Fu il fuoco o l'acqua che sotterrò Pompei ed Ercolano?/Lettera prima

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Lettera prima

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Premessa Lettera seconda

I.


LETTERA PRIMA

Di C. Lippi

al signor consigliere Werner

Professore delle scienze delle miniere nell’Accademia
di Freyberg in Sassonia.


Sul sotterramento di Pompei per via umida; ossia
per effetto di reiterate, e consecutive alluvioni,
cagionate da dirotte piogge, e non già dalla caduta
delle ceneri volcaniche, lanciate in aria dal Vesuvio nell'eruzione dell'anno 79 dell'Era Cristiana,
primo dell'Imperatore Tito, siccome da
XVII secoli unanimemente pretende la storia.


Napoli li 15 ottobre 1810



Per carità, dispensatemi di fare l’analisi delle cose degli antiquari, e degli storici.

Mi chiedete acciò vi scriva qualche cosa intorno ai volcani; all’ultima eruzione del Vesuvio; alle materie volcaniche che sotterrarono Pompei ed Ercolano; ed alle tante cose meravigliose da voi lette relativamente a queste due celebri città, quistioni che giornalmente i forestieri propongono ai loro amici in Napoli.


pag. 2 Cercherò, atteso la venerazione somma, che ho per la vostra degnissima persona, di darvi, con tre lettere, una giusta idea del più solido di questi argomenti, mettendo da parte quanto è stato scritto finora; ed in primo luogo farò parola, nelle due prime, del celebre avvenimento di Pompei e d’Ercolano, di cui han parlato tanto gli scrittori di tutte le nazioni.

Un uomo dedito alle scienze fisiche, ed a quelle specialmente dalle quali la prosperità dello stato e il ben essere de’ cittadini dipende, non solo riguarda come di niun momento l’applicazione degli antiquarj e degli storici; ma non erra, certamente, allorché rigetta come mendace ed ipotetico la maggior parte di tutto ciò, che con un apparato di locuzioni ampollose, con un’erudizione studiata, e con una citazione di cose dette e ridette, ma mai provate, pretendon essi far ammirare al pubblico, per acquistarsi così il nome di dotti, nel mentre volgono le spalle alla vera dottrina che consiste nel rendersi utile alla società, e nel bandire dallo scibile tutte le ipotesi e le chimere.

Fui jeri a Pompei. Scriverei sicuramente un volume, se colla logica, colla filosofia, e colle cognizioni utili alla mano facendo l’analisi degli oggetti, colà veduti, e l’imponente che ce ne han detto, come sapete, tanti scrittori, volessi farvi rilevare quanto l’immaginazione ed il pessimo criterio di costoro abbian alterato le cose, e quante idee incongrue siano state esaltate intorno al lusso ed al sapere di alcuni popoli antichi. Se questi risuscitassero adesso, nel mentre resterebbero carichi di meraviglia allo


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spettacolo di tante belle invenzioni e di tante altre cose di necessità, di comodo d'utile e di lusso, che abbiam oggi, ch'essi ignoravano, e le quali fanno sicuramente il più grande onore all'umanità, non potrebbero, da un altro verso, far a meno di essere sorpresi nel sentire, esservi stati tanti panegiristi fanatici di quella prosperità e di quella coltura, che per imporre alla posterità, sono state tanto esagerate in essi, ma che non meritano affatto di essere paragonate al presente stato civile dell'uomo. Ho sviluppato ampiamente questa idea in un'altra mia produzione, veduto che regna tuttavia il fanatismo di decantare tutto ciò ch'è antico, o che più non esiste; e veduto anche che ciò vien richiesto dall'interesse della mia patria e dell'Italia intera, dove i più belli talenti, omettendo lo studio delle scienze utili (ciò che rende la nazione tributaria dell'industria dei forestieri) sono interamente e meschinamente occupati colle futilità degli antichi. Nel considerare, infatti, jeri quelle meschine strade di Pompei da sei a sette piedi larghe; i marciapiedi così miserabili; quelle casucce ad un piano, con una specie di cortile in mezzo, nel di cui centro una piccola vasca di marmo per raccorre le acque (impluvium degli antiquarj), ed intorno intorno nel cortile delle cellette di circa una tesa e mezza quadrata, o per meglio dire degli ergastoli, raramente con una piccola fessura di pochi pollici nella parte superiore del delmuro esteriore, in vece di finestra, mi venne in testa di considerare le tanto decantate ville e case di Pompei, più presto come eleganti colombaje, che come abitazioni di uomini.


pag. 4 Ma andiamo all’oggetto più classico di Pompei, onde possiate incominciare a dubitare meco ed a mettere in quarantina le cose degli antiquarj e degli storici, perché riguardo all’utile già s’incomincia, lode a Dio, a capire la frivolezza del sapere di questi letterati, che si reputano esclusivamente dotti, che anzi sapientoni, e che il volgo, solo perché parlan essi un linguaggio favoloso, che si perde nelle tenebre del tempo, ammira.

Non è oggi un punto assodato e classico in maniera di antichità, ridotto anzi a ad una specie di assioma istorico, che Pompei fu sotterrata e distrutta da una pioggia di ceneri volcaniche, lanciate in arai dal Vesuvio nell’anno 79 dell’Era Cristiana, sotto l’imperatore Tito?

E bene, ciò è falso. Falso! mi direte? Falso, sissignore, rispondo, falso rotondamente. tacete, per carità, sento replicarmi, perché si burleranno tutti di voi. Sia, soggiungo, ma io farò pubblicare un giorno questa lettera, a solo fine di far conoscere al pubblico, d’esser stato io il primo, che abbai parlato di questo errore classico della storia, e scosso dal letargo, in cui attualmente si ritrovan, i dotti di tutte le nazioni, riguardo a questo famoso punto di antichità.

Perché possiate capirmi, ed io giustificare la mia asserzione, incomincio dal premettere, che altro è dire aver il Vesuvio coperto Pompei con materie volcaniche, lanciate in aria dalla bocca del volcano, le quali dopo aver percorso un certo spazio, sian poscia, a guisa di pioggia, cadute sopra quella città (qual è l’opinione da XVII secoli concordemente


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adottata dagli scrittori), ovvero che abbia anche quelle materie, rese fluide dal fuoco, percorso un tratto di terreno in forma di lava, e che si sia indi questa arrestata sopra Pompei coprendola (opinione che si potrebbe anche supporre); ed altro è dire, che Pompei sia stata coperta da materie volcaniche. In fatti nel primo caso sarebbe in tutto il rigore della logica vero, essere stata questa città sotterrata dal Vesuvio con materie lanciate in forma di pioggia dalle sue voragini, ovvero seppellita dalle lave; ma nel secondo, questa antica città ancorché coperta da materie volcaniche, potrebbero queste non esservi state gittate sopra dal Vesuvio, non esservi venute con una lava ignea, ma bensì trasportate da un'altra cagione non volcanica. Conseguentemente questa cagione, e non già il Vesuvio, avrebbe sotterrata Pompei.

Per spiegarmi più chiaramente io sostengo contro la storia, che Pompei fu sotterrata da un’alluvione, e non dal Vesuvio; che conseguentemente l’acqua e non il fuoco seppellì questa città; che l’acqua vi strascinò sopra materie volcaniche, che si ritrovavano nelle vicinanze, eruttate precedentemente dal Vesuvio (in quale supposizione ed ammettendo che questa desolazione accadde nel 79, come pretendono gli storici, la mia opinione costituisce una bella prova, tra le tante altre che abbiamo, di avere il Vesuvio già bruciato prima di quell’epoca, prova che cade nella supposizione della vantata pioggia di ceneri), ma non perciò questo volcano, situato vicino alla città distrutta, deve essere considerato come cagione di questo avvenimento, conforme gli


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Appennini, di natura calcare, non sarebbero considerati, certamente, causa dell'atterramento d'una città situata nelle loro vicinanze, se un'alluvione strascinandovi sopra un letto di materie calcari, provenienti da quelle montagne, la distruggesse e la seppellisse; che, infine, di questi sotterramenti, originati dalle alluvioni in mille altri luoghi della terra, vi sono stati in tutt'i secoli degli esempj (ed io sono testimonio oculare della distruzione e sotterramento del gran borgo della Cava, detto Casalonga nel nostro regno, seguito il di 11 Novembre 1773 in seguito d'un alluvione, dove peri tutta la popolazione in una notte), senza che alcuno si fosse mal sognato d'incolparne le montagne vicine, dalle quali V acqua dové sempre prendere i rottami e le terra di riempimento, conforme gli storici a torto incolpan il Vesuvio della rovina di Pompei. Questa digressione servirà anche a dileguare il timore mai fondato, che generalmente è nell'animo di tutti, e de' forestieri specialmente (i quali citan sempre Pompei, Ercolano e Stabia) riguardo alla posizione e pericolo di Napoli, e delle altre città, situate nelle vicinanze de' volcani. Io dirò, una volta per sempre, che non vi deve essere paura affatto del fuoco volcanico; ma allora, soltanto, che un incendio si apre all'improvviso al disotto d'una città, formandosi un nuovo volcano, come accadde, per l'appunto, nella formazione del Monte nuovo vicino Pozzuoli nel 1538, allorché fu distrutto il villaggio Tripergola, sotto al quale istantaneamente si accese un volcano, e sul quale s'innalzò in 48 ore il Monte nuovo, che vediam oggi dell'altezza di circa 2400 piedi,


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e di circonferenza tre miglia; ma ciò può accadere non solo alle città situate presso de' volcani, ma eziandio ad ogni e qualunque altra città del mondo, al disotto della quale può ritrovarsi uno strato immenso di carbone fossile piritoso, cagione de' volcani (siccome svilupperò nella terza lettera) e che ognuno ignora. Le piogge di ceneri volcaniche, e le lave danno sempre tempo alla gente di mettersi in salvo colla fuga, poiché il sotterramento d'un luogo da queste due cagioni, richiede un tempo ben lungo. Da ciò risulta che non vi è di che temere nelle vicinanze de' volcani.

Ritornando, intanto, all’argomento, ricorro ai fatti, che abbiamo sotto agli occhi, e de’ quali ve ne sono tre irrefragabili in Pompei, per dimostrare così il mio assunto. Primieramente gli scavamenti fatti in Pompei ci mostrano evidentemente una genesi di materie volcaniche (ed i geologi mi capiranno subito a questa, espressione), nella quale si ritrova seppellita la città, e la quale è della stessa stessissima natura di tutte le altre, che incontriamo in infiniti luoghi, dove nessuno ha finora pensato di supporvi un getto fattovi dal Vesuvio, ossia una pioggia di ceneri lanciate per aria, ma quali genesi sono assolutamente dovute alle alluvioni. Gli effetti dello stesso genere, sono prodotti dalle stesse cagioni; voglio, cioè, dire, che se le genesi di materie volcaniche affatto simili a quella di Pompei, esistenti altrove, non sono state originate né da piogge di materie lanciate per aria dal Vesuvio, né da lave, ma da alluvioni,


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la genesi consimile, dalla quale è coperta Pompei, riconoscer deve la stessa cagione.

In secondo luogo esistono in alcuni luoghi di Pompei de’ riempimenti, ossia si osservano negli scavamenti delle materie, le quali senza la supposizione d’un’alluvione non potean in conto alcuno pervenirvi, ancorché il Vesuvio avesse lanciato ceneri e materie volcaniche per mesi interi. Oltre a ciò, la dimora fatta dall’acqua in detti luoghi, vien dimostrata dalle vestigia lasciatevi da questo fluido.

Cercherò di rendermi un poco più chiaro colla dilucidazione di questi tre fatti, dai quali risulta la dimostrazione della mia opinione.

Allorché vediamo monti, colline, strati, o suoli piatti volcanici, possiamo, senza rischio d’ingannarci, francamente asserire, essere i medesimi stati formati in una delle seguenti quattro maniere, dette in geologia formazioni, e che io chiamo genesi; cioè 1°. o di essere le sostanze volcaniche venute da sotto dell’istesso luogo, in cui giacciono, per mezzo d’un’eruzione d’un volcano, che ha bruciato, e brucia al disotto; 2°. o di essere state lanciate per aria in quel luogo da un volcano, che arde nelle vicinanze; 3°. o di esservi venute fluide in forma di lava da qualche volcano adiacente; 4°. ovvero, infine, di esservi state trasportate dalle acque nel tempo d’un’ alluvione. Non è mio scopo di esporre in questo luogo le caratteristiche di queste genesi, per distinguerle tra loro. Mi fermo un istante all’ultima specie, della quale vi è un esempio in Pompei, e che costituisce il soggetto di questa lettera; ma mille altri esempj di tal genere si veggono nelle vicinanze di Napoli


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e ne' contorni de' volcani, per doverne dedurre essere tutte il prodotto della stessa cagione.

Questa genesi è quella degli strati più o mene densi di lapillo, strati che son fatti da piccioli pezzi di pomice e di lava, ed i quali quantunque volcanici, pure debbono la loro esistenza all’acqua, che ha riunite queste materie eterogenee, con averle spazzate via e depositate in luoghi più bassi e declivi di quelli, ne’ quali queste materie istesse prima si ritrovavano.

La geologia deve a voi, illustre mio professore, la dottrina e la distinzione classica delle montagne tutte in primitive, stratose, volcaniche, ed in quelle dette di alluvione; come anche son dovute a voi le caratteristiche delle varie specie di queste quattro classi di montagne. Per conto de’ monti di alluvione, avete dimostrato, che son essi fatti da rottami, arene, e terre, provenienti dallo stritolamento delle vette de’ monti primitivi e stratosi, depositati dalle acque nelle valli, ed in generale ne’ luoghi più bassi. Ma quel che avete insegnato al mondo geologico di queste due prime classi di monti, deve anche intendersi de’ volcanici, ciò che non è a mia notizia essere stato da altri scritto prima di me; cioè che da rottami di lave, di pomici, di tufi etc. posson anche prender origine, come di fatti avviene, i monti dì alluvione volcanici, qualora l’acqua trasportando via detti rottami, gli aduna e depone in un luogo più basso.

Or ciò accade agli strati di lapillo, come anche ai monti di tufo e di piperno volcanico, monti e strati ch’io chiamo volcanici-nettuniani, cioè


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volcanici pel materiale, e nettuniani per genesi. Se dunque uno strato di lapillo cuopre Pompei; se questo strato è fatto da pezzetti di pomice e di lava, come tutti gli altri strati di Capodimonte, di Posilipo, di Capodichino, dell'Infrascata, e de' contorni di Napoli; e se finalmente tutti questi strati sono dovuti alle alluvioni, e non già a piogge volcaniche, lanciate per aria dal Vesuvio, uopo è dire, che anche quello, che cuopre Pompei deve essere il prodotto della stessa cagione. Mi resta conseguentemente a provare, che gli strati di lapillo siano stati formati per via umida, ossia dalle acque.

Gli argomenti sono i seguenti.

Il volume e la figura de’ lapilli, ossia di questi piccioli ciottoli di pomice e di lava, indicano aver essi sofferto la forza dell’acqua, e lo strascino da un luogo in un altro più basso. Per conto dello strato di lapillo, che cuopre Pompei, devo osservare, che oltre ai ciottoli di pomice e di lava, affatto simili a quelli degli altri strati de’ contorni di Napoli, vi ho ritrovato anche de’ ciottoli di pietra calcare bianca e griggia, de’ pezzi di mattoni, e di altre terre cotte, i quali non furono sicuramente lanciati per aria dal Vesuvio colle materie indicate, ma furono bensì con queste trasportati sopra Pompei dalle acque. Di fatti se i ciottoli calcari fossero usciti dal Vesuvio con la pomice e colla lava, sarebbero stati essi calcinati, e non si ritroverebbero ora intatti non alterati da quel fuoco, che pose in fusione la lava. Altronde questi stessi ciottoli di lava indicano di essere stati una volta nello stato di fusione, e di aver percorso, prima che fossero pervenuti sopra


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Pompei, un certo spazio di terreno, ciò che dopo il rappigliamento delle lave, già seguito sopra d'un suolo, le sole acque poteano effettuare. Ma, mi direte, tanto i ciottoli di pomice, quanto quelli di lava non potrebbero essere stati lanciati per aria dal Vesuvio, e caduti sopra Pompei? No signore, rispondo, perché i primi essendo più leggieri dell'acqua, ed i secondi quasi tre volte tanto pesanti, quanto questo fluido (giacché la gravità specifica de' primi sta a quella de' secondi, come 0,914, Born, a 2,88, Kirwan), le dette due specie de' ciottoli non si dovrebbero ritrovare in conto alcuno adesso mischiate alla rinfusa nell'istesso luogo tra loro; vale a dire che nella supposizione di essere stati questi due diversi generi di ciottoli lanciati dal Vesuvio nell'istesso tempo e con ugual forza di esplosione, avrebbero dovuto, nell'uscire dalla bocca del volcano, separarsi gli uni dagli altri, con che avrebbero dovuto formare necessariamente due strati diversi, uno, cioè, di pomice e l'altro di lava in due luoghi distinti, de' quali la distanza avrebbe seguito la differenza della gravità specifica de' due generi indicati. Un'alluvione, quindi, può soltanto spiegare la riunione delle due divisate specie di ciottoli, tanto diverse tra loro nello strato di lapillo, che cuopre Pompei, come altresì in tutti gli altri strati di questo genere, ne' quali queste due materie eterogenee vanno quasi sempre insieme. Questa riunione, in somma, è il prodotto d’una causa costante, che agisce sempre nella stessa guisa, cioè allagando un circondano, spazzando via le materie che incontra, e depositandole, infine, in un luogo


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più basso sotto la forma dì strati di lapillo, ciò che si spiega benissimo per la via umida, e mai per la forza espulsiva d'un volcano.

L’estensione non piccola degli strati di lapillo, i quali sono sempre in una posizione, che si accosta più, o meno all’orizzontale, fa vedere essersi precipitati dalle acque, che han coperto una volta i luoghi, dove oggi tali strati si ritrovano. Ne’ luoghi piani, occupati dalle acque, gli strati di lapillo sono perfettamente orizzontali; ma allorché le acque venendo da un luogo più alto, strascinando seco detti rottami, si fermarono su d’un fondo ineguale, gli strati di lapillo dovettero diventare più o meno inclinati, modellandosi sulle ineguaglianze del fondo, su di cui si precipitarono.

Un argomento poi che non solo il lapillo, ma lo stesso tufo volcanico, che forma i monti, ne’ quali gli strati di lapillo giacciono, furono una volta nell’acqua, ed in uno stato di mollezza, si deduce da varj corpi estranei, incastonati nel tufo, come mattoni, ossa di animali, cranj umani, pietra calcare, pezzi di granito, di brecce, di lava, di pomice, di obsidiano, ferramenti, e simili. La lava specialmente, che dové correre liquida sopra d’un altro terreno, prima di essere stata incastonata nel tufo, è in grandissima quantità, ed è similmente configurata in ciottoli, come sono eziandio le altre pietre, le quali conseguentemente suppongono essere state strascinate per qualche tratto di terreno dalle acque. Ho ritrovato in gran quantità dette materie in Posilipo, e specialmente negli scavamenti da me fatti eseguire nel tufo per la mia bella


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fabbrica de' pallini da caccia all'inglese. Or questa montagna, che contiene (dal Vomero sino al Capo di Posilipo, ossia per più miglia) molti strati di lapillo a varie altezze, dimostra che questi strati medesimi han dovuto esser stati necessariamente generati dalle acque, poiché l'intero masso del tufo istesso si è ritrovato nello stato molle come sopra. Inoltre l'altezza de' monti di tufo volcanico è formata da banchi, divisi da fessure presso a poco orizzontali, che si stendono in tutta la larghezza de' monti medesimi. Questi banchi tufacei, e le fessure suddette chiamate dai nostri tagliamonti scarpine, dimostrano i soprapponimenti consecutivi, ed in epoche diverse, cagionati dalle alluvioni, le quali han dato origine ai banchi suddetti, ossia all'altezza de' monti di tufo; per cui essendosi consolidati i banchi di tal sostanza in tempi, lontani l'uno dall'altro, non poteano saldarsi insieme, e perciò li veggiam oggi disgiunti dalle fessure accennate.

Una bella dimostrazione, poi, dell’origine degli strati di lapillo dall’acqua, si ha negli scavamenti, che si fanno adesso dietro al Palazzo degli Studj in Napoli sotto la montagna del giardino di S. Teresa, qual lapillo è affatto simile a quello di Pompei. In questo luogo, dunque, la montagna di S. Teresa, ossia la sua altezza, ch’è di piedi 50 incirca, si vede formata da strati di lapillo, che alternano con altri strati di terra vegetabile, in mezzo ai quali si scavano delle tombe con resti di cadaveri, e varie cosarelle antiche in esse ritrovate; in guisa che si ha dietro agli Studj una perfetta immagine di Pompei, che anzi un Pompei in piccolo.


pag. 14 Or queste tombe non sono state sicuramente sotterrate, e tali strati non sono stati fatti da un lancio di materie volcaniche, venute per aria dal Vesuvio, ma da reiterate e consecutive alluvioni, le quali han dato origine agli strati medesimi, l’uno dopo dell’altro; le quali han formato a poco a poco l’altezza della montagna; e le quali han depositato sopra alle le tombe i varj letti di lapillo e di terra vegetabile. Per lapillo intendo qui quei piccoli pezzi di pomice e di lava, dai quali son composti questi strati. Gli strati che cuoprono le tombe sono finora al numero di 12, alternando come sopra. Al disotto poi di tutti giace il tufo volcanico, formato anche dalle acque. Gli strati di lapillo hanno la spessezza da tre pollici a cinque piedi. Tra questi strati ve n’è uno, che ha due caratteristiche, ognuna delle quali dimostra due cose diverse, confacenti al mio assunto. La prima è, che lo strato di lapillo in quistioue il quale passa al disopra delle tombe (ciò che indica essere state queste sotterrate da alluvioni precedenti a quella, che formò lo strato di cui parlo) è fatto da pezzettini rotondi non di pomice leggiera galleggiante nell’acqua, come tutti gli altri strati del luogo, e come quella di Pompei, ma di lava pesante, in forma di globetti, simili ai pallini per la caccia. Ciò dimostra non solo di essere stati rotolati e strascinati da questo fluido da un luogo in un altro, ma da esso eziandio lavati e concentrati, ossia separati dai lapilli di pomice. I nostri muratori chiamano arena questa specie di lapillo, perché è pesante e globoso; egli è un eccellente materiale per le fabbriche nell’acqua. La seconda caratteristica


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dello strato suddetto si è di ritrovarsi al di sopra degli strati di lapillo vero, ossia del leggiero, cioè al disopra degli strati di lapillo di pomice, ciò che dimostra (conforme lo dimostra similmente l'alternamento degli strati di lapillo e di terra vegetabile) che il sotterramento del luogo, ossia l'altezza della montagna non è stata fatta da una, ma da reiterate e consecutive alluvioni; poiché se fosse ciò accaduto in una volta sola, questo strato di arena, come più pesante, si sarebbe precipitato il primo, ed occuperebbe ora il luogo più basso. Intanto io dico così; se le acque han sotterrato tutti gli altri luoghi, ne' quali si ritrova disposto il lapillo a strati; se questi debbon la loro origine alle acque, perché Pompei deve essere stato sotterrato da una pioggia di ceneri lanciate in aria dal Vesuvio, e non già dalle acque, se egli è coperto da lapilli, che formano uno strato assolutamente simile a tutti gli altri, per la genesi de' quali siamo costretti di confessare la via umida?

Un’altra dimostrazione dell’origine degli strati di lapillo, affatto simile a quello, che cuopre Pompei dalle alluvioni, la dobbiamo alle demolizioni di tanti edifizj, e de’ due gran conventi di S. Spirito, e di S. Francesco di Paola, che si eseguono attualmente in Napoli (Ottobre 1810), dirimpetto al Palazzo Reale. Tutto questo vasto spazio è fatto da strati di lapillo, composto da pezzetti di pomice e di lava, e quali strati alternano con altri di arena e di terra vegetabile. Gli strati di lapillo hanno la spessezza da tre a sei piedi, e la loro inclinazione segue quella del declivio della strada,


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che scende da S. Maria degli Angeli, donde le acque strascinarono in giù le materie volcaniche. Egli è fuor di dubbio, che tutto il terreno, ossia l'elevazione, che sorgendo dal mare forma il Largo di Palazzo, elevazione che importa circa 40 piedi, è l'opera di reiterate alluvioni, giacché a misura che si scava e si scende giù, non si scuopre altro, che strati alterni di lapillo volcanico e di terre. Or se nessuno dirà mai che questi strati sono l'effetto d' una pioggia di ceneri, lanciate in aria dal Vesuvio, perché lo strato consimile di lapillo volcanico, che cuopre Pompei, deve essere attribuito a questa cagione, e non alle alluvioni, dalle quali vediamo prodotti gli strati del Largo di Palazzo?

Per conto del secondo fatto, invito il lettore di trasferirsi in Pompei, e propriamente nella famosa cantina dissotterrata, e che fu ritrovata piena di terra sino alla metà della sua altezza, una con molti vasi vinarj di argilla, ritrovati nella stessa posizione, che occupavano in tempo del sotterramento, cioè in una posizione verticale, appoggiati alle mura della cantina, l’uno accanto all’altro. Jeri ve n’erano ancora una trentina nella stessa posizione, e pieni di terra sino all’orifizio. La natura di questa terra è d’indole argillosa-calcare, effervescentissima all’acido nitrico, ed è affatto simile alla terra vegetabile, in cui lussureggian oggi tante vigne, e tanti alberi fruttiferi al di sopra di Pompei; vale a dire che questa terra, la quale riempiva i vasi vinarj, e la cantina, non è una cenere volcanica uscita dal Vesuvio, conforme tutti han creduto. La natura, intanto, della cantina dimostra, che mai


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questa terra vegetabile, o ceneri volcaniche, se pur si vuole, potean entrare in quel sotterraneo e ne' vasi, se fosse stata lanciata in aria dal Vesuvio in forma di pioggia, conforme pretendono gl'istorici, ma ciò potea accadere benissimo nella supposizione d'un'alluvione. Infatti la cantina è coperta da una volta solida; non ha apertura alcuna al di sopra; è priva di finestre, e riceve un piccol lume da alcuni spiragli, praticati nella parte superiore del muro dritto esteriore. Or allorché uno di sano criterio, e che ragiona si ritrova in quella cantina, e voglia figurarsi una pioggia di ceneri, o di lapilli, lanciata nell'istesso tempo dal Vesuvio, si persuade all'istante non poter accadere affatto il riempimento della cantina, e de' vasi vinarj, ancorché la pioggia durasse un anno, e ciò perché manca l'adito a tal uopo necessario. All'opposto il riempimento si spiega benissimo coll'alluvione, giacché le acque poterono entrare facilmente per gli spiragli indicati, strascinando seco la terra, la quale dopo dell'allagamento della cantina, dové necessariamente precipitarsi in essa e ne' vasi vinarj, nell'atto che l'acqua si asciugò.

Dalla struttura della cantina ho arguito pocanzi, che la terra vegetabile, dalla quale fu ritrovata ripiena, non potea in conto alcuno pervenirvi per aria, nella supposizione, cioè, della pioggia di ceneri lanciate nell’anno 79 dal Vesuvio, ciò che poté accadere benissimo ammettendo un’alluvione. Intanto un terzo fatto dimostra aver l’acqua soggiornato una volta nella cantina in quistione, per esservi rimaste le vestigia di essa; allorché, cioè, gli


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abitanti della casa, i quali nel tempo dell'alluvione si erano rifugiati nella cantina, vi ritrovarono la morte. Difatti 18 scheletri umani furono ritrovati nella cantina sepolti nella terra, dalla quale era ripiena. Tra questi ve ne fu uno, ch'avea appartenuto ad una donna, ciò che si deduce dalla meravigliosa impressione, scolpita da un seno muliebre nella terra medesima, impressione che si conserva oggi nel Regal gabinetto di Portici, da me veduta ne' giorni scorsi, e toccata coll'acido nitrico, la quale come la terra della cantina e de' vasi vinari, di Pompei, mi diede una fortissima effervescenza. Al raggio del braccio dello scheletro della donna, che una col teschio si conserva eziandio nel gabinetto, fu ritrovato un braccialetto d'oro, ed anella di questo metallo alle dita, ciò che ognuno può osservare in Portici. Dunque un'alluvione, e non già una pioggia di ceneri volcaniche, lanciate in aria dal Vesuvio, seppellì Pompei.

Del resto tanti scheletri ritrovati nelle abitazioni di Pompei, non annunziano che quel disastro dové essere cagionato da un agente istantaneo, che non diede tempo agli abitanti di salvarsi colla fuga? Or quest’istantaneo agente poté essere o un tremuoto, ovvero un’alluvione; poiché se fosse stata una pioggia di ceneri venuta dal Vesuvio, vi avrebbe voluto molto tempo per coprire la città, e la popolazione si sarebbe salvata. Ma se fosse stato un tremuoto, le ruine della città non si sarebbero ritrovate coperte dallo strato di lapillo, che oggi vediamo; non si potrebbe spiegare il riempimento della cantina, e de’ vasi vinarj, riempimento che


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suppone un'alluvione; si vedrebbero nelle mura delle case disotterrate delle fessure, conforme suol accadere ne' tremuoti; e soprattutto non si sarebbero ritrovate tante colonne all'impiedi al loro posto.

Un’altra prova del sotterramento di Pompei da una forte alluvione, si rileva da un fatto costante, che si osserva in detti scavamenti. Tutte le case, cioè, che vengono disotterrate, si ritrovano piene di lapillo, e ciò sia che abbian esse i tetti interi, coperte cioè da volte, o che sian queste rotte e sprofondate. Or le case e gli altri edifizj coperti, dovrebbero ritrovarsi voti, se Pompei fosse stata distrutta da una pioggia di ceneri lanciate per aria dal Vesuvio nell’anno 79. Da un’altra parte questo lapillo, che cuopre la città, non vi è venuto dal Vesuvio con lave volcaniche, perché di queste non sene sono ritrovate ancora in Pompei. Uopo è dunque dire, che vi fu trasportato dalle acque, ciò che vien anche dimostrato dalla posizione stratiforme del lapillo istesso, effetto dell’acqua, come ho fatto rilevare.

Finalmente la topografia di Pompei e delle vicinanze del Vesuvio dimostra, che il sotterramento della città fu cagionato da una forte alluvione, poiché Pompei giace nel luogo più basso d’un piano inclinato, che incomincia e scende dal Vesuvio, e termina al lido del mare, dove era Pompei. Questo piano inclinato prende l’estensione di sei miglia in circa. Or niente è più naturale di pensare, che le materie volcaniche lanciate da gran tempo dal Vesuvio, e giacenti in gran quantità sulle falde della montagna, furono indi impetuosamente strascinate da


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una grande alluvione sopra Pompei allagandola, e cuoprendola come sopra.

La mia conclusione, quindi, è, che Pompei fu sotterrata dalle acque, che vi strascinarono sopra uno strato di lapillo, dal quale la vediamo oggi coperta, e non già da una pioggia di ceneri volcaniche, lanciate per aria dal Vesuvio. Conseguentemente Pompei costituisce oggi una montagna di alluvione volcanica, che contiene in sé seppellita questa celebre città, che si è già incominciata a disotterrare.

Invito i geologi, ma non gli storici, di confutarmi. Chi volesse con testi dì autori farmi delle opposizioni, cadrebbe nella petizione del principio, e pretenderebbe provare la storia per la storia, ma la storia è, per l’appunto quella, ch’io combatto.

Incomincio adesso a sospettare, che neppure, forse, il famoso Ercolano fu distrutto dalla vantata pioggia di ceneri del 79, ma da qualche alluvione, che vi strascinò sopra delle materie precedentemente eruttate dal Vesuvio. Andrò presto ad esaminarlo, e vi comunicherò indi la mia opinione1.

Note

  1. Avrei potuto arricchire la presente lettera con altri fatti, da me osservati negli scavamenti, eseguiti nel 1813, e 1814 in Pompei; ma ho creduto dover trasmettere fedelmente alla posterità le particolarità della mia scoperta a norma dell’epoche, e dell’ordine, con cui sono state osservate. Nelle note da me apposte al rapporto del sig. Macrì, sarà un tal supplemento di fatti riferito, ed ulteriormente sviluppata, e consolidata la mia opinione