Dracula/XVII

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Capitolo XVII

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Bram Stoker - Dracula (1897)
Traduzione dall'inglese di Angelo Nessi (1922)
Capitolo XVII
XVI XVIII
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CAPITOLO XVII.


Giornale di Jonathan Harker.


1 ottobre.

Ho scoperto Tommaso Snelling ma nulla di nuovo. Sua moglie mi disse ch’egli era soltanto l’assistente di Smolett e che soltanto da quest’ultimo avrei potuto avere informazioni.

Mi feci condurre in vettura a Walworth. Il rispettabile personaggio beveva il suo thè con la gravità che un tal atto comporta. È il tipo del bravo operaio malizioso e buon ragazzo. Si ricordava benissimo del trasporto a Carfax; ma per precisare i ricordi tolse un vecchio registro tutto unto ricoperto di geroglifici a matita. Recentissimamente aveva trasportato sei casse da Carfax a Londra, all’indirizzo seguente:

197, Chicksand Street, Mile End, New Town.

E sei altri a:

Jamaïca Lane, Bermandsey.

[p. 144 modifica]È probabile che il mostro disperda nella città ognuno di quegli invii. Evidentemente ha fatto il piano di prepararsi a Londra parecchi «pieds à terre».

— Avete fatto altri trasporti? — gli chiesi.

— Sto per dirvelo, signore! La notte scorsa all’osteria del Cavallo bianco, c’è un tipo nominato Bloscam che s’è lamentato d’aver dovuto fare un lavoro niente affatto gradito in una vecchia casa di Purfleet. Forse se l’interrogate ve lo dirà.

— E dove lo posso trovare?

— Alla manifattura del Poplar.

Con quel vago indirizzo, partii alla volta del Poplar.

Era mezzodì quando scopersi quel lontano quartiere londinese. Anzitutto, non sapendo ove si trovasse la suddetta manifattura, m’informai in un caffè: gli operai che facevano colazione a un angolo del tavolo mi dissero che non molto lontano ce n’era una, recente.

Vi andai. Il capomastro, interrogato, rispose che Bloscam lavorava infatti per conto loro. Lo chiamarono in seguito alla mia promessa di pagare il tempo che stavo per fargli perdere.

Era un giovinottone vigoroso dai lineamenti duri e l’aria ostinata. Una moneta da venti soldi gli sciolse la lingua.

Aveva fatto due viaggi fra Carfax e una casa di Piccadilly per trasportare in questa nove grandi casse «che pesavano enormemente!»

— Potreste dirmi il numero di quella casa in Piccadilly!

— Perdiana, signore, non so più il numero. [p. 145 modifica]Ma so ch’era a pochi passi da un grande fabbricato bianco, forse una chiesa. Anche quella era una casa piena di polvere.

— Avete potuto caricare e scaricar da solo quelle casse?

— No, il vecchio galantuomo che m’aveva impegnato per fare quel lavoro mi diè una mano. Non ho mai veduto un uomo di quella forza.

— Ah! — feci io, con interesse.

— Si, un vecchio con i capelli bianchi. Eppure!... Sollevò una delle impugnature della prima cassa come fosse stata un pacchetto di thè mentre io sbuffavo per sollevare l’altra. Bisognava vedere! Lo stesso avvenne a Piccadilly. Era giunto prima di me e m’aperse la porta.

— Deponeste le casse nell’hall?

— Sicuro, dove volevate metterle? Poi ripartii; ed egli mi chiuse l’uscio alle spalle.

— E non vi ricordate il numero?

— No, signore. Ma è facile ritrovare la casa: c’è una gran facciata di pietra e un alto limitare.

Non potendo avere più precise informazioni, gli feci scivolare in mano un marengo e mi diressi al Piccadilly.

Non c’era tempo da perdere. Il Conte deve già avere disperso qua e là qualcuna delle sue casse.

A Piccadilly Circus, lasciai la vettura e feci alcuni passi. Scopersi prestissimo la casa descritta da Sam. Non fu certo abitata da molto tempo perchè uno strato di polvere l’annerisce. Le imposte sono aperte. Il cartello di vendita venne tolto ma disegna sul muro un quadrato più chiaro. Mi duole che non ci sia più: senza dubbio m’avrebbe dato il nome del proprietario dal [p. 146 modifica]quale forse avrei avuto il permesso di entrare nella casa.

Ma il cameriere del caffè lì di fronte potrà informarmi.

— Il proprietario di quella casa là? Il nome scritto sul cartello era mister Mitchell e Figlio.

Trovai l’indirizzo nella guida. Pochi minuti dopo arrivai all’ufficio dell’agenzia Mitchell e Figlio.

In assenza dei padroni fui ricevuto dal primo scrivano. Siccome pareva assai reticente, mi provai a prenderla dall’alto.

— Sono inviato da Lord Godalming che ha veduto la casa dall’esterno e vorrebbe comperarla. A chi deve rivolgersi?

E gli tesi il mio biglietto da visita.

— La cosa cambia aspetto, signore — disse repentinamente ossequioso. — Vi darei volentieri informazioni, poichè sarebbe usare cortesia a Lord Godalming. Ma per disgrazia non posso dirvi nulla senza l’autorizzazione dei miei principali. D’altronde, che desiderate sapere?

— Il nome del nuovo proprietario della casa.

— Sentite, volete lasciarmi l’indirizzo di sir Arturo? Faremo per lui un’eccezione alla regola. Conferirò con i miei padroni e gli scriverò subito stasera.

Al postutto, meglio valeva farmi di quell’uomo un alleato. Lo ringraziai garbatamente, gli diedi l’indirizzo dell’asilo e lo lasciai con una stretta di mano.

Dopo essermi rifocillato con del thè, ripresi il primo treno per Purfleet.

Tutti erano in casa. Mina par più triste e più stanca. Mi si stringe il cuore di non parlarle con [p. 147 modifica]fiducia, come prima. Ma d’altronde... E poi, il soggetto par che le ripugni e quando vi alludiamo non può reprimere un brivido. Temo che questi ultimi fatti l’abbiamo fortemente scossa.

Dopo pranzo, abbiamo fatto un po’ di musica. Poi condussi Mina nella sua stanza. La povera fanciulla mi strinse forte fra le braccia, quasi temesse per me nuovi pericoli. Grazie a Dio, ci amiamo teneramente.

Raggiunsi in salotto gli altri e diedi loro il risultato delle mie ricerche.

— Ecco una buona giornata di lavoro — disse Van Helsing. — Siamo sulla pista e potremo fra poco preparare il colpo finale e sbarazzarci di questo mostro.

— Ma come entrare in quella casa di Piccadilly? — chiese Morris.

— Siamo pur entrati nell’altra — replicò Lord Godalming.

— Non è la stessa cosa. A Carfax, siamo al riparo dagli indiscreti. Mentre laggiù, in piena Londra, non so davvero come potremo eseguire quella entrata da borsaiuoli di nuovo genere?

— Bisognerebbe aver la chiave.

— In qual modo?

— Sottraendola al Conte — dissi io.

— Aspettate prima la risposta di Mitchell — disse Van Helsing. — Adesso andiamo a dormire.

Non ce lo siamo fatto dire due volte. Sono salito nella mia stanza.

Mina dorme profondamente. Ha il respiro regolare ma debole: ha l’aria preoccupata e mi sembra molto pallida. Come vorrei saperla tranquilla, là a Exeter! [p. 148 modifica]


Giornale del Dottor Seward.


2 ottobre.

L’agenzia di Londra informa Lord Godalming che la casetta situata al numero 347 in Piccadilly fu comperata da un nobile straniero: il Conte de Ville. Si tratta certo di Dràcula.

Harker è nuovamente in giro; Arturo e Quincy s’occupano a procurarci dei cavalli. Sostengono, e a ragione, che non appena in possesso di tutte le informazioni necessarie al nostro piano d’azione, non ci sarà tempo da perdere. Infatti, dovremo, fra l’alba e il tramonto, purificare con fiori d’aglio e tuberose tutte le casse di terra importate dal Conte, per sopprimergli ogni rifugio e vincerlo.

Van Helsing è andato al British Museum a consultare alcuni antichi trattati di medicina; è bene sapere qual rimedio applicare alle ferite fatte da un vampiro.

Mi chiedo, certe volte, se non siamo tutti pazzi e se non farebbero bene a metterci la camicia di forza.

Nuovo conciliabolo.

Siamo sulla buona pista e domani sera ci sarà forse qualche novità.

Renfield è calmo. Che cosa nasconde questa calma? Ieri ricominciò ad acciuffare le mosche.

— To’! che cosa è questo grido selvaggio? Pare venga dalla sua stanza. Un guardiano entra a precipizio:

— Renfield ha dovuto ferirsi: l’abbiamo trovato steso a terra tutto insanguinato. [p. 149 modifica]

3 ottobre.

Quando giunsi, Renfield giaceva in un mare di sangue. Lo rialzai: aveva parecchie ferite in molte parti. Il viso era orribilmente martoriato, come se avesse battuto la faccia contro il pavimento.

— Si direbbe — disse il guardiano che l’esaminava — che s’è rotto la colonna vertebrale. Guardate: il braccio, la gamba e il viso da tutta la parte destra sono come paralizzati. In qual modo questi due accidenti poterono capitare simultaneamente? Si potè sfigurare la faccia battendo a terra. Potè rompersi la colonna vertebrale cadendo dal letto: ma di questi due accidenti l’uno esclude l’altro.

— Andate a cercare il dottore Van Helsing.

Il professore accorse subito in pantofole e veste da camera.

— Triste accidente! — disse laconico. — Quest’uomo dev’essere vegliato. Vado a vestirmi e ritorno.

Il malato respirava a stento; soffriva certo.

Van Helsing tornò con il suo astuccio.

— Congedate il guardiano — mi disse sottovoce. — Dobbiamo essere soli con quest’uomo quando tornerà in sè, dopo l’operazione.

— Potete continuare il vostro giro, Simons — dissi al guardiano. — Il dottore Van Helsing ed io basteremo.

Osservai, quando fu uscito:

— Le ferite al viso non sono che superficiali: ma c’è frattura del cranio. [p. 150 modifica]

— Bisogna agire subito — disse Van Helsing. — Tutti i nervi motori sono colpiti. Bisogna fare la trapanazione senza indugio.

In quel momento fu bussato all’uscio.

Apersi e vidi Arturo e Quincy in pigiama.

— Possiamo essere utili a qualche cosa? — chiesero.

— Si, entrate.

In poche parole li mettemmo al corrente. Van Helsing rimboccò le maniche per l’operazione; il suo viso non mi rassicurava affatto. Purché il disgraziato non spirasse prima di avere parlato! Non respirava che a sbalzi.

— Spicciamoci — disse Van Helsing — praticherò l’apertura verso l’orecchio.

Con mano abile e sicura maneggiava i suoi utensili.

A un tratto il malato emise un profondo sospiro e aperse gli occhi senz’aver l’aria di vederci.

Lentamente rinvenne e finì col riconoscerci.

— Starò tranquillo, dottore, dite loro di togliermi la camicia di forza. Ho fatto un sogno orribile che m’ha lasciato molto debole. Mi duole la faccia, perchè?

Volle voltare la testa, ma lo sguardo diventò vitreo, credetti che stesse per morire.

— Che avete sognato, Renfield? — interrogò Van Helsing.

Il viso del malato s’illuminò:

— Ah! siete voi. dottor Van Helsing! Come siete buono d’essere venuto!

«Ho sognato...

Non potè dir di più. [p. 151 modifica]

— Presto, Quincy, un po’ d’acqua e di brandy! — gridai.

Quincy tornò con una fiala. Ne umettai le labbra del paziente che riprese i sensi.

— Non è un sogno — riprese — ma un’atroce realtà. Ancora un po’ di brandy, sento che me ne vado e devo dire parecchie cose. Grazie.

«Vedete, tutto il male cominciò quella sera in cui vi supplicai d’allontanarmi di qui. Allora non potei parlare: la mia lingua era legata ma la ragione limpida. Quando partiste, ebbi una crisi di disperazione. Poi mi calmai. I cani abbaiavano accanto alla casa, ma Egli era altrove.

Van Helsing mi lanciò un’occhiata significativa.

— Continuate — feci io dolcemente.

Egli riprese:

Egli si avvicinò alla finestra sotto forma di nebbia, quale già lo avevo veduto parecchie volte. Ma aveva più l’apparenza d’uomo reale che di ombra; i suoi occhi scintillavano d’uno splendore straordinario, la bocca rossa sogghignava scoprendo i denti aguzzi. Io non gli dissi di entrare, come egli sperava.

«Allora, per sedurmi, fece sfilare davanti a me tutte le tentazioni. Vidi milioni di topi, d’uccelli, di gatti e di cani; e tutto ciò rappresentava del bel sangue rosso, della vita, e dei secoli d’esistenza.

«— Tutte queste vite sono vostre e molte altre ancora — mi disse — se volete adorarmi.

«Allora mi vidi avvolto da una nube rossa. Spinto da un impulso irresistibile, dissi:

«— Entrate, mio signore e padrone. [p. 152 modifica]

«Tutti gli animali erano scomparsi; egli era scivolato dalla finestra appena socchiusa.»

La voce di Renfield s’indeboliva sempre più; gli diedi ancora alcune goccie di brandy ed egli riprese il suo racconto, ma con una lacuna.

«Tutto il giorno aspettai che manifestasse il suo potere, ma egli nulla m’inviò, nemmeno una meschina piccola mosca. Quindi quando ritornò, quella sera, lo colmai d’ingiurie. Mi guardò con sprezzo ed i suoi occhi rossi parevano beffarmi. Poi, entrò nella stanza della signora Harker.

Il professore trasalì e lo vidi impallidire.

Renfield riprese:

— Oggi ho riveduto la signora Harker, nel pomeriggio, e la trovai cambiata. Non mi piace la gente pallida: mi piace vigorosa e dotata di un sangue ricco. Ella pareva aver perduto tutto il suo. Riflettei, dopo la sua partenza; e l’idea che Egli avesse potuto, che Egli avesse osato prendere un po’ della vita della signora Harker mi fece impazzire.

«Così, stasera, ho spiato l’arrivo del Mostro. Dicono che i pazzi hanno talvolta una forza strabiliante. Mi gettai addosso a lui e strinsi con tutte le mie forze. Ma allora i suoi occhi mi hanno abbruciato come due ferri infocati. Sentii svanire tutta la mia forza e rallentai la stretta. Egli mi sollevò e mi lanciò a terra con violenza; fui acciecato da una luce rossa, intontito da un rumor di tuono e il fantasma scivolò sotto la porta.

La sua voce si spense. Van Helsing si rialzò gridando:

— È nella casa, dunque! Purchè non sia troppo tardi! Andiamo ad assalirlo con le sue stesse armi. [p. 153 modifica]

Ci precipitammo nelle nostre stanze. Equipaggiati come la prima volta dell’escursione notturna nel maniero, ci ritrovammo davanti alla porta degli Harker.

— Siamo costretti a sfondare la porta — disse Van Helsing — poichè se svegliamo i nostri amici, Egli avrà il tempo di sfuggire.

Con lo stesso slancio, ci avventammo contro la porta la quale cedette tanto bruscamente che fummo lanciati in mezzo alla stanza.

Lo spettacolo che apparve mi agghiacciò di spavento. Il chiaro di luna era così luminoso che, malgrado le imposte chiuse, si vedevano gli oggetti nella stanza. Jonathan che occupava il letto accanto alla finestra, dormiva con un respiro irregolare. Accanto al letto di Mina si delineava un’indistinta forma nera.

Al nostro avvicinare, il Conte si voltò; i suoi occhi scintillarono di furore diabolico; le sue larghe narici si dilatarono, digrignò i denti e si allontanò con violenza dal letto di Mina e venne alla nostra volta. Il Professore agitò la sua ghirlanda di tuberose ed il Conte indietreggiò, come la povera Lucy davanti alla propria tomba. Allora brandimmo tutti i nostri fiori d’aglio, obbligando così il mostro a indietreggiare. Una nube passò davanti alla luna, oscurando la stanza. Quincy sfregò un cerino e l’accostò al gas; si vide allora un lieve vapore bianco scivolare nel corridoio.

Poi la signora Harker lanciò un grido stridente che udirò fino alla morte. Noi siamo accorsi verso di lei. Era d’un pallore livido e aveva lo sguardo folle di terrore. Si ricoperse il viso con le mani che portavano le traccie della rude stretta del Conte. [p. 154 modifica]

Arturo scivolò fuor della stanza e Van Helsing mormorò:

— Bisogna risvegliare Jonathan che pare sotto l’effetto d’un narcotico.

Immerse una salvietta nell’acqua e gliene sferzò il viso. Apersi le imposte. La luna brillava nuovamente; mi permise di vedere Quincy Morris attraversare il prato e nascondersi all’ombra d’un grande cipresso. Con quale scopo?

Harker si svegliò con un grido: un profondo stupore si dipinse sul suo viso.

— Che c’è? — balbettò.

Sua moglie gli tese le braccia, poi bruscamente se ne ricoperse il viso rabbrividendo.

— Che c’è? — replicò Jonathan. — Perchè quel sangue sul lenzuolo di Mina? Dio, Dio... il vampiro? È mai possibile?

Saltò giù dal letto e s’infilò rapidamente gli abiti.

— Bisogna salvar Mina, dottor Van Helsing — disse. — Io mi lancio all’inseguimento di quel miserabile. Occupatevi di lei.

— No, no, Jonathan — gridò Mina — non lasciarmi. Non voglio perderti!

Gli si avviticchiava disperatamente al collo.

— Non temete, figlia mia — disse Van Helsing dando alla giovine donna alcuni fiori di tuberosa — siamo qui noi che vegliamo.

Tutta tremante, ella nascose il volto contro il petto di suo marito. La piccola ferita al collo imprimeva sulla camicia di Jonathan due traccie rosse. A quella vista, ella singhiozzò gemendo:

— Impura! sono impura! Non posso più toccare mio marito! Sono la sua peggiore nemica! [p. 155 modifica]Non deve più avvicinarsi a me! Ah! è orrendo! è orrendo!

— Via, Mina — disse Jonathan con severità — ti proibisco di parlare così. Dici delle cose assurde.

La prese fra le braccia cullandola come una bimba.

— Adesso, dottore — diss’egli quando ella si fu alquanto calmata — ditemi tutto ciò ch’è avvenuto.

Gli esposi gli ultimi avvenimenti.

Egli mi ascoltò senza muoversi, livido.

Quincy e Godalming tornarono.

— Dov’eravate andati?

— Nella stanza di Renfield — disse Arturo; — il poveretto era morto.

Esitò un secondo come se volesse aggiungere altro; ma non osò e tacque.

— E voi, amico Quincy, che avete a dirci? — chiese Van Helsing.

— Andai nel giardino a spiare la sua uscita ma non vidi altro se non un grosso pipistrello che pareva fuggirsene dalla stanza di Renfield e allontanarsi in direzione dell’ovest. Speravo che il Conte rientrasse a Carfax, ma senza dubbio giudicò prudente scegliersi un altro rifugio. Il cielo si rischiara ad oriente, l’alba è prossima. Aspettiamo il giorno.