Gemme d'arti italiane - Anno I/Interno della chiesa di S. Marco in Venezia

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Antonio Zoncada

Interno della chiesa di S. Marco in Venezia ../S. Sebastiano salvato da Irene ../La bagnatrice IncludiIntestazione 1 agosto 2018 25% Da definire

S. Sebastiano salvato da Irene La bagnatrice

[p. - modifica]INTERNO DELLA BASILICA MI SAN MARCO IN VENEZIA [p. - modifica] [p. - modifica] [p. 57 modifica]

INTERNO DELLA CHIESA

DI

SAN MARCO A VENEZIA

dipinto

di Federico Moja


La chiesa di S. Marco in Venezia non è certamente un modello di buona architettura, non un monumento che attesti i più bei fasti di un’arte. Chi saprebbe definire a che stile appartenga? È un complesso di parti bizzarramente accozzate tra loro, una specie di museo, vario, irregolare, dove trovi un po’ di tutto. Se tu miri la facciata, strano miscuglio grotte [p. 58 modifica]sco dove appare ogni maniera di architettura, non sapresti dire, a prima giunta, se tu sii in oriente o in occidente, se quell’idea nascesse primamente nel pensiero degli adoratori del Cristo o di Allah, tanto ritrae dello spirito di questi due popoli sì contrarj tra loro. Gli archi, a tutto sesto, tozzi e pesanti, sentono lo stile bizantino mentre le cupole graziosamente tondeggianti, le colonnette esili, snelle e leggere, i capricciosi rabeschi e fogliami ricordano le moschee di Baghdad, di Siviglia, di Cordova, come le agulie e le figure simboliche hanno l’impronta del gotico stile. Pure questo contrasto di stili sì diversi fra loro ha del solenne: l’insieme di queste parti, apparentemente disarmoniche, se tu le prendi ad una ad una, ti rende nel suo tutto un bell’accordo, pieno di maestà e di grandezza.

Non appena hai gettato gli occhi su quell’edifizio, ti accorgi, quand’anche non venissero in tuo ajuto gli annali della Storia, che tu hai dinnanzi uno splendido monumento della fede, della gloria, della opulenza di un popolo singolare fra quanti mai levarono grido di sé sulla terra. Quelle colonne di sì diverse maniere di marmi, quali di porfido, quali di verde antico, quali di serpentino non ricordano forse allo spettatore le lontane contrade dalle quali la potente regina dei mari traevale a queste lagune, come gloriosi trofei di sue vittorie? Lo stesso gridano tante sculture sacre e profane che raffigurano fatti storici, pie tradizioni popolari, misteriosi emblemi e simboli sacri di che vanno sì vaghi i popoli nel loro passaggio dalla barbarie alla civiltà, quando la fantasia e l’immaginazione, avide dell’infinito, prevalgono sulla fredda ragione che a tutto segna un limite, un confine. Questa [p. 59 modifica]facciata è come un’enciclopedia architettonica, un vero libro universale che raffigura un’intera età, un popolo, una delle fasi principali della società moderna. Quivi i fasti del mondo civile stanno a fianco ai fasti della religione; da una parte è Cristo che spezza le catene dell’antica schiavitù, dall’altra è un Doge che fece grande la repubblica e ne rese formidabile il nome; qui sono le immagini di quelle virtù per cui l’uomo sulle ali dell’amore e della speranza sorge a vagheggiar un avvenire infinito, là sono le arti più necessarie alla vita umana; i preludi del cielo dall’una parte, le misere realtà della vita dall’altra. Chi potrebbe tener dietro a quella complicata serie di fregi, di ornati, di bassirilievi di statue, grandi e piccole che rappresentano uomini, donne, vescovi, arcivescovi, papi, una generazione di santi d’ogni paese e d’ogni condizione, enti immaginarj ed enti reali? Entriamo nell’atrio; qui scorgi un’intiera storia, storia del cielo e della terra, dell’antica Era e della nuova, del tempo delle promesse, dei simboli, e delle figure, e dei tempi nei quali le promesse si avverano, e le figure scompajono nella realtà. Qual poema, quale immenso dramma ti si svolge sotto gli occhi! Ecco Dio che trae dal nulla il mondo e lo popola di tanti esseri con un cenno della sua onnipotenza; Dio che crea Adamo in anima vivente, e quindi quella magnifica e semplice epopeja del mondo ancor vergine; l’uomo signore del creato, l’uomo felice nell’innocenza, e la colpa che

s’insinua nel mondo coll’orgoglio, e in un solo tutta percossa la innumerabile famiglia degli uomini, e la morte che sacrifica in un giusto la prima sua vittima; quindi la vita dei Patriarchi e la semplice grandezza delle misteriose loro [p. 60 modifica]vicende, la torre, di Babele, la confusione delle lingue, la prima maledizione di un padre scagliata sul capo di un figlio, la vocazione di Abramo, l’abbandono di Agar, e Isacco il primo dei circoncisi da mano mortale, e le meravigliose avventure di Giuseppe, co’ suoi sogni, colle sue divinazioni, co’ suoi oracoli, colle sue umiliazioni, e la sua gloria; poi la lunga schiavitù del popolo circonciso in Egitto, e la chiamata di Mosè, e la colonna di fuoco che accompagna il popolo errante nel deserto, e le acque che si aprono tocche dalla verga del Profeta, e di mezzo a quelle antiche memorie, come a dinotarne la connessione, la Fratellanza, Cristo, la Vergine, gli Evangelisti, gli Apostoli, e una serie di Santi d’ogni sesso, d’ogni stato, d’ogni condizione, d’ogni età. Chi guardi tutte quelle figure col severo giudizio dell’arte profana trova certamente molte cose da riprendere; chi non vede che le parti senza abbracciare il tutto, offeso dalle anomalie particolari, non può comprendere la bellezza simbolica del lavoro. Ma chi lo toglie a considerare complessivamente è forza che si senta rapito a meraviglia, e gli paja quasi vedersi schierar dinanzi le generazioni che prepararono l’età presente, e ammiri la grandezza di un concetto che non ha per autore un uomo, ma un popolo intero 1 . [p. 61 modifica]

Quanto abbiam detto della facciata e dell’atrio di questo meraviglioso edifizio dicasi medesimamente dell’interno. Al primo suo affacciarsi sei tentato a stupire della celebrità di questo tempio, e quasi diresti bugiarda la fama. Se tu hai vedute, le magnifiche metropolitane di Roma, di Milano, di S. Paolo in Londra, di Spira, di Colonia, di Toledo, di Roano, ti troverai come allo stretto, ti parrà che lo spazio ti manchi, e dirai a te stesso: è questa adunque quella chiesa di S. Marco che fu come una gloria tutta particolare della Veneta Repubblica, sentendo ricordare il cui nome nelle straniere contrarie alle quali o la guerra o le ragioni del commercio lo avevano sospinto, piangeva di tenerezza il veneto navigatore? Ma se tu ti farai ad esaminarla con occhio paziente, se ne guarderai le porti e, risalendo ai tempi in cui si fondava questa chiesa, entrerai nel suo concetto, quello spazio ti si allargherà innanzi, le imperfezioni dell’arte scompariranno, e ti parrà questo splendido monumento di una nazione tanto gloriosa. Tutto difatti accenna in esso la ricchezza e la possanza della Veneta Repubblica. Quanta diversità di marmi, quanta ricchezza di fregi, di ornati, di musaici; che popolo, per così dire, di statue, che moltitudine di bassirilievi, di colonne d’ogni grandezza, d’ogni maniera? Qui continua a svolgersi quel grande poema che ti fece meravigliare nella facciata e nell’atrio; e [p. 62 modifica]Santi, e Profeti, e Apostoli, e Angioli, e Cherubini, Cristo, la Vergine, l’Eterno Padre, si mostrano in cento diversi aspetti, gravi, ridenti, minacciosi, annunziando misteri di gioja, misteri di dolore, sopra le finestre, nei pennacchi delle cupole, sotto le cornici, sotto gli archi, nei volti, in marmo, in argento, in bronzo, tanto che l’occhio ne è come sopraffatto. Qui v’è una storia secolare delle arti italiane; le antiche figure, rigide, severe colle guance scarne, cogli occhi indossati e le membra esili, e come istecchite, che ricordano i digiuni, le macerazioni, le discipline, le lagrime di quell’indomiti atleti del Signore, contrastano colle più ampie, più morbide, più facili a diverse pose dei tempi moderni, nelle quali talvolta appare certo qual paganesimo dell’arte. Se io volessi qui ricordare ad uno ad uno tanti e sì diversi oggetti, finirci ad annojarti, non ti lasciando nell’animo altro più che un caos di parole, le quali nulla direbbero né al tuo pensiero, né al tuo cuore. Dove si tratti di descrivere le meraviglie dell’arte, la parola è manchevole; non potendo che accennare gli oggetti parte a parte, non arriva mai a dartene un’immagine complessiva, e mentre richiama da un lato la tua attenzione ti fa poi dimenticare gli altri con iscapito del tutto. Non v’è che la pittura che possa rendere nel suo complesso i monumenti dell’arte umana, ed in un solo aspetto raccoglierne le sparse bellezze. Questo fece appunto il nostro chiarissimo Moja, nome tanto caro agli amatori del bello, a quanti ammirano gli ingegni che serbano la gloria del nome italiano. Vedendo la mirabil tela del Moja ti farai di questo tempio una più giusta idea in un batter d’occhio, che non potresti farti altrimenti leggendo un volume che te lo descrivesse [p. 63 modifica]minutamente con nojosissima pazienza. Non ti par egli di essere trasportato in que1 tempio, sì vivi, sì naturali, si felicemente ritraenti il vero ti si affacciano le diverse sue parti? Il tuo occhio corre libero tra le colonne, fra gli archi sotto i volti superbamente fregiati di musaici, alle tribune, al doppio pulpito, alle logge superiori, e ammiri le pareti tutte incrostate di diversi e finissimi marmi, ammiri i magnifici fiorami che adornano gli archi, i diversi capitelli coi loro simbolici animali, il pavimento tutto a musaico, composto di un infinito numero di tavole quadrate, rotonde, ad angoli, e con altre assai forme diverse, piccole e grandi, con isvariati ornamenti di fogliami, di fregi, di animali, di piante, e cose simili. Che prestigio di colori, che assennata gradazione di tinte, che studio delle parti, che intelligenza dell’insieme, che cognizione delle ombre e delle penombre, che arte invidiabile di far campeggiare tutti gli oggetti colla debita proporzione di forza nelle tinte e nella luce, per guisa che paja che veramente l’aria vi corra tra mezzo! Il Moja non è di quei pittori che si accontentano di riprodurre una fedele immagine degli oggetti che rappresentano, nelle cui tele cercheresti invano la vita e l’espressione, rivelazioni che suppongono nell’artista un’intuizione troppo profonda perché si possa trovare negli ingegni volgari; il Moja sa animare ciò che rappresenta, interpretare il mistero di una bella scena della natura, il concetto di un edifizio innalzato da un popolo. Queste sono veramente quelle volte che un tempo risuonarono dei cantici della vittoria, questi gli altari dinnanzi ai quali si prostravano i Barbarigo, i Giustiniani, i Foscari, i Dandoli, i Morosini, rendendo grazie al Dio degli [p. 64 modifica]eserciti delle nuove palme acquistate a Venezia, sopra lontane spiagge.

Come in faccia a questa tela, vola il pensiero a quel dì memorando, quando gli inviati dei Franchi, di mezzo ad una generale adunanza (vedi Michaud, Storia delle crociate, lib. X), a nome dei più alti e più possenti signori e baroni di Francia, si gettavano ai piedi di quei repubblicani, domandando ajuto per la Terra Santa d’oltremare; e il popolo unanime gridava che li avrebbe ajutati colle sue navi, e tutta Venezia faceva plauso a quel grido, e sulla piazza di S. Marco, sulla piazzetta, per le vicine contrade, su pei canali, e per le lagune era un rimescolamento di popolo, un premersi, un urtarsi, un acclamar festoso, tanto che, giusta le parole dell’ingenuo cronista che vi fu presente, si sarebbe detto che la terra stesse per sobissare! Ben fu saggio il consiglio del nostro artista di non voler largheggiare in tal soggetto di macchiette: la grandezza di questo tempio non è nel presente, ma nel passato. Direbbesi che le nostre meschine vesti, l’aria indifferente dei nostri volti, la prosaica compostezza dei nostri atteggiamenti si disdica alla fiera gravità di questo monumento del Medio Evo. Oserò dire che mi sarebbe piaciuto ancor più di trovarvi quasi una solitudine assoluta, vedervi appena qua, là qualche divoto per guisa che lo spettatore si trovasse quasi solo dinnanzi alla muta maestà di quegli archi, di quelle colonne, di quelle logge, a meditare sulle glorie di un tempo, la cui memoria è impressa a caratteri indelebili sulle pietre e sui marmi.

Questo monumento che sorge di mezzo ad un popolo vivo, animato, chiazzoso, questo monumento nel quale trovi sì scarse le ingiurie del tempo, sente già tutta [p. 65 modifica]la maestà dei monumenti antichi, ha tutta la solenne mestizia delle rovine, perché è monumento di un impero che non è più, memoria di un ordine di cose che, quantunque cessato da brevissima età, è già fatto antico nei cuori, come se fosse morto da secoli e secoli. Veramente nel Moja è mirabile l’arte di trarre nuove applicazioni dall’arte stessa, mirabile l’impasto dei colori, il magistero di temperare le tinte più calde tra loro, ammorzandole poco a poco con bello e gradito effetto. Qui hai la bellezza del tutto e la finitezza delle parti, la precisione del disegno e Dello stesso tempo la franchezza di uno stile che non mai si scompagna da un fare immaginoso. Pochi certo gli potrebbero stare a pari nel giuoco dei chiaroscuri, nell’uso della luce che diresti illumini da sé stessa la tela, tanto naturalmente va a riposarsi a suo luogo più o men piena, vibrata o morente secondo la posizione degli oggetti. Nulla è dimenticato in questo quadro del Moja: ombre intere, mezze ombre, scherzi di luce riflessa che rimbalza dorata d’uno in altro oggetto, luce diretta che mano mano sfuma e dilegua dinnanzi all’occhio dello spettatore nei più intimi e profondi penetrali del santuario. Dovremo noi a sì valente artista, come si usa fare da molti, dir parole di encomio, animarlo a continuare colla stessa insistente lena onde ha finora percorsa la carriera dell’arte? Che bisogno ha egli delle nostre lodi e dei nostri consigli? L’obbligo di mantenere un nome sì meritamente procacciato è per lui potentissimo stimolo a sempre nuovi e più splendidi lavori.

Antonio Zoncada [p. - modifica] [p. - modifica]

  1. Le fondamenta dell’attuale chiesa di S. Marco furono gettate sotto il Doge Pietro Orseolo, l’anno di nostra salute 977, e fu l’edifizio condotto a termine in capo a 96 anni, cioè nel 1071, come appare dai due versi scolpiti in una cornice di pietra viva nel vestibolo di questa chiesa che dicono:
    Anno milleno transacto, bisque trigeno:
    De super undecimo fui facta primo.

    Non ci pervenne il nome dell’architetto che pel primo l’ideò. Se noi però facciam mente come s’impiegasse quasi un secolo a condurre a compimento quest’opera, la diremo piuttosto il lavoro di più generazioni, ciascuna delle quali vi recò la sua pietra, che non di un individuo; una di quelle opere delle quali, con frase che sente un po’ del secentista, come tante altre dello stesso autore, ma però molto energica, disse Vittore Ugo: il tempo è l’architetto, il popolo il muratore.