Delle notti/Ventiduesima Notte

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Ventiduesima Notte

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Edward Young - Delle notti (1817)
Traduzione dall'inglese di Giuseppe Bottoni
Ventiduesima Notte
Ventunesima Notte Ventitreesima Notte
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XXII. N O T T E.


Veduta Morale de' Cieli .


ARGOMENTO.


Dalla considerazione della divina grandezza > che singolarmente si manifesta nella moltiplica sede de* vìventi destinati a cwioscerlo, e goderlo, deduce il Poeta i sentimenti , che debbono nascere negli uomini del nostro globo riguardo a Dio, cioè L'umiltà, la giusta cognizione di se stesso, ed il desiderio intimo di unirsi a Dio per mezzo della virtù . Questa insormontabile serie di creature è la strada i che guida l'anima alla contemplazione dell' Eternità , in cui solo spera di trovar contentezza .

Del ciel P aspetto Y umiltade ispira ,
Fa casto e puro il cor, de' Leni eterni
Lamor risveglia. Ah tre virtù son queste
Quasi estinte sul globo! eppure in cielo
5Hanno plauso immortala Se l'uomo il guardo
Fissa ne 1 cieli , una potenza ascosa
Sente , che incanta il cor , che con ignota
Forza lo signoreggia, e porge alPalnia '
Lena impensata , che non chiese al cielo .
10Se vasto mar si mira, t) fiume immenso,*
O folta estesa selva , o gran deserto,
Ove V occhio si perde, od -erto monte,
Cile le nubi ferisce, o fier dirupo,
Che guarda minaccioso il piano, e Tonda:
15All'aspetto de* vasti orridi seni
Di sotterranee grotte , a cui natura) J '
Fabbricò di sua man le volte ardite*,
O dove il tempo col ferrato dente
Xavorò laberinti immensi e cupi :

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20Ed ogni oggetto nel mirar, di cui
Straordinaria ampiezza il ciglio fere:
Urto riceve Palma, il qual più attive
Le potenze, ne fa, la fa più grande,
E pensieri sublimi, e ardir le ispira.
25hi quegli istanti, in cui la mente è accesa,
Sembra che all’uom dia la natura stessa
Soccorso, delP ingegno ella secondi
Gli sforzi, e compia la metà dell’opra.
Ma di grande che v’ha, che v’ha di vasto
30In questi oggetti, se si mira il cielo?
E quai ci sembrerai!, se la bellezza
E di quelli, e del ciel pongasi a fronte?
Arte umana, a cui dà di grande* il nome
1/ orgoglio nostro, d’ingrandirti- agogni,
35D’ergerti, per aver titolo illustre:
Ma che divieni alla natura in faccia?
In faccia all’opre sue dimmi che sono
Quell’acque, che a" ferir mandi le nubi .
In limpide colonne, e le tue grotte
40Ove i fiumi imprigioni? I tuoi colossi,
I tuoi monti ridotti a forma umana?
Le città, che di cento altere porte
Ornasti, e dove al peregrino è poco,
Che per tre volte il Sol nasca, f e tramonti,
45Se contemplar ne vuol tutti i portenti?
I pensili giardini, i tuoi sì vasti
Teatri, e gli archi, ch’a’ trionfi innalzi?
Queste non son che fanciullesche imprese.
Eppur P aspetto lori 9 uomo colpisce,
50L’alma solleva. Di rispetto. è colma
Di magnifico tempio al primo ingresso:
’ E qual sorpresa in lei dovrà del cielo
Destar la vista? E di qual sacro orrore
Pieno esser dei nel rimirar, che posto
55Fosti da Dio sotto 1* argentea volta
Del tempio immenso, che il suo braccio eresse?
Se il solo aspetto d’un mortai, ch’è saggio,
Ispira la virtù; se di virtude

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Parla tacendo ancor se chi lo mira
60Rispettoso dal cor dolce sospiro
Alla saviezza invia: potrà il mortale
Senza tumulto in sen, senza più forte
Coraggio aver nel seguitar virtude
Mirare il ciel, questo lucente specchio, .
65Che del Nume formò la destra is tessa;
Specchio, che a noi della grandezza eterna
Qualche raggio riflette? Allor che l’uomo
In bracci© vive a un disperato affanno,
Che oppresso ne riman, come non basta
70Dirgli per sollevarlo: Il ciel vedesti?
O di lucidi anelli aurea catena
Di stelle -onusta., che già un dì sospese
11 benefico Dio sovra la terra
Per guidar fino a lui dell* uomo il core,
75E del suo trono incatenarlo al piede,
Ouali dottrine a mia ragion disveli!
In ogni sene di pianeti 10 credo
L’immagine veder di bene ordita
Societade, in cui regna ordine e pace Sembra,
80che unisca lor quasi un legame
Di comune amistà; tra lor si cangia
Lo splendore a vicenda; ognun s’impresta
I suoi raggi, ed ognun questi si rench»; .
Tutti illuminan sempre, e sempre tutti
85Illuminati son: son tutti attratti,
Tutti attraggono ancor. Questi pianeti,
Che cittadini son del cielo istesso,
Le patrie leggi lor servano fidi:
Dal piano universal niun s’allontana,
90Né l’utile dtjl tutto alcuno offende.
Questo commercio inalterabil fisso
Di splendor, di servigj all’uom non offre
Quadro vivente, ov’egli apprender possa
Ad amar con sincero e saldo affetto
95I suoi fratelli, e con-un’alma illustre,
Sorda per l’ambizion, sorda per l’orò
A ricercar nel "pubblico vantaggio

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La sua felicità? Nella natura,,
Esser nonv’ha, «neppur tra quei che sono
100Più rozzi e inerti, che creato il Nume
Abbia solo in suo prò, che all’UGHI non porga
Di scambievole amor norma ed esempio.
E tu, crudo mortai, che a far vendetta
Sei pronto sempre di chi a te somiglia.,
105All’offesa più lieve, ardito lanci
Del tuo furor qual irritato insetto
L’aculeo velenoso? Or sappi, un’arte
Egualmente maestra e questi globi,
E ’l tuo cor fabbricò; sappi che solo
110Fu per amar questo tuo cor formato*
Guasto F ha reso il tuo volere le tue .
Incfomite passioni ogni armonia
Turban de’ moti, che gli die natura-,
E schiavo il fan della tempesta atrooe,
115Che discordia, c livor destano insieme.
Seguir dunque non vuoi quel dolce impulso.,
Che al tuo cor diè natura? Ella t’invita
Al bene uiiiversal. Barbaro! e ardisci
Allor che i sguardi tuoi, che i tuoi pensieri
120Scendon dal «cielo., nel fraterno sangue
Correre .a dissetarti? E qual è mai
La camion die ti spinge? Oh infamia et ernai
Un pollice di fango . Ascolta i detti
Di quegli astri,, che miri . Ad alta voce
125Questi gridando van; ferina, da noi
A esercitar beneficenza impara.
Così degli astri lo splendor si rende
Uti}e in doppia guisa, e il doppio orrore
Toglie, che ingombra i nosfri sensi, e l’alma,
130Ah nudrissi tu almcn per la.’virtude
Quel vivo amor, che risvegliare un giorno
Sepjje agii Etnici in sen del ciel l’aspetto!
Desio, che rende il secol nostro infame
È questo, ma desìo, che il ver mi detta;
135Che Religion più languida nelF uomo
Sempre si fa, quant’ei diviea più dotto*

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Al fiammeggiar di questi astri notturni
Socrate meditò, Seneca, e Plato.
E nel silenzio della notte v in mezza
140A questi giorni essi scoprir poterò,
Le verità sublimi, onde sì chiare
Reser quell’opre lor, che il mondo ammirar
A que’ saggi non fia cbe di tue lodi
Sborsi soltanto mutile tributo;
145Ma fede ancora a* detti lor tu presta.
Questi del germe uman dotti maestri
Pensionati non fur, perchè d’inganni
Pascessero gli alunni . A te fan nolo,
Cbe in ogni luogo l’universo, il Nume
150Richiamano i pensier, gli affetti nostri:
Che l’universo a noi, benché men vivi,
Dell’alto Creator tramanda i raggi,
Come dall’ocean riflesso ò il Sole,
In cui disco infuocato occhio non mira:
155Che un’anima immortal sol si compiace
-D immortale pensier, che spazio immenso
Vuole un immenso spirto, e che i sublimi
Oggetti, che il grandioso altero aspetto
De’ portanti san far l’alma più grande.
160Cosi dettò la notte quei si saggi
Mortali, e sempre il Cwi così disvela
Alla ragion Ài verità, d’affetti
Sublime inesaurabile sorgente
Per aggirarsi in ciel Palma è fornata»
165Colà, disciolta da’ terrestri lacci,
E nel carcere suo non più ristretta,
Respira in libertà, si fa maggiora
Fino al massimo grado: ogni potenza,
Di cui gode, sviluppa: intende alfine
170La grandezza verace, e là non teme,
Che mentito color le tessa inganno.
Ella non va smarrita in questo campo
Ingemmato di stelle. Allor che in queste
Maraviglie s" aggira, egual portento
175Ella stessa divieti . La lor grandezza

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Quanto è grande le accenna . Ella comprende
Quell’arte misteriosa, a cui soggetti
ion con ordin costante vii globi ardenti.
Qaal artefice dotto assegna ancora
180De* varj moti lor quai sien le leggi?
Di se paga, a se stessa ella confessa ’
Con orgoglio, eh" è ghisto, essere, illustre
1/ origine, che vanta. In proprio albergo
Si tròva assisa, allor ch’è in mezzo agli astri,
185Più robusta, più viva a se rassenibra;
E in questo esilio poi sensi, che sono "
Degni del patrio suo tetto sublime . - - ««
Porta, e lieta vi mena i giorni suoi.» .
Questa adottar si può, questa è la vera
190Astrologia inorai; possono gli astri
Aver parte così nel fato umano,
E far che acquisti I’ uoui; vera grandezza
Questa é nell’alma sola,< e la riceve
Allora sol che i grandi oggetti
195Qual m’accompagna, allorché ip mezzo a questi
Glòbi senza stancarmi il piede io porto,
Èstasi deliziosa! Il Nume io credo
Vedere in ogni sfera, e tutto io fremo
Ritrovandomi ignudo in faccia a lui
2000 voi dell’aria cittadini àrdenti,
Quai luminose idee porgete all’adula,
Quanto fecondi i miei pensier rendete!
Quai grazie renderavvi un xor, che sia:
E sensibile, e grato! Ad ogni sguardo,
205Che in voi rivolgo, io sempre sorger veggio
Novelle verità: nè tu’, Lorenzo,
Senti neLuo pensier qual io l’ascolto .
tfn secreto movente, il qual. del tempo
1 limiti distrugge? A me l 1 idea;
210Dell’immortalità danno, e la speme.
Queste sfere, che san misura al corso,
Del veglio alato. Questo spazio immenso
Corso da questi infaticabili astri
Mi risveglia il pensier d’un tempo eterno.

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215E per nuovo favor della natura
Dell’ampia eternità P immago ingresso
Ha pel ciglio, e si pinge in mezzo all’alma,
Che senza sforzo la comprende, e adotta.
Se Tuoni d’eternità - mai non dovesse
220Goder, di questa’ nél notturno orrore?
Parlerebbero all’uo ni gli astri lucenti.
Empio è a dirsi, a pensar, che in noi natura
La più fervida brama ancor più 1 accenda
Per renderla dipoi delusa, afflitta.
225Così ritrova Tuoni prova del dogma
Che secondo si sta tra quei ch’ei crede,
Che sacro è quanto quel che annunzia un Dio
In oggetti, ove raro -è elisegli in traccia
Ne vada 5 e in questi oggetti ancor tu puoi
230Legger, che porti in seno alma immortale.
O viventi, negli astri il ver cercate,
Ed agli astri il pensiero almen v’unisca.
Un intrepido cor da voi s’acquisti
Per la terribil ora, in cui più vive-,
235spaventose fiamme andran squarciando
Il cupo sen di più profonda «nette:
E che queste del sommo eterno Fabbro
Lucid’opre già estinte, e ornai dall’alte
Loro sfere cadute al velo eterno
240Luogo daran, che il ciel per sempre asconda
Or che m’agita il sen sì tetra iea,
Come se il ciglio in sì tremendo istante
Schiudessi, intorno uno splendor mi veggio
Si improvviso, sì fier, qnal seco appunto Il
245fulmine lo trae: ond’io sì esclamo:
5, O voi stelle dei dì, degli anni miei,
„ Voi, che del viver mio tutti i tormenti
„ Col luminoso piò segnate ancora,
„ Voi che sempre coli’ ore il pie movete,
250„ Che vincete dell’uomo il lento moto,
„ Insegnatemi come i giorni miei
„ Io debba numerare, e tutto alfine
„ Ceder questo mio core alla virtude .

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Per proseguir ne* miei $ì folli- erro ri i
255Più pretesti non ho. Scorse quel tempo, v
la cui lacci rendeano a’ miei veni- Anni
Fiere passioni, in, cui tratto mi vidi
Al precipizio da bollente fiamma,
Che i miei sensi occupa. Lungi i miei passi
260Ne trasse la vecchiezza: a poco a poco
Agevole il sentier, che alla virtude
Or guidando mi va, resero gli anni»
Infelici > ed oh quanto il bianco crine
Sarebbe in me, se la follìa vivendo
265Più d’ogni mia passion,: duella vecchiezza
Vani rendesse i salutari effetti!
Assistetemi, © stelle... I voti miei
A te, de’ mondi Artefice stupendo,
Volgo y il cui braccio onnipotente e mota
270A sì vasto orologio, e leggi impresse
Con q,uai or dia severo, e sovrumano
Le tante ruote, sue muo volisi insieme?
De 1 nostri dì l’irrevocabil fuga
Palesa ai ciglio il chiaro suo viaggio
275Schiudimi i lumi, formidabil Nume.
Pria ch’ogni luce a lor tolga la morte.
A interpretar ili* insegna i muti dogmi
Dell’opre tue, ed a mirar quai sono
Gli oggetti in se, non quai li mostra al ci
280D’un mondo seduttor lo specchio infido.
Fa che sempre mi vegga in faccia il tempo
Vegga 1* etèrnitade • Oh Dio,, quai rischio
Se a quello, a questa da mortai si* adatti
Ingannevol misura! E’ questo errore
285La rovina dell’uom. Tu fa, ch’io ponga
E questa y e quello- in ben sicura lance,
Che il vario peso lor quai è m’insegni:
Tu fa, che il tempo sempre a me rassembr
Un rapido momento J, e che l’immenso
290Orbe eterno volgendo-ali* alma in faccia
La sua grandezza, al Ciel sempre l’inviti;
E quando fia che del presente io* veggia

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Un più bel mondo? E quando fia che ammiri
Nel tuo sen senza velo il gran disegno
295Del creato, nè più stupor mi desti
Questa copia, ch’è forse assai men grande?
E quando io scuoterò la fragil creta,
Che straniera è per me? Quando quest’alma.
Andrà scevra del suo corporeo manto
300Resa alle dolci tue paterne Braccia,
A goder nel tuo sen sorte beata?