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Dommine-covàti

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Li mortorj La lègge
Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Sonetti romaneschi/Sonetti del 1833

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DOMMINE-COVÀTI.[1]

     A Ddommine-covàti sc’è un bèr zasso
Più bbianco d’una lapida de latte,
Cór un paro d’impronte de sciavatte,[2]
Che ppareno dipinte cór compasso.

     Llì, un giorno, Ggesucristo annanno[3] a spasso
Trovò ssan Pietro, che, ppe’ nnun commatte[4]
Cór re Nnerone e st’antre teste matte,
Lassava a Rroma er zu’ Papato grasso.

     “Dove vai, Pietro?„[5] disse Ggesucristo. —
“Dove me pare,„ er Papa j’arispose,
Come averìa risposto l’Anticristo.

     Io mo nun m’aricordo l’antre cose;
Ma sso cch’er zasso ch’io co’ st’occhi ho vvisto
Cristo lo siggillò cco’ le carcóse.[6]

Roma, 15 gennaio 1833.

Note

  1. Domine quo vadis, piccola chiesa suburbana sulla Via Appia. È tradizione che san Pietro, fuggendo Roma e il martirio, ivi incontrasse il Maestro, e gli dicesse: Domine, quo vadis?ìì, e che rispostogli da Cristo: Eo Romam iterum crucifigi, egli, vergognoso della sua pusillanimità, ritornasse indietro e v’incontrasse la morte.
  2. Ciabatte.
  3. Andando.
  4. Combattere.
  5. Qui s’intende che la ignoranza dell’interlocutore confonde i fatti tradizionali.
  6. Le calcóse [dal verbo calcare]: vocabolo romanesco antiquato, sinonimo di “scarpe.„ La pietra, di cui qui si parla, conservasi ivi presso, nella Chiesa di San Sebastiano.