Discorsi, e lettere/Lettera al medesimo Mentore intorno alla curiosità delle Donne

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Lettera al medesimo Mentore intorno alla curiosità delle Donne

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Lettera al medesimo Mentore intorno alla curiosità delle Donne
Discorso intorno alla precedenza conceduta alle Donne Lettera della contessa Francesca Roberti Franco a Bianca Laura Saibante Vannetti, che le avea mandate alcune delle sue prose, e de' suoi versi
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LETTERA

Al medesimo Mentore

Intorno alla Curiosità delle Donne.


O questa è bella! Voi fate tutto giorno le stampite, e menate cotanto romore, perchè m’uscì di bocca voler io della curiosità femminile in generale alcuna cosa dire. Valoroso Amico, siete degno di scusa, avvegnacchè non sapete ancora dove la bisogna voglia ire, nè tanto meno poi se si tratti di biasimo, o di compatimento verso quel sesso, che solete voi con occhio filosofico mai sempre riguardare. Andate adagio col giudizio: non vi sovvien forse, ch’io sono Donna tuttavia, o femmina come a voi piace, e che per conseguenza non mi lascerò cader in mente di biasimare in altri quelle cose, che in me medesima, benchè forse non conosciute, preso avranno maggior piede, e potrebbono agevolmente esser riconvenute? Flemma dunque, e non mi state a interrompere. Della curiosità delle Donne intendo brevemente favellare, la quale con vostra buona permissione dividerò in due parti, ciascuna delle quali avrà un aspetto vario, e sarà o di biasimo degno, o di lode. Sogliono gli uomini, io penso per loro divertimento, tratto tratto beffar le Donne, chiamandole troppo curiose. Per vero dire non posso non dar loro tutta la ragione, qualor mi fo a riflettere sulla [p. 60 modifica]massima da loro generalmente stabilita di non lasciarci sapere, non dirò ogni cosa, che nol dobbiamo esigere, ma una gran parte di quanto tutto giorno loro accade. Ma se questa curiosità non avesse che un solo aspetto, io vi confesso dal canto mio, che non getterei neppure una parola per tema di non farmi scorgere da voi, che troppo accorto, e buon intenditore siete, non che sincero Amico. Ora curiosità ragionevole, e perciò degna di lode chiameremo noi quella, che non passa i confini dell’onesto, cioè quella che ci mena in traccia di nuovi scoprimenti al buon regolamento dell’animo, e delle facoltà tendenti. All’opposto viziosa appelleremo noi quella curiosità, che va in cerca di minuzie, e di fatti altrui, ed a nulla è più atta, che a partorire distrazioni, capricci, maldicenze, e per fine dissensioni. Valoroso Mentore, ancor mi suona all’orecchio, una batosta di parole fattemi, non è guari, da certi allegri Signorini, perchè io confessassi la propria colpa là in su due piedi; ma io che non m’arrendo così alla badalona, Amici, senza più, dissi loro, al tavolino vi voglio, e chi ne ha più delle ragioni, più ne mostri, ch’io m’ingegnerò intanto a farvi mutar di colore, e d’opinione. Ma lasciamo le baje, che a nulla giovano, e venghiamo al quia. Le Donne per disposizione de’ nostri primi padri furono sino dal bel principio, siccome tutt’ora il sono, legate, o vogliam dire educate in modo particolare, rispetto al loro contegno sì di vivere che di praticare; per la qual cosa non è lecito ad esse di fare [p. 61 modifica]ciò, che agli uomini non si disdice. Verbigrazia, chi vieta al vostro sesso il girare per le piazze, per li vicoli, l’entrare in qualunque convenzione, il frammischiarsi con ogni sorta di persone, e finalmente l’essere a parte di quanto può alla giornata accadere? Niuno per verità, lo so anch’io, perchè quella natura, che vi fu da principio madre benigna, seguita ad esserlo con voi, senza mai cangiare il primiero aspetto. All’opposto da noi severamente esige al presente quanto di austero seppe ella mai inventarsi in sulle belle prime. Ora non essendo voi soggetti a tal legge, potete tutto dì vedere, e sapere il tutto senza far conoscere di essere in conto veruno curiosi. Le Donne allo ’ncontro, cui non è lecito d’uscire, e liberamente girare, se vogliono essere informate, debbono necessariamente ricercare altrui l’accaduto, ed allora fuor di ragione si dà loro la taccia di curiose. La Donna forte non s’informò ella dai Cananei, e da altre genti straniere dei lavori delle cintole, onde aver campo di esitare le già lavorate dalle sue industriose mani? Oltre ciò si fece minutamente a esaminare l’origine, e gli andamenti della famiglia per sua propria regola. E la Samaritana ancora non ricercò al Signore, come, sendo egli Giudeo, potesse conversare co’ Samaritani, tra’ quali era vietato il commercio, e in oltre se si dovesse adorar Dio in Samaria, od in Gerusalemme? Vi sembrano queste forse curiosità intempestive? Io debilmente pensando le reputo curiosità lodevoli, e necessarie. E chi non vede che è duopo a colui di [p. 62 modifica]ricercare, il quale da se stesso non può saper nulla? Ditemi di grazia, sareste voi altri Filosofi, se bella curiosità guidati non vi avesse a conversare con Socrate, Platone, Aristotile, e co’ moderni, che sì luminosa comparsa mediante la virtù loro appresso il mondo fanno? e se dai loro sentenziosi detti appreso non aveste la Filosofia? Io per me vi dico un bel no. Frutto di sana curiosità fu certamente la conversione della rinomatissima Anna Dacier, ornamento, e splendore della Francia, la quale spinta dal lume di quella Grazia superiore a lei ignota si diede a leggere seriamente le sacre carte, nelle quali parve ad essa di ritrovar cose nuove e veritiere; onde ritiratasi in un suo poderetto, lontana da’ disturbi della città, si diede più attentamente alla lettura, e contemplazione delle medesime; il perchè si risolvette di abbracciare la Cattolica Religione, e in fine a sua persuasione il marito Andrea Dacier unitamente a lei abbiurò l’eresia. Adunque come volete, che noi regoliamo bene le faccende nostre senza pigliar informazione da chi ce la può dare, se chi è nato, e cresciuto nel bujo, non potrà nè sapere, nè tanto meno discorrer di luce? Per la qual cosa qualor veggiamo le Donne andar in traccia di cose al loro sesso, ed agl’impieghi loro confacenti, non si deve sì tosto tacciarle di curiose, giacchè troppo necessario è il prender lume per non giacere nella perpetua ignoranza, la quale non di rado abbonda in chi non mostra genio, o non ha modo di erudirsi. Ma questa vaghezza di rintracciar nuove cose, [p. 63 modifica]voglio, che abbia il suo limite, e non esca da’ convenevoli. Verbigrazia, sono le faccende di casa mal incamminate, perchè mancano alla padrona que’ lumi necessarj a tal uopo; potrà informarsi del contegno di qualche saggia Donna, o sia quello intorno alle facoltà, o riguardo alla famiglia tutta. Ma perchè sia del tutto ragionevole questa sua informazione, non dovrà estendersi a ricercare come si passa il tempo, quante visite ebbe la Signora, se la fortuna disse bene o male in giuocando, se è di buono, o cattivo umore, se veste bruno, o perso, e mille altre siffatte nojose ricerche figliuole della più fina e vana curiosità, che a nulla più giovano, se non che a distrarre perpetuamente il sesso femminile, ed a farlo cadere di pregiudizio in pregiudizio, meritandosi la beffa, e le fischiate. Ma oltre il proprio scorno, che si acquista col rintracciare le cose vane, e da nulla, quanti sconcerti non possono accadere? Lo vediamo in Dina figliuola di Giacobbe, la quale curiosa fuor del dovere essendo uscita per veder i costumi ed i vestiti delle femmine di Sichem, espose il proprio onore agl’insulti di quel Popolo, e poscia per cagion sua tanta vendetta presero i proprj suoi fratelli contro de’ Sichemiti, che incominciando dal figliuolo del Re Hemor finirono colla strage universale, non la perdonando neppure a’ fanciulli innocenti. Mediante la quale strage fu costretto Giacobbe a mutar paese per non essere oggetto continuo di odio e rancore a quel Popolo da’ suoi figliuoli sì malconcio. Sa non meno l’infelice [p. 64 modifica]moglie di Lot, come per curiosità estrema le costasse il divenire una immobile statua, perpetuo documento a’ posteri di non cercar di sapere, o vedere ciò, che le divine e le umane leggi ci vietano. Quindi, valoroso Amico, crederei poter conchiudere, esser non che lecita, ma altresì degna di commendazione quella curiosità, che è diretta da ottimo fin d’imparare le cose non sol ragionevoli, ma eziandio necessarie; e così pure doversi sfuggire ogni ombra di vane, e frivole ricerche, per non incorrer meritamente nella taccia di curiose oltre la buona massima d’un saggio, e buon contegno. Per tal modo schifando il male, e seguendo il bene, potranno gli uomini bizzarri chiamarci a lor talento curiose; ma non avranno persone assennate, le quali non diano loro tutto il torto sentendogli appellarci per tal nome. Ora dunque che debilmente ho esposte le mie ragioni, spero, che voi non isdegnerete opporvi a qualunque contrario parere, che da que’ garbati Signorini in isvantaggio di noi Donne venisse pronunziato, non meno che di ringraziarmi come vostra divotissima Serva.