Esercitazioni filosofiche (Rocco)/II

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Esercitazione II

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I III
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Del moto circolare, retto e misto, ed a quali corpi convengano.


Esercitazione Seconda.

Dopo di aver Aristotile determinato della perfezzione integrale del mondo, intende venir a i particolari di esso; il che non può più agevolmente fare, quanto che per via di effetti naturali sensibili: fra i quali senz’alcun dubio è principal il moto, come immediato e primogenito operativo figlio della natura. Per mezo di questo dunque vuol, per ora, distinguere i corpi celesti da gli elementari. Ma perchè voi, Sig. Galileo, prima che veniate a trattar di questa importantissima controversia, impugnate molte cose Aristoteliche appartenenti a questi moti, io, per non esser prolisso e tedioso, distintamente ne addurrò le posizioni con le instanze fattele e le mie soluzioni, riserbando il resto a i discorsi seguenti.

Aristotile dunque di questa materia in questo modo discorre. Trattiamo (dice egli) ora delle parti speciali del mondo, posto un tal fondamento: che tutti i corpi naturali siano mobili di moto locale, già che essi rinchiudono entro sè stessi la natura, che è principio di moto. Il moto locale si divide in circolare, retto e misto, de i quali il circolare ed il retto sono semplici, facendosi sopra linea magnitudine semplice. Il moto circolare è quello che si fa intorno al centro. Il retto è di due sorti, cioè all’insù ed all’ingiù: dico esser all’insù quello che vien dal centro; all’ingiù, quello che va al centro. Onde segue che tre siano [p. 589 modifica]le specie di moti locali, come ho detto: a i quali rispondendo i corpi naturali, altri saranno semplici, atti a moversi in giro, come i cieli; altri pur semplici, ma mobili di moto retto, come gli elementi; ed altri misti, e questi avviene che si movano dal predominio de i semplici, e quei per lor propria natura. Sin qui, al nostro proposito, Aristotile; contra di cui voi, Sig. Galileo, adducete molte obiezzioni circa molti punti.

La prima è questa. «Per qual cagione (dite) Aristotile non disse che de i corpi naturali altri sono mobili per natura, altri immobili, avvenga che nella definizione abbia detto, la natura esser principio di moto e di quiete? che se i corpi naturali hanno tutti principio di movimento, o non occorreva metter la quiete nella definizione della natura, o non occorreva indur tal definizione in questo luogo.» Al che io rispondo che le cagioni naturali, come che nel lor causare o produr gli effetti suppongano necessariamente virtù attiva terminabile ad atto di perfezzione, non è possibile nè tanpoco imaginabile che si stendano subito all’imperfetto, al privativo, come non sarebbe possibile che la generazione fusse principio di morte, nè la potenza visiva di cecità, se ben a quella dopo l’atto positivo può seguir la corruzzione, e la privazione di vista a quest’altra: così non può la natura esser principio di quiete solamente, essendo ella pura privazione del moto, la quale, non essendo entità positiva, non avrà nè meno cagione positiva immediata. Onde la divisione di corpi in mobili ed in immobili sarebbe stata inutile, già che in questi non si rinchiuderebbe la natura, o sarebbe vota di virtù e di valore: ma che il corpo mobile, o avanti o doppo che si mova, stia fermo, non è assurdo veruno, perchè è sufficiente che in esso sia la virtù motiva, che è proprio l’effetto primo della natura, non già il moto attuale, di modo che senza questo sarebbe anco mobile, ma senza alcuna attitudine ad esso sarebbe in vano: e così la sola inclinazione alla quiete non gli darebbe naturalezza, perchè essa è naturale secondariamente per dipendenza dal moto, che l’ha insegnato benissimo esso Aristotile nell’ottavo della Fisica, al testo 23, con queste parole: Fosita est enim natura in naturalibus principium sicuti motus et quietis, tamen physicum magis motus est.

La seconda instanza (fatto passaggio dell’elica intorno al cilindro, come reducibile alla circolare, e bene) è questa: che Aristotile dalle predette assignazioni di moti retti e circolari per ragion di linee si riduce ad altre, cioè che il moto circolare sia intorno al mezo o centro, il retto all’insù ed all’ingiù, «i quali (aggiungete voi, Sig. Galileo) non si usano fuora del mondo fabricato, ma lo suppongono non pur fabricato, ma di già abitato da noi. Che se il moto retto è semplice per la simplicità della linea retta, e se il moto semplice è naturale, sia pur egli fatto per qualsivoglia verso, dico insù, ingiù, inanzi, indietro, a destra, a sinistra, e se altra differenza si può imaginare, purchè sia retto, dovrà convenire a qualche corpo naturale semplice; o se no, la supposizione di Aristotile è manchevole.» [p. 590 modifica]Questa obiezzione ha due parti: l’una improvera ad Aristotile che supponga in queste speculazioni il mondo fabricato ed abitato da noi; l’altra, la varia definizion del moto. La prima parte (vi rispondo io) cortesemente ve la concederei; perchè Aristotile, filosofando, non fa il mestiero dell’architetto o del fabro, che contemplando disegnano ed operano, gli effetti de’ quali dipendono dalla conoscenza, non la conoscenza da gli effetti. Esso Aristotile dalle cose naturali esistenti ha preso occasione di investigarne le cause, non che dalla sua cognizione si avesse da prender il disegno o il modello di quelle: Ex sensibilibus facimus scientiam naturalem, diss’egli, et scibile est prius natura quam scìentia. Non sono scienze prattiche queste, Sig. Galileo mio, ma pure speculative, che sono necessariamente prevenute dall’oggetto, come l’effetto dalla propria cagione. Potrei anco dirvi che l’atto dipende dal suo principio, ed in luogo di quello, per nostra facilità, può mettersi; e così, dicendo «Tali sono i moti retti o circolari» è l’istesso che dire «Così era nel lor naturai principio, onde così dovea farsi nella prima origine e disposizione dell’universo». Nè ad Aristotile fu incognita questa osservazione, anzi l’ha espressa al proposito della formazione della Terra, nel secondo del Cielo, al testo 108, con queste parole: Sive igitur facta est, hoc necessarium factam esse modo, sive ingeneràbilis semper manens etc.

Circa la seconda parte di questa obiezzione, vi rispondo che nel moto locale devono considerarsi due parti principali, per definirlo bene: l’una è il spazio, l’altra è il fine; quella concerne la causa materiale recettiva, questa la forma perfezzione; quella è fondamento necessario, questa move all’operazione. Devesi anco avvertire che Aristotile parla di moti naturali, onde ha, consideratamente a questo effetto, premesso qui che la natura in essi sia principio di moto. Sì che la sua intiera definizione è tale: Il moto retto è quello che si fa per linea retta al determinato luogo naturale del mobile, all’insù all’in giù; il circolare, per linea circolare, ma intorno al mezo al suo centro: e così queste due condizioni della definizion del moto si devono prender congiunte, non disgiunte, come fate voi; ed in vero se solo la linea retta bastasse, ogni moto sarebbe naturale, anco il violento, purchè si facesse per questa linea. È retto, dunque, il moto che si fa per linea retta, ma se non tende al termine suo naturale, non sarà naturale; ed io, nella mia filosofia, lo chiamai retto al modo di matematici, e colà ho portato quest’istessa difficultà che voi, e solutala.

La terza obiezzione è circa il supposito che fa Aristotile di un sol moto circolare e di un sol centro; dicendo voi, Sig. Galileo, che «egli ha la mira di voler cambiarci le carte in mano, e di voler accomodar l’architettura alla fabrica, non construir la fabrica conforme a i precetti dell’architettura: che se io dirò che nell’università della natura ci possono esser mille movimenti circolari, ed in conseguenza mille centri, vi saranno ancora mille moti in su ed ingiù.» Ho a questa instanza risposto in parte; cioè che le speculazioni filosofiche dipendono [p. 591 modifica]dall’oggetto, con differenza notabile dalli oggetti operabili, se ben voi ve ne servite con opposita comparazione. Questi mille movimenti e mille centri, che voi ponete, saranno ponderati al suo luogo, cioè dove ne tratterete ex professo: vi dico nondimeno per adesso, che se ben fossero centomila circolari movimenti, purchè siano di corpi ambienti k’un l’altro e perfettamente sferici (come per ora deve supporsi per l’unità dell’universo), misurando dall’ultima superficie convessa del primo continente, uno solamente sarà il centro principale, o mezo che vogliam dire; e questo ha inteso Aristotile per quel della Terra, alla cui posizione basta la conformità dell’ultima superficie concava, che contien gli elementi, in grazia di quali, come di parti ordinate al tutto e diverse dalle celesti, ha parlato; e quando con dimostrazioni veraci voi troverete altri mezi, nè esso nè io negheremo di aver errato. Quanto al numero di moti, il parlar d’Aristotile è generico, onde non di un solo deve intendersi, nel modo che tutte le difinizioni sono universali e communi; basta che tutti i circolari siano intorno al mezo, i retti su e giù, per aver commune una definizione.

La quarta vostra obiezzione è contra la posizione del moto misto, in questa maniera: «Ma per moto composto (dite) e’ non intende più il misto di retto e circolare, che può esser al mondo, ma introduce un moto misto tanto impossibile, quanto è impossibile a mescolar movimenti opposti fatti nella medesima linea retta, sì che da essi ne nasca un moto, che sia parte insù, parte in giù; e per moderar una tanta sconvenevolezza ed impossibilità, si riduce a dire che tali corpi misti si movano secondo la parte semplice predominante; che finalmente necessita altrui a dire che anco il moto fatto per la medesima linea retta è alle volte semplice e tal ora anche composto, sì che la simplicità del moto non si attende più dalla simplicità della linea solamente». Così dite, Sig. Galileo, ed il rispondervi è facilissimo; anzi e la risposta e la difficultà istessa l’ho apportata ancor io espressamente nel primo del Cielo, nè mi rincrescerà ripeterla. Mentre dunque voi dite che per moto composto non intende più il misto di retto e circolare etc., ma un tanto impossibile etc., io non vedo altra impossibilità che quella che voi medesimo vi fabricate, in non voler intendere (non dirò che non sappiate) quel che ha da sè stesso sana facile e convenevolissima intelligenza.

Or sentite.

Dice Aristotile che il moto semplice naturalmente conviene a i corpi semplici, il composto a i composti, e poi soggiunge, i corpi misti moversi secondo il predominio di semplici, come le cose gravi dal predominio dell’acqua o della terra, le levi dell’aria o del fuoco: e qui vedete che alcuni misti non hanno moto naturale diverso da quello de gli elementi, ma solo si movono dal predominio di alcuni di essi. Oltre di questi si trovano altri misti, che necessariamente hanno il moto misto di retto e circolare, o vogliam dir tortuoso. È dunque la dottrina di Aristotile tale: De i moti, altri son circolari, altri retti, altri misti; i circolari [p. 592 modifica]convengono a i corpi celesti, i retti a gli elementi ed anco a tutti i misti inanimati, i quali non hanno altro moto che dell’elemento predominante, talchè non solo la terra, ma ancora le pietre, l’oro, l’argento, il piombo e l’altre cose tutte di terrea gravità, si movono rettamente verso il centro, così le levi verso il cielo; ma oltre ciò tutti gli animali si movono naturalmente di moto misto: tale è il moto progressivo, il volativo, il natativo, il serpitivo, e mille e mill’altri. Vi domando, se questi siano moti retti o no? e se non sono retti, di che esclamate voi? dove trovate tante sconvenevolezze, tante impossibilità ed assurdi? Direte forse che questi non sono moti naturali? e perchè? non divengono essi forse dall’anima, che è ne i viventi forma e natura principalissima? non è forse così naturale all’uomo ed al cavallo il caminare, come alla terra ed al piombo il discendere? E ben vero che ne gli animali si trova anco il moto corporeo puro, che divien dalla gravità; e questo è semplice, dall’elemento predominante, come quel delle cose miste inanimate. Ecco dunque i moti misti di mistura matematica e di naturale; voglio dir, e per ragion del spazio sopra di cui si fanno, che è tortuoso, e perchè in simili moti vi è la naturalezza dell’anima, prima natura in quelli, e la ripugnanza del corpo grave, che da sè stesso tenderebbe direttamente all’ingiù; ed eccovi manifestissima l'una e l’altra mistura, la quale nella dissoluzione del misto animale si dissolve anch’ella, e nel cadavero resta il semplice moto, come nelle cose inanimate, dall’elemento predominante. Che dite, Sig. Galileo? vi par che questi siano moti impossibili?postille 1 vi par di aver parlato consideratamente mentre per conclusione dite, a car. 10 [pag. 42, lin.1-2], che Aristotile «non vi trovò corpo alcuno che fusse naturalmente mobile di questo moto»? Mi direte che colà Aristotile non parla eccetto che de’ moti puri naturali, non stendendosi a gli animali. Io vi dico che divide il moto locale in commune, da applicarsi come ho detto. Forse aggiungerete che dovea esso dichiararsi. [p. 593 modifica]spondo che da gli universali posti è facile venir da sè stessi a i particolari. E se nel libro De animalium motu (che è luogo appropriato a queste dottrine) l’ha detto espressa e diffusamente, che direte? avrà egli parlato a caso? con posizioni ripugnanti? Ecco dunque l’adeguata soluzione del vostro nodo gordiano, non già quella che fate apportar al vostro Simplicio, cioè che si dica moto misto naturale per la diversa velocità del mobile etc.: e per dirvela confidentemente, mi par che vi dilettate di indur a maraviglia coll’apparenze, nel modo che fanno quei che professano far straveder con artificii, che in effetto non hanno sussistenza soda, ma superficiale, ordinata al passatempo, non all’esattezza del vero. Vi fingete risposte a vostro modo, e poi egregiamente l’impugnate, e volete dar a creder di aver espugnato Aristotile; a punto come coloro che offendon tal volta le figure, anzi l’ombre, credendo oltraggiare gli essemplari vivi, o come i cani che mordono i sassi in luogo di chi gli scaglia.

La quinta obiezzione è circa il moto retto de gli elementi, la quale, perchè contiene diversi punti e difficoltà, io per più chiarezza la dividerò in molte parti, ponendole ordinate e continuate, e con l’istesso ordine similmente le scioglierò

1. La prima è questa. «Se gli corpi integrali del mondo (dite voi) devono esser di lor natura mobili, è impossibile che i movimenti loro siano retti, o altri che circolari: e la ragione è assai facile e manifesta. Imperochè quello che si move di moto retto, muta luogo; e continuando di moversi, si va sempre più e più allontanando dal termine onde ei si partì e da tutti i luoghi per i quali successivamente va passando; e se tal moto naturalmente se gli conviene, adunque egli da principio non era nel suo luogo naturale, e però non erano le parti del mondo con ordine perfetto disposte: ma noi supponghiamo, quelle esser perfettamente ordinate: adunque, come tali, è impossibile che abbiano da natura di mutar luogo, ed in conseguenza di moversi di moto retto.»

2. La seconda parte è questa. «In oltre (dite), essendo il moto retto di sua natura infinito, perchè infinita ed indeterminata è la linea retta, è impossibile che mobile alcuno abbia da natura principio di moversi di moto retto, cioè verso dove è impossibile di arrivare, non vi essendo termine prefinito; e la natura, come ben dice Aristotile medesimo, non intraprende a fare quello che non può esser fatto, nè intraprende a movere dove è impossibile di pervenire.» E chi dicesse che la natura arbitrariamente gli abbia assignati termini, voi rispondete che forsi ciò si potrebbe favoleggiar che fusse avvenuto del primo caos, dove confusamente andavano indistinte materie vagando, per ordinarle a’ suoi luoghi; ma nel mondo fabricato, ove è ottima constituzione, ciò è impossibile. Fin qui sono parole vostre, ed aggiungete una risposta a modo vostro.

3. Per terza parte, concludendo contra la risposta predetta, dite che movendosi in questa maniera, cioè di moto retto, i corpi si disordinarebbono, rimovendosi da i proprii luoghi; però si può dire che il moto retto servi a condur le [p. 594 modifica]materie per fabricar l’opera, ma fabricata che ella è, o resti immobile, o, se mobile, si mova solo circolarmente.

4. Nella quarta parte adducete a favor vostro l’opinion di Platone, che voleva che dopo esser stati i corpi mondani fabricati e stabiliti, fossero dal suo Fattore per alcun tempo mossi per moto retto; ma pervenuti in certi e determinati luoghi, furon rivolti ad uno ad uno in giro, passando dal moto retto al circolare, dove poi si son mantenuti e tuttavia si conservano.

5. E per stabilir questa posizione, dite (e sia la quinta parte) che ogni corpo naturale costituito in stato di quiete, purchè sia mobile, non impedito si moverà, purch’abbia inclinazione a qualche luogo particolare; perchè quando fusse indifferente a tutti, restarebbe nella sua quiete. Da questa inclinazione egli si anderà continuamente accelerando; e cominciando con moto tardissimo, non acquisterà grado alcuno di velocità, che prima non sia passato per tutti i gradi di velocità minori, o vogliam dire di tardità maggiori: perchè, partendosi dallo stato della quiete (che è il grado di infinita tardità di moto), non può entrar nel maggior grado di velocità, che non passi per il minore, etc. E questa accelerazion si fa dalla natura per acquistar il luogo naturale; e perciò si può dire che la natura, per dar ad un mobile un grado di velocità determinata, lo faccia mover per alcun tempo di moto retto. Così concludete che i cieli e gli elementi prima per moto retto siano venuti al suo luogo, e poi si movano in giro; anzi, secondo la lontananza onde si son partiti, abbiano acquistata maggior velocità, e perciò l’uno più velocemente dell’altro si mova, e rispondano al calcolo di questa mozione.

6. Apportate, per provare (nella sesta parte) che si acquisti sempre velocità maggiore nel moto retto naturale, alcune dimostrazioni matematiche: la somma delle quali la toccate voi stesso nella predetta ragione, con dire che dal rimoversi il mobile dalla tardità infinita, cioè dalla quiete, deve passar per gradi minori e minori, il che disegnate con linee e caratteri facili da intendersipostille 2. Ponete parimente diverse velocità secondo la diversità di piani più meno inclinati, pervenendo a questo, che nel piano orizontale è impossibile farsi moto, già che ci è arrivato all’estinzione dell’inclinazione. Ed essendo il moto circolare per linea orizontale (cioè nè declive nè elevata), ma intorno al centro, non potrà acquistarsi mai questo moto naturalmente, senza il moto precedente retto. Così Giove è più veloce di Saturno, perchè è sceso più che Saturno, etc.

7. Soggiungete (nella settima) che con questo moto non si disordina il mondo, si servano ne i medesimi luoghi i corpi naturali, senza impedir altri.

8. Di più (e sia la parte ottava), che essi elementi giamai si movono di moto retto, ma appena, tal ora, qualche particella di essi, quando è fuora del suo luogo; [p. 595 modifica]nè allora si move per linea retta, eccetto che per unirsi al suo tutto, non per altra cagione; non al centro, che è un punto imaginario, un niente, senza facoltà alcuna. Oltre di ciò, se il fuoco e l’aria nel suo luogo si movono circolarmente (il che confessano tutti i Peripatetici), è ragionevole che questi moti siano lor naturali, essendo perpetui, già che niuna cosa violenta è perpetua, ed è meglio che ciò proceda dalla natura che dalla violenza. Concludete che per mantenimento dell’ordine perfetto tra le parti del mondo bisogna dire che le mobili siano mobili solo circolarmente, e con le ragioni dette rampognate il vostro Simplicio, il quale difende il moto retto de gli elementi con la sperienza delle io lor parti.

9. Nella nona parte dite che la Terra non sia centro dell’universo, e perciò riprendete Aristotile di petizion di principio, perchè l’abbia supposta per tale, il che (dite) era in quistione, e dovea provarsi. Vi stendete poi a sferzarlo ben bene, con dire che non sappia formar sillogismi, se bene ne ha date regole e scrittine volumi, ma che a guisa di chi fa gli organi nè sa però sonargli, nè chi sa la poetica è però felice in far versi, e come che tali possegano tutti i precetti del Vinci e non sappiano dipingere un scabbello, e che le dimostrazioni siano proprie di matematici, non di logici.

10. Aggiungete (per decima) che l’argomento di Aristotile sia manchevole per un’altra via; cioè che, mentre egli dice «Se il fuoco per linea retta si move verso la circonferenza del mondo, dunque la Terra, movendosi di moto contrario, va verso il centro del mondo», perchè (arguite voi) da qualsivoglia punto signato entro la circonferenza detta si può il fuoco mover verso di essa, e per l’opposito dalla circonferenza al punto, ed allora non anderà dalla circonferenza al centro. Anzi, che il fuoco da mille e mille parti per ogni linea tende verso la circonferenza; dir dunque che venga dal centro del mondo, o che, per opposito, colà vada la Terra, non conclude altrimenti, se non supposto che le linee del fuoco, prolongate, passino per il centro del mondo: e così si suppone quel che deve provarsi, cioè che il centro della Terra sia in mezo del mondo, il che è in quistione; anzi (soggiongete) il Sole è in mezo del mondo, non già la Terra: ed in questo modo ancora dichiarate il paralogismo di Aristotile. Ma veniamo ormai ordinatamente alle soluzioni.

1. Alla prima vi dico, che il moto retto a gli elementi non si conviene mentre che sono ne i proprii luoghi, ma quando ne fussero fuora, già che questa sorte di moto è ordinata dalla natura per condur e collocar questi tali corpi o le lor parti a i suoi luoghi ed ivi conservargli; ed in questa maniera non si allontaneranno nè abandoneranno le proprie sedi, e saranno le parti del mondo con ordine perfetto disposte, come le colonne ne gli edificii. Ma mi potrete ragionevolmente soggiungere: Se non occorre, nè occorrerà mai, che questi corpi siano separati o lontani da i suoi luoghi, dunque mai secondo sè tutti si [p. 596 modifica]moveranno, talchè in vano saranno mobili del lor natural moto totale; e così era bene chiamargli immobili, anzi che di fatto sono tali. Vi rispondo che non son mobili in vano, perchè basta che abbino questa facoltà per adoperarla quando gli bisognasse, ancor che mai ciò non accadessepostille 3; ed eccovene l’essempio chiaro: l’uomo col suo ardire e valore è atto a far guerre, a domar le fiere, spianar i monti, adequar le valli, e mill’altre operazioni; però non è necessario che venga a questo, ed alle volte possono correr i secoli intieri senza tali occasioni; è perciò questa virtù in vano? non già. Così gli elementi hanno virtù di moversi localmente di moto retto naturale, e, caso che ne abbino bisogno, si movono, altrimenti non è necessario. Si può ancora dire, che avendo la natura dato a tutte le cose virtù per conservarsi e difendersi, la devono porre in esecuzione solamente quando da violenza siano agitate; così chi la Terra o alcuna delle sue parti dal proprio luogo rimovesse, da sè stesse vi tornerebbono: nè in altra maniera è di mestieri moversi tutti, come non si corrompono mai tutti, se bene sono corrottigli ed essi elementi ed anco i cieli, secondo voi, nè parimente del tutto altri cieli, altri elementi, si generano, sì come ancor voi confessarete. Perchè dunque hanno da mutar loco totale? e se per esser chiamati generabili e corruttibili gli basta il moto di generazione e corruzzione parziale, non gli basterà nella medesima maniera per esser mobili localmentepostille 4? Chi vi dicesse ancora che la natura è principio di ogni moto, non solo (dico) del locale, ma del generativo, corruttivo, aumentativo, diminutivo, ed alterativo, da ciascuno di quali separatamente può una cosa esser detta mobile, se ben non mutasse mai luogo, avrebbe anco detto qualche cosa non fuora di proposito: pur non intendo con questa risposta aver sodisfatto a me stesso nè ad Aristotile.

2. Alla seconda instanza rispondo, che la linea retta è infinita nella considerazione matematica, ma in buona filosofia non si dà nè linea nè altra cosa [p. 597 modifica]attuale infinita, e per conseguente nè meno il moto sarebbe infinito; e noi fra le principali posizioni filosofiche statuimo con ragioni l’universo terminato, nè voi lo ponete attualmente infinito di mole, talchè ogni moto sarà al suo termine o al luogo naturale del suo mobile: nè so dove possiate nè anco imaginarvi linea infinita di real esistenza nel mondo finito, e nell’infinito caos sapete sognarla. Meglio era dir al contrario: già che appunto ove non era termine nè distinzione, ivi non poteva esser nè luogo nè linea finita, chi non avesse dato determinazione avanti alcuna cosa determinata; e per tanto, all’opposito, la vostra ragione, cioè che si potesse favoleggiar linee finite nell’infinito e nel finito, sia io tanto repugnante, che nè anco la favola vi trova il verisimile.

3. Alla terza si risponde, che i corpi non si rimovono da’ proprii luoghi, come ho anco detto; ma dato per caso che non vi fussero, vi si ricondurrebbono, o essi over le sue parti, secondo che occorresse. Nè è disordine alcuno che nel passaggio cedesse l’uno all’altro, essendo quei corpi che cedono facili a questo, come si vede dell’aria e dell’acqua, onde, cedendo, operano o permettono che altri operi circa essi, secondo la lor natural disposizione; anzi che non si dicono naturali perchè principalmente operino effetti naturali, ma più tosto perchè da naturali agenti sono passibili, o in potenza (come dicono) passiva: talchè per quel patimento non nascerebbe disordine oltrenaturale, nè sconvenevole, tanto più che da maggiori loro disordini (per così chiamargli con voi), cioè dal generarsi e corrompersi, si conserva il mondo; ed è naturalezza delle cose generabili che siano in perpetua discordia ed in regolato disordine, come è manifesto non solo per ragioni filosofiche, ma per sensate sperienze ancora. Or se il distruggersi (che è l’ultimo de’ mali, non che di disordini) non repugna alla natura, non è cagione di confusione inutile nè di disordine immoderato, onde tante revoluzioni irreparabili tribuite voi al moto puro locale per agitarsi o commoversi i corpi mossi? non essendo egli in niun modo, quanto è per sè stesso, distruggitore delle cose.

4. Alla quarta (che è l’opinion di Platone), non dico altro per ora, perchè risponderò alla vostra dimostrazione, con la quale credete confirmar questa posizione, ed avrò in un tempo sodisfatto all’uno ed all’altro.

5. Vengo dunque alla quinta. E dico, prima, che voi supponete, la quiete esser una tardità infinita, constituita di gradi infiniti positivi, onde da altri di velocità, parimente infiniti, quasi con resistenza dei predetti, abbiano da vincersi, e così prodursi velocità sempre maggiore. Le quali cose sono falsissime: però che la quiete è una pura privazione; la tardità, comunque si sia, anco per caso infinita, è passione disgiunta del moto, il cui opposito, ed altro disgiunto, è la velocità, sì che ogni moto è veloce over tardo; di modo che attribuendo la tardità alla quiete, sarebbe come chi dicesse, il vedere esser proprio di chi è cieco. Or questa tal privazione per ogni atto positivo si toglie o distrugge, come per ogni [p. 598 modifica]lume si levano le tenebre, perchè, non avendo ella nè attività nè entità reale, non ha alcuna resistenza; di modo tale che ogni grado di moto l’ha estinta, e per conseguente a questo fine non accade produr velocità sempre maggiore. E quantunque sia dottrina di Aristotile, nel 2° del Cielo, che il moto naturale retto vada acquistando sempre maggior velocità quanto più si allontana dal luogo onde cominciò e si avvicina al suo naturale, non però fa tal acquisto per estinguer i gradi che non furno mai nella natura privativa della quiete, ma sì bene perchè i naturali effetti congionti alla lor cagione operante, non impedita, prendono sempre maggior vigore, e massime i primogeniti della natura, quale è il moto locale, ministro principale o più tosto padre de gli altri. Anzi, se il rimover la quiete (che chiamate tardità infinita) avesse per adeguata causa l’accrescimento di velocità (come dite), necessariamente ogni moto, tanto (dico) naturale retto, quanto circolare o violento, ricercherebbono velocità sempre maggiore, già che tutti cominciano dalla quiete. E se mi direte, in questi (cioè nel circolare e violento) ciò non occorrere, dunque (ripiglio) non fu la causa potissima la quiete, e per conseguente non dimostrate; già che la dimostrazione procede per cagioni sì necessarie ed infallibili, che sempre producono i suoi effetti. In oltre, se per levar via la tardità infinita, che è nella quiete, si ricercassero gradi sempre maggiori ed infiniti di velocità, seguirebbe che un moto fatto da un punto per linea perpendicolare, dalla sommità altissima di una torre, sarebbe meno veloce che un altro fatto dall’istesso punto per linea declive, grandemente inclinata all’istesso piano; e, per essempio, una pietra che calasse giù a piombo per dritta linea, discenderebbe meno veloce assai di un uomo che per longhissimo e poco arcuato ponte venisse in terra, discendendo quella e questi dalla medesima altezza della torre. La consequenza è chiara: perchè bisogna (secondo voi) levar via i gradi dell’infinita tardità con altri di rispondente velocità; se dunque nella linea inclinata si acquistano sempre gradi di velocità, e parimente nella perpendicolare, in quella tanti saranno di più, quanto che il spazio è più longo; almeno saranno egualmente veloci quei moti, già che l’uno e l’altro hanno superata la quiete tardità infinita e sono pervenuti ad un medesimo segno. Ed essendo queste cose impossibili (anco secondo voi, che minuite la velocità dalla diversità de’ piani acclivi e declivi, ed in ciò dite benenota), séguita che non per la cagione assegnata da voi si velociti il moto. Potrebbe bene la vostra dimostrazione applicarsi per conoscere che si passino nel moto locale parti infinite di spazio, cominciando sempre dalle minori; ma per ciò, indurre più e più velocità non vale, perchè le predette parti si passano in ciascun moto, come vi ho detto. Ma veniamo pur alla sesta.


postille 5 [p. 599 modifica]

6. E prima vi dico, che la vostra applicazione e la conseguenza insieme non

sono buone, cioè che gli elementi o altri corpi che si movono circolarmente, non possino moversi di questo moto se prima non si siano mossi di moto retto. Dite che nella linea inclinata si va sempre ritardando il moto (è vero, ed è manifesto senza dimostrazion matematica), e che giunto alla linea orizontale, non vi essendo più moto retto, il mobile si volge in giro: e questo è falsissimo, perchè, se quando è vicino alla linea orizontale, il moto nella linea grandemente inclinata è tardissimo e vicino al non essere, come può da esso procedere, come suo proprio natural effetto, un moto totalmente diverso e veloce? forse un contrario e quasi estinto produce effettivamente l’altro contrario vigoroso? e pur, secondo voi, il moto retto ed il circolare sono contrari, o siano grandemente diversi, che basta. E se bene fusse maggior e minor velocità nel moto retto, che ha da far col circolare? non sapete che il più ed il meno concernono l’istesso genere? Mostratemi, vi prego, con le vostre regole matematiche la forza di questa conseguenza, ch’io, quanto a me, non la saprei trovare con la cabala, nè con l’arte di Pietro d'Abano. Ed all’instanze che vi farò, vedrete se sia dimostrazione o sogno. Udite.

Se è vero che niun moto circolare può farsi senza il retto precedente, da cui (come dite) immediatamente dipende, in breve spazio di tempo mancherebbe il pane e la farina a gli uomini. Già le ruote che macinano, si movono in giro, specialmente secondo le vostre posizioni, che vi basta per questo moto ogni ragirazione per linea circolare, se ben non sia intorno al centro della Terra (che io, quanto a me, chiamo questi tali moti violenti e circolari per quantità, non per natura); or quando, per mover queste ruote, precede moto alcun retto? cadono forse elleno dal cielo, e poi si ragirano? overo, ogni volta che devono voltarsi, sarà mestieri levarle dalle sue asse in aria e lasciarle di moto retto cadere? nè anco riuscirebbe, perchè non trovarebbono la linea orizontale, che è (secondo voi) necessaria per venir dal moto retto al circolare. Che dite? e se dal retto tal moto circolare non è pervenuto, non si farebbe, e in questa maniera mai si macinerebbe il grano; ed ecco la vostra filosofia apportatrice di fame e di disaggi. Direte forse che il moto dell’acque e de i ministri suppliscono per il retto precedente. Ma ciò non solve: perchè voi volete che l'istesso mobile, dopo arrivato alla linea orizontale, non potendo moversi più di moto retto, si rivolti in giro; dunque l'istesse rote saranno calate per ragirarsi, e calate allora, perchè devono subito volgersi intorno, dall’aver compito il moto retto. E chi impedirebbe che una macina, intagliata da ogni verso, in un monte, senza esser stata mai mossa da quel luogo, potesse rotarsi? e pur non avrebbe avuto giamai alcun moto retto.

Ma veniamo al particolare di corpi dell’universo, cioè de gli elementi e del cielo, e con un filosofar praticabile, apunto come se vedessimo fabricar e disponer questi corpi ne’ proprii luoghi (già che così dite doversi fare, e bene), e [p. 600 modifica]ciamo dalla Terra, ponendo che ella fosse fuora del suo luogo, insieme con Platone e con voi. Vi domando: quando venne ove ora si trova, guai piano inclinato trovò ella, per cui si fosse potuta movere insino alla linea orizontale? di grazia fingetelo, se sapete. E questo piano era matematico o naturale? Il matematico è solo per astrazzion di mente, già che non dassi quantità realmente separata dalla sostanza, conforme all’opinione e verità di ogni professione: se era naturale, dunque avanti il fondamento del mondo vi era altro fondamento, e di quello si possono addurre l’istesse difficultà. Già pariamo del primo primo; che se non volete metter la Terra (che io la pongo per essempio), ponete qual di corpi a voi più piace; e ditemi in cortesia sinceramente (cerco la verità per desio di sapere, non per arroganza di contradirvi): sopra quali piani si fondavano i cieli? quali erano queste machine immense, e rette ed inclinate e curve, che gli sostentavano? certo erano, o doveano esser, maggiori o più salde di essi cieli, ed ecco avemo il mondo prima che fosse il mondo. E quel primo ove si fondava? e che si fece di lui dopo la constituzion di questo nostro? Mi direte che queste vostre posizioni sono per modo di intendere. Vi rispondo che siamo su l’opre reali, e cerchiamo conoscere e sapere la verità di moti veri, naturali, esistenti o possibili nella natura: non si dà scienza del falso, del chimerico; nè voi parlate per meri esempi, ma per posizioni assertive, determinate.

Ma ritorniamo, di grazia, pur per un poco alla Terra. Mentre ella per linea retta veniva al suo luogo, fu necessario che sotto di lei trovasse un tal corpo ritondo, intorno alla cui circonferenza ella potesse ragirarsi; così supponete voi con la posizione di quella linea orizontale: e così dentro la Terra vi è un altro corpo; ditemi qual sia, se pur a guisa di un’ombra non è svanito. In oltre, essendo ella in molte sue parti durissima, per ragirarsi gli fu necessario farsi in polvere, acciò uniformemente si acconciasse in figura sferica; talchè bisognò rappezzarla per metterla nel proprio stato nel quale or si ritrova, e così il supremo Fattore facea più tosto opra di ciavattino che di architteto. Potreste per aventura dire che intiera si rivolgea intorno a quella machina fondamentale, come farebbe farsi ad una picciola palla nel circuito d’un corpo sferico: nè credo che direste questa baia (ma mi imagino quanto si potrebbe dire anco di imaginario), perchè già dite che i corpi circolari si ragirano intorno a i proprii centri: oltre che, i corpi elementari non sarebbono ordinati a construir il mondo, come sue parti principali e ben disposte, ma sarebbono disparati, al più ammuchiati come un mucchio di zucche: ed anco questo sarebbe un moto violento, e forse del tutto impossibile; ed io so veramente che voi non dite questa cosa, nè la direste; e pur per conseguenza dalle vostre posizioni potreste forse esser indotto a dirla. Ma forse direte che si volgea intorno alla superficie concava di altro corpo continente, come, v. g., dell’acqua, dell’aria. Questo non vale, perchè volete che riceva il moto circolare dal piano orizontale, e che per questo le parti si ritengano in giro; onde se siano dentro [p. 601 modifica]un altro corpo o superficie, non saranno impedite, ma in sè stesse si restringerebbono: e poi ciò non si può supporre del primo primo corpo, il qual (dico) sia messo per base o prima pietra nella fabrica del mondo; di questo si parla, ed io ho posto per figura la Terra, ed a voi sia lecito assignare quello che più vi aggrada per primo, e vedrete l’istesso assurdo manifesto. Ma dite meco, e con maggior maraviglia: se prima Iddio avesse formati i corpi mondiali fuora del mondo, e poi per moto retto condottigli a i suoi luoghi, sarebbe stato più il disfacimento che l’opra, più il disordine che l’ordine. Veniamo a pratticarlo. Sia posta in primo luogo, per essempio, la Terra, o quel corpo che vi piace. Ella veniva prima (come abbiam detto) per piani declivi retti; finisce il moto retto, e resta nel suo luogo. Venga l’acqua nel medesimo modo: suppone un’altra machina che la sostenti e ritardi nella declività; questa, per mettersi in giro, deve diffondersi e circondar la Terra. Così l’aria per circondar l’acqua, il fuoco per l’aria, i cieli per gli elementi e per circondar l’un l’altro. Dunque, o non erano formati nelle lor proprie figure, ma era una sola massa di ciascuno informe, nè si possono dir corpi formati atti a moversi, mancandogli la parte più distinta, che è la figura; overo, se erano sferici, nel voler accommodarsi in giro l’uno dell’altro, devono disconciarsi, e di solidi diventar concavi, nè avrebbono di sua natura la figura, ma la riceverebbono a caso, come la cera il sigillo, ed in questo modo sarebbono indistinti, informi, non fatti, bisognosi di esser in mille maniere resarciti: e così nell’acconciar, per essempio, la sfera del ciel stellato intorno a quella di Saturno bisognò disfar tutta quella machina, tornar ad ammassar le stelle, e poi stenderla con esse sopra la forma precedente, nel modo che si formano le statue a colo sopra forme di bronzo o di legno. Dunque, se ben quel tal corpo si fusse prima mosso di moto retto per venir al suo luogo, non gli poteva quello servir per il circolare, perchè bisognava disfarlo per metterlo intorno all’altro, e nel disfarsi il mobile non resta nè meno il suo moto; talchè se ben si moverà di circolare, non avrà però questo per dipendenza dal retto precedente annullato. Che vi pare? Non vedete che nel far il mondo di novo, ne supponete un altro ripieno di botteghe, di machine, di confusioni e di disordine? cose che non hanno punto di verisimile. Non è più convenevole accommodar il nostro intelletto alle cose intelligibili, che stirachiar quelle (anzi stracciarle), per puro capriccio o per vana aura di gloria, alle nostre fantasie? Non è egli più ragionevole il dire, che essendo l’istesso Iddio che fu ab eterno, sia anco l’istessa natura che fu? e che ella altro non sia che instromento dell’istesso Dio, immutabile dalla Sua immutabilità, ordinato dalla Sua sapienza? e forse Iddio e la natura differiscono solo di nome, con accidental diversità negli effetti? cioè, che dicendo Iddio, s’intenda quella entità suprema, prima, independente, unica in sè stessa, infinita, ottima, felicissima, e natura sia egli medesimo, con gli stromenti delle cagioni seconde che a Suo voler impiega? E se [p. 602 modifica]ciò è vero, perchè conseguentemente non diciamo, che come ab eterno operò la natura, così operi anco a i tempi nostri? e come a i tempi nostri così facesse ab eterno? E se noi vediamo che il luogo naturale a ciascun corpo è quello ove esso nasce, si conserva, vi torna, e con violenza ne sta lontano, perchè nell’istesso modo non discorriamo degli elementi e del cielo? dico, che siano naturalmente prodotti ne i luoghi ove sono, e quivi quei che sono atti al moto circolare, circolarmente si movano, e gli altri o stian quieti, o in altra maniera, come più pertiene alla stabilità ordinata dell’edificio ed alla sua perfezzione. Il filosofar è ricercar sinceramente la verità delle cose, non sognar chimere e difender paradossi inintelligibili e repugnanti alla ragione ed al sensopostille 6.

Dir poi (come pur dite voi) che secondo sono discesi più a basso, così abbino conseguito moti più veloci dal moto retto precedente più veloce, non è credibile, ma repugnante al vero ed alle vostre posizioni medesime. Al vero: perchè il primo mobile è velocissimo (come è concesso da tutti e suppongo per ora), e nondimeno, essendo sopra gli altri, sarà manco de gli altri disceso: similmente il ciel stellato (secondo l’opinion commune de gli astronomi) è più tardo di moto che molti altri orbi inferiori, e per la vostra posizione dovrebbe essere più veloce. Ma potreste per caso dire, che questo discendere ha cominciato qui da noi (ed a voi parrà lecito dir tutto, ed io sto ad aspettar di udirlo), e che di qua verso il cielo sia apunto il discendere: onde sarebbe forza che i corpi celesti fussero tutti ristretti nella Terra; e chi sa che non più tosto in una cantina, a guisa di tante botti? Ma parliamo pur saldamente: Saturno, che è più tardo di Giove, per questa ragione non sarebbe giunto colà da queste nostre bande; di modo che da ogni verso la vostra dottrina intoppa e si rompe. Alle vostre posizioni contradicete: perchè, avendo detto che si volta in giro il mobile quando è giunto alla linea orizontale, e che, avendo persa (pur come voi dite) tutta la velocità, allora si raggira, dunque se la velocità passata si è persa, poco importa che fusse più meno veloce, nè che si movesse da alto più meno. E poi, dove è alto, basso, più e manco, linee e machine, fuora del mondo avanti di esso? che bel veder venir a piombo i corpi celesti, e poi ribattendo nel circolare, che riscontrano, si dissolvano come tante palle di vetro giobbi d’aria! Povere stelle! e come poi si riordinorono? Io rinasco per meraviglia, e nel studiar il vostro libro con desio di apprender qualche dottrina seria, mirabile, imparo a favoleggiare1.

La posizione di Platone, che voi adducete per ammantar le vostre, potria [p. 603 modifica]in questo luogo modestamente ributtarsi, il che (difendendo io ora Aristotile, che gli è in questo contrario, e lo chiama per ciò poco versato nelle cose naturali) non mi sarebbe disdicevole; overo, portando riverenza alla fama ed al valor di uomo sì grande, potrei dire che la sua posizione circa di questo avea altra intelligenza. Egli era chiamato divino, perchè, astratto nella speculazione delle cose divine, contemplava le cose naturali nel modo che in Dio gli parevano o le concepiva: e perciò pone prima fabricato il mondo ideale nella divina mente, il che è un esser cognito spiritale; dapoi, per linea retta, cioè con ordine divino e senza errore, abbia in effetto prodotti tutti i corpi che integrano l’universo, ne i luoghi proprii ove si trovano.

7. Quanto al servarsi l’ordine (che è la settima parte), vi ho detto già che egregiamente si serva, perchè non devono rimoversi i corpi da’ proprii luoghi, e nel moto che occorre non nasce confusione, ma è naturalezza.

8. Ed all’ottava, che sarebbono mobili in vano i corpi che devono moversi di moto retto, se mai si movessero, ho in questa parte risposto a bastanza nella soluzione alla prima instanza, ove anco cascava al proposito: aggiungo però ora, che non è il fine di tali corpi il mutar luogo, anzi che, in quello trovandosi stabili, dar integrità al mondo, concorrere poi con le loro qualità e virtù operative alle generazioni, corruzzioni ed all’altre naturali mutazioni che da essi dipen dono sotto il cielo.

Mentre dite che non si movono di moto retto, eccetto che per unirsi al suo tutto, non già per andar al suo luogo, e massime la Terra al centro, che è un punto imaginario, un niente, vi rispondo che sì come ciascuna parte del nostro corpo, avendo la sua totalità, aspira però primieramente alla conservazione del tutto ed all’ordine di esso, onde la mano e l’altre membra si lasciano ferire per difender la vita, non potendo altrimenti aiutarla; così appunto nell’universo le parti della Terra (e così si dica de gli altri corpi) hanno risguardo bene alla Terra tutta, con cui vogliono, potendo, esser unite, come il deto con la mano, ma più le importa l’ordine dell’universo, come totalmente tutto: e perciò al centro ogni parte della Terra si moverebbe, se bene ivi non fusse altra Terra, perchè queir è il suo luogo assegnatole dalla natura e corrispondente all’ordine ed integrità totale del mondo.

Mentre dite che il centro è niente, senza virtù, imaginario, sia quel che volete: per esso si disegna un punto circa il quale deve ridursi la Terra col circondarlo, non coli’ esser contenuta da esso, e così sarà luogo suo naturale più che si avvicina a quel punto. Eccovene un essempio chiarissimo. Se in una accademia, o altrove, sia ad alcuno assegnato un luogo in mezo di una banca, ove, quasi con ordine continuato, anco de gli altri di qua e di là debbano sedere, si potrebbe ivi con misura geometrica giustamente segnar un punto in mezo, e io quello con verità chiamarsi luogo di quel tale, talché più che a quello si [p. 604 modifica]cinasse, più anelerebbe al suo luogo, non però che da quel punto fusse contenuto o circondato: e (per dirlo in altre parole) il punto è centro e termine di approssimazione, non di continenza.

Che il fuoco si mova circolarmente, perciò deva esser questo moto naturale, non violento, vi rispondo, come ho risposto altre volte (già è argomento trito di ogn’uno), che quel moto è naturalissimo in rispetto del tutto, non delle parti: voglio dire, che essendo più naturale alle parti di soggiacere ed obedire al tutto, o l’inferiori alle più nobili, che di operar per sè stesse, mentre con questa dipendenza operano, non patiscono violenza. Già la destra ferita per difesa della testa, per imperio dell’anima, è ben violentata in sè stessa, ma non ha avuto altro che eccessiva naturalezza nell’obedir e dipender da chi doveva: così i moti circolari degli elementi dipendono, come meno nobili, da i più nobili celesti, e perciò, al giro di quelli movendosi, non soggiacciono a vera violenza; e solo quel violente non è perpetuo, che riceve forza estranea, distruggitrice, non imperio de’ suoi maggiori: così sarebbe violentata l’acqua dal caldo eccessivo, il fuoco dal freddo; ma per ordine del suo tutto si ritirano naturalmente dalle particolari inclinazioni; onde per toglier il vacuo, che alla natura universale ripugna, le cose gravi saliscono, e discendono le levi.

9. Quanto alla nona parte, che la Terra non sia nel centro del mondo, vi risponderò quando voi intenderete di mostrare il contrario: per ora vi dico che Aristotile non ha commesso errore di petizion di principio, perchè il supposito è evidente, o almeno concesso quasi da tutti o dalla maggior parte de’ professori; nè esso intendeva provar qual fusse il centro del mondo, ma in qual maniera da quello che era stimato tale (fusse in verità come si volesse), o a quello, si movessero gli elementi; e così non era supponer ed investigar l’istesso, come gli imponete.

Dir poi che non sappia formar sillogismi, con altre mordacità simili, non ricerca risposta: vi dico ben che gli vostri essempi sono all’opposito, e mancate tanto di concludere contra di lui, quanto abondate di mordere. L’insegnar a sillogizare è far sillogismi di fatto, onde è impossibile a non sapergli, come chi insegna a scrivere e cantare è impossibile che non sappia cantare e scrivere, nè è simile di chi fa gli organi e di chi gli suona, di chi impara a mente regole di poetare e di dipingere con chi verseggia e dipinge; onde variate genere e procedete con sofismi, troppo indiscretamente lacerandolo. Povero Aristotile, che essendo stato sin ora supremo prencipe di filosofi, sei diventato un informe scolaretto! e già parmi vederti, di età matura e venerabile, non ad instruir gloriosamente gli Alessandri, non a legger divinamente nelle famose catedre di Atene, non a dar leggi al mondo e penetrar i più reconditi misteri della natura, ma con una cartella alla cintola, in compagnia di fanciulli, andar a scola per imparar a far sillogismi! Glorioso maestro, a chi è dato in sorte di insegnar ad un

Note : postille di Galileo Galilei

  1. Dico, Sig. Rocco mio, che voi vi portate meco ingratissimamente a odiarmi; che dovresti tenermi in luogo di fratello, poi che con le mie instanze vi ho date tante belle occasioni di mostrar la sottigliezza del vostro ingegno in trovar tante nuove esplicazioni di testi d’Aristotile, non mai sovvenute ad alcuno de’ suoi interpreti.

    Sul medesimo cartellino sul quale è scritta questa postilla si legge, pur di mano di Galileo:

    Solo il moto circolare può esser continuo e sempiterno. Aris., p.° Caeli, t. 15.

    Nel medesimo testo: Se il fuoco va in volta, tal moto non gli è men contro a natura che l’in giù.

  2. ma voi non ne avete inteso parola.
  3. tal facoltà dico che ha ciascun pianeta, ancor che mai non se ne prevaglia; e però questo non basta per far differir la Terra da i pianeti.

    La luna ancora e qual si voglia stella è credibile che, rimossa dal suo luogo, vi tornerebbe, come anco le parti loro separate dal tutto: adunque, preso il moto retto in questo modo, non pon differenza tra i corpi mondani; e però se la Terra deve differir dalla luna da altro corpo mondano mobile circolarmente, bisogna che sia differente per la quiete.

  4. Ed io per ciò vi dico che il chiamare il globo terrestre generabile e corruttibile è errore, sì che voi volete ricoprire un mancamento con un altro simile.
  5. Di grazia, Sig. Rocco, non dite ch’io dica bene, perchè non mi curo del vostro applauso, e stimo sempre più le cose mie quanto più sono da voi sprezzate.
  6. Voi sete quello che, col vostro non intender, fate le proposizioni vere e nobili do ventar paradossi e sogni.

Note

  1. (Nell’esemplare postillato da Galileo, di fronte alle parole «Io rinasco... favoleggiare» si vede sul margine un segno in forma di una mano, dovuto a Galileo stesso.