Gazzetta Musicale di Milano, 1842/N. 4

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
N. 4 - 23 gennaio 1842

../N. 3 ../N. 5 IncludiIntestazione 17 marzo 2021 25% Da definire

N. 3 N. 5
[p. 13 modifica]

GAZZETTA MUSICALE

N. 4

DOMENICA
23 gennaio 1842.

DI MILANO
Si pubblica ogni domenica. — Nel corso dell’anno si danno ai signori Associati dodici pezzi di scelta musica classica antica e moderna, destinati a comporre un volume in 4.° di centocinquanta pagine circa, il quale in apposito elegante frontespizio figurato si intitolerà Antologia classica musicale.
La musique, par des inflexions vives, accentuées. et. pour ainsi dire. parlantes, exprimè toutes les passions, peint tous les tableaux, rend tous les objets, soumet la nature entière à ses savantes imitations, et porte ainsi jusqu’au coeur de l’homme des sentiments propres à l’émouvoir.

J. J. Rousseau.

Il prezzo dell’associazione annua alla Gazzetta e all’Antologia classica musicale è di Aust. lire. 24 anticipate. Pel semestre e pel trimestre in proporzione. L’affrancazione postale della sola Gazzetta per l’interno della Monarchia e per l’estero fino a confini è stabilita ad annue lire 4. — La spedizione dei pezzi di musica viene fatta mensilmente e franca di porto ai diversi corrispondenti dello Studio Ricordi, nel modo indicato nel Manifesto — Le associazioni si ricevono in Milano presso l’Ufficio della Gazzetta in casa Ricordi, contrada degli Omenoni N.° 1720; all’estero presso i principali negozianti di musica e presso gli Uffici postali. Le lettere, i gruppi, ec. vorranno essere mandati franchi di porto.

DISCUSSIONI MUSICALI

Seconda lettera del signor FÉTIS, intorno allo stato presente delle Arti musicali in Italia 1.

Nella seconda lettera in data del 15 novembre 1841 diretta la Brusselles all’Estensore della Gazette Musicale di Parigi, intorno allo stato attuale della musica in Italia, il ch. sig. Fetis manifesta molto più apertamente che non in quella già da noi accennata nel nostro N. 2, il proposito suo d’occuparsi del proprio argomento più che mai sul serio e di svolgerlo sotto ogni suo aspetto. «Quando io mi preparava a visitar l’Italia, cosi egli scrive, mi formai in mente un piano di esame e di indagini i cui due principali oggetti doveano essere lo stato attuale della musica e la storia di codest’aiie nell’Italia stessa. Al primo di questi due oggetti doveano riferirsi le considerazioni sul merito dei compositori di musica drammatica e religiosa, sull’arte del canto e il talento de’ cantanti, sul valore degli stromentisti in particolare e delle orchestre in generale, sulle scuole di musica, il loro regime, i maestri, i metodi; per ultimo le tendenze delle popolazioni verso l arte, i loro gusti, i loro pregiudizii, e le loro influenze sugli artisti, sull’ingegno e sulle produzioni di costoro, ecc.»

È facile argomentare dalla natura di queste parole del molto interesse che saranno per avere al cospetto de’ lettori italiani le cose di che ci verrà intrattenendo il sig. Fétis solo ch’egli voglia esser fedele alle promesse date a sé stesso. Noi crediamo quindi opportuno riprodurre i più importanti brani delle sue lettere, onde là dove esse non espongono che il vero sieno da noi abbandonate senz’altro alla riflessione degl’imparziali. ed ove, pel contrario, espongono o degli errori di fatto o delle non irreprensibili opinioni, subiscano le necessarie osservazioni, le quali noi verremo esponendo in forma di note.

Ma qui sarà ben avvertire che il signor Fétis, nell’accingersi a delineare il quadro che si è proposto, preso da un singolare scrupolo, esprime il rammarico di dover tingere i suoi pennelli in colori molto oscuri, e teme che la schietta franchezza colla quale esporrà il tristo stato della musica in Italia abbia a sapere di ingratitudine a coloro cui è noto con quanta festa e quanti onori ei fosse accolto e accarezzato dagli artisti e dai dotti musicali italiani durante il suo viaggio nella nostra penisola. Se non che l’illustre professore si consola pensando che le cose ch'ei dirà non saranno che l’ eco delle opinioni di celebri musicanti italiani, come a dire un Rossini, un Mayer, un Mercadante, un Basily ed altri. Questa sua dichiarazione, dettata da forse sovverchia dilicatezza, lo pone nell’obbligo di addimostrarsi più che mai spassionato e sincero espositore della verità, e a noi porge tanto maggiore il diritto di appuntarlo (però col dovuto riserbo e rispetto), ogni qualvolta ne parrà che i suoi giudizii e le sue sentenze siano ispirale da preoccupazione sistematica, da simpatie o antipatie speciali, ecc.

Ora entriamo in materia.

“Dopo dieci anni di glorie inaudite (è il sig. Fétis che parla), dopo avere assoggettato al prestigio delle sue ispirazioni l'intero mondo musicale, Rossini abbandonava Napoli nel 1823 per stabilirsi a Parigi, ove lo aspettavano novelle e più pure ovazioni. Tre anni dopo uno scolaro scappato (A) dalle scuole del Conservatorio di Napoli si manifestava al pubblico con un Opera molto favorevolmente accolta al teatro di San Carlo. Questo giovinetto era Bellini. La sua Opera rappresentata la prima volta il 30 maggio del 1826 intitolavasi Bianca e Gernando. Al pari de’ suoi predecessori e contemporanei Raimondi, Giuseppe Mosca, Carafa, Mercadante, Donizetti e Pacini. il giovine musicante vedeasi trascinato, quasi a sua insaputa, nell ordine di idee e di forme create dall’illustre maestro di Pesaro. D’altronde, non avendo egli fatto che deboli studii, e dotato essendo di mediocre istinto per l’istromentazione (B), esordiva con uno spartito scritto molto male, nel quale solo qui e colà erano osservabili alcuni lampi di melodie espressive e drammatiche.

Se Bellini non era un grande musicante per forza d’educazione, era però uomo dotato di spirito e di riflessione, talché di subito avvisò che l’imitazione di Bossini non gli avrebbe procacciali que’ splendidi successi che colla sola originalità delle idee o della maniera si ponilo ottenere. Pensò che la declamazione musicale dell’Opera francese applicata alla scena italiana avrebbe piaciuto, e quest’idea lo trasse alla ricerca delle melodie sillabiche a brevi frasi, le quali d allora in poi si considerarono come la speciale impronta del suo talento (C). Ei ne fece il primo saggio nel Pirata rappresentatosi in Milano nel 1827. Sulle prime la novità di stile di quest’Opera cagionò sorpresa anzi che piacere; ma il talento di Rubini, incaricato della parte principale, trionfò dell'incertezza de' Milanesi ed immediatamente si mutò in entusiasmo la loro freddezza. La fama di Bellini venne dilatandosi mercé i successi della Straniera, dei Capuleti, della Sonnambula, della Norma, e di Beatrice Tenda: quello de’ Puritani, rappresentati a Parigi, diede compiuto il diritto all'autore di essere stimato inventore di un novello stile che d allora in poi venne imitato in un modo più o meno preciso dalla maggior parte de’ compositori italiani (D).

Questa trasformazione del gusto italiano in fatto di musica drammatica ebbe delle funeste conseguenze cui difficilmente arrecherà rimedio un intero secolo di reazione (E). Una specie ili lotta crasi impegnata tra i partigiani del gusto melodico, del quale dovea essere salutato Rossini come il più alto rappresentante, e quelli dello stile declamativo cui era modello la musica di Bellini. A questi toccò la fortuna di prodursi proprio nel momento in cui moltiplicati e inauditi successi e quindici anni di voga aveano scemato l’effetto delle produzioni rossiniane e facevano presentire la necessità di dare un altro avviamento all’arte. Tutte le combinazioni riuscirono quindi favorevoli ai primi esperimenti di un nuovo stile fatti dall’autor del Pirata, e in questa singolar gara tra due spiriti di sì diversa levatura, toccò all’uomo superiore a soccombere (F).

(Sarà continuato).


NOTE

(A) Il testo dice veramente échappé. Pare a noi che il signor Fetis, senza tradire la schiettezza che si propone, avrebbe potuto usare in questo caso un vocabolo di significato meno ambiguo, se pure nell’intenzione dello scrittore non è posto ad esprimere un’idea precisa. In questo caso vogliamo crederci autorizzati a dire al signor Fetis che il Bellini uscì dal Conservatorio di Napoli, non già a corso di studii incompiuto, come, pel meno male potrebbe dar a sospettare la parola échappé, ma al contrario corredato de’ più ampii ed onorevoli attestati, e accompagnato dai voti e dai lusinghieri pronostici de’ suoi istitutori, tra quali l’esimio Zingarelli. E ciò è tanto vero che, licenziato appena dal R. Conservatorio, ottenne di scrivere uno spartito nientemeno che pel R. teatro di S. Carlo, sulle cui scene non sarebbe certamente stato ammesso uno scappato dalle scuole.

(B) Ben è vero che nelle prime sue produzioni teatrali Bellini si addimostrò debole negli studii dell’armonia e nell’uso dei validi mezzi stromentali; ma in questo non fece che subire la sorte toccata dal più al meno a tutti i maestri esordienti, non esclusi coloro che in seguito salirono ad altissima fama. E d’altronde si è osservato che que' pochi i quali al primo mettere il piede sull’arringo teatrale diedero immediato saggio di grande profondità scientifica, per una singolare fatalità non progredirono gran fatto, o si arrestarono anzi dopo i primi penosi tentativi. A parer nostro, guai al compositore che ne’ primi suoi esperimenti, anziché abbandonarsi alle libere espansioni dell’anima e agli scorretti slanci dell’im[p. 14 modifica]maginativa, sa tenersi sì stretto alle scorte della dottrina da potere addimostrarsi più sapiente che ispirato! La storia musicale de’ nostri giorni ricorda le patenti di inettezza e di ignoranza prodigate dalla pedanteria all’esordiente autore della Cambiale di matrimonio e dell'Inganno felice. Eppure quell'esordiente diventò Rossini, l’autore del Guglielmo Tell e dello Stabat! - I progressi fatti da Bellini nella parte scientifica, dal Pirata ai Puritani, furono immensi. Ciò solo valga a rispondere al signor Fetis e a persuadergli, se è possibile, che a Bellini non mancava l’istinto ma sì lo studio pratico dello stromentale. La cosa è ben diversa!

(C) O ci inganniamo a gran partito, o ne pare che questo non possa asserirsi dell’autore della Sonnambula, della Norma, della Beatrice Tenda e dei Puritani. Vero è bensì che nello Opere il Pirata e la Straniera, le quali segnano la prima maniera del compositore, non peranco educato alla pratica dei larghi effetti teatrali, il Bellini pose forse troppo amore alle melodie sillabiche e conteste di brevi frasi interrotte; ma questo genere di locuzione musicale, che pure in certi dati casi ha la sua particolare attrattiva e serve mirabilmente al linguaggio dell’animo e alla espressione degli affetti in contrasto, venne da lui abbandonato mano mano si elevarono le sue idee, e si emancipò il suo spirito dal bisogno di una timida imitazione. Gli ultimi spartiti di Bellini abbondano di canti largamente disegnati e svolti con libere forme: basti ad esempio il solo finale ultimo della Norma, che davvero può dirsi il pezzo nel quale è più specialmente caratterizzata la grandezza dello stile belliniano. Crediamo quindi non andare errati nell’affermare che per nessun modo le melodie, così dette sillabiche dal signor Fetis, siano a considerarsi come l’impronto speciale del musicale ingegno di Bellini.

(D) Nota è già che i compositori italiani, dall’epoca dei trionfi degli spartiti di Bellini in poi, si proponessero di imitarne lo stile, come parrebbe voler far credere il signor Fetis, limitando così tutti i nostri maestri viventi alla umile parte di seguipedi; bensì, mossi eglino pure, come l’autor della Norma, dal bisogno di soddisfare alle più raffinate esigenze del pubblico, studiarono di imprimere alle loro composizioni un carattere più drammatico e maggior accento di passione al linguaggio musicale; e in ciò almeno fecero benissimo. La causa medesima, o per dir meglio il medesimo eccitamento agendo sopra di essi e sopra il più fortunato loro contemporaneo, produsse il medesimo effetto; colla sola diversità che Bellini, e per aver preceduti i suoi compagni d’arte nell’indovinare la nuova tendenza degli spiriti, e per averli anche superati nella forza del sentimento e del pensiero e nella soave delicatezza delle ispirazioni, ottenne di essere acclamato inventore di un novello genere di musica melodrammatica che, anche senza di lui, si sarebbe più o men presto impadronito delle scene italiane perché altamente invocato dalle nuove idee intorno al bello nella poesia c nelle arti già invalse nelle nostre classi colte, le quali, in fin de’ conti, sono le vere dittatrici del gusto della moltitudine.

(E) Pare a noi che ci sia molta esagerazione in queste parole del signor Fetis. Che alcuni maestri italiani, volendo pur poggiare all’elevatezza del genere drammatico per eccellenza, sebbene poveri di spontanee ispirazioni e di vero sentimento, siensi perduti addietro a uno stile stiracchiato, ed allo spontaneo svolgersi delle frasi melodiche che forma il vero bello della locuzione musicale, abbjano talora cercato di sostituire una notazione tutta a grida e a singulti, sostenuta dall’abuso dei fragori stromentali, nulla di più vero. Ma questi traviamenti parziali ebbero un favore troppo effimero; e già, se non ci inganniamo, il pubblico italiano pare siasi posto in sull’avviso di non voler più a lungo lasciarsi sedurre da un genere così falso e contrario alle buone tradizioni. Quanto ai cantanti, i più studiosi ed educati tra essi, non tarderanno ad avvertire la cattiva strada sulla quale hanno dovuto porsi, trascinati da una riprovevole tendenza. Alcuni indizii di opportuno ravvedimento furono già dati e dai compositori più colpevoli e dagli artisti imputabili di maggior complicità. Osiamo lusingarci che il pieno ritorno alle migliori norme del comporre e del canto si avvererà in un periodo di tempo molto più breve di quello assegnato dalle eccessive apprensioni del signor Fetis.

(F) Veggasi su questo proposito quanto abbiamo osservato nel nostro primo articolo al quale ora ci riportiamo ampiamente.




CRITICA MELODRAMMATICA.

I.

GLI UGONOTTI, grande Opera di Meyerbeer, data al Teatro della Pergola, in Firenze.

La sera del dì 26 dello scorso mese di dicembre 1841 si riaprì questo teatro al pubblico con la musica della grand’opera di Meyerbeer - Gli Ugonotti -, adattata però sopra un diverso libretto. Alla espettazione grandissima del pubblico l’esito non pienamente rispose. Di ciò non solo fu causa una esecuzione nel complesso non tutta felice, ma varie circostanze che ad onor del vero e a vantaggio dell’arte è ben rintracciare ed espor brevemente.

La musica degli Ugonotti è dettata, come ognun sa. secondo le norme di quella scuola che, a differenza della italiana, tendente sempre a concertizzare, analizza; è di quella musica che dirigesti, è vero, al cuore, ma vuol giugnervi principalmente per la via dell'intelletto; di quella musica infine che si propone, secondo il detto di uno spiritoso scrittore, piuttosto rappresentare idee, che svegliar sensazioni. Ond’è che tutto o quasi lutto vi è opera di calcolo, di raziocinio, anziché d’ispirazione. Né, dicendo così, si creda che ritener si debba non abbia l’autore sentite le passioni che doveva rappresentare; ei le ha sentite e le ha intese, ma per renderne la pittura si è servito di mezzi che attengono piuttosto alla mente che al cuore.

Se sia questa vera ragion musicale, o aberrazione di altissimi spiriti, non è luogo adesso a discorrere; vero e indubitato è però che, nel suo genere, e dipendentemente dalla scuola alla quale appartiene, la musica degli Ugonotti è squisito e sublime lavoro. - Ora, per servire al suo intendimento, l’autore di essa si è proposto tracciare nella medesima e svilupparvi, come idea madre, l’antagonismo della riforma di Lutero e del Cattolicismo, quale almeno lo intendevano i suoi fautori nei miserabili tempi ai quali rimonta l’azione: Così nel Roberto il Diavolo le incertezze delle anime che il paradiso e l’inferno si disputano avevano a lui somministrato subietto di altissima pittura musicale. 11 dramma degli Ugonotti gli offeriva sulla scena da un lato il brillante libertinaggio dei voluttuosi signori della Corte di Francia nei tempi di Caterina dei Medici, e dall’altro la fanatica austerità dei primi riformisti, ed egli prese a ritrarne il contrasto ponendo in opposizione una musica brillante e voluttuosamente festiva con una tutta spirante durezza ed austerità, la quale, perché assumesse più caratteristica sembianza, ha quasi tutta intessuta sui canti corali onde fino dal tempo della Riforma risuonano i tempj dei Protestanti.

Reso conto così dell’intendimento dell’autore, e inteso qual e il pregio principale della sua musica, poco vi vorrà a persuadersi che doveva essa rimanere paralizzata nel suo effetto, e sparire al tutto quel pregio, tostochè venisse distrutta la corrispondenza tra il concetto musicale e il concetto poetico. - Ed ecco come più specialmente ciò avvenne.

L’autore del dramma, scrivendo con un fine manifestamente ostile al cattolicismo, non contento dei colori già bastantemente tristi che gli somministrava quella pagina infame di moderna istoria in cui la strage della notte di S. Bartolomeo si descrive, ha voluto caricare anche maggiormente contro i cattolici le tinte del quadro. Ciò essendo, l’autorità non ha creduto dover permettere che questo dramma si eseguisse sui nostri teatri; ed è stata cosa giusta e ben fatta: troppi doverosi riguardi lo esigevano e primissimo il rispetto verso le dominanti religiose opinioni. — Ma ciò che non è stato né giusto né ben fatto si è che, volendo l’Impresa pur nonostante eseguire ad ogni costo la musica di Meyerbeer, abbia avuto ricorso ad un ripiego, sostituendo al dramma originale altro dramma, a cui è stato dato il titolo di Anglicani, nel quale il carattere religioso dal politico è supplantato; col che si è tolto alla musica il suo carattere distintivo, se ne è falsato lo scopo,, e si è esposto il compositore al giudizio di un pubblico tratto in inganno sullo stato della causa che doveva giudicare. L’autore del nuovo libretto, contento di conservare un’identità materiale nelle situazioni ne ha svisato per intero il carattere. A restar persuasi di questa verità, basta dare un’occhiata alle prime scene dell’atto primo. - Si apre la scena con un’orgia di giovani signori che ridono e bevono cantando le belle e Bacco, e costoro son Puritani, di quei Puritani (notisi) cui la rigidezza dei costumi e delie religiose opinioni non permetteva cantare che Salmi nelle loro ragunanze più liete. Si trova con loro un giovin signore realista della gaja e voluttuosa Corte di Carlo I Re d Inghilterra, e vien presentato come un rozzo e timido orsacchiotto. Sopraggiunge altro vecchio realista e cattolico e si pone a catechizzare i Puritani cantando il corale di Lutero. Da questo saggio può giudicarsi del restante, che dal più al meno è tutto dello stesso gusto, senza che chi scrive debba perdersi in particolari raccontando dei Puritani che passan la notte con donnicciuole sull’osteria, delle loro erotiche e militari canzoni, del loro danzare in istrada con le zingare, ecc., ecc.

Ma da banda queste morali considerazioni, per far ritorno a quelle strettamente musicali. - Non è straordinario, premesso tutto quello che è stato detto fin qui, che l’esito dello spettacolo non sia riuscito felicissimo: strano anzi sarebbe stato se riuscito lo fosse; tanto più che anche la esecuzione non poteva essere né fu, per molte ragioni, del tutto felice. Pur non ostante, anche indipendentemente dall’alto concetto che informa la musica di Meverbeer, tanti sono i pregi di dettaglio e, dirò così, materiali onde è ricca, che non poteva cadere del tutto; né del tutto è caduta, e oltreché soddisfa ogni sera di più chi del continuo la sente, molti dei principali pezzi fin dalla prima sera han riscosso applausi ed anche destato entusiasmo... Notisi intanto che ciò principalmente accadeva di quei pezzi dei quali meno era falsata la situazione 2.

Riassumendo adesso tutto il detto fin qui, una sola è la conclusione che naturalmente ci si offre allo spirito e vogliam dire: Che i capolavori dei sommi deggion rispettarsi. - Se gli Ugonotti non poteano eseguirsi convenientemente, era meglio non eseguirli del tutto, nè per mira di basso interesse doveva procurarsi ingiusta offesa alla fama dell’illustre maestro.

Lo scopo di chi scrive e del foglio nel quale queste linee appariscono è tale che non esige si scenda adesso ai particolari relativi all’esecuzione. Ciò non ostante giustizia vuole che si aggiunga un cenno almeno ad onore della Teresa Brambilla, di Castellan e di Porto, che nelle parti a loro respettivamente affidate, dal più al meno mostransi degni di lode. Lo stesso dicasi pure dell’orchestra, a cui altro non manca che essere alquanto più numerosa di stromenti a corda.

Firenze il 1 del 1842.

M.° Av. C.

[p. 15 modifica]

II.

SAFFO, melodramma di Salvatore Cammarano musicato dal maestro Pacini.

(Continuazione) (3).


La cabaletta del duetto delle due donne è semplice ed espressiva, ma l’accompagnamento che la regge ne sembra più alto ad oscurarla anziché a farla spiccare.

Or eccoci arrivati al gran finale della seconda parte. Il coro che lo apre, che pure dovrebbe essere danzato, (come chiaramente appare dalla sua fattura, dai motivi e dal tempo in sestupla) è di qualche effetto. Non ò però lodevole quell’ultimo motivo staccato dalle trombe, che periodato in sei misure apparisce zoppo e triviale.

Il sacerdote benedice i due sposi; tutti s’inginocchiano, un momento di silenzio, e poi ricantasi un brano del coro. Ma chi manca ancora al rito? Saffo!... Al nome di Saffo il fidanzato Faone si scuote. La poetessa si avanza e Climene la conduce al suo sposo. Saffo ravvisa il suo Faone, e grida: Il mio Faone! Il mio Faone! Il momento è drammatico, ma se eccettui l’esclamazione assai viva e piena di accento della donzella innamorata, il resto procede nel modo or indicato da’ parlan ti e manca di fusione e di vivo colorito. Dove il compositore si innalza davvero con bella ispirazione si è nel cosi detto Largo di questo finale e nell’imponente canto di Saffo all'alto che rinfaccia la tradita fede a Faone: grande ne è la melodia e suscettibile della più finita declamazione, ed accompagnata da alcuni tocchi secchi de’ contrabassi simulanti un rattenuto accento di rimprovero, cui nell’ultima parte della misura sembra dar risposta una cupa nota dei corni, i quali gettano sul tutt’insieme una molto ben trovata tinta lamentosa.

Il concetto non può essere più filosofico e più sentito. Dopo il solo della protagonista succede un concerto generale ben modulato, bene condotto, con novità o almeno con sorpresa d’armoniche transizioni ben congegnate. Questo pezzo che comincia nel modo di si b minore chiudesi pomposamente in si maggiore, dopo essersi aggirato con artistica e studiata incertezza di gratissimo effetto più volte in ambi i suindicati tuoni e nel relativo re b sempre con finte cadenze c proponendo di chiudere, e poi trasportandosi e prolungandosi con nuovi passaggi, tino, come dissipa chiudersi nel si b maggiore. La maschia scienza del concerto vocale ed istrumentale di questo pezzo potrebbe assomigliarlo forse alcun poco ai noti larghi del Bravo e delle Illustri Rivali, ma sembra sopravanzarli in concepimento drammatico. L’effetto di questo Largo fu imponente sul nostro pubblico. La stretta va pure iodata per una certa bene intesa barbara impronta nella cantilena de’ cori che scacciano la Poetessa, che ha osato bestemmiare e rovesciar l’altare: e più ancora per la solenne imprecazione di Saffo che esclama: Non è Dio chi Faone mi toglie. Se non che sembra che qui l’idee del Maestro non siansi accordate con quelle del Poeta, e nemmanco colle nostre, dappoiché l’imprecazione di Saffo nel libretto precede, come è ben giusto, le invettive che il popolo scaglia contro di lei. Il maestro può scusarsi dicendo che il coro può prorompere anche immediatamente alla vista dell’ara atterrata, ma forse l’effetto sarebbe stato maggiore e più ragionato se alla bestemmia facevasi succedere il silenzio dell'orrore e della sorpresa, ed all’imprecazione l’invettiva. Tuttavia il pezzo ha un sufficiente colore di verità; il contrasto del carattere disperato, ma ancora amoroso, della protagonista spicca a meraviglia in mezzo a quello degli altri personaggi e del coro d’un’impronta, come notai, feroce e selvaggia. Infatti ci gode il dire che questo finale forma, tranne piccole mende, un tutto assieme del più ragionato, filosofico, ed elevato concepimento.

Un abbastanza chiaro istromentale e con felice effetto imitante i sibili del vento apre la parte terza, che nel suo complesso è la migliore dello spartito. Non ci dilunghiamo su d’un recitativo che sussegue e d un coro di Aruspici sotto il palco scenico, di debole effetto anzi che no, ed assolutamente mancante del carattere grave e profetico che gli si doveva; ma passiamo invece a parlare del terzetto che chiudesi in quintetto con cori, ricco di belli effetti. Questo pezzo ha luogo nel momento che Aleandro scopre per via d’un amuleto che quella Saffo ch’egli tanto perseguitava è sua figlia. Per ciò che riguarda la poesia e la posizione drammatica ne sembra una troppo palese reminiscenza del terzetto del Belisario dello stesso Cammarano, che Pacini però trattò assai diversamente del Donizetti e non saprei con quanta filosofia e quanto effetto: dico non saprei perché sembrami che il movimento del tempo dato a questo brano fosse troppo lento, e che forse con un’agitazione maggiore potesse ottenersi quella verità d’espressione ch’io trovai molto stentata e fredda. Se però il riconoscimento lascia un dubbio sul lavoro del maestro, non così certamente l'agitato o andante che succede e che si vorrebbe esso pure assai più mosso, nel quale la spezzatura ingegnosissima delle tre parti cantanti intrecciantisi l’una coll’altra, ed esprimenti con finito e rigoroso lavoro contrappuntistico la non ancor calmata convulsione della gioja, formano di questo pezzo un altro de’ sostegni sicuri dello spartito. Ma la convulsione così felicemente espressa cede alla fine, e le tre parti che s’agitavano con artistica incertezza vanno a fondersi in un tutto pieno: di calma accennato con freschissima melodia e ricco di gradevole effetto. Ma qui di mal animo ci facciamo a condannare di nuovo il maestro, perché dopo questa calma, servendo al solito assurdo del ritornello, riprende di nuovo il primo agitato, e di nuovo riproduce la seconda frase quieta, cosa che non male si conviene alla tessitura musicale, ma non certamente alla filosofica di questo pezzo. La stretta, quantunque d’un’impronta e d'una frase comune, è sufficientemente caratteristica, e le parti vi sono ben disposte, talché non le manca effetto. Viene l’aria di Faone, terzo dei pezzi se non interamente almeno semi-appiccicati di questo spartito, preceduta da un solo di bravura eseguito qui dal flauto e che originariamente fu dedicato al clarino. Io mi dichiaro a dirittura nemicissimo dei solo di strumenti in genere ed in ispecial modo poi di quelli che tendono, come questo fa, a mettere in mostra tutti i mezzi dello strumento stesso. Nulla di più anti-drammatico: dapoiché egli è impossibile che quando ne udite l’esecuzione non vi dipartiate interamente dal palco scenico, dove dovrebbe essere continuamente legata l’attenzione dell’uditore, e non vi conduciate col pensiero unicamente all’artista esecutore del solo. Dal che deriva una decisa distrazione e disillusione. Ma di ciò basta e proseguiamo. Faone viene a lamentarsi del suo destino ed a dolersi de’ suoi rimorsi. Sopra una elegante frase si tesse l’adagio dell’aria, imitata con talento e buon gusto alla misura susseguente or dal violoncello or dal clarino; ed alla ripetizione invece proposta dagli strumenti ed imitata dai canto. Tale idea non nuova in fatto, nuova risulta nella sua applicazione e sembra aggiugnere passione alla bella frase del canto. La cabaletta, di fattura alquanto comune, deve però meritarsi effetto quando sia adattala all’artista che la eseguisce.

A questo punto la scena si cambia e già ci troviamo vicini alla catastrofe del dramma: offresi al nostro sguardo il famoso promontorio di Leucade; esce il popolo Leucadio in piena costernazione, ed intona un coro che non trovammo bene concepito dal maestro, almeno secondo le indicazioni del poeta: la cantilena vi è forse troppo spiegata per delle parole che si vogliono dette o mormorate sommessamente.

Ma già già si avanza l’infelice Saffo che apparecchiasi a tentare la prova del gran salto, sebbene perduta di speranza di trovare in quello salvezza. La sua mente è malferma, ed anzi nei sogni del suo vaneggiamento impone al flutto ed all’aure del cielo di tacersi, ond’ella sciolga a Climene il promesso inno di nozze; e l’udiamo intatto cantare quella soavissima ed invidiabile melodia che forma il lungo primo tempo dell’aria finale tessuta con somma dolcezza, eleganza e passione melodica. La frase, l'accompagnamento, la condotta ne sembrarono al maggior segno espressivi; e vivissima vi notammo l’effusione di un cuore pieno di squisita sensibilità.

Intanto lo squillo annunzia a Saffo essere giunta l’ora della gran prova; Saffo si scuote, rinviene, s’apparecchia al gran cimento, e conducendo Climene fra le braccia di Faone le dice queste parole: L'ama ognor qual io l'amaiPiù volendo noi potresti — vestite pur anco d una cantilena elegantissima ed affettuosa e degna di chiudere questo pezzo, che può dirsi senza macchia.

Ecco quanto ne parve dovere asserire intorno al lavoro del sig. Pacini. Ripetiamo di avere riscontrato grande progresso nelle concezioni di questo compositore: non si arretri dunque dal retto cammino, anzi prosegua fermo nel suo nuovo proposto che l’arte gliene saprà grado.

Rimarrebbe a dire alcun che dell’esecuzione, ma, buon Dio! quando siasi osservato che néal sig. Varese, né alla signora Brambilla, né al sig. Salvi per nulla convengonsi le parti loro affidale, sia che ciò si risguardi sotto l’aspetto drammatico, sia dal lato musicale, massimamente ove si osservi che da questo lato soffrirono non poche alterazioni contrarie alle intenzioni primitive del maestro: quando invece avremo soggiunto che la sola signora Abbadia si mostra quasi perfetta nella interpretazione della melodia e della declamazione (col qual nome non confondiamo però l’azione propriamente delta), e che essa sola salvò dalla caduta e sostiene con crescente successo lo spartito, crederemo di esserci sdebitati abbastanza del dover nostro. Non lasceremo però di osservare, come in via di deduzione, sembrarne desiderabile che innanzi di offrirò un’Opera nuova al giudizio di un pubblico autorizzato per più ragioni ad esercitare grande e decisiva influenza sulle rinomanze melodrammatiche italiane, avessero a consultarsi bene la natura dei mezzi, il loro vero valore, ecc., onde non porre troppo alla cieca a difficile repentaglio la fama del compositore, il quale troppo spesso altra colpa non ha fuor quella d’essere stato male interpretato. A. M.



OBBIEZIONI E REPLICHE.


A taluni de’ nostri lettori sarà forse sembrato che noi siamo andati per le lunghe nel parlare delle due Opere prodottesi in questi or passati giorni sulla scena del nostro gran teatro, c che nel pigliar ad esame le medesime, massimamente la Maria Padilla, troppo sul serio ci occupammo del libretto. A questa doppia obbiezione rispondiamo: la lunghezza degli articoli critici non deve si di leggeri parer sovverchia in un foglio principalmente dedicato a simili disquisizioni, e più che mai ove si tratti di due produzioni d’alta portata come sono la nuova Opera dell’egregio Donizetti, destinata senza dubbio a far il giro dell’Europa, e la Saffo del sig. G. Pacini già applaudita su tanti teatri; poi notiamo che non ne pare di esserci perduti in sole parole, ma d’avere svolto il nostro tema con sufficente corredo di analisi. Siamo persuasi: fermamente che la buona critica musicale vuol essere; presa a questo modo per riuscire a qualche frutto, sotto i pena di perdersi nei soliti giudizii vaghi, incerti, inconcludenti, i quali mancanti del fondamento dell’analisi, tanto calzano ad una come ad altra Opera, e non; sono d’ordinario dettati che allo scopo di offerire un momento di passatempo alla curiosità de’ lettori più o meno indifferenti.

Quanto al dare troppa importanza al libretto preghiamo i lettori a pigliarsela in santa pace, perché è appunto nel proposito nostro di non prender mai ad esame parziale verun spartito, se non osservandolo ne’ suoi più stretti rapporti col dramma, e notando attentamente i punti nei quali la composizione musicale è povera di carattere e vuota di ispirazione per colpa appunto della cattiva, o assurda o antipoetica situazione drammatica. Ora, come ottener ciò senza occuparsi con qualche serietà del libro dal cui vero merito o dalla cui povertà dipendono per solito i maggiori o minori pregi dello spartito?

Data l’ipotesi che solo per qualche tempo i giornali nostri persistessero di buon accordo a chiedere minuto e severo conto ai poeti melodrammatici delle inconvenienze delle loro produzioni, vedremmo ritrarsi sgomentati dall’arringo i deboli ed affacciarvisi in vece i valenti; vedremmo gli appaltatori teatrali consigliati e in certo modo costretti a pagar meglio costoro di quel che ora fanno coi guastamestieri; vedremmo per ultimo i maestri, sottratti alla vergogna di dover sprecare la loro fantasia intorno a indigesti centoni e sguaiate rapsodie sceniche, lavorar più sicuri su un terreno non barcollante, e trovar nel libro non impaccio ma aiuto alle ispirazioni, e nella poesia non gelo e nebbia ma luce e vita pei voli dell'immaginativa.

Ciò che gli altri fogli per ragioni forse ottime ch’essi sapranno addurre, non si degneranno di fare 4, protestiamo di volere far noi. Non è quindi a meravigliare se già ci siamo accinti a tale ufficio co-primi nostri articoli dettati intorno alla Maria Padilla e se lo proseguimmo con altri riguardanti la Saffo.

D’altronde si osserva che assai rari saranno i casi ne’ quali dovremo attenerci a questo sistema forse non a tutti accetto. Ben pochi sono gli spartiti che nel corso di un anno si compongano in Italia degni di una particolarizzata analisi, e per questi soli noi serbiamo l’onore di lunghi articoli ne’ nostri fogli, ove pel contrario non è sprecato spazio per le interminate relazioni degli spettacoli de’ teatri di Provincia che di solito riescono tanto monotone c inutili o peggio a chi ama occuparsi di que’ soli fatti musicali che sono di qualche importanza nell’arte.



CENNO NECROLOGICO

BLANGINI.


I giornali francesi annunziarono la morte di Felice Blangini, compositore di musica, la cui rinomanza, per molti anni brillante, specialmente riferivasi ad una moltitudine di ariette, romanze e notturni, che lungamente fecero la delizia delle conversazioni, e che oggidì qualche volta eseguisconsi ancora.

Egli nacque a Torino l'otto novembre 1781, ed ivi intraprese gli studi musicali sotto la direzione di Ottani. - A diciotto anni recatosi a Parigi, la sua maniera di cantare e le sue composizioncelle piene di eleganza e d’espressione gli acquistarono ben tosto una popolarità molto produttiva. Quindi fu chiamato a Monaco, ove ottenne di esser insignito del titolo di maestro di cappella del re di Baviera. - Ne’ teatri delle due città or nominate a’ varj intervalli di tempo fece rappresentare alcuni spartiti non privi di merito, e fra gli altri Nephtali che ebbe un successo assai lusinghiero alla GrandeOpera. e per più anni rimase nel repertorio di quel teatro.

Nel 1809 il re di Vestfalia nominò Blangini a suo maestro di cappella. - Dopo la caduta dell’Impero restituitosi a Parigi, ad un tempo istesso gli furono affidate le cariche di compositore della musica particolare di S. M. e di professore di canto alla scuola reale di musica; ma la rivoluzione di Luglio lo privò di ogni impiego, e la prospera fortuna da cui fin allora era stato sempre accompagnato lo abbandonò: egli si afflisse di questo rovescio e ritirossi in una campagna vicina ad Orleans, ove nello scorso mese finì i suoi giorni. [p. 16 modifica]Blangini pubblicò eziandio le memorie della sua vita dal 1797 al 1834, sotto il titolo di Souvenirs, da cui trapela una bonomia qualche volta di un'ingenuità singolare, e che contengono non pochi aneddoti curiosi e piacevoli.




NOTIZIE DIVERSE.


— Ci scrivono da Venezia quanto segue: «Riuscì, sig. Editore, molto soddisfacente a non pochi lettori ciò che riportaste nel nuovo vostro interessante Giornale (i), rapporto al sig. Fétis, e sulla opinione ch'egli ha dei musici italiani e sopra il da lui immaginato decadimento della nostra musica. Il sig. Fétis, allorché si recò in Venezia, fu molto zelante nel rinvenire libri teorici antichi di musica ed a farsi copiare importanti squarci di simili composizioni nella celebre Marciana. Il Fétis mostrò alta sorpresa nel non trovare in Venezia nè in altri luoghi d’Italia cultori della parte sublime della musica e segnatamente di ciò che appartiene su tal rapporto ai Greci. Vi fu però chi avvertillo che in Venezia trovavasi qualche ritirata persona che non del tutto ignara mostrata gli si sarebbe su tali argomenti. Il Fétis rispose di non poter di tanto approfittare a cagione della prossima e rapida sua partenza.

Questi signori dotti stranieri hanno l'uso di trar giudizio da ciò che prima a loro si presenta. Gli uomini di spirito risplendono e si fanno tosto visibili, non così gli uomini di talento ed erudizione. Conviene cercarli e battere per così dire la pietra focaja del loro ingegno perchè ne sorgano luminose scintille.

Oso lusingarmi che se il signor Fétis avesse o prolungata la sua permanenza nelle città italiane o vi avesse fatto delle più attive ricerche, non avrebbe esalato una tanto sinistra opinione sulla parte musico teoretica coltivata dagl’italiani. Non taccio per altro che così fra di noi come in ogni altra nazione, e ciò a sua difesa, vi hanno non pochi di quelli i quali essendo ignoranti eglino stessi, cercano di occultare coloro che noi sono.

È manifesto quali frutti derivano da ciò!

A. G.

— Tutti i nostri giornali si sono affrettati nel dare la relazione dell’esito che ebbe sulle grandi scene di San Carlo in Napoli la nuova Opera del ch. maestro Mercadante II Proscritto (2). Quanto a noi, fedeli al nostro proposito di non occuparci di Notizie teatrali, ommettiamo di riferire il numero di volte che l’illustre compositore e il poeta e i cantanti vennero chiamati all’onor del proscenio, a quali pezzi gli applausi proruppero più clamorosi, a’ quali altri meno, ecc.; tutte cose che, almeno a nostro parere, non ponno aver valore di retto e imparziale giudizio intorno al vero merito della musica. Allorachè il nuovo spartito di Mercadante verrà riprodotto sul nostro Gran Teatro (e facciami voti che ciò avvenga presto e nei modi convenienti, ne parleremo per esteso dando alla nuova produzione dell’esimio italiano l’alta importanza che per più ragioni si meriterà. Il dramma è lavoro di quell’eletto ingegno del Cammarano, mercè il quale la poesia lirico-teatrale pare voglia risorgere dalla sua attuale povertà. — Il valente nostro violinista Bazzini, uno tra i pochi che non si lasciano vincere nò dall’amor dell’ozio nè dallo sconforto, e si adoperano con zelo a sostenere l’onore della musica stromentale italiana tanto negletta, si accinge a percorrere alcune città della Germania, col proposito di dare delle accademie, e di ottenere che le meraviglie del suo arco sieno ammirate in paese straniero come già lo furono ripetutamente nella sua patria. — Nel penultimo foglio del Messaggiere Torinese abbiamo letto con piacere un savio articoletto dell’av. Carlo Corghi nel quale si accenna con molta lode di una nuova Messa Concertata eseguitasi il 26 p. dicembre nella chiesa cattedrale di quella città, e dovuta al distinto ingegno musicale del sig. Giuseppe Ghebart, già rinomato professore concertista di violino e compositore di pregevoli musiche stromentali. In questa nuova Messa Concertata del sig. Ghebart, ove per la prima volta ei si provò nella musica vocale, si lodano dal sig. Gorghi i principali pregi che costituiscono il vero bello delle composizioni sacre, la:Semplicità della melodia, Vappropriata robustezza delle armonie, l’espressione, e le felici combinazioni stromentali. Questa nostra Gazzetta non fa che riferire in breve quanto più per esteso trova scritto nel nominato foglio torinese, e si desidera che negli elogi da lei ripetuti non siavi a notare ombra di amichevole cortesia. È ora sì languidamente apprezzata in Italia la musica sacra che ogni qualvolta si offre occasione di tributar Iodi a ehi la coltiva con amore, non devesi guardar tanto per minuto alla misura degli encomii. — Parigi. STABAT MATER di Rossini, eseguito al Teatro Italiano di Parigi. Immenso, straordinario effetto produsse lo Stabat Mater di Rossini, sotto l’abile direzione del maestro Tadolini eseguito la mattina del 7 corrente dalle Orisi ed AIbcrtazzi e da Tamburini e Mario; non che da Dupont, Campagnoli, Morelli. Donati e dalle Amigo, Massiinino, Bellini, Dotti ecc. fattisi coristi per rendere uno spontaneo omaggio al genio dell’incomparabile compositore. La sala del Teatro italiano non ha potuto contenere la folla accorsa per assistere a quella solennità musicale. L’esecuzione durò circa due ore c fu in molte parti abbastanza soddisfacente. (1) Vedi il foglio N. 2, Discussioni Musicali. (2) I pezzi di guest’Opera verranno pubblicati dal Ricordi. L’introduzione, che in sì nobile guisa apre il gran capolavoro religioso, non venne meno ammirata dagli intelligenti che gustata dal pubblico. Nell’elevata e patetica aria la Grisi superò sé stessa. Il grazioso duetto fra quest’egregia cantante e l’Albertazzi si fece replicare, come pure l’imponente aria (a meraviglia interpretata da Tamburini) la cui forma eminentemente originale e la penetrante espressione hanno trasportato lutto l’uditorio. Il terzo pezzo replicato fu l’ammirabile quartetto senz’accompagnamento: è impossibile con maggior dolcezza e vezzo di connettere dotti accordi ad ardite dissonanze; il contrasto fra il liturgico canto al - Quando corpus morielur - con quello delle ultime parole piene di speranza e di amore divoto - Paradisi gloria - è di un risultato magico. Mario ha cantato con alquanto di titubanza la sua aria tutta eleganza e tenerezza. Il coro intercalato dell’a solo di basso ha vivamente scosso per la novità della forma e per la bellezza del concepimento. Questo sublime capolavoro, la cui istromentazione è magnifica, malgrado la varietà e la ricchezza de’ pensieri, ha un carattere assai distinto di dolore unito alla tenerezza ed alla speranza: è l’afflizione mondana temperata dal sorriso del ciclo. — Il giorno 17 avrà avuto luogo la seconda esecuzione dello Stabat Maler, per la quale quasi tutte le piazze del Teatro Italiano erano già state accaparrate fino dal giorno susseguente alla prima. — Berlino. Tutto il dilettantismo musicale è ammirato della straordinaria bravura di Liszt. Quest’artista dalle prodigiose dita nel primo suo concerto suonò sette volte, c l’ultimo pezzo fu quello che eccitò maggior entusiasmo. — Ernest e Sivori, celebri violinisti, hanno dato varie accademie. Per difficoltà agevolmente superate il secondo certamente non ha nulla a invidiare al primo; ma questi piacque di più per l’animata espressione. — Torino. Ci si scrive die nessun pianista in quella capitale ha prodotto una sensazione tanto aggradevole come Thalbcrg al Teatro Ilegio, la sera del 14, che gli uditori si partirono inebbriati dell’angelica sua esecuzione e delle simpatiche sue composizioni; e che a lui più che mai si convengono le seguenti espressioni recentemente adoperale per altro suonatore. Egli sa crearsi, ove più le difficoltà si affollano, una tale chiarezza d,’intenderle; sa così costituirsene, come se ne farebbe in un dipinto, una semplicità di partilo e pronunciarla con tale rigor di frasi e parsimonia d’accenti, che per lui non è mai dimenticata una nota, e non c’è mai nò farragine nè fatica ec. TEODORO DOIILER. Da Clementi in poi certamente in Italia non vi ebbe alcuno pianista che valesse ad accrescere la gloria dei nostri fasti presso altri popoli che andarono altiere di Mozart, Beethowcn, Weber e Kummel ed ora posseggono Moschelcs, Kalkbrenncr, Chopin, Liszt, Thalberg e moltissimi altri artisti di un merito distinto e dovunque apprezzati. La penuria di rinomati pianisti italiani da taluno si volle ascrivere alla convenienza di preferir fra noi Io studio del canto, degl’istrumenti d’arco e da fiato e della composizione teatrale, siccome più confacente ad uomini avvezzi all’impero delle melodie e non troppo ligi al soverchio esercizio meccanico clic richiedesi per uno strumento della natura del pianoforte. Ora però che in Italia pare si voglia da taluno in certo qual modo dimenticare la sorgente primaria delle sue insuperate palme, per meglio sfoggiare di modulata profondità armonico-strumentale, quasi disgradendo che l’onnipossente melodia occupi come per l addietro il più luminoso ed efficace posto nelle opere drammatiche, è ben giusto che a lieve compenso della sconvolta purezza melodica, i caldi estimatori della riputazione musicale italiana, possano almeno veder chi gareggi co’ migliori fra gli oltramontani nella franchezza del superare ogni difficoltà di maneggio sopra un istromcnto, che finora, in complesso, sembrò più idoneo alla pazienza, che al genio. Teodoro Dòhlcr è quell’eccellente pianista di cui ora possiamo vantarci, ed il cui nome suona stimato sulle labbra di ogni amatore o maestro di pianoforte. Egli nacque in Napoli il giorno 20 aprile 1814 ed ivi fu ammaestrato nella musica e nel pianoforte dapprima da Lanza quindi da Benedici. A Tienila dal celebre Carlo Czerny ricevette alcune lezioni di perfezionamento, e nella fresca età di diciassette anni si meritò di esser nominato pianista della musica particolare del duca di Lucca. Dòhler visitò replicatamente varie principali città d’Europa e dappertutto ed in ogni occasione fecesi ammirare pel notevole suo talento. A Parigi specialmente superò di gran pezza la pubblica aspettazione e quella Gazzetta musicale non esitò nel 1838 a pubblicare «che questo • giovane prodigio, sembra aver sorpassato i confini del «possibile, poiché confrontando la sua gioventù coll’im«mensità de’ suoi talenti, si è quasi tentati a supporre «che per un feiicc privilegio delia natura sia stato esen«tato da tutti gl’incomodi dell’infanzia, non potendosi «comprendere come abbia potuto trovar il tempo d’iin«parare tutto ciò ch’egli sa; giacché oltre le cognizioni «musicali, a perfezione parla e scrive quattro lingue». «Questo pianista, «così prosieguo il mentovato giornale», senza dubbio va posto nel novero de’ suonatori più meravigliosi che siansi mai sentiti». Per non dir d’altro, egli possiede una straordinaria bravura nell’eseguire i più complicali e brillanti passi, e nell’effettuare delle combinazioni, di proporzioni tali che a primo aspetto sembrano inconciliabili coll’idea generalmente adottata sull’estensione dei mezzi del pianoforte. In ispeeie allorché al canto e ad accompagnamenti i più variati intreccia il trillo, e quando con forza e prestezza marca le ottave doppie, ehi non crederebbe che tre o quattro mani percorrano ad un tratto la tastiera? Se i confronti non fossero oramai adoperati a sazietà, | noi potremmo paragonare Dòhlcr a Listz e Thalberg ( e notare che se Dòhler ha meno d’estro, di energia, che il primo, e meno di calma, di finitezza e di chiarezza del secondo, a lui nessuno potrà togliere il me-. rito di aver saputo felicemente fondere e collegare insieme alcuni de’ modi per cui que’ due sommi van l’uno dall’altro distinti, e mercè ben anco dell’unione di qualche vezzo tolto da Hcrz c Czerny, costituire uno speciale tutto, atto a procacciarsi il favore degli intelligenti c ad aggradire nello stesso tempo al pubblico. Nelle composizioni di Dòhler rinvengonsi le medesime qualità di stile che già si accennò aver egli saputo congiuiigere nella sua maniera di esecuzione. Fra le quaranta opere da lui già rese di pubblica ragione, oltre i grandi studii di concerto che nel suo genere van annoverati fra i migliori ed i più proficui, voglionsi distinguere con particolari encomii le Fantasie sopra motivi dell’Anna Balena, della Lucia, del Guglielmo Teli, della Gypsl e del Guido e Ginevra, ecc. A’ trionfi più recentemente riportati in riva alla Senna ed al Tamigi e nella media Italia, Dòhler volle aggiungere i non meno invidiabili della nostra capitale, e la sera del 48 si produsse nell’I. R. Teatro alla Scala al cospetto di un pubblico tuttora inebriato dalla magia delle mirabili prove di un Thalberg. - Il successo del gran pianista italiano fu compiuto. - Egli, dopo esser stato vivamente festeggiato ne’ pezzi segnati nel programma (cioè nella brillante fantasia sul Guglielmo Tell? in un melodico notturno in re bemolle, negli studii N. 9 ed ultimo della sua raccolta enei capriccio inedito sull’assedio di Corinto che piacque a preferenza de’pezzi a cui tenne dietro ) per assecondare il comune voto che con insistenza domandava bis, si rimise al pianoforte ed intuonò un soave canto della Sonnambula, poi scherzò fra l’agitarsi di un allegro a 6 c 8, ed in fine deliziò tutti gli spettatori in un frammento di un pezzo in cui le insinuanti note di Lucia con altrettanto di buon gusto che di maestria trovavansi collegato ad eleganti e chiari passi di un effetto irresistibile. C. ATOYE PUBBLICAZIOM MUSICALI DELL I. n. STABILIMENTO NAZIONALE PRIVILEG. Di GIOYAMI RICORDI. matei Prezzo Fr. 18. 3 Sii!) Lì WSâMâ TRATTATO COMPLETO Bai’âlTI ©EL CANTO TRADOTTO DAL FRANCESE Prof, di bel canto nel Conservatorio di Milano. Prezzo Fp. li. 24 ÉTUDES POUR ME PIAVO DEDIEES À M.b lïïiWAM ¥«H Divisées en 2. livraisons. Op.»0«- Chaque Pr. 8. ITALIA TROIS l’IST VISIIiS BRIMiASTES POIS I I PIAVO HXJjxiX’x:ì»r i. Beatrice di Tenda. 2. Parisina. 3. Il Giuramento. Op. 115. - Cliaque Pr. S. 95. GIOVASSI RICOROI EDITORE-PROPRIETARIO. Hall’I. R. StaliiMinenta Sazionale Privilegialo iti Calcografia, Copisteria e Tipografia illustrale iti GIOVASSI RICORDI. Contrada degli Omenoni lf. 1720. re, più ( tratto ai la menti noi pr Non 111 ìsv far chi moni diziev Alibia

  1. (1) Vedi il N.° 2 di questa Gazzetta Musicale.
  2. (1)Ed ecco altro fatto che ci consiglia ad insistere sulla necessità che il concetto drammatico, sia nel tutto di uno Spartito, sia nelle sue parti, non manchi di giustezza e sia tale da potersi degnamente collegare alla musicale invenzione.

    L'E

    .

  3. (1) Vedi il foglio n. 3.
  4. (1) Non dobbiamo tacere che ci venne letto con soddisfazione nel num. 3 del Glissons un lungo e particolarizzato articolo intorno alla nuova Opera del m. Pacini. In quell'articolo si fanno dei giusti rilieni e si professano le intenzioni di una critica musicale fondata su buoni principii.