Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Niccolò Machiavelli

1503 D Indice:Opere di Niccolò Machiavelli II.djvu Letteratura letteratura Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini Intestazione 27 agosto 2017 100% Letteratura

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT
[p. 115 modifica]

DESCRIZIONE


DEL MODO TENUTO

DAL DUCA VALENTINO


nello ammazzare vitellozzo vitelli, oliverotto da fermo, il signor pagolo e il duca di gravina orsini

COMPOSTA PER

NICCOLÒ MACHIAVELLI.


ERa tornato il Duca Valentino di Lombardia, dove era ito a scu­sarsi con il Re Luigi di Francia di molte calunnie gli erano state date da’ Fiorentini per la ribellione di Arezzo e delle altre terre di Val di Chiana, e venutosene in Imola, dove disegnava con le sue genti fare l’impresa contro a Giovanni Bentivogli tiranno di Bologna, perchè voleva ridurre quella città sotto il suo dominio, e farla capo del suo Ducato di Romagna. La qual cosa sendo intesa dalli Vitelli e gli Orsini e gli altri loro seguaci, parse loro come il Duca diventava troppo potente, e che fusse da temere, che occupata Bologna non cercasse di spegnerli, per rimanere solo in sull’armi in Italia. E sopra questo feciono alla Magione nel Perugino una dieta, dove convennono il Cardinale, Pagolo, e il Duca di Gravina Or­sini, Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, Giampagolo Baglioni tiranno di Perugia, e messer Antonio da Venafro, mandato da Pan­dolfo Petrucci capo di Siena; dove si disputò della grandezza del Duca e dell’animo suo, e come egli era necessario frenare lo appetito suo; altrimenti si portava pericolo insieme con li altri di non rovinare. E diliberarono di non abbandonare li [p. 116 modifica]Bentivogli, e cercare di guadagnarsi i Fiorentini; e nell’un luogo e nell’altro mandarono loro uomini, promettendo all’uno ajuto, l’altro confortando ad unirsi con loro contro al comune nimico. Questa dieta fu nota subito per tutta Italia, e quelli popoli che sotto il Duca stavano mal contenti, tra li quali erano gli Urbinati, presono speranza di potere innovare le cose. Donde nacque che sendo così sospesi gli animi, per certi da Urbino fu disegnato di occupare la rocca di San Leo, che si teneva per il Duca, i quali presono occasione da questo. Affortificava il castellano quella rocca, e facen­dovi condurre legnami, appostarono i congiurati, che certi travi che si tiravano nella rocca fussino sopra il ponte, acciocchè impedito non potesse essere alzato da quelli di dentro, e presa tale occasione, saltarono in sul ponte, e quindi nella rocca; per la quale presa, subito ch’ella fu sentita, si ribellò tutto quello stato, e richiamò il Duca vecchio, presa non tanto la speranza per la occupazione della rocca, quanto per la dieta della Magione, mediante la quale pen­savano essere ajutati. I quali intesa la ribellione d’Urbino, pensarono che non fusse da perdere quella occasione, e ragunate lor genti si feciono innanzi, per espugnare se alcuna terra di quello stato fusse restata in mano del Duca, e di nuovo mandarono a Firenze a sollecitare quella Repubblica a voler essere con loro a spegnere questo comune incendio, mostrando il partito vinto, e una occasione da non ne aspettare un’altra. Ma i Fiorentini, per l’odio ch’avevano con i Vitelli e Orsini per diverse cagioni, non solo non si aderirono loro, ma mandarono Niccolò Machiavelli loro Segretario ad offerire al Duca ricetto ed ajuto contro a questi suoi nuovi nimici; il quale si trovava pieno di paura in Imola, perchè in un tratto, e fuori d’ogni sua opinione, sendogli diventati nimici i soldati suoi, si trovava con la guerra propinqua, e disar­mato. Ma ripreso animo in sulle [p. 117 modifica]offerte de’ Fiorentini, disegnò tem­poreggiare la guerra con quelle poche genti che aveva, e con pra­tiche d’accordi, e parte preparare ajuti, i quali preparò in duoi modi; mandando al Re di Francia per gente, e parte soldando qualunque uomo d’arme e altri che in qualunque modo facesse il mestiere a cavallo; e a tutti dava denari. Non ostante questo i nimici si feciono innanzi, e ne vennono verso Fossombrone, dove avevano fatto testa alcune genti del Duca, le quali da’ Vitelli e Orsini furono rotte. La qual cosa fece, che il Duca si volse tutto a vedere se poteva fermare questo umore con le pratiche d’accordo, ed essendo grandissimo simulatore, non mancò di alcuno ufficio a fare intendere loro, che eglino avevano mosso l’armi contro a colui, che ciò che aveva acquistato voleva che fusse loro, e come gli bastava avere il titolo di principe, ma che voleva che il principato fusse loro. E tanto gli persuase, che mandarono il Signor Pagolo al Duca a trattare accordo, e fermarono l’armi. Ma il Duca non fermò già i provvedimenti suoi, e con ogni solleci­tudine ingrossava di cavalli e fanti; e perchè tali provvedimenti non apparissino, mandava le genti separate per tutti i luoghi di Romagna. Erano intanto ancora venute cinquecento lance Francesi, e benchè si trovasse già sì forte che potesse con guerra aperta vendicarsi contro ai suoi nimici, nondimeno pensò che fusse più sicuro e più utile modo ingannarli, e non fermare per questo le pratiche dello accordo. E tanto si travagliò la cosa, che fermò con loro una pace; dove confermò loro le condotte vecchie; dette loro quattro mila ducati di presente; promesse non offendere gli Bentivogli; e fece con messer Giovanni parentado; e di più che non gli potesse costrignere a venire personal­mente alla presenzia sua, più che a loro si paresse. Dall’altra parte loro promessono restituirli il Ducato di Urbino, e tutte le altre cose occu­pate da loro; e servirlo in ogni sua espedizione, nè senza sua licenza [p. 118 modifica]far guerra ad alcuno, o condursi con alcuno. Fatto questo accordo, Guido Ubaldo Duca di Urbino di nuovo si fuggì a Venezia, avendo prima fatto ruinare tutte le for­tezze di quello stato; perchè confidandosi ne’ popoli, non voleva che quelle fortezze, ch’egli non credeva poter difendere, il nimico occu­passe, e mediante quelle tenesse in freno gli amici suoi. Ma il Duca Valentino avendo fatta questa convenzione, e avendo partite tutte le sue genti per tutta la Romagna con gli uomini d’arme Francesi, alla uscita di Novembre si partì da Imola, e ne andò a Cesena, dove stette molti giorni a praticare coi mandati de’ Vitelli e degli Orsini, che si tro­vavano colle loro genti nel Ducato di Urbino, quale impresa si dovesse fare di nuovo, e non concludendo cosa alcuna, Oliverotto da Fermo fu mandato ad offerirli, che se voleva fare l’impresa di Toscana, che erano per farla, quando che nò, anderebbono all’espugnazione di Sinigaglia. Al quale rispose il Duca, che in Toscana non voleva muover guerra, per esserli i Fiorentini amici, ma che era ben contento che an­dassino a Sinigaglia. Donde nacque che non molto dipoi venne avviso, come la terra a loro si era resa, ma che la rocca non si era voluta rendere loro; perchè il castellano la voleva dare alla persona del Duca e non ad altri, e però lo confortavano a venire innanzi. Al Duca parve la occasione buona, e non da dare ombra, sendo chiamato da loro, e non andando da se. E per più assicurarsi, licenziò tutte le genti Francesi, che se ne tornarono in Lombardia, eccetto che cento lance di Monsignor di Can­dales suo cognato; e partito intorno a mezzo Dicembre da Cesena, se ne andò a Fano, dove con tutte quelle astuzie e sagacità potette, persuase a Vitelli e agli Orsini che lo aspettassino in Sinigaglia, mo­strando loro, come tale salvatichezza non poteva fare l’accordo loro nè fedele nè diuturno, e che era uomo che si voleva poter valere del­l’armi e del consiglio degli amici. [p. 119 modifica]E benchè Vitellozzo stesse assai renitente, e che la morte del fratello gli avesse insegnato, come e’ non si debbe offendere un Principe e dipoi fidarsi di lui, nondimanco persuaso da Pagolo Orsino, suto con doni e con promesse corrotto dal Duca, consentì ad aspettarlo. Donde che il Duca davanti, che fu a’ dì xxx. di Decembre mdii. che doveva partire da Fano, comunicò il disegno suo a otto de’ suoi più fidati, trai quali fu Don Michele e Monsignor d’Euna, che fu poi Cardinale, e commise loro che subito che Vitellozzo, Pagolo Orsino, Duca di Gravina, e Oliverotto gli fus­sino venuti allo incontro, che ogni duoi di loro mettessino in mezzo uno di quelli, consegnando l’uomo certo agli uomini certi, e quello intrattenessino infino in Sinigaglia, nè gli lasciassino partire, fino che fussino pervenuti allo alloggiamento del Duca, e presi. Ordinò appresso che tutte le sue genti a cavallo ed a piedi, che erano meglio che duemila cavalli e diecimila fanti, fussino al far del giorno la mattina in sul Metauro, fiume discosto a Fano a cinque miglia, dove lo aspettassino. Trovatosi adunque l’ultimo di Decembre in sul Metauro con quelle genti, fece cavalcare innanzi circa dugento cavalli, poi mosse le fanterie, dopo le quali la persona sua con il resto delle genti d’arme. Fano e Sinigaglia sono due città della Marca poste in sulla riva del mare Adriatico, distante l’una dall’altra quindici miglia; talchè chi va verso Sinigaglia ha in sulla mano destra monti, le radici de’ quali in tanto alcuna volta si ristringono col mare, che da loro all’acqua resta uno brevissimo spazio, e dove più si allargano non ag­giugne la distanza di due miglia. La città di Sinigaglia da queste radici de’ monti si discosta poco più che il trarre d’un arco, e dalla marina è distante meno d’un miglio. A canto a questa corre un piccolo fiume, che le bagna quella parte delle mura, che è in verso Fano, riguardando la strada. Pertanto chi propinquo a Sinigaglia arriva, viene per buono spazio di cammino lungo i monti, e giunto al [p. 120 modifica]fiume che passa lungo Sinigaglia, si volta in sulla mano sinistra lungo la riva di quello, tanto che andato per ispazio di un’arcata, arriva ad un ponte che passa quel fiume, ed è quasi a testa con la porta ch’entra in Sinigaglia, non per retta linea ma traversalmente. Avanti alla porta è un borgo di case con una piazza, davanti alla quale l’argine del fiume fa spalle dall’uno de’ lati. Avendo pertanto gli Vitelli e gli Orsini dato ordine di aspettare il Duca e personalmente onorarlo, per dare luogo alle genti sue ave­vano ritirate le loro in certe castella discosto da Sinigaglia sei miglia, e solo avevano lasciato in Sinigaglia Oliverotto con la sua banda, che era mille fanti e centocinquanta cavalli, i quali erano alloggiati in quel borgo, che di sopra si dice. Ordinate così le cose il Duca Valentino ne venne verso Sinigaglia; e quando arrivò la prima testa de’ cavalli al ponte non lo passarono, ma fermatisi volsono le groppe de’ cavalli l’una parte al fiume, e l’altra alla campagna, e si lasciarono una via nel mezzo, donde le fanterie passavano, le quali senza fermarsi entravano nella terra. Vitellozzo, Pagolo, e il Duca di Gravina in su muletti n’andarono incontro al Duca, accompagnati da pochi cavalli, e Vitellozzo disarmato con una cappa foderata di verde, tutto afflitto come se fusse conscio della sua futura morte, dava di se, conosciuta la virtù dell’uomo e la passata sua fortuna, qualche ammirazione. E si dice, che quando e’ si partì dalle sue genti per venire a Sinigaglia, per andare incontro al Duca, che e’ fece come ultima dipartenza da quelle. Alli suoi capi raccomandò la sua casa, e le fortune di quella; e gli nipoti ammonì, che non della fortuna di casa loro ma della virtù de’ loro padri si ricordassino. Arrivati adunque questi tre davanti al Duca, e salutatolo umanamente, furono da quello ricevuti con buon volto, e subito da quelli a chi era commesso fussino osservati, furono messi in mezzo. Ma veduto il Duca come Oliverotto vi mancava, il quale era rimaso con [p. 121 modifica]le sue genti a Sinigaglia, e attendeva innanzi alla piazza del suo alloggiamento sopra il fiume a tenerle nell’ordine, ed esercitarle in quello, accennò coll’occhio a Don Michele, al quale la cura di Oliverotto era data, che provvedesse in modo che Oliverotto non scampasse. Donde Don Michele cavalcò avanti, e giunto da Oliverotto gli disse, come non era tempo da tenere le genti insieme fuori dello alloggia­mento, perchè sarebbe tolto loro da quelle del Duca; e però lo confortava ad alloggiarle, e venisse seco ad incontrare il Duca. Ed avendo Oliverotto eseguito tale ordine, sopraggiunse il Duca, e veduto quello lo chiamò; al qual Oliverotto avendo fatto riverenza, si accompagnò con gli altri. E contratti in Sinigaglia, e scavalcati tutti all’alloggiamento del Duca, ed entrati seco in una stanza segreta furono dal Duca fatti prigioni. Il quale subito montò a cavallo, e comandò che fussino svaligiate le genti di Oliverotto e degli Orsini. Quelle di Oliverotto furono tutte messe a sacco, per essere propinque, quelle degli Orsini e Vitelli sendo discoste, ed avendo presentito la rovina de’ loro patroni, ebbono tempo a mettersi insieme; e ricordatisi della virtù e disciplina di casa Orsina e Vitellesca, stretti insieme, contro alla voglia del paese e degli uomini nimici si salvarono. Ma i soldati del Duca non sendo contenti del sacco delle genti di Oliverotto, cominciarono a saccheggiare Sinigaglia; e se non fusse che il Duca con la morte di molti ripresse la insolenza loro, l’avrebbono saccheggiata tutta. Ma venuta la notte, e fermi li tumulti, al Duca parve ammazzare Vitellozzo e Oliverotto, e condottili in uno luogo in­sieme gli fece strangolare. Dove non fu usato d’alcuno di loro parole degne della loro passata vita. Perchè Vitellozzo pregò, che e’ si suppli­casse al Papa che gli desse de’ suoi peccati indulgenzia plenaria; Oliverotto tutta la colpa delle ingiurie fatte al Duca piangendo rivolgeva addosso a Vitellozzo. [p. 122 modifica]Pagolo e il Duca di Gravina Orsini furono lasciati vivi, per insino che il Duca intese, che a Roma il Papa aveva preso il cardinale Orsino, l’Arcivescovo di Firenze, e Messer Jacopo da Santa Croce. Dopo la quale nuova a’ dì xviii. di Gennaio 1502. a Castel della Pieve furono ancora loro nel medesimo modo strangolati.