Geografia (Strabone) - Volume 3/Libro VI/Capitolo IV

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Capitolo IV

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Strabone - Geografia - Volume 3 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
Capitolo IV
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CAPO IV.


Descrizione delle isole vicine alla Sicilia e all'Italia, Lipari, Termeisa, Strongilo, Didima, Ericusa e Fenicusa, Euonimo. — Fenomeni frequenti intorno a queste isole. — Distorni indicate dal Corografo. — Altre isole..


Conformi a queste cose e ad altre che nell’Italia1 s’incontrano, sono quelle che trovatisi nelle isole de’ Liparei ed in Lipari stessa. Queste isole in numero sono sette e la più grande è Lipari colonia dei Gnidii vicinissima alla Sicilia, dopo Termessa. Fu primamente chiamata Meligonide; ed ebbe, già tempo, una flotta, e contrastò lunga pezza alle incursioni dei Tirreni, avendo sotto di sè quelle isole che ora diconsi de’ Liparei e da alcuni vengono soprannomate di Eolo: e spesse volle ornò di primizie il tempio di Delfo. Ha [p. 138 modifica]fertile terreno, cave d’allume che gli danno buon provento, sorgenti calde e spiragli di fuoco.

Quasi nel mezzo fra quest’isola e la Sicilia sta quella che ora chiamano tempio di Vulcano2 sassosa tutta e deserta, e sparsa di fuoco, il quale esee fuori da tre spiragli, come se fossero tre crateri: anzi dal più grande le fiamme portano seco anche pietre, le quali hanno empiuta già molta parte del canale3. E dall’esperienza viene attestato che dai venti sogliono farsi maggiori cosi le fiamme di cui ora parliamo, come anche quelle dell’Etna; sicchè poi cessando quelli dal soffiare cessano anch’esse. Nè questo è punto fuor di ragione. Perocchè i venti si generano e si nutrono dei vapori del mare dai quali pigliano il loro principio: quindi coloro che hanno più e più volte veduto questo fenomeno non possono punto maravigliarsi che anche il fuoco dipenda da una materia di natura a lui affine, e dalle variazioni a cui questa soggiace4. Polibio poi dice che «dei tre crateri l'uno è in parte rovinato, gli altri rimangono tuttora; e il più grande ha la sua bocca rotonda di cinque stadii ; ma a poco a poco si va [p. 139 modifica]stringendo per modo che e il suo diametro si riduce ad essere di soli cinquanta piedi: questo punto è solo uno stadio al di sopra del mare, sicchè quando l’aria è tranquilla esso può vedersi nel fondo del cratere». Ma se queste cose sono credibili, non sarebbe forse da negar fede nemmanco a quelle che si favoleggiano intorno ad Empedocle5. «Quando poi (soggiunge Polibio) sta per soffiare il vento del mezzogiorno l’isoletta vien coperta all’intorno da una nube caliginosa, la quale impedisce di veder la Sicilia: e quando invece domina Borea, s’innalzano fiamme anche dal cratere predetto e n’esce un fremito maggiore del consueto: se trae Zefiro serba un certo mezzo. Gli altri crateri poi sono di ugual forma; ma quanto alla forza delle esalazioni si rimangono a dietro. Del resto dalla differenza del frastuono, non meno che dal punto d’onde cominciano le esalazioni, le fiamme e le fuligini, suole prernunciarsi ben tre dì innanzi qual vento debba spirare. Che anzi quando a Lipari non è punto possibile di navigare6 dicesi che alcuni predicono terremoto, nè mai vanno errati». Laonde poi quella cosa medesima che pare sia stata detta più favolosamente di ogni altra da Omero, si trova che non la disse a capriccio, ma che volle soltanto coprire alcun poco la verità, quando affermò che [p. 140 modifica]Eolo è il dispensatore dei venti: di che abbiam fatta menzione anche prima . . . 7. Ma ritorniamo ordinatamente a quello d’onde siamo digressi.

E finora abbiamo parlato di Lipari e di Tiermessa. Strongilo poi è così chiamala dalla sua figura8, e anch’essa è sparsa di fuochi, e sebbene nella forza della fiamma sia minore delle altre, le supera invece nella quantità del fumo. Quindi poi dicon che vi abita Eolo. Una quarta isola è Didima, denominata anch’essa così dalla sua forma9: delle altre poi Ericusa e Fenicusa sono così chiamale dalle piante che producono; ma consacransi unicamente al pascolo. Settima è Euouimo, più addentro di tutte nel mare e deserta; e ricevette il suo nome dall’essere sulla sinistra10 a chi naviga da Lipari alla Sicilia, Intorno a- queste isole furono vedute spesse volte delle fiamme scorrenti sopra la superficie del mare; quando dalle ignite caverne che trovansi nel fondo delle acque il fuoco prorompe e si sforza di uscire all1 aperto. E Posidonio dice che a sua memoria verso un solstizio d’estate fu veduto una volta il mare in sull’aurora alzarsi fra Iera ed Euonimo ad [p. 141 modifica]una mirabile altezza, e dopo essere per qualche tempo rimasto così sollevato e rigonfio risedersi di nuovo. Ed alcuni i quali Osarono navigare a quella volta, dopo avere veduti parecchi pesci morti agitati dal flutto qua e là, non potendo resistere al caldo eccessivo ed al fetore, fuggirono: ma la nave che più si accostò perdette una parte digli nomini che v’erano dentro, gli altri a stento salvaronsi in Lipari, dove a guisa degli epilettici, qualche volta mostravansi fuori del senno, qualche volta ripigliavano la consueta ragione. Di lì poi a molti giorni si vide un gran fango che sornuotava al mare, ed in più luoghi anche fiamme che uscivano fuori, e fumo e fuligine; ed all’ultimo quel fango s’indurì e si compose in una massa somigliante a pietra molare. Tito Flaminino governatore della Sicilia ne diede contezza al senato, il quale mandò così nell’isoletta (di Iera), come in Lipari a far sagrifizii agli Dei sotterranei e marini.

Del reito il Corografo dice che da Filicusa a Fenicusa vi sono dieci miglia; di quivi a Didima trenta: da Didima all’estremità settentrionale di Lipari ventinove; di quivi fino alla Sicilia diciannove; e dalla Sicilia a Strongilo sedici.

Rimpelto a Pachino stanno Melite (d’onde sono i piccoli cani detti Melitei) e Gaudo11, amendue distanti da quel promontorio ottantotto miglia. Cossura12 invece è [p. 142 modifica]rimpetto al Lilibeo, e ad Aspi città cartaginese (i Romani la chiamano Clipea) nel mezzo d’entrambe, alla distanza anch’essa di ottantotto miglia. Dinanzi alla Sicilia e alla Libia trovasi anche Egimanro con altre piccole isolette; ma delle isole basti quanto abbiam detta sin qui.

  1. Le antiche edizioni portano nella Sicilia.
  2. Così dice il testo comune: [testo greco]. Meglio però, secondo i moderni editori, dirassi: Quasi nel messo fra quest isola e la Sicilia è Termessa, che ora chiamano Iera, cioè sacra a Vulcano. — La voce Termessa indicava i vulcani del luogo: la voce Iera significò poi sacra (a Vulcano).
  3. S’intende il canale onde Iera è disgiunta da Lipari.
  4. Per questa materia ([testo greco]) intende l’Autore l’aria ed i venti.
  5. Non parendo verisimile che Strabone voglia in questo luogo mettere in dubbio l’autorità di Polibio (del quale per altro apparisce in più luoghi ch’egli non faceva gran conto) sospettano alcuni che queste parole siano un’interpolazione.
  6. Cioè: Quando non soffia alcun vento.
  7. Seguitando l’esempio del Koray trascrivo in nota le parole che in questo luogo si leggon nel lesto, mutilate e (per consenso di tutti gli Editori) disperate di senso .... [testo greco]
  8. Cioè dall’esser rotonda. — Ora poi dicesi Stomboli.
  9. Cioè dal parer doppia o due isole. Ora dicesi Salini.
  10. Dalla voce greca [testo greco] sinistra.
  11. La vera lezione dovrebb’essere Gaulo; e risponde all’Isola del Gozzo.
  12. Pantellaria.