardaggine ed oziositá loro. Né è da seguire la comune espressione, che taccia talora le nazioni di viziose, neghittose e cattive. La colpa non è loro: perché è natura de’ sudditi, dopo che al cattivo governo hanno colla disubbidienza inutilmente resistito, armarsi di stupiditá; ed è questa ròcca, siccome l’ultima, così la piú sicura ed inespugnabile, rendendo i sudditi non meno inutili al principe che se ribelli fossero, ed il principe non meno debole che se sudditi non avesse. L’esperienza ha fatto conoscere che l’uomo è piú forte nel patire che nell’agire e che, di chi opprime e di chi tollera, cede prima quello e poi questo, avendo anche l’inerzia i suoi conquistatori: della quale sentenza, oltre ad essere le antiche storie ripiene, si è conosciuta la veritá negli americani, che colla loro brutale insensibilitá, diversa dall’antica loro industria, hanno fiaccata e doma ogni arte degli europei; e cosí si sono in certo modo sottratti a quel giogo, che la loro inerme virtú non avea potuto spezzare. Da questo poi procede che una nazione oppressa teme, per le frequenti battiture avute, e il bene e il male, e diviene cotanto irragionevole, che bisogna fargli utile per forza, come a forza si medica quel cane che dalle ferite del bastone è spaurito.

E questo basti aver detto dell’inganno, che produce l’ignoranza de’ movimenti della moneta. Ora è tempo che di lei piú particolarmente si ragioni, e spezialmente delle monete, secondo i vari metalli onde sono fatte. [p. 108 modifica]

  1. Nel Dizionario del commercio, v. «macoute».
  2. Il Portogallo, non men ricco di metalli, conta oggi ancora co’ reis, egualmente piccolissima moneta.