Elettra (D'Annunzio)/Per i marinai d'Italia morti in Cina

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Per i marinai d'Italia morti in Cina

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Per i marinai d'Italia morti in Cina
Alla memoria di Narciso e di Pilade Bronzetti A Roma



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PER I MARINAI D’ITALIA
MORTI IN CINA.

 
CHI ti vide col suo cuore
puro, o Italia liberata,
detersa dal sangue e dal pianto,
dalla polve e dal sudore,
5dopo l’alta gesta, alzata
nel mare nel sole nel canto?

Chi ti vide, dopo l’alta
gesta, vivere nel mare
col grande tuo corpo fecondo?
10Chi sentì nella tua calda
giovinezza palpitare
l’antica speranza del mondo?

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Forse i figli, forse i figli
tuoi migliori, i marinai
15su l’acque remote, nei porti
strani, gli umili tuoi figli
che non sai né rivedrai,
ti videro e caddero morti.

Ah ti videro più bella
20essi, i tuoi semplici eroi,
negli ultimi palpiti sacri!
Canterò oggi, per quella
tua bellezza, se tu m’odi,
il pianto di tutte le madri.

25Ecco, una madre nell’antica Ichnusa
dei pastori, nell’isola diserta
che stampa sul Tirreno dalla Nurra
al Campidano sua durabile orma,
ecco, la madre che filò la nera
30e bianca lana, ecco, la madre a sera
vien sulla soglia con la nuora pregna,
quando le greggi tornan di pastura.
Sta su la soglia con la nuora, e conta
le stelle prime nell’aria serena,
35nell’aria dolce ove il colmigno fuma;
e sta con nel suo cor la sua preghiera;

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e guarda sopra i gioghi di Gallura
la falce della luna che tramonta.
E guarda verso il mare la Caprera
40ove dorme il Leone in sepoltura
con un respiro che solleva l’onda;
e guarda l’ombra della Maddalena,
sul dolce mare un’ombra di guerriera
che tutta armata a guerreggiare è pronta.
45E prega, ignara della sua sciagura,
e prega e dice: “Chi me l’assicura?
Tu, Vergine Maria, Vergine pura,
tu guardalo dal male e tu l’aiuta!
T’accenderò quant’io potrò di cera,
50quant’io potrò d’oliva, se sventura
non gli accade, se salvo mi ritorna.
Guardalo, Vergine, alla madre sua,
guardalo alla sua madre e alla sua donna.
Dov’è, dov’è? Che fa egli a quest’ora,
55il buono figliuol mio, mentre che annotta?
Lo rivedemmo ch’era primavera.
La rondine non era anco venuta.
Giunse improvviso, giunsemi alla porta
gridando: “O madre, o madre, apri la porta!„
60Eri al telaio sotto la lucerna...„
A lungo a lungo ella così racconta
al cuore che ben sa, che ben ricorda,

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che ben ricorda ch’era primavera.
Così racconta la madre canuta;
65e guarda sopra i gioghi di Gallura
la falce della luna che tramonta;
e guarda verso il mare la Caprera
ove dorme il Leone in sepoltura
con un respiro che solleva l’onda.
70E un’altra madre viene su la soglia
d’un’altra casa e guarda un’altra altura
e un altro mare, il mar di Siracusa
e l’Etna grande che nell’ombra fuma;
e prega in cuore e dice: “O creatura
75del sangue mio, quando ti rivedrò?„
Odorano le selve alla riviera
con frutta d’oro; cantano alla luna
le ciurme prima ch’ella si nasconda:
trema la rete, palpita la vela.
80E un’altra madre viene su la soglia
d’un’altra casa, là nella remota
Italia, là sul Garda ove Peschiera
sorge custode nella sua cintura
forte, ove il Mincio memore saluta
85i campi di battaglia. E un’altra ancora
prega in silenzio e guarda la pianura
tra l’Oglio e l’Adda ove la primavera
fu cerula di molto lino. E ancora

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un'altra prega dalla pampinosa
90rama dei Monti d’Alba, dalla volsca
Velletri che disotto le sue mura
vide un mattino tempestar fra l’onda
dei cavalli il Leone ebro di Roma.
E un’altra ancora sta su la picena
95spiaggia, di là dal Tronto, e si ricorda
del bel naviglio che la prima volta
portò il fanciullo a Spàlato, a Gravosa,
a Sebenico, alla latina sponda
cui San Marco legò la sua galera;
100e prega in cuore e dice: “O creatura
delle mie pene, non ti rivedrò?„
Sì penano le madri in su la sera
al novilunio, alla dolce frescura.
E non, di qua dal Tronto, nella terra
105d’Abruzzi, nella terra ove riposano
i miei maggiori con la rugginosa
àncora di speranza e di fortuna,
non prega qualche madre per ventura
guardando su la placida Maiella
110tramontare la falce della luna?
Guarda greggi passare ad una ad una
lungh’esso il lito andando alla pianura
dell’Apulia, ai lor paschi, dall’altura
del Sannio che laggiù si fa nevosa;
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migrar le greggi per la via saputa
dai primi avi la madre guarda, muta
presso la casa ove restò la cuna
antica per la nova genitura,
la madre veneranda cui virtù
120di nostra prima gente in grembo dura;
e prega in cuore e dice: “O creatura,
creatura, che fai mentre che annotta?
Se sei grondante, ora chi ti rasciuga?
Forse hai tu sete, e la vigna ha tanta uva!
125Figlio, che fai? Pensi alla madre tua?
Pensi alla madre tua che non t’aiuta?„
E guarda pel sentiere che s’oscura,
e il cor le stringe sùbita paura.
Tramontata è la falce della luna;
130nell’ombra intorno altro non v’è che luca
se non il ferro pronto all’aratura.
È il mésso quei che per l’erta s’indugia?
Gran silenzio negli alberi s’aduna.
La madre ascolta, non respira più.
135S’ode il campano in lontananza ancóra,
della greggia che valica la duna;
s’ode il passo per l’erta che s’oscura.
La madre attende, non palpita più.

Morti sono i figli, morti
140

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sono i figli, morti sono
i figli alla guerra lontana.
Pochi erano contro molti.
Essi avean pel suolo ignoto
lasciata la nave lontana.

145Morti come sopra il ponte
della nave, come sanno
marinai dovunque morire.
Non il fiume, non il monte,
non il piano, essi non hanno
150veduto la casa e il confine.

Veduto non han Gallura
né il Mar Ligure né l’Adria
morendo su l’orride porte,
ma veduto han la figura
155grande e sola della Patria
risplendere sopra la morte.

Veduto non hanno i Monti
d’Alba o l’Etna, non Peschiera
né il Garda, ma l’unica Italia.
160Morti sono i figli, morti
sono intorno alla bandiera
d’Italia d’Italia d’Italia.