Fiore di virtù/XXV

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Capitolo XXV. Della magnanimità appropriata al girfalco

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Anonimo - Fiore di virtù (XIV secolo)
Capitolo XXV. Della magnanimità appropriata al girfalco
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Magnanimità, secondo che Tullio dice, è a intendere in alte e nobili cose e di grande valore, non ammiserando l’animo a cose vili e di niente utilitade, ovvero necessitade, ma cercando con animo magno di cose durabili e degne d’onore e di laudabile fama. E puossi appropiare la virtù della magnanimità al girfalco, che si lascerebbe in prima morire di fame, ch’egli mangiasse d’una carne marcia; e non si diletta prendere se non uccelli grossi. Santo Agostino dice della magnanimità: Lo leone non fa guerra alla formica, e l’aquila non prende le mosche. Tullio dice: L’animo della valorosa persona si conosce per le grandi opere. Seneca dice: Alcuna cosa non è sì forte, nè sì aspra che l’animo delle persone non la vinca. Alessandro dice: Meglio è la nobile morte che la vile signoria. Nelle Storie di Roma si legge che un medico d’uno che avea nome Pirro, ch’era nimico de’ Romani, mandò agli Senatori, che s’eglino gli volessono dare certa quantità di danari, egli attossicherebbe Pirro; e gli Senatori rispuosono di no; poich’eglino non dilettavano in cose vili; e ch’egli il volevano vincere per arme e non per tradimento. E incontanente mandarono ambasciadori a Pirro, dicendo che si guardasse dal suo medico.