Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro sesto/22. Le compagnie, i condottieri

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22. Le compagnie, i condottieri

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[p. 241 modifica]22. Le compagnie, i condottieri [1314-1343]. — Ma vegniamo ad una piú seria, ad una che fu danno estremo e fatale della giá misera Italia. Giá dicemmo i mercenari usati dalle cittá italiane fin quasi dalla loro origine, fin dalle prime loro invidie tra sé, ed in sé. Meno male finché furono presi ad uomo ad uomo, od a compagnie piccole, e pagati per a tempo, ad ogni occasione. Peggio giá quando vennero in ogni cittá co’ podestá o capitani annui o di pochi anni. Tuttavia, ciò non disavvezzava del tutto ancora i cittadini dal tener in mano i ferri, o li disavvezzava solamente in questa o quella cittá. Ma fu danno pessimo e nazionale, quando i mercenari si raccolsero in compagnie grosse, quando esse e lor condottieri furono nuove potenze che s’aggiunsero a tutte quelle giá cosí miseramente moltiplici dell’imperatore e re, del papa, delle cittá, degli antichi e restanti signori feodali, dei nuovi tiranni. Vano, od anzi ad ogni sincero uomo impossibile è l’illudersi: la pluralitá delle potenze ordinate può sí essere, è spesso utile in uno Stato; può, facendo concorrere tutte le forze e le operositá di una nazione, accrescere la forza totale di lei; ma la moltiplicazione delle potenze disordinate, indeterminate e sminuzzate non può se non tôrre ogni nerbo, se non isciogliere qualunque Stato, qualunque nazione. Invano si vien cercando una consolazione, un vantaggio di questi sminuzzamenti, si vien dicendo che se n’accrescevano le potenze, le facoltá individuali, o, come or si dice, la personalitá [p. 242 modifica]d’ognuno. Questi accrescimenti delle personalitá non sono altro, insomma, se non dissoluzioni dello Stato; il quale (sia in bene o in male) può tanto meno, quanto piú vi può ogni persona staccata. Questi accrescimenti di personalitá possono esser buoni (fino a un certo segno) alle lettere, alle arti, e tali furono ne’ nostri secoli decimoquarto, decimoquinto e decimosesto; ma chi non ponga le lettere e l’arti sopra allo Stato, la coltura sopra alla civiltá, lo splendore d’una nazione sopra alla forza e all’indipendenza di lei, non potrá se non deplorare queste come che si dicano esaltazioni di personalitá, o dispersioni di potenze, di quelle potenze italiane giá cosí scandalosamente moltiplici all’epoca a che siam giunti, piú moltiplicate che mai per l’invenzione delle compagnie e de’ condottieri. E mi si conceda ripeterlo qui: anche a me, come a chicchessia naturalmente, piacerebbe il dar lodi ai maggiori, il compiacerne i contemporanei; anche a me dorrá esser accusato di annerire o menomare la storia di questi secoli nostri, che si chiaman repubblicani e gloriosi. Ma io cedo a quel desiderio maggiore che s’è fatto in me quasi passione a un tempo e dovere, di cercare quanto piú io sappia sinceramente, e di svelare quanto io piú possa compiutamente tutta quella serie di errori ch’io veggo; che han dovuto essere pur troppo piú numerosi e piú gravi nella nostra nazione, che nell’altre contemporanee; posciaché queste uscirono di tali secoli con quell’unitá, quella nazionalitá e quell’indipendenza che noi non abbiamo. Le disgrazie d’ogni creatura naturalmente debole, donne o fanciulli, sono per lo piú indipendenti da’ fatti loro, e perciò si commiserano da ogn’anima ben nata; le disgrazie degli uomini naturalmente piú potenti sono giá men sovente incolpevoli, e si scusan tanto meno, quanto piú essi sono potenti; ma le disgrazie delle nazioni, — le quali insomma, nel complesso di tutte le classi e di tutte le generazioni, sono, in natura, tutte potenti, — le disgrazie, le miserie delle nazioni non possono essere mai indipendenti da’ fatti loro, non possono essere incolpevoli, non sono pienamente scusabili mai. Tutt’al piú, è scusabile una generazione a spese d’una o parecchie altre. Ma, data una gran nazione che non abbia l’indipendenza, [p. 243 modifica]non si può uscire da questo terribile dilemma: o bisogna dire che ella fu colpevole, o ch’ella n’è incapace. E della nostra io credo ed amo meglio il primo. — In tutta Europa furono, lungo il secolo decimoquarto, soldati, contestabili, capitani, compagnie di ventura. Era ultima degenerazione della feodalitá, di quella personalitá o individualitá appunto che si loda cosí stoltamente. Ma altrove, dove durava un centro, un re piú o men potente nella nazione, una aristocrazia armata intorno al re, una nazione piú o meno unita all’uno ed all’altra, questo malanno delle compagnie di ventura parve cosí evidente, cosí scandaloso, cosí contrario ad ogni nazionalitá e civiltá, anche di que’ tempi, che tutti, re, nobili e popolo si raccolsero insieme per liberarsene; e se ne liberarono, e serví anzi ad unir meglio popolo, nobili e re. All’incontro, in Italia, dove non era tal centro, in Italia divisa e suddivisa, in Italia miserabilmente repubblicana senza le virtú delle repubbliche, tiranneggiata senza nemmen la centralitá delle tirannie, in Italia piú colta sí ma piú mal civile giá che le nazioni contemporanee, il malanno appena inventato crebbe, si diffuse, si aggiunse agli altri, li superò tutti. Il fiorire e durar delle compagnie fu primamente conseguenza, poi prova incontrastabile dell’assenza assoluta di vero spirito pubblico, d’ogni spirito militare; cioè dunque in tutto, d’ogni spirito patrio, cioè dunque di buona ed efficace civiltá degli italiani di questo secolo decimoquarto. — In sul principio di esso si accrebbero da noi i mercenari e venturieri stranieri, degli aragonesi raccolti al soldo di Federigo re di Sicilia, e poi de’ tedeschi venuti a preda con Arrigo VII e Ludovico il bavaro imperatori. Gli aragonesi, rimasti liberi per la pace del 1303 tra i re di Sicilia e di Puglia, formarono fin d’allora una numerosa compagnia, che fu detta con parola araba degli «almogavari»; ma questi non piombarono sull’Italia, furono a guerreggiare, pirateggiare, conquistare e perdersi tra latini e greci dell’imperio orientale. All’incontro, i tedeschi d’Arrigo VII rimasero in Italia dopo la morte di lui; ed accresciuti di nuovi lor compatrioti ed altri venturieri, e riuniti in compagnie non grosse per anche sotto a’ lor contestabili, servirono a parecchi de’ [p. 244 modifica]tirannucci da noi nomati, Uguccione della Faggiola, Castruccio, Can grande, e principalmente il gran Matteo e Galeazzo Visconti. Costoro, servienti ai signori di Milano, furono capitanati da’ minori o cadetti di quella famiglia, Marco e Lodrisio Visconti, che si posson quindi dire primi capitani di compagnie grosse, primi condottieri, nel frattempo delle due discese d’Arrigo VII e Ludovico il bavaro, tra il 1313 e il 1327. Ma s’accrebbero durante e dopo quest’ultima, e quella poi di Giovanni di Boemia; e diventarono piú grosse e indipendenti dalle cittá e da’ signori che servivano e taglieggiavano, passando dagli uni agli altri; e furono insomma perfette allora, ebbero esistenza da sé, abbisognarono d’un nome. E cosí una prima e minore si chiamò della «Colomba», e guerreggiò e predò in Toscana intorno al 1335; una seconda e maggiore, di «San Giorgio», e capitanata da Lodrisio, fu sconfitta da Luchino Visconti in gran battaglia a Parabiago [1339]. E finalmente una detta la «gran compagnia», dopo aver predati i confini di Toscana e Romagna, e minacciata Lombardia, sotto un Da Panigo e un Da Cusano, italiani, e un duca Guarnieri, tedesco sfrenato che portava scritto in argento sulla corazza «nemico di Dio e di misericordia», si sciolse tra per minacce e per danari, e il Guarnieri risalí, quasi uno degli imperatori, a Germania, per indi ridiscendere [1343]. E cosí fu costituita questa nuova peste d’Italia. E di questa, come dell’altre, verremo accennando poi gli strazi principali; non tutti, che sarebbono le dieci e cento volte altrettanti in istorie piú estese. D’allora in poi, le compagnie scorrenti dall’un capo all’altro della penisola, tra cittá e cittá o signorie italiane, si potrebbero paragonare alle comete sguizzanti tra pianeta e pianeta del nostro sistema solare; se non che, indegno o quasi empio sarebbe il paragone tra questo sistema divinamente ordinato, e quella confusione sofferta dalla provvidenza; e che niun paragone poi può esprimere il disordine nuovo arrecato da que’ pubblici ladroni. E pure, anche costoro sono ammirati da taluni. — Ma ei mi pare primamente, che, anche lasciando lor crudeltá e i tradimenti e le rapine, non fossero in costoro né grand’arte né quelle vere virtú militari, [p. 245 modifica]che sono le prime di tutte quando elle s’esercitano per la patria, ma che non sono piú virtú, quando per la paga, o peggio, per la preda. Il coraggio virile non è che animale, quando scoppia solamente dalla passione; e diventa bestiale, quando non ha scopo che del vitto; e inferiore al bestiale, quando ha scopo di semplice ricchezza; ed io non gli trovo nome che d’infernale, quando s’esercita ad oppressione. — E quindi parmi chiaro che da costoro incominci e venga in gran parte quel pervertimento, e poi quella perdizione quasi totale della vera virtú o spirito militare, che è pur troppo innegabile in Italia. Innegabilmente, questa virtú sussisteva ancora ai tempi delle fazioni di Milano, di Tortona, di Crema, d’Alessandria, d’Ancona e di Legnano, nella seconda metá del secolo decimosecondo. Ma dal principio del decimoterzo, incominciando le compagnie di stranieri od anche d’italiani, a darsi a nolo, e bastando essi poi a tutte le guerre fatte per due secoli, ne venne naturalmente che il grosso degli italiani, cittadini, borghigiani e contadini, si disavvezzarono dall’armi, da quel vero e virtuoso mestiero dell’armi, che io non so dire se sia piú necessario a mantenere la moralitá degli individui, o la indipendenza della nazione. Le cittá mercantili principalmente, e le contrade all’intorno, Venezia e Firenze soprattutto, fecero ogni lor guerra piú co’ fiorini che con l’armi proprie; pagando il sangue altrui, disimpararono a spargere il proprio. Né si citi, all’incontro, l’assedio di Firenze, od altre simili fazioni; sono lampi, eccezioni; e il vero spirito militare è abitudine. E il peggio fu quando, perduta questa, vennero meno (com’era naturale nella civiltá progredita) le compagnie che v’aveano, malamente, pur supplito. Allora non rimase piú nulla di veramente militare nelle evirate province d’Italia, o meno in quelle piú anticamente disavvezze; non ne rimase piú se non in Piemonte. Il quale lo deve a’ principi suoi, che lo salvarono dall’armi pagate, dalle compagnie di ventura; capitani, venturieri essi stessi in que’ secoli, cavalieri prima, generali dopo, militari sempre, di razza, secondo i tempi. Ma se lo tolgano di mente gl’italiani, i quali volgon gli occhi bramosi a questo Piemonte, a questi principi: la prova fu fatta; non [p. 246 modifica]importa se bene o male, anche fatta meglio, non riescirá, non può riuscire, se fatta da questi soli, se non secondata da tutte, o poco meno, le province italiane, in qualunque modo, ma proporzionatamente al pro rata. Io son per dir cosa che parrá bestemmia a taluni: ma bisogna pur che sia detta da alcuno. Non solamente quelle idee che tanto si vantano, ma le stesse virtú politiche, ma la stessa concordia sono un nulla a petto della virtú militare, per il nostro patrio avvenire. Sia un’Italia concorde e ricca di quante idee e virtú politiche, ma povera di braccia militari, ella rimarrá ciò che è: sia un’Italia anche discorde, e senza altra idea o virtú che di sapere andare e stare sui campi di battaglia militarmente, ed ella sará indipendente. Quattro milioni non servono in somma a liberarne ventiquattro. Pensino i venti al modo di disfar l’opera de’ sei secoli pervertitori della milizia italiana.