Della patria degli Italiani

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Gian Rinaldo Carli 1765 D Indice:Manuale_della_letteratura_italiana_Vol_04.djvu Politica Della patria degli Italiani Intestazione 2 dicembre 2018 25% Da definire

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[p. 380 modifica]Sono nelle città le botteghe da caffè ciò che sono nella macchina animale gl’intestini, cioè canali destinati dalla natura alle ultime e più grosse separazioni degli alimenti; nei quali canali ordinariamente quelle materie racchiudonsi, che, se in porzione qualunque obbligate fossero alla circolazione, tutto il sistema fisico si altererebbe e tutti gli umori si corromperebbero a grandissimo detrimento del corpo. In queste botteghe adunque si racchiudono; e, in certa guisa, si digeriscono i giuocatori, gli oziosi, i mormoratori, i discoli, i novellisti, i commedianti, i musici, gl'impostori, i pedanti e simil sorta di gente; la quale, se tali vasi escretorj non esistessero, facilmente nella società introdurrebbe un fatale notabilissimo pregiudizio. Tale però, almeno in alcune ore del giorno, non è la bottega del nostro Demetrio; in cui, se talvolta qualche essere eterogeneo vi s’introduce, per l’ordinario di persone di spirito e di colto intelletto è ripiena: le quali scopo delle loro meditazioni e de’ loro discorsi fanno le verità e l'amore del pubblico bene; che sono le due sole cose, per le quali, asseriva Pitagora, che gli uomini divengono simili agli Dei.

In questa bottega s’introdusse jer l’altro un incognito, il quale nella sua presenza e fisonomia portava seco quella raccomandazione, per cui esternamente lampeggiano le anime delicate e sicure; e, fatti i dovuti offizj di decente civiltà, si pose a sedere, chiedendo il caffè. Si ritrovava per disgrazia vicino a lui un giovine appellato Alcibiade, altrettanto persuaso e contento di sé stesso, quanto meno persuasi e contenti erano gli altri di lui. Vano, decidente e ciarliere a tutta prova. Guarda egli con un certo [p. 381 modifica]insultante sorriso di superiorità l'incognito, indi gli chiede s’egli era forestiere. Questi con un’occhiata da capo a’ piedi, come un baleno, squadra l’interrogante, e con aria, di composta e decente franchezza risponde: No signore. È dunque milanese? riprese quegli. No signore, non sono milanese: soggiunge questi. A tale risposta atto di maraviglia fa Alcibiade, e ben con ragiono, perchè tutti noi, che eravamo presenti, colpiti fummo dalla introduzione e dalla novitù. di questo dialogo. Dopo la maraviglia e dopo la più sincera protesta di non intendere, si ricercò dal nostro Alcibiade la spiegazione. Sono Italiano, rispose l’incognito, e un Italiano in Italia non è mai forestiere; come non lo è in Francia un Francese, in Inghilterra un Inglese, un Olandese in Olanda e così discorrendo. Si forzò Alcibiade di addurre in suo soccorso l’universale costume d’Italia di chiamare col nome di forestiere chi non è nato e non vive dentro il recinto d’una muraglia; perchè l’incognito, interrompendolo, replicò: fra i pregiudizi dell’opinione v’è certamente in Italia anche questo, nò mi maraviglio di ciò, se non allora che abbracciato lo veggo dalle persone di spirito, come parmi che siate voi; le quali con la riflessione, con la ragione e col buon senso dovrebbero aver a quest’ora trionfato dell’ignoranza e della barbarie. Ma fatemi grazia, disse Alcibiade, voi non siete soggetto alle leggi di Milano; e la diversità delle leggi è quella che distingue la nazionalità. Le leggi universali e generali sono, l’ispose l’incognito, fatte per tutti e tutti ugualmente dobbiamo obbedirle: ma, se sotto nome di leggi voi intendete le costituzioni e statuti particolari di un paese, io ho l’onore di dirvi, che, sino a tanto che io dimoro a Milano, sono a questi soggetto quanto lo siete voi; mentre s’io avessi per mia disavventura una lite civile o criminale, sarei giudicato a tenore di questi statuti e non di quelli sotto a’ quali sono nato: cos’i alla line del carnovale mangio in buona coscienza di grasso, vo in maschera, al ballo, al teatro nei giorni ne’ quali per tutto il rimanente d’Italia, e della cristianità di comunione romana, è proibito tutto questo; e come giorni di quaresima si va a predica, si mangia di magro e si digiuna. Tutto quel che volete, replicò Alcibiade: ma è certo che voi non siete milanese, e chi non è milanese è in Milano considerato un forestiere. Sorrise l’incognito, e, dopo breve pausa, riprese: Voi, signore, siete italiano? Alcibiade affermò che si. Io pure sono italiano, disse l’incognito, dunque siamo della medesina nazione; abbiamo amendue il medesimo linguaggio, la medesima religione, i medesimi costumi, lo medesime leggi generali: che importa che voi siate nato fra certe case situate in un certo punto d’Italia, ed io fra certe altre? Che importa, che voi stando qui mangiate di grasso e andiate in maschera i primi giorni di quaresima; e che io, stando altrove, mangi di magro e digiuni? Altro [p. 382 modifica]è, che voi vi chiamate milanese, ed io mi chiami Bergamasco, Fiorentino, Napolitano; come Antonio, Paolo, o Francesco: ed altro ch’io qui, e voi fuori di qua dobbiamo essere amendue egualmente forestieri. Forestiere in Italia è l'Inglese, è l'Olandese, è il Russo; perchè diversi di noi pel clima, per originalità, pel linguaggio, per la religione e per le leggi. Ora se a questi si dà con ragione il titolo di forestieri, come potete immaginarvi che il medesimo titolo debba darsi ad un Italiano in Italia, allorché si ritrova a dieci passi lunge dal luogo della sua nascita?

La conversazione divenne interessante, e fu qualcheduno de’ nostri, il quale, approvando le proposizioni dell’incognito, s’introdusse nel dialogo; riflettendo, che certamente era strano e pernizioso quel genio, che rende gl’italiani quali inospitali e nimici di lor medesimi; donde, per conseguenza, deriva l'arenamento delle arti e delle scienze, e ne viene un impedimento fatale alla gloria nazionale; la quale si offusca, quando in tante fazioni e scismi viene la nazione divisa. Cosa curiosa è certamente in Italia, soggiunse un altro, che ad ogni posta1 s’incontrino viventi persuasi d’essere di natura e di nazione diversi da’ loro vicini, e gli uni con gli altri chiaminsi col titolo di forestieri; quasi che in Italia tanti forestieri ci fossero quanti Italiani.

Cosi è, disse l’incognito, ed io credo che questo genio di dissociazione, di emulazione, di rivalità, discenda in noi come una fatale eredità degli antichi Guelfi e Ghibellini; e quindi fra noi continui la disunione ed il reciproco disprezzo. Per conseguenza di tal principio, qual è quell’Italiano che abbia coraggio di apertamente lodare una manifattura, un nuovo ritrovato, una scoperta, un’opera insomma d’Italia, senza sentirsi tacciato di cieca parzialità e di gusto depravato e corrotto? A tale proposizione un altro caffeante, a cui fé’ eco Alcibiade, esclamò che la natura degli uomini era tale, di non tenere mai in gran pregio le cose proprie. Se tale è la natura degli uomini, riprese l’incognito, noi altri Italiani siamo almeno il doppio più uomini di tutti gli altri, perchè nessun oltramontano, o oltremarino ha per la propria nazione l’indifferenza che noi abbiamo per la nostra. Bisogna certamente che sia così, io soggiunsi. Apparve Newton nell’Inghilterra; e, lui vivente, l’isola s’è popolata da suoi discepoli, astronomi, ottici, calcolatori, geometri; e la nazione difende la gloria dell’immortale suo maestro contro gli emuli e gl’invidiosi stranieri. Nasce nella Francia Des Cartes; e, dopo la di lui morte, i Francesi pongono in opera ogni sforzo per sostenere contro di Newton le ingegnose e crollanti di lui dottrine. II cielo avea fatto [p. 383 modifica]all' Italia primamente dono del Galileo e poi di Domenico Cassini: come sia stato trattato il primo, essendo vivo, ognun sa; e sa ancora che il secondo dovette trasferirsi in Francia, per far fortuna. Fattasi allora comune in cinque che eravamo al Calle la conversazione; e riconosciuto l’incognito per uomo colto, di buon senso e buon patriota; da tutti in varj modi si declamò contro la infelicità, per cui da un troppo irragionevole pregiudizio siam condannati a credere: che un Italiano non sia concittadino degli altri Italiani; o che l’esser nato in uno, piuttosto che in altro luogo di quello spazio di terra

Che Appennin parte, il mar circonda e l’Alpe,

confluisca più o meno all’essenza o alla condizione della persona. Fu allora, che, pregato l’incognito a dichiararci tutti i suoi pensieri su questo argomento, ed animato dalla sicurezza che la nostra bottega di Demetrio diveniva in quell’ora la conversazione delle persone di spirito (giacché qualche eterogeneo col medesimo Alcibiade se n’era partito, per far altrove il rapporto delle novellette del giorno, e poi consumar la sera con una clamorosa partita di tarocco o di cavagnola) egli si rasserenò all’atto, e così cominciò a ragionare.

Voi sapete, o signori, le vicende d’Italia molto esattamente perchè io m’astenga dal rammemorarle; pure permettetemi, ch’io riassuma brevemente la serie di alcune particolarità, per dimostrare l’origine e la cagiono delle divisioni che regnano tuttavia nella nostra nazione. Dacché furono convinti i Romani della gran massima, attribuita al primo dei loro re, di aver gli uomini in un sol giorno prima Mimici e poi cittadini; si determinarono, per salvezza della Repubblica, ad interessare di mano in mano tutta l'Italia nella loro conservazione; e quindi passo passo tutti gl’Italiani ammessi furono all'amministrazione della Repubblica: il perchè si perdettero le antiche distinzioni e denominazioni di quiriti, di latini, di socj, di provinciali, di colonie e di municipj: ma dal fiume Varo sino all’Arsa tutti i popoli divennero in un momento romani. Ora tutti sono romani, parlando degli Italiani dice Strabone; e Plinio chiamò l’Italia rerum Domina, come prima dicevasi la sola Roma. Il presidente Di Montesquieu asserisce nel libro Della grandezza e decadenza ecc. che un tal sistema fu una delle cagioni della decadenza di Roma, ma io credo ch’egli siasi ingannato: mentre nelle circostanze della potenza de’ grandi, i quali con l’oro tiravano al lor partito la plebe per avviarsi sempre più al dominio ed alla monarchia, non ci voleva altro espediente che quello di accrescere il numero de’ votanti nelle tribù, onde con la quantità ed indifferenza de’ voti contrabilanciare la parzialità e corruttela dei venduti cittadini di Roma: e questa verità fu sostenuta anche da [p. 384 modifica]Cicerone in faccia di Silla Dittatore. Se questa massima fosse stata adottata da qualche altra Repubblica nei secoli XIV e XV, tutta Italia si sarebbe allora riunita di nuovo in un centro comune e non sarebbe stata la preda degli oltramontani.

In quei tempi romani, crediamo noi, che un patrizio italiano nato in un angolo dell’Italia fosse più o meno d’un altro nato altrove e in Roma medesima, e molto meno che fosse forestiero in Italia? no certamente, se perfino la suprema di tutte le dignità, cioè il Consolato, comune sino agli ultimi confini d’Italia si rese. Siamo stati dunque tutti simili in origine; che origine di nazione io chiamo quel momento, in cui l'interesse e l'onore unisce gli uomini in un corpo solo ed in un solo sistema. La Monarchia sciolse i vincoli di questo corpo; e gl’Imperadori, dando senza misura il diritto di cittadinanza a molte provincie fuori d’Italia (giacché essa non significava più come prima); le città d’Italia si restrinsero nei rispettivi lor territorj; e, conservando dentro di sé stesse la medesima forma di Roma nei loro magistrati, s’intitolarono Repubbliche; e quindi ritrovasi nelle inscrizioni, quasi in ogni città, l’intitolazione di Respublica. Questa riflessione fuggì dall’occhio degli antiquari, ma con moltissimi esempj si può dimostrare vera e sicura.

Tale divisione facilitò la venuta de’ Barbari, perchè l’ardore per la pubblica causa non esisteva più. I discendenti degli Scipioni, dei Bruti, dei Cassj, dei Pompei, dei Papirj, dei Fabricj ec. non erano più: parte di essi era estinta, altra parte passata a Costantinopoli, altra ne’ chiostri e nell’ordine clericale; né in Roma rimaneva altro che un geroglifico della libertà, nella esistenza del Senato Romano. Sotto a’ Goti pertanto siamo tutti caduti nelle medesime circostanze e ridotti alla medesima condizione. Le guerre insorte fra Greci e Goti, la totale sconfitta di questi, e la sopravvenienza de’ Longobardi, han fatto che l’Italia in due porzioni e in due partiti rimanesse divisa. La Romagna, il Regno di Napoli e l'Istria rimasero sotto i Greci, e tutto il rimanente d’Italia sotto de’ Longobardi. Una tal divisione non alterò la originaria condizione degl’Italiani, se non in quanto, che quelli che sotto a’ Greci rimasti erano, seguirono a partecipare degli onori dell’Imperio trasferito a Costantinopoli; memorie certe ne’ documenti essendosi conservate in Romagna, in Istria, ed in Napoli, dei Tribuni, degli Ipati o Consoli, e delle altre dignità conferite ai nobili di quelle regioni; nel tempo che l’altra parte d’Italia languiva in ischiavitù sotto il tirannico giogo dei Duchi e dei Re Longobardi. Ma, rinnovato l’Imperio di Carlo Magno, eccoci di nuovo riuniti tutti in un sistema politico da per tutto uniforme. Questo fu lo stato d’Italia per undici secoli; e tanto spazio di tempo non basta egli a persuader [p. 385 modifica]gl’Italiani d’essere tutti di condizione fra di loro uniforme e d’essere in una parola tutti italiani?

Qui dolcemente interrogò un Callettante (più per piacere che la conversazione progredisse più oltre, che per vaghezza di opporsi) s’egli credesse, che, dopo tali tempi, gl’Italiani patito avessero sproporzionatamente nella lor condizione qualche politica alterazione; e, per cosi dire, un deliquio; onde variamente una città si alzasse sopra un’altra ad un certo grado di dignità e di grandezza? — Dopo tali tempi, il nostro incognito prontamente rispose, è noto ad ognuno cosa accadesse fra noi. La distanza degl’Imperadori, che non erano nazionali, la loro debolezza, l’ignoranza da una parte; l’intrigo, lo spirito di conquista, la sempre fatalmente incostante ed incerta fede in chi ha in mano la forza, e non conosce altra legge che il proprio interesse e la mal intesa vanità; diede occasione agi’ Italiani e somministrò i modi di risvegliarsi e di porre in moto i sopiti spiriti di libertà; e quindi, ciascheduna città, dal canto suo, tentò di scuotere il giogo, che non da diritto alcuno, ma dalla sola forza traea la sua origine e che era ormai divenuto insopportabile. Allora fu che, modificandosi in vario guise quell’originario e naturale trasporto di obbedire alle leggi e non all’altrui volontà capricciosa, alcune delle nostre città si eressero, o, per meglio dire, ritornarono a’proprj principj di Governo Repubblicano; ed alcune altre, sotto i capi ecclesiastici o secolari, esperienza fecero delle proprie forze contro il giogo straniero. Quindi alcuni cittadini, fatti potenti, delle proprie città divennero Sovrani e Padroni; mentre le altre nello stato di Repubblica si mantenevano. Si direbbe, che ove gli uomini erano resi più vili, o più molli, più corrotti, ivi si formò la sovranità; ed, al contrario, la Repubblica si mantenne, ove le leggi furono rispettate, ove una virtù di moderazione e di consistenza animò gli animi dei cittadini, ove al bene pubblico seppe ciascheduno sacrificare il privato bene e 'l particolare interesse. Felice l’Italia, se questo comune genio di libertà fosse stato diretto ad un solo fine, cioè all’universale bene dell’intera nazione! Ma i diversi partiti del Sacerdozio e dell’Imperio tale veleno negli animi de’ nostri antichi introdussero, che non solo città contro città, ma cittadino contro cittadino, e padre contro figlio si videro fatalmente dar mano all’armi. Allora alcune città, mercè l'industria e ’l commercio fatte ricche e potenti, della debolezza delle altre si approfittarono; nè la pace di Costanza altro produsse fuorché, fomentando la divisione, preparar a tutte le città indistintamente la lor rovina; per quella medesima via, per la quale credevano di evitarla.

Voi avete, disse uno de’ nostri, eccellentemente dipinto in miniatura con mano maestra le varie vicende d’Italia, onde farci comprendere quale è stata e quale è [p. 386 modifica]presentemente la condizione degl’Italiani, e credo che abbiate tutte le ragioni del mondo. In fatti ho io sempre avuto in mente che in sei epoche possa dividersi tutta la storia nostra. E quali sono queste epoche? soggiunse qualcheduno di noi. Eccole, replicò l'amico. La prima può chiamarsi l'epoca dei leoni; allorché cosi forti, cosi feroci, cosi generosi, soggiogarono gl’Italiani, appellati romani, tutto il mondo cognito. La seconda l’epoca dei conigli; allorché, sotto i barbari, si sono intanati nei nascondigli per sottrarsi, non avendo più forza di resistere alla ferocia dei barbari. La terza l’epoca dei lupi; allorché, sotto gl’Imperatori francesi e tedeschi, hanno acquistato vigore politico; hanno potuto difendersi, assalire e mantenersi indipendenti. La quarta l'epoca dei cani; quando per un osso ideale, come era il fine dei partiti de’ Guelfi e Ghibellini, de’ Bianchi e de’ Neri; per l’acquisto d’un pezzo di terreno, o per vanità e per capriccio, una parte di cittadini distruggeva un’altra; ed una città si poneva in armi contro de’ confinanti. La quinta l’epoca delle volpi; allorché, stabilite le varie sovranità e governi, e resa l’Italia oggetto di conquista tanto per gli spagnuoli che per i francesi e per i tedeschi, s’esercitò una politica che arrivò all’estremo rafifinamento; onde resistere, deludere e vincere ancora le forze superiori degli oltramontani: usando, fra le altre, l’arte di mantenere la gelosia fra i potentati maggiori, ed aizzare sempre uno contro dell’altro; e cosi nel conflitto dei combattenti e delle reciproche sconfitte conservarsi nella propria costituzione e grandezza. Finalmente a’ tempi nostri è la sesta epoca; e questa, a nostra grande vergogna, sembra l’epoca delle scimie. Sciolti da ogni vincolo naturale fra di noi, avviliti sotto il giogo politico di certe massime di umanità generale, che rare volte si realizzano ne’ casi particolari; non abbiamo coraggio né di pensare da noi, né di sostenerci; e perciò in Italia si mangia insino e si veste come vogliono ora i Francesi, ora gl’Inglesi; e, fedeli esecutori de’ capricci e delle stravaganze de’ loro cuochi e de’ loro sarti, non sappiamo se domani saremo vestiti come oggi; e se una piatanza, che oggi ci piace, debba domani divenir disgustosa ed impropria. Sin il linguaggio è attaccato da questo contagio di scimiottismo; mentre nelle pulite conversazioni vergognosa cosa é il dir, per esempio, tende o cortine invece di rideaux, canterano invece di burrò, guazzetto invece di ragù, braciolette invece di costolette; e prende grazia al contrario, se, framezzo un serio discorso, s’illardellano le decenti parole, perchè francesi, di culdesac, di culote, di culbuté ec.

Tali veramente debbono sembrare gli ultimi termini compendiosi della storia d’Italia, replicò l’anonimo; e queste sono l'epoche nelle quali può essa distinguersi: ma da tutto ciò non ne risulta altra conseguenza, se non che quella da [p. 387 modifica]me indicata dapprima; cioè che siamo tutti della medesima condizione, come della medesima patria. Sopravvenne, al termine di questo discorso, di nuovo Alcibiade; indotto forse dalla curiosità di conoscere l'incognito, o di sapere l’esito dalla nostra conversazione; e, stando in piedi ritto, con una spezie d’impazienza interruppe il discorso e disse: se le vostre massime fossero vere, non vi sarebbe più distinzione fra città e città, fra nobile e nobile; ed inutili ornamenti sarebbero i contrassegni d’onore, di decorazione, che emanano dalla podestà sovrana, come ricompensa del merito o come un tributo alla memoria degl’illustri antenati.

E che male ci sarebbe, soggiunse l’incognito, se ognuno si disingannasse su questo articolo di vanità e d’illusione? Una muraglia che chiuda e cinga trentamila case ha forse una qualche magica facoltà di fare, che gli uomini nati in una di queste debbano essere più distinti degli altri, che nacquero dentro un’altra cinta di mille; quando tanto nell’una che nell’altra il popolo sia della medesima origine e della medesima costituzione? Non nego però, che dati i pregiudizj che sforzano l’opinione e dati gli scismi che ci dividono, non dobbiamo distinguere le città che non sono ad altre leggi soggette che alle lor proprie; e, dopo queste, distinguere ancora le città di primo e di secondo rango; cioè quelle, che sono state ab antico partecipi della maggiore di tutte le nobiltà, vale a dire della romana; che nel tempo di mezzo ritornarono allo stato repubblicano, e che capitali sono presentemente di provincia o di considerabile territorio, da quelle altre, che origine hanno meno lontana: giacche la dignità e la gloria, tanto delle città che degli uomini, stanno riposte e registrate nelle storie e negli archivi pel merito de’ nostri antichi, più assai che di quello dei viventi. Ugualmente rispettabili sono i caratteri di distinzione che alcuni uomini per onore o per offizio portano sul torace, o come uno zodiaco attraverso della persona da una spalla diritta al lato sinistro o in contrario, o come una stella sulla parte sinistra del lor vestito; onde io venero, quanto un antico Egizio, come se nella superstiziosa Memfi mi ritrovassi, i simboli di alcuni quadrupedi, di alcuni volatili, e per sino dell’ultima stella della coda dell’orsa minore; non che delle intellettuali sostanze dell’empireo: ma non per questo io dirò mai, che un italiano sia qualche cosa di più o di meno d’un italiano. Lo diranno quelli soltanto a’ quali manca la facoltà di penetrare al di là del confine della superstizione e delle apparenze, e che pregiano una pancia dorata più che un capo ripieno di buon senso, o un uomo che per l’estensione delle cognizioni, per lo zelo, per l’onestà, per l’amore del bene pubblico, è utile e benemerito alla patria e al sovrano.

Innalziamoci pertanto una volta, e risvegliamoci per nostro bene, seguitò con energia a dire l’incognito; [p. 388 modifica]ricordiamoci di avere due patrie, cioè, come dicea al proposito nostro Cicerone, unam naturce, alteram juris. Quella di natura è il luogo A B C dove siamo nati; e quella di diritto è l'Italia, in cui tutti siamo constituiti membri d’una nazione, che conta sino a quindici milioni di cittadini. Il Creatore del tutto nel sistema planetario sembra che abbia voluto darci un’idea anche del sistema politico in cui siamo posti. Nel foco delle grandi elissi dei pianeti sta il sole. I detti corpi opachi, che ricevono il lume da esso, vi si aggirano intorno nel tempo medesimo che sopra i proprj assi eseguiscono le loro rivoluzioni. Una forza, che gli spinge per linea diritta contro un’altra che al medesimo sole gli attrae, fa che un moto terzo ne nasca; onde proporzionatamente alle reciproche loro distanze mantengono intorno al centro comune il loro giro. Alcuni di questi globi intorno di sé hanno de’ globi più piccoli, che con le medesime leggi si muovono; ed alcuni altri sono soli e isolati. Trasportiamo questo sistema alla nostra politica nazionale. Grandi o picciole che siano le città, abbiano le particolari leggi nelle rivoluzioni sopra i proprj assi, siano fedeli al loro naturale Sovrano, ed abbiano più o meno di corpi subalterni: ma, benché divise in dominj diversi, formino per i progressi almeno delle arti e delle scienze un solo sistema; e l’amore di patriottismo, vale a dire del bene della gloria nazionale, sia quel sole che le illumini e che le attragga in concorrenza di quella forza di dissoluzione, che sin ad ora con sommo lor detrimento le ha spinte per linea retta, col falso supposto di ritrovare fuori del centro di riunione un bene, che non hanno incontrato mai e che non è ritrovabile. Amiamo dunque il buono nazionale ovunque ritrovisi; promoviamo il bene ed animiamolo ovunque si vegga o languente, sopito; e (lungi da riguardare con l’occhio dell’orgoglio e del disprezzo chiunque tenta di rischiarare le tenebre che l’ignoranza, la barbarie, l’inerzia, l’educazione hanno sparso fra di noi) sia nostro principale proposito l’incoraggirlo e premiarlo. Divenghiamo finalmente italiani, per non cessar d’essere uomini.

Detto questo, s’alzò improvvisamente l’incognito, ci salutò graziosamente e parti; lasciando in tutti noi un’ardente desiderio di trattenerci altre volte con esso lui, onde gustare con maggior agio le utili verità, delle quali s'é conosciuto altrettanto ricco, che liberale, allorché si tratta di promuovere il bene a maggior gloria e vantaggio della nostra illanguidita e sonnacchiosa nazione.

  1. Luogo dove si fermavano le carrozze dei viaggiatori e si mutavano i cavalli.