Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro sesto/31. Gian Galeazzo Sforza, sesto duca di Milano

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
31. Gian Galeazzo Sforza, sesto duca di Milano

../30· Galeazzo Sforza, quinto duca di Milano ../32. Coltura dell’etá dei comuni in generale IncludiIntestazione 21 aprile 2018 75% Da definire

Libro sesto - 30· Galeazzo Sforza, quinto duca di Milano Libro sesto - 32. Coltura dell’etá dei comuni in generale

[p. 273 modifica]31. Gian Galeazzo Sforza sesto duca di Milano [1476-1492]. — Corsi due anni, avvenne una quarta congiura, essa pur fatale alla libertá. A Pier de’ Medici, morto nel 1469, eran succeduti Lorenzo e Giuliano, figliuoli di lui, nelle ricchezze e nella potenza indeterminata di lor famiglia. Amendue giovani eleganti, generosi, dilettanti. promotori di lettere ed arti come l’avo; ma men che lui liberali di quella potenza pubblica, la quale par sommo bene ai popoli, ed anche piú alle aristocrazie libere. I Pazzi, stretti di parentele co’ Medici, erano stati de’ principali chiamati al convito di potenza da Cosimo; furono ora de’ principali esclusi. Accomunarono gli odii col Salviati vescovo di Firenze, co’ Riari nipoti di papa Sisto IV (Della Rovere, succeduto a Paolo II fin dal 1471), e dicesi col papa stesso, oltre altri minori. Congiurarono, appuntarono vari luoghi a pugnalar i Medici, e gridar libertá; e fallite loro altre occasioni, appuntaron la chiesa, [p. 274 modifica]come s’era fatto allo Sforza. Pare impossibile, ma è certo; avvi una contagiositá dei delitti; e tanto piú, quanto piú eccessivi. Addí 26 aprile 1478, in mezzo alla messa udita da’ due fratelli, al segno dell’elevazione, un Bandini trafigge Giuliano, un Pazzi pure gli s’avventa con tal impeto, che trafigge se stesso; mentre un Antonio da Volterra manca il colpo su Lorenzo, che si difende colla cappa e rifugge in sacrestia. Ciò veduto, e che il popolo fiorentino inorridiva invece di sollevarsi, il Bandini fuggí di cittá, d’Italia, dalla cristianitá, a Costantinopoli. Intanto il vescovo Salviati, che dovea prendere il palazzo della Signoria, separato per un caso da’ compagni giá introdottivi, s’era turbato e scoperto; e preso esso ed essi dal gonfaloniero, e chi scannato lí, chi sbalzato dalle finestre, furono ivi appiccati il vescovo con due cugini suoi, e Iacopo Bracciolini, figlio del famoso letterato. La congiura era spenta. Si spense dopo essa, come succede, molto di libertá fiorentina, e, che forse fu peggio, quell’unione degli Stati italiani, la quale era stata fondata da’ grandi uomini della penultima generazione, mantenuta dagli stessi minori dell’ultima. Lorenzo, rimasto solo alla potenza repubblicana, la rivolse poco meno che in signoria; non risparmiò supplizi, non rispettò la costituzione dello Stato. E tutta Italia se ne turbò. Il papa scomunicò Lorenzo e la Signoria per l’uccisione del vescovo Salviati, e s’uní con Ferdinando di Napoli e con Siena contra Firenze. Federigo, duca di Urbino, fu condottiero della lega; Ercole d’Este, de’ fiorentini, che al solito non avean grandi uomini di guerra tra lor cittadini. Bona di Savoia, reggente il ducato di Milano, era sola alleata loro. Ma le furon suscitati nemici in casa e intorno. Nel medesimo anno i genovesi scossero la signoria di Milano, e rifecersi un doge cittadino. Poi (1479), scesero svizzeri, e vinsero i milanesi a Giornico. E finalmente, Ludovico il moro (il gran traditor d’Italia poi), lo zio del fanciullo Galeazzo, dichiaratolo maggior d’etá, tolse a Bona e prese egli la potenza che tenne sempre poi. Intanto, i fiorentini, sconfitti al Poggio imperiale, erano all’ultimo. Allora Lorenzo, che non era stato buono a far il capitano, mostrossi buono e coraggioso uomo di Stato. Entrato in negoziati, e veduto di non [p. 275 modifica]poter conchiudere co’ capitani della lega, e che il tempo pressava, fu egli stesso a Napoli, a quel Ferdinando che poc’anni addietro avea finiti i suoi negoziati col Piccinino con tradirlo ed ucciderlo. La cosa riuscí a Lorenzo; conchiuse pace con Ferdinando [1480], e tornò in trionfo a Firenze, che ne fu piú che mai sua. E tanto piú che, del medesimo anno scesi i turchi ad Otranto, il papa se ne spaventò, e fece pace anch’egli. I turchi furono cacciati [1481]. — Ma in breve fu suscitata nuova guerra da quel vizio che veniva sorgendo ne’ papi di far principi i lor parenti, quel vizio a cui fu quindi inventato il nome di «nepotismo». Non pochi principati, Milano, Savoia, Modena e Ferrara, Mantova, Urbino, s’erano costituiti ultimamente, crescendo di grado gli uni per concessioni imperiali, gli altri per concessioni pontificie. Questo destò ne’ papi la nuova ambizione, il nuovo vizio del nepotismo che guastò da Sisto IV in poi tanti papi; che, per quasi un secolo, fu arcano o piuttosto sfacciata massima di lor politica, ed abbandono della grande e nazional politica papale, proseguita da’ loro gloriosi predecessori; che diminuí poi, diminuita la potenza de’ papi, ma’ fu anche allora impiccio, impoverimento del loro Stato; e che nell’un modo e nell’altro, essendo vizio il piú anticanonico di tutti, ambizione personale, piccola, interessata, e tanto minore delle grandi ed ecclesiastiche ambizioni dei Gregori e degli Innocenzi, conferí forse piú che null’altro a diminuir la dignitá, la potenza del papato nella pubblica opinione per tre secoli, fino all’immortal Pio VII. Sisto IV voleva far uno Stato al nipote Riario. Collegossi con Venezia per ispogliar gli Estensi e dividersi loro Stati, Napoli, Milano e Firenze, cioè Ferdinando, Ludovico e Lorenzo collegaronsi per difenderli [1482]. Seguirono intrighi, alleanze nuove, minacce; e morí tra esse Sisto IV, lasciando Gerolamo Riario signor d’Imola e Forlí [1484]. Successegli Innocenzo VIII (Cibo di Genova); perciocché questa del nepotismo è la ragione, che ci sforza a notar i casati di questi nuovi papi, cosí diversi da quegli antichi che non avevano famiglia se non, come pontefici, la Chiesa; e come principi, la parte nazionale d’Italia. E quindi io non so non trattenermi ancora a notare quella che mi pare anche qui non [p. 276 modifica]giusta distribuzione di lodi, quell’errore d’inveire contro agli antichi papi italiani, italianissimi, per lodare, blandire o scusar almeno questi nuovi, splendidi sí sott’altri aspetti, ma cattivi italiani, arrendevoli a qualunque straniero li aiutasse a collocar lor nipoti. Che gli scrittori stranieri facciano tal errore, è naturale; parlan per essi: sappiamo anche noi parlar per noi, o piuttosto (né è a disperar che si faccia un dí nella civiltá progredita) parliamo tutti per quel principio politico sommo, di difendere o promuovere in casa, di rispettare ed aiutare fuori la nazionalitá d’ogni nazione. Papa Cibo non fu migliore, anzi peggiore del predecessore; nepotista al par di lui; e di piú, depravato di costumi, altra novitá, altro scandalo aiutato re e accrescitor del primo. Seguono negoziati, guerre, paci e congiure ed assassinii per interessi privati, piú che per comuni: una guerra d’Innocenzo contra Ferdinando e fiorentini, ed una pace del 1486; un matrimonio tra una figliuola di Lorenzo de’ Medici e Franceschetto Cibo, a’ cui posteri rimase quindi il ducato di Massa-Carrara; Gerolamo Riario, pugnalato da tre capitani suoi [1488]. La sua vedova seppe conservar il principato a lor figlio; ed ella sposò poi Giovanni de’ Medici, detto delle «bande nere», che vedremo ultimo de’ condottieri italiani, primo de’ fiorentini, e padre a Cosimo granduca. E fu pugnalato [1489] Galeotto Manfredi, ma rimase pure ad Astorre suo figliuolo la signoria di Faenza. Piú che mai si vede l’inutilitá dei delitti: le cose continuano ad andare, mutati i nomi, per il lor verso; e continuarono allora per quello dei principati fermi ereditari. Il solo acquisto che se ne facesse, fu d’infamia. Appressavansi gli anni che l’Europa civile tutta quanta si versò sull’Italia; e quando costoro (che non eran pure di civiltá avanzata né severa, ma perfidi ingannatori, politici a guisa di Luigi XI, Comines, Carlo il temerario di Borgogna, Arrigo VIII, Fernando cattolico ed altri simili) trovarono generazioni d’italiani piú perfidi, piú scelleratamente abili, piú congiuratori, piú pugnalatori che non essi; essi si scandalizzarono, come fanno volentieri i cattivi de’ peggiori; e riportarono a lor case, e tramandarono di generazione in generazione il mal nome della perfidia italiana. Noi paghiamo [p. 277 modifica]il fio delle colpe de’ maggiori. È giustizia? Non lo so. Certo, è abitudine, e sará finché duri mondo. E noi non saremo ammessi a lagnarcene, finché si rinnoveranno, men frequenti che a’ secoli decimoquarto o decimoquinto, ma troppe ancora pel decimonono, simili nefanditá. Né queste poi torceranno il secolo nostro dalle monarchie rappresentative, piú che quelle dei maggiori torcessero il loro dalla signoria assoluta. — Ad ogni modo, l’etá dei comuni repubblicani è qui finita. Firenze, Siena, Lucca, Genova, Venezia sopravvivon sole. Coloro che prolungano l’etá repubblicana quarant’anni ancora, fino alla caduta di Firenze, la potrebbon prolungare sessanta, fino a quella di Siena, o fino a’ nostri dí, quando caddero le tre ultime; ovvero dir che durano le repubbliche anch’oggi, in San Marino. In nome d’Italia, lasci di guardare ciascuno all’idolo suo; guardiamo alla patria tutta intiera, alla condizione universale, alle importanze principali, anche scrivendo. — E cosí facendo, concorderemo poi con tutti gli scrittori contemporanei in dire: principio, èra dei nuovi guai d’Italia, del massimo di tutti, la venuta di nuovi stranieri che seguí d’appresso alla immatura morte di Lorenzo de’ Medici (all’etá di quarantaquattro anni, 8 aprile 1492). Come gran cittadino repubblicano, Lorenzo non pareggiò Cosimo certamente: fu men modesto, s’accostò piú al principato; e cosí, invece di quel gran titolo di «padre della patria», non gli rimase che quello, volgare allora, di «magnifico». Com’uomo di Stato poi e grande italiano, se Cosimo fu l’inventore, l’ordinatore della grande unione di Milano, Firenze e Napoli (quell’unione, quella politica che valse, che fu una vera confederazione italiana), Lorenzo ebbe pure il merito di mantenerla in condizioni fors’anche piú difficili, con uomini certamente molto minori, anzi cattivi; di serbarla, quando pericolante; di rinnovarla, ad ogni volta che si venne guastando. E il fatto sta, che mutando nomi o luoghi speciali, secondo le occorrenze, questa unione di tre grandi principati nazionali del settentrione, del mezzo e del mezzodí d’Italia, è forse la sola confederazione possibile in Italia, la sola che possa salvare o rivendicare mai la nazionalitá di lei. Certo, era la sola a que’ dí; e, spento Lorenzo, ella si spense [p. 278 modifica]fino a’ nostri. E quindi incominciò l’etá degli Stati italiani sotto le preponderanze straniere combattute, pazientate, equilibrate, e ad ogni modo duranti, e durature Dio solo sa fino a quando.