Della moneta/Libro IV/Capo IV

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Capo IV - Delle rappresentazioni della moneta, che hanno corso nell'umano commercio

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Capo IV - Delle rappresentazioni della moneta, che hanno corso nell'umano commercio
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CAPO QUARTO

delle rappresentazioni della moneta che hanno corso
nell’umano commercio

Divisione di parti — Maniere di rappresentare la moneta — Monete di necessitá, dette anche «obsidionali» — Moneta di carta, usata in America — Come si possa esser mantenuta sí fatta moneta — Varia natura delie carte obbligatorie — Origine de’ banchi e loro natura — Uso delle gemme in Oriente — Perché si sieno disusati i banchi tenuti da’ privati — Istoria de’ banchi piú celebri — Forma de’ banchi di Venezia e d’Amsterdam — Forma e qualitá dell’exchequer di Londra — Istoria della Banca e del sistema di Law in Francia — Utilitá del sistema — Come s’andò formando la Banca e la Compagnia del Misissipi — Abuso del sistema fatto dal Law — Abolizion della Banca e mina del sistema — Considerazioni sul giá detto — Altra spezie di carte obbligatorie sono nate da’ debiti contratti dal principe — Tontine, spezie di rendite vitalizie — Origine delle compagnie — Considerazione sulle cose del Regno di Napoli — Pensiero falso dell’autore dello Spirito delle leggi — Cagioni per cui si sono mantenuti i nostri banchi — Eccellenza de’ loro statuti — Miglioramenti che potrebbero farvisi — Donde venga il grand’uso che noi facciamo de’ banchi — Che cosa sia quel commercio che dá sostegno alle compagnie — Errore che si prende nel giudicar dell’Olanda — Come possa aumentarsi il commercio fra noi.

A voler diffusamente trattare questa parte, che riguarda le rappresentazioni della moneta e che, per la veritá e grandezza degli argomenti suoi, non meno che per la oscuritá misteriosa in cui è ritenuta, si può giustamente dire grandissima, converrebbe comporre un’opera almeno eguale alla presente. Ma, poiché ella non è stata il mio primo istituto, e solamente vi si [p. 266 modifica] può dire attaccata, perciò ne discorrerò con quella brevitá che mi sembra piú conveniente.

Le rappresentazioni della moneta altro non sono che manifestazioni d’un debito. Dalla difficile imitazione nasce la loro sicurezza; dalla fede e virtú del debitore la loro accettazione. È perciò il loro valore composto dalla certezza del debito, dalla puntualitá del debitore e dalla veracitá del segno che si ha in mano. Quando tutti i tre sopraddetti requisiti sono al sommo grado sicuri, la rappresentazione eguaglia il valore della cosa rappresentata, giacché gli uomini tanto stimano il presente quanto un futuro che certamente, ad ogni atto di volontá, divenga presente. Perciò tali rappresentazioni, trovando agevolmente chi le prenda, diventano monete, che si potriano dire in tutto eguali alle vere, se non fosse ch’elle divengono cattive e false, subito che perdono alcuno de’ sopradetti attributi, i quali, non essendo intrinsechi alla natura loro, non vi stanno cosí fermi addosso, come la bellezza e lo splendore a’ metalli componenti la vera moneta. Perciò, dopo che io avrò numerate tutte le sorti di rappresentazioni e narratane l’origine e l’utilitá, mi restringerò a dire come s’abbia a fare per sostenerle in credito in modo tale, che, divenute perfette immagini della moneta, possano al pari di essa girare.

Essendo, come ho giá detto, necessario alle rappresentazioni l’esser sicure dal contraffarsi, hanno i privati usato d’apporre nella dichiarazione de’ debiti loro il carattere della propria scrittura; il quale non solo è con maravigliosa varietá diverso in ognuno e con pari maraviglia sempre uniforme in ciascuno, ma è inoltre difficilissimo ad essere da altri imitato. Ma i principi hanno variamente usata o la scrittura di qualche loro ministro, o il sigillo e l’arme regia improntate sopra carte o cuoio o basso metallo; donde sono nate le monete dette «di necessitá». La sicurezza di queste ultime è fondata unicamente sul terrore delle leggi, che ne vietano l’imitazione, per altro facile; e perciò solo per breve tempo hanno potuto servire. Dell’istessa classe sono le monete «obsidionali», battute da’ comandanti delle piazze assediate, quando, mancato il danaro ed interrotta. [p. 267 modifica] ogni comunicazione esterna, è convenuto dispensare a’ soldati, invece di moneta, segni e promesse certe di pagamento, subito che le angustie dell’assedio si fossero sgombrate. Di tali monete le piú antiche, che si conservino, furono coniate dentro Pavia e Cremona, assediate da Francesco primo nel 1524 e nel 1526. Ne furono poi battute in Vienna, stretta da Solimano secondo, e da’ veneziani, cinti d’assedio in Nicosia, capitale di Cipro, nel 1570, da Selimo secondo. Finalmente nelle ostinate e calamitose guerre della Fiandra divennero frequenti, non meno per la lunghezza degli assedi sostenutivi che per la mancanza del danaro quasi continua nell’un campo e nell’altro; e furono tantoppiú volentieri accettate da’ soldati, quanto il furore e l’ostinazione facea gradire ogni estremo consiglio piú che la concordia o la servitú.

Contro a ciò che ho detto di tali monete, ch’esse non possino usarsi fuorché per poco tempo, si potrá opporre l’esempio delle colonie inglesi d’America, dove corre da moltissimi anni solo moneta di carta, senza che ne sia diminuita la stima. Siccome un fatto tale è stranissimo, merita essere prima dimostrato vero, e poi spiegatane la cagione. Nella Relazione del viaggio all’America meridionale, libro terzo, capitolo nono1, si narra di Boston e della Pensilvania che:


essendo queste colonie cosí grandi, ricche e popolate, pure non usano monete di metalli, ma di carte di figura simile alle monete ordinarie. Sono fatte di due pezzetti di carta rotondi, attaccati insieme e sigillati coll’armi dell’Inghilterra; e di sì fatta guisa sono tutte le monete dal piú basso sino al massimo valore; e con esse si traffica, senza aver bisogno né d’argento né d’oro. Secondo poi si consumano o si rompono, evvi un luogo, che è quasi la loro zecca, ove s’improntano le nuove, e sono poi in ogni cittá o terra altri luoghi, ove si distribuiscono, permutandosi le nuove con le [p. 268 modifica] vecchie malconce, che vi si lasciano e sonovi brugiate. Nel che è meravigliosa la fede e lealtá de’ ministri, che non commettano frodi, moltiplicando a loro prò sì fatte monete. Ma una cosa, che pare tanto strana ed incredibile, cesserá d’esserlo a chi avvertirá essere state le colonie della Pensilvania in grandissima parte popolate da’ quackeri; tanto che con leggi loro si reggono ancora oggidí e fioriscono. I quackeri sono una classe di settari, che, in mezzo a molti ridicoli e stravaganti riti, si rendono ammirabili per l’esattezza con cui osservano le leggi naturali, alle quali sono quasi superstiziosamente attaccati. Né furono bastevoli tutti i tormenti, che si potettero in Inghilterra immaginare, a fargli giurare in un caso, in cui le leggi di quel governo richiedeano il giuramento: tanto che fu forzato il parlamento a dichiarare essere il semplice detto d’un quackero eguale al giuramento solenne dato da chi non è di questa setta.


Si è potuto adunque sostenere un impegno tanto arduo e difficile: I. Perché le colonie della Pensilvania hanno per confinanti i soli selvaggi, donde non temono contraffazione delle loro carte. II. Perché hanno commercio colla sola Inghilterra, sul quale possono benissimo attentamente vegliare. III. Infine perché le azioni straordinarie, e che sembrano superiori alla forza umana, possono ben essere dalla virtú consigliate; ma il solo fanatismo (misera condizione!) e l’impegno ostinato per qualche partito le può fare da tutti costantemente eseguire. Onde è che nelle false sètte si son vedute operazioni, che i cristiani hanno ammirate, senza potere virtuosamente imitare. Sicché da’ quackeri non si può prender l’esempio delle monete di carta ad imitare.

Venendo dunque a ragionare delle diverse spezie di carte obbligatorie, dico che altre manifestano debito d’un privato, altre d’una persona pubblica; e tutte si possono dividere in fruttifere ed infruttifere. Delle carte de’ privati non si parlerá qui, giacché, non essendo le firme loro abbastanza conosciute, e molto meno le facoltá e l’onestá ch’abbiano, di rado accade ch’esse sieno accettate da altri che da’ creditori diretti, e perciò non corrono come moneta. Dirò solamente delle carte esprimenti debito di persone pubbliche. [p. 269 modifica]

Hanno tutte queste carte avuta origine o da deposito o da imprestanza fatta o da unione di societá; donde sono nati i banchi, le rendite dette da noi con voce spagnuola «arrendamenti» e le compagnie.

Cominciarono i banchi dapoiché gli uomini per esperienza conobbero non essere i tre metalli bastanti a’ grandi commerci e a’ grandi imperi, essendoché lo stess’oro, divenuto vile in confronto de’ prezzi di molte merci, dava incommodo grande e pericolo ad essere trasportato e trafficato. Quindi, secondo la varietá de’ costumi, variamente si dètte compenso a sí fatto bisogno. Dovunque era governo giusto ne’ principi e virtú ne’ popoli, si pensò a rappresentar la moneta con segni, che, senza avere alcun valore intrinseco, fussero però impossibili o almeno difficili a contraffarsi. Dove la tirannia e la mala fede non permisero che si potesse riguardar come certa la possessione, qualora si possedeva un pegno sicuro della cosa pregiata, fu d’uopo appigliarsi a’ corpi che contenevano un valore intrinseco tanto maggiore dell’oro, che in piccolo sito restringessero un grandissimo prezzo. Tali sono le gemme. Perciò in Oriente, dove non sono né banchi né sicuri mercanti, usansi le gemme come monete, e que’, che fra noi sono mercatanti di banco, ivi sono gioiellieri. Ne’ viaggi portansi gemme, come noi portiamo lettere di cambio; e finalmente si può dire che usino le gemme piú per moneta che per ornamento: conoscendosi ognora piú vero ciò che nel primo libro ho dimostrato, che la somma sicurezza è nel valore intrinseco, e il prezzo e la stima è dagli uomini conceduta alla bellezza delle produzioni naturali. Sarebbe intanto un tal costume tollerabile in uno Stato, s’ei non contenesse il danno gravissimo delle vaste quantitá di merci che conviene mandare ne’ regni, ove raccolgonsi le gemme, a comperarle; e perciò è pregevolissimo frutto della virtú che la sola fede dia valuta e tramuti in moneta preziosissima un foglio che non costa niente.

I primi banchi erano in mano de’ privati, presso a’ quali depositavasi il danaro, ed erano da essi date le fedi di credito e tenuti quasi que’ regolamenti stessi, che usansi oggi ne’ [p. 270 modifica] pubblici banchi. E, siccome sono stati gl’italiani non solo i padri e i maestri d’ogni scienza dopo la loro restaurazione, ma i maestri e gli arbitri del commercio, perciò in tutta Europa erano essi i depositari del denaro, e dicevansi «banchieri». Ancor oggi la strada de’ Lombardi è detta a Londra ed a Parigi quella ove s’univano i mercanti; e la piazza del Cambio d’Amsterdam chiamavasi piazza Lombarda, giacché i veneziani, i genovesi e i fiorentini erano conosciuti sotto tal nome. Ma, perché in que’ secoli miserabili gli uomini né seppero camminare per le vie del dritto, né giudicare delle azioni altrui sulle regole del vero, furono da’ lombardi commessi, una co’ leciti, molti illeciti commerci, donde furono confusi cogli usurai e perseguitati, non meno perché erano ricchi che perché si credevano cattivi.

Non si può dubitare che tali banchi fossero utili e buoni, mentre i mercatanti, senza pagar grosse usure, trovavano quanto denaro volevano, e il denaro non si fermava ozioso nelle mani degl’inesperti a muoverlo e trafficarlo. Quindi era dagli uomini, mediante la fede e l’onestá, raddoppiata la moneta colla creazione d’un’altrettanta quantitá di moneta di carte, che non costavano mercanzie mandate all’Indie, come i metalli preziosi. Ma, essendo i mercanti in que’ tempi sottoposti ad innumerabili disavventure, non meno per l’avversitá della sorte che per la malignitá degli uomini meno ricchi e piú potenti di loro, avveniva spesso che, fallendo, si perdevano i crediti, e molti restavano poverissimi colle inutili carte di credito in mano. Perciò la repubblica veneta imprima istituí un banco pubblico, e fu poi nel 1609 imitata dalla cittá d’Amsterdam, e dopo da quella d’Amburgo. Nel regno di Guglielmo terzo in Inghilterra il tesoro reale, che essi dicono «exchequer», cominciò a valere quasi come banco pubblico, ove furono versate le ricchezze, ch’erano prima custodite in mano de’ gioiellieri. Finalmente nel 1716 Giovanni Law aprì in Francia la Banca generale, di cui gli avvenimenti tragici e singolari saranno da me piú abbasso rapportati. Anche in molti altri Stati sonosi istituiti banchi quasi in questi tempi stessi, ma di minore celebritá. [p. 271 modifica]

La forma de’ banchi di Venezia, di Amsterdam e d’Amburgo è la seguente. In prima è permesso a ciascuno intromettere denaro nel banco, del quale viene scritto creditore in un libro. Il pagamento si fa poi colla semplice mutazione del nome del creditore in esso libro; con che resta trasferito il dominio. Per evitare le mutazioni della moneta e la varietá de’ prezzi, si è stabilito che il denaro si ricevesse secondo quella quantitá di fino metallo ch’egli ha: donde è venuta varietá di prezzo fra la moneta del banco e la corrente; la quale disparitá è detta «agio di banco». Il denaro, una volta intromesso, non è lecito riprenderlo poi, ma solo si può nel modo sopraddetto spenderlo; onde venne il detto che «il banco buono è quello che non paga». L’utilitá del banco è la facilitá del pagamento, renduto esente da trasporto e da altri rischi, e la sicurtá della custodia, divenuta infinitamente maggiore che nelle casse proprie o de’ privati. Ma tutti sì fatti comodi si conobbe per esperienza non bastare a muovere gli uomini a privarsi della vera moneta, e la fede delle repubbliche non parve neppur bastante ad assicurare i timori degli avari. Quindi convenne forzare gli uomini a depositar la moneta; il che si fece con vietare, mediante l’autoritá della legge, il potersi pagare le lettere di cambio, tutte le grosse mercanzie ed ogni altro gran prezzo, oltre una data mediocre somma, con altra moneta che di banco. Così, ne’ paesi di commercio divenuta necessaria piú dell’oro e dell’argento una moneta, che il compratore era forzato ad usare ed il venditore non potea ricusare, i banchi furono tosto riempiuti. Quello di Venezia è fissato ad essere di cinque milioni di ducati; ma quello d’Amsterdam ha senza dubbio intromessi per quasi trecento milioni di fiorini. Quanti ve n’abbia ora riposti, è incerto, come lo è incerto del pari di quello d’Amburgo. Ma la repubblica, assicurando il banco e rendutasene mallevadrice, fa che non si cerchi riavere quel denaro, che, non esistendo nel banco, dovrebbe dalla repubblica darsi; e, poiché la repubblica distinta da’ privati è un ente chimerico, non si può da lei sperar altro che veder le sustanze de’ privati al bisogno pubblico convertite. E perciò i privati sono creditori di loro [p. 272 modifica] medesimi senza avvedersene, e questo non avvedersene fa che si sia potuto moltiplicare la moneta, rappresentandone piú centinaia di milioni di fiorini, senza doverla scavare. Perciocché è da aversi per fermo che, siccome prima i privati banchieri non lasciavano oziosi i loro depositi, cosí le repubbliche col danaro de’ banchi hanno soccorse le loro gravi necessitá; e cosí gran parte dell’oro depositatovi n’è stato tratto fuori. Sicché il danaro de’ banchi loro ha mutata natura, e da deposito è divenuto imprestito fatto al pubblico; ma imprestito, a differenza degli arrendamenti, gratuito e senza frutto d’interesse. Inoltre s’è conosciuto nuocere al commercio il divieto d’estrarre il danaro una volta immesso: e che, sebbene fosse vero che il banco buono è quello che non paga, è vero altresí che il banco accreditato è quello che non è restio a pagare. Perciò a Venezia s’è istituita una cassa pel pagamento del contante, la quale, lungi dal diminuirle, ha moltiplicate le ricchezze ed assicurata la fede del banco; ed in Olanda è convenuto tollerare il potersi stipulare le vendite in contante, e che molti negozianti pagassero col contante i crediti sul banco mediante un otto per cento di guadagno, il quale otto per cento è quel che vale dippiu la moneta vera e presente che non la carta.

L’exchequer d’Inghilterra, detto anche il Banco reale, non si rassomiglia a’ giá detti se non in quanto le sue fedi sono in libero commercio; ma nella sua origine egli fu un imprestito fatto al principe da’ privati, donde si percepisce frutto. Ma, siccome non è sempre certo il giorno de’ pagamenti né sempre sicuro, di tale probabilitá si fa un commercio e, secondo la maggiore o minore probabilitá, varia il valore di cotesti crediti. Commercio, che non è creduto ingiusto se non dal volgo, solito sempre a dire ciò, che gli duole, contrario alle leggi umane e divine. Ma, se a torto si biasima un commercio, che, convertendo in guadagno il prezzo dell’ardire incontro a’ pericoli, rende fruttifera una merce, che in se stessa non lo è; non si può non biasimare quel governo, dove si lascia correre una moneta, il valore della quale sia sempre incerto ed ignoto. Poiché, essendo quella virtú, ch’è utile alla patria, rare volte [p. 273 modifica] congiunta coll’aviditá e destrezza a guadagnare, accade (come avvenne appunto in Francia) che le mercedi delle virtuose opere del soldato sono portate via dagli agioteurs, che non hanno servita la patria.

La Francia fu priva di banchi di qualunque spezie fino al 1716, quando ne istituí uno Giovanni Law scozzese sotto la protezione del duca reggente. Siccome fu questo il primo passo e quasi la base del sistema suo, di cui s’è tanto ragionato al mondo, e che è certamente stata una delle piú strane produzioni dell’intelletto umano, io credo non essere disconveniente dire quel ch’io di tal sistema ne stimi. La mia opinione è stata sempre che il duca d’Orléans non fosse complice de’ disegni del Law, uomo d’ingegno mirabile e rarissimo, ma senza virtú e senza religione. Quindi credo che sieno stati due i sistemi del Law: uno, pieno di spettri d’utilitá, e ch’era da lui rappresentato al duca ed alla intiera Francia; l’altro, solo destinato a saziare l’avarizia sua, la quale dovea essere tanto piú ardente quanto egli era stato piú lungo tempo povero e miserabile.

Non si può contrastare esser restata la Francia al tempo della morte di Luigi decimoquarto esausta di danaro e, quel ch’è peggio, ripiena di biglietti discreditati. Se tali biglietti avessero avuto prezzo fisso o sicuro, non avrebbe il commercio sofferto danno veruno; ma, poiché essi erano non meno ricusati da’ venditori che trafficati dagli agioteurs con varietá di prezzi grandissima, ne veniva una generale lagnanza contro sí fatte carte, che dicevansi «biliets d’État». Conveniva dunque estinguergli. Con un fallimento, la Francia restava senza moneta affatto ed era distrutta. Con moneta non potevano esser pagati, poiché la corte non ne avea. Dunque s’aveano i biglietti di Stato da convertire in altri, a’ quali il popolo avesse fede maggiore. Quando uno Stato perde la sua moneta, è come un artefice, che nell’estrema indigenza vende gl’istrumenti dell’arte sua. Allora egli è per sempre minato, non avendo danaro per ricomprare i ferri, né ferri per acquistar, travagliando, il danaro. Cosí la Francia non potea coll’industrie e la pace ristorarsi, poiché senza danaro non avean corso l’industrie. [p. 274 modifica] Perciò l’arricchirla di moneta di carte, che non costava mercanzie, ma che dava modo a sostenere le manifatture e raggirarle, era lo stesso che ridonare all’artefice tutti gli ordigni suoi. Allora basta aver tranquillitá e tempo, che subito risorge uno Stato. Ecco l’aspetto utile e bello del sistema di Law. Aveansi ad estinguere i biglietti di Stato, giá decaduti dalla fede pubblica. Doveasi crear nuova moneta, in cui si avesse fede, sicché richiamasse argento ed oro straniero in Francia. Quando poi era la Francia bastantemente ristorata, anche le nuove carte doveano aver la sorte delle prime.

Per distrugger i biglietti di Stato ne fu fatta imprima una riduzione, non con perdita eguale in tutti, ma con distinzione regolata secondo il merito delle persone, che, servendo la patria, erano su di lei rimaste creditrici e con biglietti erano state pagate. Operazione savissima ed atta a rallegrare il popolo; essendoché l’uomo non si consola che nell’aspetto d’altri piú danneggiato di lui, né è meno capace di contentarci (tanta è la nostra malignitá!) l’invidia altrui che la propria prosperitá. Dopo la riduzione, restava ancora un debito di duecento milioni di lire in biglietti. Per consegrar anche un tal residuo alle fiamme, fu proposto l’alzamento d’un terzo di tutta la moneta; e, siccome la Francia, ch’è sei volte almeno maggiore del nostro Regno e piú denarosa, ha sopra seicento milioni di lire di moneta, certamente restava estinto il debito della corte, ma non potea evitarsí che non rimanesse soverchiamente priva di danaro. La Banca generale, avendo stabilito un fondo d’un milione e ducentomila scudi in mille e duecento azioni, quando avesse avuto credito tale, che, anche togliendo dal deposito il danaro intromessovi, non fossero state le carte sue ricusate, accresceva la moneta di Francia ad un grado forse maggiore del proporzionato al traffico suo. Non restava dunque a far altro che sostenere in credito la Banca, ed era la Francia guarita, il debito disfatto. I modi tenuti ad accreditare i biglietti della Banca furono tutti quanti piú ve ne sono. Furono renduti necessari, ordinandosí che con essi soli si potessero pagare i tributi alla corte; donde il commercio loro divenne grandissimo. [p. 275 modifica] Furono dichiarati privilegiati sopra ogni altra carta e quasi sull’argento stesso. E, se in questi termini si fosse restato, niuna operazione piú utile e gloriosa avrebbe avuta il governo del duca d’Orléans.

Ma Giovanni Law non poteva esser contento che del bene suo e d’acquisti sterminati; e, siccome la moneta, ch’egli avea immaginata, erano carte, non curava altro che accrescerne il valore. Così, non contento che queste fossero immagini della moneta, volle farle piú preziose di essa. Non fu difficile ingannare il reggente, e persuaderlo dover esser utile rinvigorimento di quegli ordini, che si conosceva essere stati buoni. Quindi, per render fruttifere, e perciò pregevoli, le azioni, si creò una Compagnia di commercio, piena di larve e sogni di traffichi; ed i frutti delle azioni, non meno solleciti che smisurati, le fecero incarire. Per l’altra parte, si dichiarò guerra alla vera moneta con ferocia e crudeltá incredibile: fu sbassata, alzata, ribassata con salti grandissimi e repentini; poi fu bandita dal regno; indi vietato l’immetterla e permesso l’estrarla; infine tolta per forza a’ possessori e cambiata con carte della Banca, giá diventata «reale» ed incorporata colla Compagnia dell’Indie. In tanta vicissitudine e disordine, si videro i biglietti valere il cinque per cento piú del denaro vero; le azioni della Compagnia esser tanto ricercate, che pervennero ad apprezzarsi il duemila per cento. Quindi seguirono effetti mirabili e che sarebbero immeritevoli di fede, se non fossero avvenuti. Una vedova di Namur, che avea piccolo credito per servigi prestati ad uffiziali nelle campagne, si trovò ricca di sessanta milioni di lire. La banca moltiplicò i biglietti fino a duemila settecento milioni di lire. A proporzione crebbero apparentemente i prezzi delle merci; ed infine tutti i debiti, i censi, le rendite pubbliche furono estinte, e fatta tanta mutazione nello stato della Francia, che si può benissimo dire essere stato l’anno 1720 per essa un anno di giubileo simile a que’ degli ebrei, ma tanto piú singolare quanto piú insolito, meno previsto ed in un regno maggiore. In mezzo a tanto scompiglio, saziò certamente il Law l’animo suo, avendo acquistate sopra quaranta milioni di lire, quasi tutte in contante o in fondi [p. 276 modifica] stabili nobilissimi e regi. Perciò a’ 21 maggio 1720, due anni soli da che il sistema erasi cominciato, gli fu dato il primo crollo colla diminuzione e discredito de’ biglietti, i quali furono poi a’ io ottobre soppressi ed estinti. Cosí, per soddisfare un debito di soli duecento milioni di lire di biglietti di Stato, si restò dovendone duemila e settecento milioni di biglietti di banco. Questa è in breve la storia del sistema del Law. Avvenimento memorabile ed atto a dimostrare quanto possa l’ingegno d’un uomo in mezzo a un popolo furiosamente amatore del nuovo ed incapace di riguardar le cose a sangue freddo.

Intanto può ciascuno comprendere essere stato il sistema dannoso, perché condotto a troppa estremitá; la Francia essersi trovata sana dopo sí grandi accidenti, perché il contadino non sentí il male del sistema, e le terre e i frutti di esse furono favoriti dal sistema, che ne accrebbe i prezzi ed il consumo; e finalmente l’avere un regno una mutazione simile a quella del giubileo, dalla sapienza del legislatore giudaico immaginata, non essere cosa che meritasse non avere fra gli altri legislatori niun imitatore, come quella che contiene in sé talvolta utilitá grandissime e singolari.

Avrebbe la storia della banca reale di Francia meritato ch’io ne avessi piú lungamente e particolarmente discorso; ma, i limiti della mia opera non me lo permettendo, terminerò qui di dire de’ banchi, e dirò degl’imprestiti pubblici.

Sono gl’imprestiti di varia natura: alcuni producono frutto, altri no, e, di que’ che dánno frutto, altri lo dánno per sempre, altri a vita. Della prima spezie sono i depositi de’ banchi convertiti a’ bisogni pubblici, de’ quali ho di sopra ragionato; dell’altra sono tutte le rendite, che noi chiamiamo «arrendamene», «fiscali», «istrumentari»; in Roma diconsi «luoghi di monte» e «vacabili»; in Francia «rentes sur l’Hotel de ville» o «effets royaux»; ed infine in ogni principato con diverso nome sono dinotate. Sebbene i fondi o sia capitali (che in molte parti sono dette «azioni» per lo dritto che dánno a conseguire i frutti) sieno, come ho detto, fruttiferi, pure nel commercio prendono, una co’ frutti e colla probabilitá loro, un valore certo e noto; e cosí [p. 277 modifica] vengono dati e comprati quasí come moneta. Nel nostro Regno, essendosi permesso che sì fatte rendite potessero tutte con fedecommessi, ipoteche e debiti vincolarsi e caricarsi, è divenuta la compra loro un affare molto piú lungo e difficile che non la traslazione delle fedi di credito; onde è nato che le partite d’arrendamene non corrono come moneta. Intanto, perché i dazi destinati a pagare i frutti de’ danari imprestati furono spesso ceduti in solutum a’ creditori, hanno gli arrendamenti cambiata natura, e sono divenute tante societá e compagnie, simili in tutto, quanto alla forma, alle compagnie delle nazioni commercianti, colla sola differenza che gli azionari, detti fra noi «consignatari», s’occupano non in traffichi, commerci e scoperte lontane, ma in amministrare rigidamente e far fruttare quella porzione di tributi stata loro assegnata.

Tra gl’imprestiti con frutto a vita, oltre a’ vacabili noti abbastanza, sono le tornine, invenzione bellissima di Lorenzo Tonti napoletano, proposta la prima volta in Francia il 1653, ma non eseguita se non dopo la morte sua, il 1689. La loro forma è la seguente. Si stabilisce un fondo di danaro diviso in moltissime azioni o, come noi diciamo, «carate»; e queste sono poi ristrette in poche classi, sicché ciascuna classe, per esempio, n’abbia mille. Coloro, i quali hanno azioni in qualche classe, si dividono i frutti dell’intero capitale di quella classe, guadagnando sempre le porzioni de’ compagni che muoiono, e cosí fino che ne resti uno, il quale percepisce tutto il frutto d’una classe, che, morto lui, rimane estinta in beneficio del sovrano. Ma i biglietti delle rendite vitalizie e delle tonfine non possono circolare come moneta, come nemmeno que’ delle lotterie: e perciò io non ne discorrerò piú a lungo.

Le compagnie sono state istituite principalmente per le navigazioni e i commerci dell’Indie e de’ mari lontani, che, quanto erano lucrosi, altrettanto erano ripieni di pericoli, di perdite e di spese grandissime. Le azioni loro spesso si commerciano quasí come moneta, ed, avendo in molti paesi le compagnie dato danaro o pagati i debiti del sovrano, hanno cambiata natura ed in parte sono divenute simili a’ nostri arrendamenti. La forma [p. 278 modifica] loro è in tutte simile, e si potrá comprendere colla descrizione di quella del banco di San Giorgio di Genova, che si può dire la prima di tutte, fatta dall’illustre secretano fiorentino.


Poiché i genovesi — dic’egli2 — ebbono fatta pace con i vineziani dopo quella importantissima guerra, che molti anni addietro era seguita intra loro, non potendo sodisfare quella loro repubblica a quelli cittadini, che gran somma di danari avevano prestati, concesse loro l’entrate della dogana, e volle che secondo i crediti ciascuno per i meriti della principal somma di quelle entrate participasse, insino a tanto che dal comune fussero interamente sodisfatti. E, perché potessero convenire insieme, il palagio, il quale è sopra la dogana, loro consegnarono. Questi creditori adunque ordinarono tra loro uno modo di governo, facendo un Consiglio di cento di loro, che le cose publiche diliberasse, e uno magistrato di otto cittadini, il quale come capo di tutti l’eseguisse; e i crediti loro divisono in parti, le quali chiamarono «luoghi «, e tutto il corpo loro di «San Giorgio «intitolarono. Distribuito cosí questo loro governo, occorse al commune della cittá nuovi bisogni, onde ricorse a San Giorgio per nuovi aiuti, il quale, trovandosi ricco e bene amministrato, lo potè servire; e il commune all’incontro, come prima gli aveva la dogana conceduta, gli cominciò, per pegno de’ danari aveva, a concedere delle sue terre; e in tanto è proceduta la cosa, nata dai bisogni del commune e servigi di San Giorgio, che quello si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior parte delle terre e cittá sottoposte all’imperio genovese, le quali e governa e difende e ciascuna anno per pubblici suffragi vi manda suoi rettori, senza che il commune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato che quelli cittadini hanno levato l’amore dal commune, come cosa tiranneggiata, e postolo a San Giorgio, come parte bene ed ugualmente amministrata; onde ne nasce le facili e spesse mutazioni della Stato, e che ora ad uno loro cittadino, ora ad uno forestiero ubbidiscono; perché non San Giorgio, ma il commune varia governo. Talché, quando intra i Fregosi e gli Adorni si è combattuto del principato, perché si combatte lo stato del commune, la maggior parte de’ cittadini si tira da parte e lascia quello in preda al vincitore. Né fa [p. 279 modifica] altro l’uffizio di San Giorgio, se non, quando uno ha preso lo Stato, che far giurargli la osservanza delle leggi sue; le quali insino a questi tempi non sono state alterate, perché, avendo armi e denari e governo, non si può senza pericolo di una certa e pericolosa ribellione alterarle. Esemplo veramente raro e da’ filosofi in tante loro immaginate e vedute repubbliche mai non trovato, vedere dentro ad un medesimo cerchio, intra i medesimi cittadini la libertá e la tirannide, la vita civile e la corrotta, la giustizia e la licenza, perché quello ordine solo mantiene quella cittá piena di costumi antichi e venerabili.


Molte parti dell’antecedente descrizione converrebbero benissimo alle compagnie presenti, e principalmente a quella dell’Indie orientali d’Amsterdam, la quale è tratto tratto divenuta una repubblica, forse più potente e piú ordinata dell’altra, in cui è nata.

Ora è tempo ch’io restringa il mio discorso a dire delle cose patrie, e principalmente de’ banchi; la conservazion de’ quali, per tanto tempo sostenuta fra noi, ci fa certamente grandissimo onore. All’autore dello Spirito delle leggi è venuto detto che non si possono istituir banchi ne’ regni che hanno commercio di lusso, come la Francia, la Spagna e l’altre monarchie. Ponergli, dic’egli, in uno stato monarchico


c’est supposer l’argent d’un côté, et de l’autre la puissance, c’est-á-dire d’un côté la faculté de tout avoir sans aucun pouvoir, et de l’autre le pouvoir avec la faculté de rieri du tout. Dans un gouvernement pareil il n’y a jamais eu que le prince qui ait eu, ou qui ait pu avoir un trésor; et par tout où il y en a un, dès qu’ il est excessif, il devient d’abord le trèsor du prince3.


Tanto a lui pare impossibile che il principe, benché lo possa, non voglia occupare le ricchezze de’ sudditi suoi. Ma, s’egli avesse riguardati noi, avrebbe veduto un regno certamente [p. 280 modifica] monarchico, e tale anzi che, eccetto i regni barbari dell’Oriente, niuno n’è forse al mondo, ove i decreti del sovrano sieno piú assoluti e prontamente ubbiditi. Un regno, in cui le rimostranze de’ parlamenti e del clero della Francia, che anche è monarchia, parrebbero sediziose. E pure in questo regno avrebbe veduti da antichissimo tempo istituiti banchi, mantenervisi, fiorire ed essere ripieni di tante ricchezze, che alla piccolezza del Regno sono certamente smisurate. Tanto può la virtú di chi regge assicurare i popoli dall’abuso della potestá. Vedrebbe inoltre, in tanto spazio di tempo, come è la vicenda delle umane cose, alcuni banchi aver vacillato per le rapine de’ ministri, ed uno anche (sebbene non per cosí brutta cagione) esser fallito; ma, in tanti e sí vari avvenimenti, in tanto bisogno della monarchia spagnuola, nella frequentissima mutazione di governo, in un mezzo secolo tre volte cambiato, e finalmente nelle ultime guerre ed angustie di pestilenza; vedrebbe, io dico, mai non aver data il governo neppur ombra di timore al pubblico, non avere avuta nemmen per sogno parte alle disgrazie d’alcuno de’ banchi, né essere il danaro del principe, sparso in essi, considerato piú di quello d’ogni miserabile. Questo mirabile innesto de’ frutti della libertá col governo assoluto è la maggior gloria del nostro; e, quantunque abbia pochi e rarissimi esempi, non dovea però quell’autore dall’avvenimento tragico della banca generale di Francia tirar conseguenze universali e dichiarar natura del governo monarchico ciò ch’è difetto in lui. Il che s’egli avesse sempre fatto, non avrebbe composto un libro pieno di massime, che sembreranno vere solo a chi è nato a Parigi, e vi è nato nel secolo decimottavo dell’umana redenzione.

Sonosi adunque mantenuti in credito i banchi nostri, perché la corte ha mostrato quasi non saperli neppure. Il governo loro è in mano di privati onestissimi, i quali, riguardando giustamente la cura del ben pubblico come opera pia e divota, usano un disinteresse sommo e dirò quasi miracoloso. Il danaro depositato vi si conserva religiosamente; e, sebbene noccia il ristagnamento, pure, poiché nuocerebbe piú la perdita de’ banchi, e l’una cosa con l’altra in una monarchia non possono essere, [p. 281 modifica] è bene il restare il danaro nel banco. Ed ecco la differenza tra i banchi delle repubbliche e que’ delle monarchie. Quelli sono atti a moltiplicar la moneta e a soccorrer lo Stato, e sono sostenuti dalla pubblica fede: perciò l'esserne la suprema potestá mallevadrice è buono. Questi sono unicamente buoni a custodire e meglio raggirar la moneta. Gli rende sicuri la virtú de’ privati e il rigore delle leggi, l’allontanamento d’animo del sovrano e l’esistenza del danaro depositato, sempre pronto ad esser renduto: e perciò chiunque ardirá proporre (come taluno v’è stato) di togliere il danaro da’ banchi, dopo che gli avrá garantiti il principe, e rimetterlo nel commercio, sará da me liberamente chiamato inimico della patria e della pubblica tranquillitá.

Meriterebbono gli ordini de’ nostri banchi, che sono tutti prudentissimi, essere fatti noti al mondo, potendone Napoli ritrarre onore; ed io l’avrei fatto volentieri, se dentro i confini della presente opera gli avessi potuti restringere. Ma non si può. Se ne potrá vedere alcuna parte descritta in un’allegazione, fatta, non sono ancora molti anni, in difesa d’un cassiere d’un banco, da uomo che fa onore alla patria ed alla prudenza legale. Le sole cose, che mi pare potriano esservi migliorate, sono:

I. Che tutti s’avrebbero quasi ad unire in un solo. Intendo dire che le fedi di ogni banco fossero liberamente accettate in ciascuno e pagate.

II. Che le contate di cassa si facessero tutte in uno stesso tempo in tutti i banchi in incerto giorno; sicché non potesse la frode d’un cassiere restar ascosa, colla falsa dimostrazione d’un credito, che abbia un banco sopra un altro.

III. Vorrebbe esser minore il numero de’ notai che possono autenticare; acciocché, potendone esser meglio note le firme, fosse meno facile l’abbaglio del pandettario, cioè di quell’officiale cui incumbe riconoscere la veracitá della fede.

IV. In ogni cittá riguardevole del Regno s’avrebbe a scegliere un notaio de’ piú onorati, l’autentica del quale, tenendosi registrata nel banco, non fosse controvertita: con che si aiuterebbe al comodo di chi vive nelle province. E se in qualche cittá, [p. 282 modifica] come Gallipoli e Foggia, si stabilisse un banco o si trasferisse alcuno de’ nostri, non credo potesse esser nocivo.

Parrá agli stranieri mirabile che i banchi di Napoli, non dando frutto nessuno del danaro, a differenza del piú degli altri, né essendo per legge rendute necessarie le fedi ad alcun pagamento, come è in Venezia e in Olanda, parrá, io dico, strano che sieno tanto ripieni di moneta. Ma una meraviglia tale cessa, dacché si riguarda l’indole del popolo inclinata meravigliosamente alle liti ed al negare. Le fedi di credito assicurano non solo il pagamento, ma il titolo d’esso con certi stabilimenti particolari a noi. E cosí ciò, che altrove fa la forza delle leggi e lo stimolo del guadagno, fra noi lo fanno i costumi corrotti e la mala fede. Ma non si può negare che l’aver fatto servire i banchi all’estinzion delle liti sia stata cosa bella e giudiziosa.

Compagnie non sono fra noi, non avendo noi tanto commercio che possa nutrirle. La quale mancanza di commercio è da molti, che invidiano lo stato presente delle potenze marittime, scioccamente attribuita a nostro difetto. Ma questo commercio, come lo intendono essi, non è il principio della grandezza di quelli Stati. Il terreno popolato fa la forza degli Stati; e chi ha piú terre e piú sudditi, è maggiore. Né la potenza può nascere da altro che donde la trassero i romani, cioè dalla conquista e dall’altrui servitú. Questo è il commercio delle compagnie inglesi, olandesi e francesi. Gran conquiste fatte, gran terreni, gran frutti e gran numero di schiavi. Ma, siccome stanno lontani, noi gridiamo: — Commercio! commercio! —, invece di dire: — Armi e virtú militare! — Sulle carte geografiche potremo misurare la minore delle loro colonie, e trovarla grande quasi quanto è tutto il Regno di Napoli.

Io ho conosciuto un uomo rispettato per la franchezza di ragionare delle cose politiche e de’ fatti de’ principi tutti d’Europa. Costui una volta, misurata la provincia d’Olanda, e trovatala minore delle nostre Calabrie, dopo lungo silenzio, tratto un profondo sospiro dal petto, disse: — Guardate quanto vale un pugno di terra paludosa o arenosa, abitata da conigli e da ranocchi! — Ed ognuno a tali detti applaudiva. Intanto altri, [p. 283 modifica] mosso da piú saggia curiositá, volle misurare quanta terra occupavano tutte le colonie e gli stabilimenti olandesi, que’ d’America, della costa di Guinea, del Capo, l'isole di Ceilan, di Iava, di Borneo, le Molucche, ed infine ogni cosa. Ad esse aggiunse le terre di tutti que’ principi tributari, o cosí congiunti che dipendano interamente da loro; e si trovò che tanti Stati, uniti alle Sette province, erano assai maggiori della Francia. Adunque i Paesi bassi olandesi non sono la repubblica, ma il mercato di lei. La repubblica è sparsa per tutto l’universo, ed una gran parte n’è vivente perpetuamente sullo stesso mare. Ora chi riguarderá che l’ingrandirsi uno Stato colla vendita delle merci sue natie è pregio dell’agricoltura, non del commercio, e poi avvertirá a quante merci nate in terreni olandesi ei consuma; troverá che l’agricoltura è la madre delle ricchezze. Dopo l’agricoltura è la pesca, altro fonte di merci e di ricchezze; ed infine è la caccia, dalla quale molte nazioni, come è la moscovita, traggono gran frutto. Tutto il resto è piccola cosa.

Sicché quel commercio, di cui piangiamo noi la perdita e ce ne incolpiamo, lo riacquisteremo, scoprendo nel Mediterraneo qualche luogo ripieno di balene, qualche lido d’aringhe o qualche banco di merluzzi, e quando, tagliato lo stretto di Suez, anderemo prima degli altri all’Arabia ed all’Indie, e saranno nostre le Molucche, Ceilan, Batavia e il Capo.

Io non dico che presso di noi il commercio non possa ricevere grandissimi miglioramenti; e dalla presenza d’un principe virtuoso molto è da sperare e molto giá si comincia ad ottenere. Ma convien esser persuaso che il commercio senz’aumento d’agricoltura (perché di pesche e di cacce non ne abbiamo alcuna) è uno spettro e un’ombra vana. E, sebbene il commercio e l’agricoltura sieno concatenati insieme in guisa tale, che ciascuno è effetto insieme e cagione dell’altro, pure, riguardando piú attentamente, si troverá esser anteriore sempre l’agricoltura al traffico; perché il florido commercio viene dall’abbondanza de’ generi superflui, e questa dall’agricoltura, la quale è fatta dalla popolazione, la popolazione dalla libertá, la libertá dal [p. 284 modifica] giusto governo. Le due ultime noi le abbiamo giá, ed in parte anche la popolazione accresciuta: perché dunque non abbiamo maggior coltivazione? Egli è perché de’ dazi nostri, che non sono in se stessi smisurati, il peso preme troppo piú le province che la capitale: difetto antico e che va a gran passi diminuendo; e, s’egli non lo è del tutto, non solo non può incolparsene il presente governo, ma è anzi mirabile che in sedici anni soli siasi fatta tanta e cosí subitanea mutazione. E se non si conoscesse esserne la causa la somma virtú del principe, sarebbe cosa incredibile e miracolosa.




  1. Un tal viaggio, fatto dagli accademici delle scienze di Parigi, accompagnati da due dottissimi spagnuoli, per la misura del meridiano, è stato scritto dal signor don Antonio de Ulloa: e, siccome egli fu al ritorno fatto prigioniere dagl’inglesi e condotto a Boston, ci dá la descrizione anche di cotesto luogo.
  2. Machiavelli, Ist. fior., viii, 29 (Opere, Firenze, 1853, 1. 410 1). [Ed].
  3. Montesquieu, De l’esprit des lois, liv. xx, chap. 10 (in Œuvr. compl., ed. Paris, Lefèvre, 1835, pp. 352-3) [Ed.].