Della ragione di stato (Settala)/Libro II/Cap. X.

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Cap. X.

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Capitolo X

La pietá e religione esser il primo fondamento del dominio regio
e della sua ragion di stato: ma non finta nè simulata.

Se il secretario fiorentino, quando disse che la religione doveva servir al prencipe solamente per mantello, acciò il popolaccio creda che in lui regni la pietá e l’amor e timor di dio: ma però poco importare, che cosa intrinsecamente egli creda, — si fosse voltato col giudizio a considerare le incomoditá grandi e i danni che a’ prencipi apporta l’interno disprezzo [p. 72 modifica] della religione, son certo che incontanente averebbe cangiato pensiero. Cunciosiacosa che, dove non vive il rispetto del culto divino e della religione, sia per consequenza morto il timore del peccare; dove more il timore, nasce l’audacia; e dove nasce l’audacia sorge il vizio, il quale con la forza del suo valore snerva, per cosí dire, a poco a poco gli animi, e gli spoglia d’ogni virtú, e v’introduce e felonia e prontezza ad ogni sceleraggine e a qual si voglia tradimento: per la qual cosa convien dire, che in una adunanza d’uomini scelerati e viziosi, qual a viva forza è necessario che sia un prencipe senza la vera religione, si trovi una perpetua confusione per la varietá de’ voleri, un continuo timore. E se il medesimo, siccome nel formare il suo prencipe tolse di peso tutte le sue massime da Aristotele nel quinto della Politica, dove ci rappresenta al vivo il tiranno e c’insegna i mezzi, colli quali si conserva il suo stato: cosí avesse ben considerato quello, che il medesimo scrisse della religione e sua necessitá nel governo politico ed eccellenza, mai averebbe detto la religione dover servire e accomodarsi al governo politico, e non per il contrario. Essendo che nel sesto de’ Morali a Nicomaco al capo tredicesimo dice manifestamente, che la facoltá politica e la prudenza civile devono commandare nella cittá, e non alla religione, ma per cagion e servizio di lei. Anzi nel settimo della Politica, al capo ottavo, annoverando le parti della cittá, disse della religione e del sacerdozio: Quinta, sed cunctis pracferendo, re rum divinarum procuratio, quod sacerdotium nominatur. Per la qual cosa acconciamente hanno scritto alcuni, trattando pure materie politiche, che le azioni del prencipe, che sogliono partorire e imprimere nella mente degli uomini un’efficace opinione, che egli non solo sia capace della presente fortuna che tiene, ma che ci resta anche luogo per qual si voglia accrescimento che potessero apportar i tempi e l’occasioni, sono quelle, che hanno forza di farlo conoscere religioso nelle cose divine e prudente nelle umane. E che l’opinione di religioso importa tanto, che, quando quella è stabilita, pare, e con molta ragione, che tutte le altre virtú debbano seguire di necessitá. E che la religione [p. 73 modifica] empie di reverenza i popoli; gli assicura da governo violento; e sta sempre alla guardia di quella porta, donde vogliono entrare gli inconvenienti piú pericolosi agl’imperi e piú dannosi a’ prencipi: li quali sono sempre poco lontani da qualche rovina, tutte le volte che la religione in essi non sia ferma. Di maniera che non dobbiamo meravigliarci se Aristotele, nel luogo sopra posto, pone essa religione come fondamento e guida, per regola e scopo della facoltá civile e della prudenza. E perciò nel fine de’ Magni Morali fece la prudenza civile cameriera maggiore della sapienza e religione. Ma veniamo agli esempi. Romolo per istabilir il suo nuovo regno non cominciò egli dalla religione, come scrive Livio nel libro primo? Scrive Plutarco, degli uomini illustri al capo secondo, che Numa Pompilio non con altro piú comodo mezzo fece piacevole e quieto il fiero animo de’ romani in que’ principi, che con la religione: e che cosí formò e confermò il suo regno, che mentre visse non gli fu mossa alcuna guerra, o forastiera o civile. Il savio consigliere di Augusto non altro piú ricordava ad Augusto che il culto de’ dei, e sempre gli persuadeva, che ancor con editti procurasse ne’ popoli la religione. E questo, sí perché è ben ragion di gratitudine adorar e venerar quello, che a sí sublime stato l’ha portato; sí per ragion di stato, perché conoscendo ogni uno quanto sia religioso, e sussequentemente amato da Iddio, gli invidiosi o insidiatori non cosí facilmente ardiranno d’intraprendere cosa contro lui o il suo stato, dubitando, che per la sua pietá Dio lo proteggerebbe. Troppo lungo sarei, se volessi con essempi provare, quante volte si è visto da Dio esser miracolosamente stati difesi e liberati da manifestissimi pericoli i prencipi pii e ardenti nell’amor di Dio e zelanti della religione; e in quanti pericoli e della vita e di perder lo stato, e nella total rovina siano stati i disprezzatori di Dio, della religione, e delle cose ecclesiastiche: e tanto piú sarei in ciò soverchio, avendo ciò compitamente adempito nel primo libro degli Aforismi Politici al capo quinto il signor Gioanni Chokier.