Geografia (Strabone) - Volume 3/Libro VI

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Libro VI

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Strabone - Geografia - Volume 3 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
Libro VI
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DELLA

GEOGRAFIA

DI STRABONE




LIBRO SESTO




CAPO PRIMO


Descrizione del paese de’ Leucani e dei Brezii. — Leucani marittimi. — Leucani mediterranei. — Antico governo di questi popoli. — Primi confini del paese dei Brezii secondo Antioco; e secondo Strabone. — Possedimenti dei Brezii sulle coste del mar Tirreno.


Dopo la bocca del Silari trovatisi la Leucania e il tempio di Giunone Argiva fondato da Giasone; ed a cinquanta stadii da quello è Posidonia1. Chi naviga di colà trova l’isola Leucosia divisa dal continente un picciol tratto di mare, e denominata così da una delle Sirene che fu portata a quel luogo dal mare in cui [p. 94 modifica]esse, come raccontasi, si sono precipitate. Rimpetto a quell’isola sta un promontorio opposto a quello delle Sirenuse, e forma con esso il golfo Posidoniate2. A chi di quivi dà volta s’affaccia un altro seno contiguo, e dentrovi una città. I Focesi che la fondarono la chiamano Iela; altri da una certa fontana che vi si trova la dicono Ella, e i moderni Elea. Furono poi di questa città Parmenide e Zenone filosofi pitagorici. E parmi che per opera di questi due, od anche prima di loro, quella città fisse governata con buone leggi: per le quali i suoi abitanti poteron combattere coi Leucani e coi Posidoniati e riuscirne con vantaggio, quantunque fossero inferiori di territorio, e men numerosi.

Costoro sono necessitati dalla sterilità del suolo di attendere per la maggior parte alle cose del mare, all’opera dei salsumi e ad altre siffatte occupazioni d’onde traggono la sussistenza. Antioco dice ch’essendo presa Focea da Arpago generale di Ciro, que’ cittadini che poterono3 mettersi in mare colle intiere famiglie, primamente navigarono sotto Creontiade a Cirno ed a Messalia4 e che scacciati da que’ luoghi fondaron Elea: il qual nome lo derivano alcuni dal fiume Eleeto. [p. 95 modifica]

Questa città è distante da Posidonia circa duecento stadii; e dopo di essa è il promontorio Palinuro. E dinnanzi ad Elea stanno le Enotridi; due isole con luoghi atti a stazione di navi. Al di là del promontorio Palinuro trovansi una rocca, un porto ed un fiume, tutti e tre collo stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia; ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo, eccettuali sol pochi.

Oltre Pixo è il seno Lao5, poi un fiume dello stesso nome ed una città, ultima della Leucania, un poco al di sopra del mare, colonia de’ Sibariti, distante da Elea quattrocento stadii. Tutta poi la spiaggia della Leucania ne conta cinquanta. Quivi presso è il monumento di Dracone, uno dei compagni di Ulisse, intorno al quale fu dato agl’italiani quell’oracolo: verrà tempo che presso al dragone pietroso perirà un gran popolo6. Perocchè i popoli elleni che sono sparsi nell’Italia, ingannati dall’oracolo, fecero una spedizione in quelle parti, e furono battuti dai Leucani.

Lungo la spiaggia tirrena pertanto sono i luoghi finora detti dei Leucani, i quali da principio non toccavano punto l’altro mare, dove prevalevano in vece quelli Elleni che occuparono il seno di Taranto. [p. 96 modifica]è prima che vi capitassero gli Elleni non v’erano punto Leucani, ma i Coni e gli Enotrii tenevano allora que’ luoghi. Dacchè poi i Sanniti, cresciuti in gran moltitudine, ne discacciarono e i Coni e gli Enotrii, e condussero in quella regione una colonia di Leucani, mentre gli Elleni occupavano amendue le spiagge del mare sino allo stretto, per lungo tempo essi Elioni ed i barbari si fecero guerra. Ma i tiranni della Sicilia, e più tardi i Cartaginesi che guerreggiarono coi Romani quando per la Sicilia, e quando per la stessa Italia, danneggiaron tutti coloro che abitavano in quei paesi. Dopo gli Elleni ... In progresso di tempo sottrassero poi molta parte anche del paese mediterraneo, avendo in ciò cominciato fino dall’età di Troia: e quindi crebbero tanto che denominarono Grande Ellade7 così quel paese come la Sicilia. Ora poi è avvenuto che tutti que’ siti, fuor solamente Taranto, Reggio e Napoli, imbarbarissero, essendo posseduti parte dai Leucani, parte dai Brezii, e parte dai Campani; benchè da costoro sian posseduti soltanto di nome, ché nel vero poi li tengono i Romiani, ai quali sono soggetti anch’essi. Ma chi prende a descrivere la terra deve sporre le cose come sono al presente, ed in qualche parte anche ciò ch’esse furono prima, soprattutto quando si tratti di luoghi illustri.

Ora fin qui si è parlato di que’ Leucani che sono attigui al mar tirreno: quelli poi che tengono le [p. 97 modifica]vince mediterranee abitano al di sopra del seno di Taranto. E sì costoro come i Brezii e i Sanniti dai quali procedono soggiacquero a tante sventare, che sarebbe difficile persino il determinare il luogo delle loro abitazioni. Perocchè non ci resta ora di nessuna di quelle nazioni alcun pubblico avanzo: e le costumanze dei parlari, delle armi, del vestire e delle altre cose consimili andarono in disuso; oltrechè nessuna delle loro abitazioni, considerata di per sè e disgiunta dalle altre, ha qualche celebrità.

Diremo pertanto in comune quelle cose che abbiamo raccolte, non curandoci di separare i Leucani, abitanti i luoghi mediterranei, dai Sanniti loro vicini. Petelia8 si tiene che sia la metropoli dei Leucani, ed è abitata anche ai dì nostri da un numero considerevole di cittadini. La fondò Filottete fuggendo da Melibea per una sedizione che v’era nata; ed è di sì vantaggiosa posizione, che una volta anche i Sanniti la munirono di castelli. Appartiene a Filottete anche l’antica Crimisa che si trova appunto in que’ luoghi. Però Apollodoro nel libro Delle navi facendo menzione di Filottete dice [p. 98 modifica]affermarsi da alcuni che costui, venuto su quel di Crotone fondò il castello Crimisa, ed al di sopra di quello la città di Cona, dalla quale furono denominati i Coni di quella regione: e che alcuni spediti da lui ad Erica in Sicilia col troiano Egesto vi fondarono Egesta.

V’hanno poi in fra terra, Grumento, Vertina, Calasarna ed altri piccoli luoghi abitati, fino a Venosa ch’è una ragguardevol città. Ma e questa e le altre che s’incontrano dopo andando verso la Campania, io le credo Sannitiche. Al di sopra di Turi sono i luoghi detti la Tauriana.

Di schiatta Sannitica sono i Leucani: ma avendo in guerra superati quelli di Posidonio ed i loro alleati, ne occuparono le città. D’ordinario si governavano popolarmente; ma in tempo di guerra soleva eleggersi un re da coloro ai quali spettava l’elezione dei magistrati. Ora poi sono Romani.

Il restante della spiaggia fino allo stretto di Sicilia è occupato dai Brezii per lo spazio di mille e trecento stadii. Antioco nel suo libro intorno all’Italia dice che quella fu la regione chiamata con questo nome, e che di quella egli scrive; ma che da prima denominavasi Enotria. Le assegna poi dalla parte del mar Tirreno quel medesimo confine che noi assegnammo al paese dei Brezii, cioè il fiume Lao; e verso lo stretto di Sicilia il territorio di Metaponto9. Il paese Tarentino poi contigno al Metapontino lo considera come fuor dell’Italia, nominandolo Iapigia. Risalendo a tempi più [p. 99 modifica]antichi dice che si chiamavano Enotrii ed Itali soltanto quelli che abitavan fra l’istmo e lo stretto. Ed è questo istmo di cento sessanta stadii, fra due seni, l’Ipponiate che Antioco diceva Napitino10, e quello di Scilla. La spiaggia del predetto paese dall’istmo fino allo stretto è di due mila stadii. Più tardi poi, dice lo stesso Antioco, il nome d’Italia e quel degli Enotrii si stesero fino alla Metapontica ed alla Siritide: perciocchè questi luoghi furono abitati dai Coni, schiatta enotrica, ingentilita; e quindi ebbero il nome di Conia. E così egli disse semplicemente e secondo l’usanza degli antichi, non ponendo veruna distinzione fra i Leucani ed i Brezii. La Leucania pertanto giace fra la spiaggia del mar Tirreno e la sicula, da una parte dal Silari sino al Lao, dall’altra da Metaponto sino a Turi: e fra terra stendesi dai Sanniti sino a quell’istmo che va da Turi a Cenilo11 vicino al Lao per lo spazio di trecento stadii. Al di sopra di costoro sono i Brezii abitanti una penisola, dentro alla quale un’altra penisola è compresa, che forma l’istmo tra il seno ScilIetico e l’Ipponiate. La ente che vi abita ebbe il suo nome dai Leucani, i quali chiamano Brezii i disertori; e costoro appunto disertarono dai Leucani (appo i quali stavano da principio in qualità di pastori, e poi n’ebbero per bontà loro la libertà) in quel tempo in cui Dione guerreggiando contro Dionigi, mise tutti [p. 100 modifica]sossopra, gli uni contro gli altri. E queste cose diciamo in generale dei Leucani e dei Brezii.

Partendosi dal Lao la prima città de’ Brezii è Temesa, che ora dicono Tempsa. Fondaronla gli Ausonii, poi l’abitarono anche gli Etoli venutivi con Toante, i quali furono poscia discacciati dai Brezii. E questi alla loro volta furono vinti da Annibale e dai Romani. Avvi presso Temesa un monumento circondato da ulivi salvatici, e sacro a Polite uno dei compagni di Ulisse, il quale ucciso a tradimento dai barbari diventò infesto a que’ luoghi; sicchè gli abitanti circonvicini, secondo il responso di un certo oracolo, si sottoposero all’usanza di pagargli un tributo. E di qui è venuto il proverbio: Nessuno irriti l’eroe di Temesa.

Ma favoleggiasi poi che quando i Locresi Epizefirii presero quella città, un certo Eutimo lottatore venne alle mani con Polite e lo vinse, e Io sforzò a liberare quei popoli dal tributo. E dicono che di questa città di Temesa fa menzione il Poeta; e non già di Tamaso (perocchè v’hanno queste due lezioni) di Cipro, ove dice: In Temtsa col rame; e mostrano in fatti vicino a quella città miniere di rame, che ora sono abbandonate. A Temesa tien dietro Terina12 che fu distrutta da Annibale per non averla potuta difendere quando egli riparò nel paese dei Brezii. Poi viene Consenzia, metropoli di quella regione: e poco al di sopra di essa è Pandosia, forte castello intorno al quale morì Alessandro il Molosso; ed anche costui fu tratto in inganno [p. 101 modifica]dall’oracolo di Dodona che gli ordinò di guardarsi dall’Acheronte e da Pandosia: ed egli per fuggire da’ luoghi che sono nella Tesprozia con questi nomi, venne a perdere qui la vita. Il castello di Paudosia sta sopra tre vertici, e gli scorre vicino il fiume Acheronte. S’agginnse quindi a ingannarlo anche quell’altro oracolo che diceva: O Pandosia trivertice, un qualche giorno rovinerai molta gente; il quale oracolo egli s’immaginò che predicesse la rovina dei nemici, non già de’ suoi. Dicono poi che Pandosia fu un tempo soggiorno dei re degli Enotrii.

Dopo Consenzia è Ipponio13 fondata dai Locresi; ma i Romani scacciarono i Brezii che l’avevano poi occupata e le diedero il nome di Vibona Valenzia. E perchè i luoghi circonvicini sono belle e fiorite praterie, credono che Proserpina andasse colà dalla Sicilia per cogliere fiori, e che di qui poi sia venuta l’usanza alle donne di quel paese di coglier fiori e intrecciarne corone, sicchè ne’ giorni festivi stimano cosa da vergognarsi il portar corone venderecce. Avvi colà un arsenale che vi fabbricò Agatocle tiranno della Sicilia quando s’impadronì di quella città. Chi poi naviga da Vibona verso il porto d’Ercole vede le estremità dell’Italia che cominciano a dar volta inclinando a occidente; quelle s’intende che sono presso allo Stretto. Lungo quel lido giace Medama, città de’ Locresi medesimi, che ha comune il nome con una gran fonte, ed ivi presso è un arsenale denominato Emporio. Trovansi pure colà il fiume [p. 102 modifica]Metauro, ed una stazione di navi che porta lo stesso nome. Stanno poi d’innanzi a quella spiaggia le isole de’ Liparei, distanti dal fiume duecento stadii: alcuni le chiamano isole d’Eolo, e dicono che sono quelle di cui Omero fa menzione nell’Odissea. Sono sette in numero, ed in pieno prospetto a chi le guarda dalla Sicilia o dal continente presso Medama: ma noi ne terremo discorso quando parleremo della Sicilia. Dal fiume Metauro un altro Metauro 14... Quivi tien dietro il promontorio Scilleo, masso altissimo che fa penisola in mare, ed ha un piccolo istmo a cui può approdarsi da tutte due le parti. Anassilao tiranno de’ Regini fortificollo contro i Tirreni, facendone una stazione di navi; e così impedì che i corsari attraversassero navigando lo stretto. Perocchè gli si accosta anche il Cenis15 distante duecento cinquanta stadii da Medama, rendendo auguste le ultime estremità dello stretto, di contro al promontorio della Sicilia detto Peloro. Questo è uno dei tre capi che fanno essere triangolare quell’isola; e accenna all’oriente d’estate, mentre il Cenis invece guarda all’occaso; di modo che questi due promontorii sono in certo modo contrapposti fra loro. Dal Cenis fino al promontorio Posidonio, val quanto dire fino a Colonna di Reggio, lo stretto ha un picciol varco di circa sei stadii per [p. 103 modifica]lunghezza, e poco più n’è largo il tragitto dor’eiso per altro è più angusto. Da Colonna poi -fino a Rgqlo contansi ceDto stadii, allargandosi già quivi Io stretto a chi naviga verso il mare esteriore e d’oriente, detto mar di Sicilia.

CAPO II.


Descrizione dei territorii di Reggio, Locri, Crotone, Sibari, Turi, Eraclea, Siri e Metaponto.


È Reggio una citta fondata da’ Calcidesi, i quali ti dice che, secondo un certo oracolo, essendosi in tempo di carestia decimati, consacraronsi ad Apollo, poscia da Delfo si trasferirono in Italia, pigliando seco anche alcuni altri che abitavan colà. Al dire d’Antioco poi i Calcidesi furono chiamati dai Zanclei, e il capo della loro colonia fu Antimnesto. Furono di quella colonia anche alcnni fuggiaschi della città di Messene peloponnese, costretti a lasciare il proprio paese da coloro che non vollero dare veruna soddisfazione ai Lacedemoni della violazione di certe fanciulle avvenuta in Limna. Queste fanciulle essendo mandate a compiere un sacro rito erano state manomesse dai Messenii, i quali avevano anche uccisi quanti erano accorsi per dar loro aiuto. I fuggitivi pertanto essendosi ricoverati a Macisto, mandarono a consultare l’oracolo, per interrogare Apollo e Diana se loro fosse lecito punire coloro che li avevano offesi; e per domandare eziandio qual termine potrebbe avere la loro sventura. Apollo pertanto [p. 104 modifica]ordinò che andassero insieme coi Calcidesi a Reggio, e quivi rendessero grazie alla sorella di lui; aggiungendo ch’essi non erano già sventurati, ma che s’erano invece salvati; perchè eviterebbero di perire insiem colla patria, la quale doveva essere in breve distrutta dagli Spartani. Ed essi ubbidirono. Quindi i capi dei Regini, fino ad Anassilao, furono sempre della stirpe dei Messenii. Antioco poi dice che tutta quella regione fa primamente abitata dai Siculi e dai Morgeti, i quali in progresso di tempo, essendo cacciati dagli Enotrii, passarono nella Sicilia. E dicono alcuni che da questi Morgeti prese il suo nome anche la città di Morganzio che si trova colà. Fu poi la città di Reggio fortissima, ed ebbe parecchie terre sotto di sè, e fu baluardo dell’isola così anticamente, come anche ai dì nostri, quando Sesto Pompeo indusse la Sicilia a ribellarsi. E fu denominata Reggio pel caso, come dice Eschilo, a cui soggiacque un tempo quella contrada: perocchè e questo poeta ed anche alcuni altri affermano la Sicilia essere stata per forza di tremuoti staccata dal continente16. E ne fan congettura dagli accidenti osservati ne’ luoghi vicini all’Etna, e in altre parli della Sicilia, ed a Lipari e nelle isole circonvicine. Ed anche da ciò che si vede nelle Pitecuse e nel continente che sla di fronte a quelle isole si può ragionevolmente conchiudere che questo disgiungimento sia realmente avvenuto. Ora poi dicono [p. 105 modifica]ch’essendosi aperte le bocche per le quali sollevasi il fuoco, e le masse di fiamme e di acqua sprigionatisi, la terra circonvicina allo Stretto non soggiace se non di rado a tremuoti; ma una volta, quando erano chiuse tutte le aperture nella superficie del suolo, il fuoco ed il vento che si trovavan costretti sotterra producevano gagliarde scosse; di modo che urlati e riurtati que’ luoghi dalla forza dei venti, si disgiunsero: e dividendosi ricevettero fra mezzo l’uno e l’altro mare; sì questo, come quello che trovasi colà frapposto alle altre isole. Perciocchè sono disgiungimenti di terra anche Procida e le Pitecuse e Caprea e Leuca e le Sirenuse e le Euotridi. Alcun poi emersero dal mare, ciò che è anche al presente spesse volte interviene: perocchè quelle che sono nell’alto delle acque è probabile che siano appunto surte dal fondo; quelle invece che stanno innanzi a’ promontorii, o che sono divise dal continente per uno diretto frapposto, è più ragionevole a credere che ne siano siate divette. Del resto se cotal nome siasi dato a quella città per la detta cagione, o piuttosto per la sua propria bellezza, per la quale i Sanniti abbiano voluto quasi nominarla con latino vocabolo città regale (giacchè i capi dei Sanniti partecipano della romana cittadinanza, e adoperano per lo più il parlare latino) lascerò ch’altri consideri da qual parte in tal controversia si trovi la verità. Quesla città così illustre, la quale aveva mandate colonie in molte altre, e prodotti parecchi uomini egregi, gli uni nelle cose della politica, gli altri nella dottrina, raccontasi che la distruggesse Dionigi, poichè [p. 106 modifica]i Regini avendo egli richiesta loro una fanciulla in isposa, gli avevano offerta la figlia d’un littore. Il figliuolo poi di quel tiranno ne ristaurò una parte, chiamanandola Febia. Al tempo di Pirro il presidio dei Campani uccise ad inganno la maggior parte dei cittadini. Poco prima delle guerre dei Marsii anche alcuni tremuoti atterrarono molta parte delle case: ma finalmente Cesare Augusto, dopo avere scacciato Pompeo dalla Sicilia, vedendo questa città manchevole d’abitanti, vi lasciò una colonia tolta dalla propria sua flotta; sicchè ora è convenevolmente popolata.

Chi naviga da Reggio verso levante per lo spazio di cinquanta stadii trova quella estremità che dal colore denominarono Leucopetra17, nella quale dicono che finisce il monte Apennino. Quinci seguita il promontorio d’Ercole ch’è l’ultimo verso il mezzogiorno; e chi dà volta a quel capo naviga subito col vento di Libia fino al Iapigio; poi va sempre più declinando verso settentrione e occidente sino al golfo Ionio.

Dopo il promontorio d’Ercole trovasi quello di Locri detto Zefirio18; e questo nome l’è dato perchè ha il porto esposto ai venti occidentali. Seguita poi la città detta Locri Epizefiria, perocchè i suoi abitanti sono una colonia di que’ Locresi che stanno nel golfo Crisseo condotti colà da Evanto poco dopo la fondazione di Crotone e di Siracusa. Però s’inganna Eforo [p. 107 modifica]dicendo che sono una colonia dei Locresi Opunzii. Costoro adunque, dopo avere abitato per tre o quattro anni in Zefirio, trasportarono quivi la loro città, cooperando a ciò anche i Siracusani. Ed è quivi la fontana Locria, dove i Locresi piantarono il loro accampamento. Da Reggio a Locri v’hanno seicento stadii; e questa città è posta sopra un declivio detto Esopi.

Credesi che questi Locresi siano stati i primi a valersi di leggi scritte; ma dopo essersi per gran tempo ottimamente governati, Dionigi19 cacciato da Siracusa li oppresse con ogni scelleratezza: perocchè introducendosi nelle stanze dove le giovani fidanzate abbigliavansi per le nozze, usurpava i diritti degli sposi. Raccoglieva a’ suoi festini le più belle e costringevate a correr nude dietro ad alcuni piccioni lasciati liberi senza che loro si fossero tarpate le ali; e qualche volta per maggior vituperio voleva che si allacciassero sandali inuguali, l’uno alto l’altro basso, e che così inseguissero le colombe. Ma pagò poi il fio quando ritornò in. Sicilia per ricuperarne la signoria. Chè intanto i Locresi, scacciato il presidio, si fecero liberi, e tennero in loro balìa la moglie e i figliuoli di lui (s’intendono le due figliuole, e il più giovine dei maschi ch’era però già un giovinetto; l’altro per nome Apollocrate combatteva insieme col padre nell’impresa del ritorno predetto); e sebbene Dionigi medesimo e i Tarentini per lui facessero grandi istanze affinchè, sotto quelle condizioni che più volevano, consegnassero que’ [p. 108 modifica]prigionieri, non mai consentirono, ma vollero piuttosto sostenere l’assedio e la devastazione del territorio. Il loro astio si fece manifesto principalmente contro le figliuole del tiranno j giacchè dopo averle vituperate le strangolarono, poi ue abbruciarono i corpi, e l’ossa macinate dispersero nel mare.

Eforo menzionando le leggi scritte dei Locresi, le quali Zaleuco raccolse dalle consuetudini dei Cretesi, dalle Laconiche e da quelle degli Areopagiti, dice che tra le prime novità da Zaleuco introdotte v’ebbe questa, che mentre gli antichi affidavano ai giudici il determinare la pena sopra ciascun delitto, egli la determinò nelle leggi stesse: considerando che le opinioni dei giudici anche intorno agli stessi delitti potrebbero non essere sempre le stesse come si irebbe pur necessario che fossero. Lo loda altresì per avere proposte semplici ordinanze sopra i contratti. Aggiunge poi che i Turii avendo voluto col tempo mostrarsi più sottili in queste materie, ne divennero bensì più celebri, ma non per altro più buoni: perocchè non hanno buone leggi coloro i quali ne van facendo per tutto ciò che gli accusatori possono immaginare, ma bensì coloro che osservano costantemente le stabilite. Però disse anche Platone: Dove sono molte leggi ivi sono anche molti litigi, e malvagi costumi; in quella goisa che dove sono molti medici è verisimile che v’abbiano anche molte malattie.

Il fiume Alice che divide il territorio di Reggio dalla Locride corre lungo una profonda convalle, ed ha questa particolarità, che le cicale sulla riva Locrese stridono, su quella di Reggio non hanno voce; del che si [p. 109 modifica]congettura questa essere la cagione, che le une si trovano in un luogo ombroso, sicchè le loro membrane umide sempre non si distendono mai; mentre alle altre per essere soleggiate si stirano e diventano simili al corno, sicchè poi n’esce il suono come da naturale strumento. Solevasi una volta mostrare appo i Locresi la statua del citarista Ennomo con una cicala seduta sopra la cetra. Timeo poi racconta che una volta questo Eunomo ed Aristone di Reggio ebbero gara in Delfo di preminenza. Aristone pregava i Delfii che favorissero a lui affermando che i suoi maggiori erano stati a’ servigi del Dio, e di quivi poi avevan guidata una colonia in Italia: ma Eunomo diceva che a quei di Reggio non s’apparteneva punto il contender di canto, quando appo loro erano senza voce persin le cicale, che pur sono l’animale che più di tutti è provveduto di voce. Piacque nulladimeno Aristone ed ebbe speranza della vittoria; ma poi vinse Ennomo, e pose nella sua patria la statua già detta: perchè essendoglisi rotta nel certame una corda della cetra, una cicala venne a posarvisi e ne supplì la voce.

Il paese mediterraneo al di sopra di queste città è occupato dai Brezii: e quivi sono la città di Mamerto, e quella selva Sila che produce la miglior pece che si conosca, detta pece Brezia; è ricca di piante e d’acqua, e lunga settecento stadii.

Dopo Locri trovasi un fiume chiamato con nome femminile Sagra; e lungh’esso le are dei Dioscuri, presso alle quali dieci mila Locresi con alcuni di Reggio , venuti alle mani contro cento trenta mila [p. 110 modifica]Crotoniati, ne riportaron vittoria; d’onde poi venne il proverbio solito dirsi agl'increduli: È più vero che le cose di Sagra. Alcuni v’aggiungono eziandio il portento, che quella vittoria fu in quel medesimo giorno annunziata in Olimpia dove si celebrava un certame; e la notizia diffusa con tanta celerità si riconobbe poi vera. Dicono inoltre che quella rotta fu cagione ai Crotoniati, che non potessero durare più a lungo, pel gran numero delle persone ch’ivi lasciarono morte.

Al di là della Sagra è Caulonia fonduta dagli Achei, e chiamata primamente Aulonia per essere situata dentro una valle20. Ora è deserta; perocchè i suoi abitanti furon cacciati dai barbari nella Sicilia, dove fondarono quella città che quivi pure è conosciuta sotto il nome di Caulonia. Appresso viene Scillezio colonia di quelli Ateniesi che seguitarono Menesteo, ed ora si chiama Scilacio21. I Crotoniati ne possedettero un tempo il territorio, ma Dionigi ne assegnò una parte a quelli di Locri. Dal nome della città si disse Scilletico anche il golfo, il quale insieme coll’Ipponiate forma l’istmo di cui abbiam già parlato. Dionigi intraprese anche di murare quell’istmo quando era in guerra contro i Leucani, per rendere sicuri (diceva) dai barbari ch’eran fuori dell’istmo coloro che v’abitavano dentro; ma nel vero poi perchè avrebbe voluto impedire ai [p. 111 modifica]Greci confederati di comunicare gli uni cogli altri, e padroneggiare così più liberamente quei dentro: ma si levarono quei di fuori a impedirgli di effettuar quel disegno.

Dopo Scillezio viene il paese Crotoniate coi tre promontoni de’ Iapigi; poi il Lacinio luogo sacro a Giunone, ricco una volta e pieuo di voti. Ma le distanze di questi luoghi non si potrebbero esattamente determinare. In generale però Polibio assegna due mila e trecento stadii dallo Stretto fino a Lacinio; di quivi al promontorio Iapigio settecento: e questa è la così detta bocca del golfo di Taranto. Il golfo stesso poi ha un ragguardevol circuito, di duecento quaranta miglia, al dir del Corografo. Artemidoro dice invece ch’esso è di trecento ottanta miglia, a giudicarne dal tempo che v’impiega uno spedito viaggiatore22; ma in questo egli non comprende la misura della bocca del golfo. Questo accenna al levante invernale; e il suo principio è il promontorio Lacinio. Chi avesse dato volta a questo promontorio trovava subito alquante città che un tempo furono degli Achei, e delle quali nessuna più rimane, eccettuata sol Taranto: ma nondimeno per la celebrità c’hanno avuta ci conviene parlare della maggior parte di esse. La prima era Crotone a cento cinquanta stadii dal promontorio Lacinio, dove sono il fiume ed il porto Esaro, poi un altro fiume chiamato Neeto; ed è fama che queste denominazioni fossero derivate tutte [p. 112 modifica]da qualche avvenimento. Perocchè dicono che alcuni Achei stati alla spedizione di Troia, errando qua e là approdarono a questi luoghi per pigliarne notizia, e che quivi le donne troiane che navigavan con loro spiando un momento in cui le navi erano vôte d’uomini le incendiarono, come quelle ch’erano stanche di navigare; e così quella gente fu necessitata di fermar quivi la sua sede, dove per altro vide eziandio la terra essere molto buona; e dove poi essendo pervenuti parecchi altri compatrioti dei primi e fermatisi anch’essi, fondarono molte abitazioni alle, quali imposero d’ordinar o nomi conformi ai siti troiani: ma il fiume Neeto ebbe il suo dall1 incendio23. Del resto, Antioco dice, che avendo l’oracolo ordinato agli Achei di stabilirsi a Crotone, Miscello prese terra in quel sito per esplorare il paese; e vedendo che v’era già in que’ dintorni fondata Sibari presso al fiume dello stesso nome, gli parve che fosse da preferire: quindi se ne venne di nuovo all’oracolo e domandò se fosse lecito di fermarsi24 a Sibari invece che a Crotone; ma il Dio a lui ch’era per caso gibboso diede questa risposta: O Miscello dal rattratto dorso, cercando l’altrui corri alla tua rovina e perdi vanamente il tempo; prendi [p. 113 modifica]quello che t’è destinato. Ritornato perciò dall’oracolo n’andò a Crotone, cooperandogli anche Archia approdalo per caso colà mentre andava a fondar Siracusa. E al dire di Eforo, prima di lui abitavan Crotone i Japigi. Pare che questa città coltivasse le arti della guerra e i certami solenni; sicchè avvenue che in una stessa Olimpiade, i sette che nello stadio primeggiarono sopra gli altri furono tutti Crotoniati, d’onde poi pare che siasi detto a ragione che l’ultimo dei Crotoniati era il primo degli altri Elleni e di qui è anche venuto il proverbio: Più salubre di Crotone; argomentandosi dalla quantità degli atleti, che quel luogo abbia qualcosa di favorevole alla salute ed allo sviluppamento dei corpi. Però quella città ebbe moltissimi vincitori in Olimpia; pure non durò poi gran tempo, a motivo di quella gran rotta per la quale perdette un tanto numero d’uomini lungo il Sagra. Accrebbero la fama di questa città anche i molti Pitagorici che produsse, e quel Milone che fu il più illustre degli atleti e fu discepolo di Pitagora vissuto gran tempo in Crotone. Raccontasi che una volta pericolando una colonna nella sala dove i filosofi si adunavano, Milone sottentrato al peso ch’essa portava, salvò tutti quelli ch’ivi erano, e poi si sottrasse anch’egli alla rovina: se non che poi confidando troppo in questa sua forza è probabile ch’egli trovasse quella fine della vita che ne raccontano alcuni. Dicono dunque che viaggiando egli una volta per una selva profonda, uscì per gran tratto della solita via finchè trovò un grosso tronco nel quale [p. 114 modifica]erano piantati de' cunei. Quivi egli cacciò nella fenditura le mani ed i piedi sforzandosi di spararlo al tutto, ma la sua forza bastò solo a far sì che i cunei cadessero fuori dell’aperta fessura; ed allora subitamente le due parti del tronco accostandosi lo tennero imprigionato, sicchè rimase colà preda alle fiere.

Duecento stadii lontano sta Sibari, un’altra colonia di Achei in mezzo a’ due fiumi, Cratide e Sibari25. Fondatore ne fu Iseliceo, e si condusse anticamente a tanta felicità che signoreggiò quattro vicine nazioni ed ebbe soggette venticinque città, trasse in campo trecento mila uomini contro i Crotoniati, e colle sue abitazioni empieva un circuito di cinquanta stadii lungo il Crati. Ma nel lusso e nell’alterigia lasciaronsi gli abitanti spogliare di ogni felicità dai Crotoniati nello spazio di settanta giorni26; i quali avendo presa quella città vi dirizzarono il corso del fiume e la sommersero: e dopo d’allora sol pochi sopravvissuti a quella rovina vi si congregaron di nuovo ad abitare. Ed anche questi col tempo furono dispersi dagli Ateniesi e dagli altri Elleni; i quali essendo venuti colà per abitare insieme con essi, conoscintili uomini affatto spregevoli se li resero schiavi, e tramutarono la città in un altro luogo vicino, denominandola Turi da una sorgente di cotal nome.

L’acqua del Sibari fa i cavalli ombriosi, e perciò ne tengon lontane le torme. Il Cratide invece fa sì che [p. 115 modifica]gli uomini lavandovisi diventino o biondi o bianchi di capegli, ed è medicina a parecchie malattie. In quanto a’ Turii, dopo avrere avuta per lungo tempo buona fortuna, furono fatti schiavi dai Leucani; e questi poi essendo oppressi dai Tarentini27 ebber ricorso ai Romani, che vi mandarono coloni per supplire allo 6carso numero degli abitanti, e denominarono Copia quella città.

Dopo Turi s’incontra il castello Lagaria fondato da Epeo e da’ Focesi, dove si fa il vino Lagaritano dolce e delicato, e tenuto in gran pregio da’ medici; sebbene anche quello di Turi sia in fama. Incontratisi poscia Eracleopoli28 poco al di sopra del mare; e due fiumi navigabili, l’Aciri ed il Siri, lungo il quale v’ebbe già una città troiana detta Siri anch’essa; col tempo [p. 116 modifica]avendo i Tarentini fondata Eraclea, Siri divenne l’arsenale marittimo degli Eracleoti. Questo luogo è distante da Eraclea ventiquattro stadii, e da Turi circa trecento trenta. Del soggiorno de’ Troiani in questo luogo recano in prova il simulacro di Minerva Iliaca che quivi si trova innalzato, il quale poi dicono che chiuse gli occhi, allorchè gl’Ionii avendo espugnata la città strapparono dal suo altare alcuni che vi stavano in atto di supplichevoli. Perocchè questi Ionii venutivi ad abitare per fuggire la signoria dei Lidii presero a forza quella città occupata allora dai Troiani29, e la chiamarono Polieo: ed anche oggidì suol mostrarsi quel simulacro cogli occhi chiusi. Certo è cosa ardita il sostener questa fàvola, che .non solamente quel simulacro siasi veduto chiudere gli occhi (come suol dirsi che quello di Troia voltò addietro la faccia quando fu violata Cassandra), ma il mostrarlo anche al presente cogli occhi socchiudi: ed è molto maggiore ardimento l’asserire che sieno il vero simulacro troiano tutte quelle statue che sotto questo nome sono accennate da alcuni scrittori. Perocchè e in Roma e in Lavinio e in Luceria ed in Siri avvi una Minerva chiamata Iliaca, come se da Troia vi fosse stata trasferita. Ed anche l’ardimento delle donne troiane lo portano in giro e lo dicono [p. 117 modifica]venuto in parecchi luoghi, e così gli tolgono fede sebbene sia possibile. Alcuni poi dicono che Siri e Sibari sul Teulrauto furono fondale da quei di Rodi. Autioco afferma che guerreggiando i Tarentini contro i Turii (capitanati da Cleandria esule di Lacedemonia) pel possedimento di Siri, all'ultimo si pacificaron con loro sotto queste condizioni, che la città fosse abitata comunemente dai due popoli, ma che la colonia per altro si considerasse dei Tarentini; la quale poi, cambiando e nome e luogo, si disse Eraclea.

Appresso trovasi Metaponto a cento quaranta stadii dalla stazione navale di Eraclea. E la fanno fondata da’ Pilii navigati colà da Troia con Nestore; dove poi dicono che furono tanto arricchiti dalla coltura del suolo, che consacrarono in Delfo una messe d’oro30. Di questa origine adducono in testimonio il rito con cui i Metaponzii solevano placare i Neleidi; ma la loro città fu distrutta poi da’ Sanniti. Secondo Antioco essendo rimasto quel luogo deserto fu ripopolato da Hcuni Achei, chiamati cola da’ Sibariti loro compatrioti per Podio che portavano a’ Tarentini (i cui maggiori avevano un tempo discacciati gli Achei dalla Laconia), [p. 118 modifica]finchè non s’impadronissero di quel sito tanto vicino a Taranto. Essendo due le ritta (Metaponto e Siri) piti vicine a Taranto che a Sibari, i nuovi coloni prescelsero la prima per consiglio dei Sibariti, i quali dispero loro come qualora avessero Metaponto possederebbero anche Siri; ma che s’eglino invece si volgessero a questa città, Metaponto cadrebbe in potere dei Tarentini che gli stanno da lato. In progresso poi di tempo avendo guerra questi nuovi abitanti contro i Tarentini e contro gli Enotrii situati alcun poco al di sopra, fecero la pace sotto condizione che loro restasse quella porzione di paese che serviva di confine tra l’Italia d’allora e la Japigia. Quivi poi favoleggiano alcuni che avessero luogo le avventure di Metaponto, della prigioniera Menalippe e di Beoto suo figlio. Ma Antioco è d’opinione che la città di Metaponto si dicesse da prima Metabo, e che solo più lardi cambiasse quel nome; e che Menalippe non venisse a questa città ma a Dio, come attestano e il monumento di Metabo, e il poeta Asio il qual dice che l’avvenente Menalippe partorì Beoto nelle case di Dio; come se a questa città, non a Metabo, foss’ella stala condotta. Fondatore di Metaponto fu Daulio tiranno di Crissa vicina a Delfo, siccome Eforo dice. Corre poi anche un’altra opinione, che lo spedito dagli Achei a popolare quel luogo fosse Leucippo; il quale avendo ottenuto da’ Tarentini di poter occupare quel sito per un giorno e una notte, noi volle più restituire e quando gliel domandavan di giorno rispondeva di averlo chiesto e ottenuto anche [p. 119 modifica]per la notte seguente; e se nel richiedevan di notte, diceva d’averlo anche pel dì successivo.

Vengono appresso Taranto e la Japigia, di cui parleremo dopo avere passate in rivista le isole situate rimpetto all’Italia, come richiede il disegno che ci siamo proposto: perocchè abbiamo usato finora di aggiunger sempre alla descrizione de’ singoli paesi quella delle isole loro vicine. E però avendo ora descritta sino all’estremo confine l’Enotria che sola fu dagli antichi denominata Italia, dobbiamo osservare l’ordine consueto trasferendoci alla Sicilia ed alle isole che le stanno d’intorno.


CAPO III.


Descrizione della Sicilia. — Sua figura triangolare. — Sue coste. — Della parte interna dell’isola. — Sua fertilità. — Sue particolarità.


È la Sicilia di figura triangolare, d’onde anticamente fu detta Trinacria, e poscia Trinacia con nome di maggiore dolcezza. La sua figura finisce in tre punte: quella di Peloro, che guarda a Ceni ed a Colonna di Reggio, e forma lo Stretto: quella di Pachino che sporge verso levante e, cinta dal mar di Sicilia, guarda verso il Peloponneso e il canale che disgiunge Creta dal Peloponneso medesimo: la terza è quella che sta rimpetto alla Libia, e accenna alla Libia stessa ed al ponente invernale, e dicesi Lilibeo. Di questi lati finienti così in queste tre punte, due s’incurvano [p. 120 modifica]mezzanamente all’indentro; ma il terzo si sporge invece in arco dal Lilibeo al Peloro; e, maggiore degli altri, si stende per mille e settecento stadii, o per mille e settecento venti, come Posidonio asserisce. Degli altri due poi quello che va dal Lilibeo a Pachino è maggiore dell’altro; e così il più piccolo di tutti è quello lungo lo Stretto e l’Italia da Peloro a Pachino: esso è di mille e cento trenta stadii. La periferia, costeggiata per mare, Posidonio la fa di quattromila e quattrocento stadii. Ma nella Corografia le distanze segnate parte a parte ed a miglia riescono ad una somma maggiore. Dal capo Peloro a Mile venticinque miglia; altrettanti da Mile a Tindari; di quivi ad Agatirso trenta; da Agatirso ad Alesa altrettanti, e trenta anche di quivi a Cefaledio: e queste sono piccole città. Da Cefaledio al fiume Imera che scorre pel mezzo della Sicilia diciotto; poi fino a Panormo trentacinque; trentadue da Panormo all’emporio degli Egestesi; e di quivi al Lilibeo trentotto. Superato questo promontorio e andando lungo il fianco contiguo trovasi Eraclea a settantacinque miglia; di quivi all’emporio degli Agrigentini venti, ed altri venti a Camarina; da questa città a Pachino cin quanta. Da questo promontorio sul terzo fianco fino a Siracusa, sono trentasei miglia; a Catana sessanta; poi a Tauromenio trentatrè, e da Tauromenio a Messina trenta. Viaggiando invece per terra da Pachino a Pe loro la Corografia annovera cento sessantotto miglia; e da Messina al Lilibeo lungo la Via Valeria trenta cinque. Alcuni, come Eforo, hanno detto più semplice mente che la periferia è di cinque giorni e cinque notti. [p. 121 modifica]Posidonio volendo determinare i climi31 della Sicilia colloca al settentrione il Peloro, al mezzogiorno il Lilibeo, al levante Pachino. Siccome poi i climi sono compresi in una figura di parallelogramma, ne viene di necessità che i triangoli inscrittivi dentro, e principalmente gli scaleni, e quelli che non hanno alcun lato parallelo ai lati del parallelogramma, non possono servire, a motivo della loro obliquità, a determinare i climi. Nondimeno, rispetto alla Sicilia, potendosi dire che il capo Peloro, situato al mezzogiorno d'Italia, è il punto più settentrionale dell'isola, può argomentarsi eziandio, che tirando una linea da Peloro a Pachino accennerebbe nel tempo stesso al levante ed al settentrione, e formerebbe il fianco lungo lo Stretto. Ma bisogna supporre una piccola svolta verso il levante d'in verno; tale essendo la positura della spiaggia da Catana fin a Pachino. Il tragitto poi da Pachino alla bocca, non possono servire, a motivo della loro obliquità, a determinare i climi. Nondimeno, rispetto alla Sicilia, potendosi dire che il capo Peloro, situato al mezzogiorno d’Italia, è il punto più settentrionale dell’isola, può argomentarsi eziandio, che tirando una linea da Peloro a Pachino accennerebbe nel tempo stesso al levante ed al settentrione, e formerebbe il fianco lungo lo Stretto. Ma bisogna supporre una piccola svolta verso il levante d’inverno; tale essendo la positura della spiaggia da Catana fin a Pachino. Il tragitto poi da Pachino alla bocca dell’Alfeo è di quattro mila stadii: e quando Artemidoro asserisce che da Pachino al capo Tenaro v’hanno quattro mila e seicento stadii, e mille cento sessanta dall’Alfeo a Pamiso, parmi ch’egli non vada d’accordo con sè medesimo, avendo egli già detto che da Pachino all’Alfeo sono quattro mila stadii.

Ma una linea condotta da Pachino al Lilibeo, ch'è più occidentale di Peloro, s'avanzerebbe anch'essa molto obliquamente dal mezzogiorno al ponente, guardando in un medesimo tempo il levante ed il mezzo giorno, in parte bagnata dal mar di Sicilia, in parte [p. 122 modifica]da quello di Libia che da Cartagine si stende alle Sirti. Il tragitto dal Lilibeo alla Libia, più breve di tutti, è di mille e cinquecento stadii. Laonde si dice che un tale d’acutissima vista annunziò dalla sua vedetta ai Cartaginesi assediati in Lilibeo il numero delle barche che uscivano di Cartagine32.

Dal Lilibeo finalmente a Peloro è di necessità che il lato s’incurvi verso levante, e guardi fra il ponente e il settentrione; avendo al settentrione l’Italia, ed al ponente il mar Tirreno e le isole d’Eolo. Lungo il lato che forma lo stretto trovatisi prima Messina, poi Tauromenio e Catana e Siracusa. Quelle di Nasso e Megara ch’erano fra Catana e Siracusa furono rovinate: e stavano in quel sito dove parecchi fiumi discendendo dall’Etna concorrono a metter foce nel mare, e sulle loro bocche fanno comodi porti. Quivi poi era anche il promontorio di Xifonia. Ed Eforo dice queste essere state le prime città elleniche della Sicilia nella decimaquinta33 generazione dopo la guerra di Troia. Prima d’allora gli Elleni temevano tanto i ladronecci dei Tirreni e la crudeltà dei barbari abitanti di quel luogo, che non osavano approdarvi nemmanco per mercanteggiare. All’ultimo poi Teocle ateniese fu portato dai venti alla Sicilia, e conobbe la nullità di quegli uomini e la bontà [p. 123 modifica]del terreno; sirchè, ritornato al a patria e non potendo persuadere ngli Ateniesi di seguirlo, pigliò seco a compagni alcuni Calcidesi dell’Eubea, e Ionii e Dorii, i più dei quali erano Megaresi, e navigò con quelli di nuovo alla Sicilia, dove i Calcidesi fondarono Nasso, e i Dorii Megara detta Ibla da prima. Ora queste città più non sussistono; ma il nome d’Ibla resta tuttavia per la squisitezza del mele ibleo. Fra quelle città poi che si trovano ancora lungo questo lato, Messina giace nel golfo formato dal promontorio Peloro; il quale piegandosi assai verso levante fa quasi un gomito. Essa è distante da Reggio circa sessanta stadii, e molto meno poi da Colonna di Reggio. La popolarono i Messenii del Peloponneso; dai quali le fu cambiato il nome, giacchè prima chiamavasi Zancle dalla sinuosità di que' luogli (perocchè Zanclio significava34 ricurvo); e l'avevano fondata i Nassii vicini di Catana. Sopravvennero poi ad abitarla anche i Mamertini, schiatta di Campani; e i Romani se ne valsero come di una fortezza nella guerra sicula contra i Cartaginesi. Ed ivi pure in tempi posteriori Sesto Pompeo raccolse le sue forze navali guerreggiando contro Cesare Augusto; e di quivi anche prese la fuga allorchè fa costretto di lasciare quell’isola. Dinanzi a quella città un poco addentro nel mare mostrasi Cariddi; profondità immensa dove lo correnti dello Stretto sospingono naturalmente le navi e le inghiottono con grande avvolgimento e strepito d’acque; e quando sono travolte e spezzate ne [p. 124 modifica]cacciano gli avanzi alla spiaggia ili Tauromenio cui chiamano Copria da questa specie d’escremento35. I Manierimi poi prevalsero tanto sopra i Messenii, che la città si trovò in loro potere, ed ora sono chiamati da tutti Mamertini piuttostochè Messenii; ed anche il vino che quella regione produce assai buono, non lo dicono Messenio ma Mamertino, e gareggia coi migliori d’Italia. La città è ben popolata, ma pur meglio Catana siccome quella che ricevette coloni romani: meno poi di tutte due è popolata Tauromenio. Catana fu fondata dai Nassii già detti: Tauromenio da’ Zanclei d’Ibla. Ma Catana perdette i suoi primitivi abitanti, ed altri ve ne furono posti da Jerone tiranno di Siracusa, che la denominò Etna invece di Catana. Però anche Pindaro lo celebra come fondatore di questa città, dicendo: Tu m'intendi che hai il nome a comune colle sacre offerte36, o fondatore di Etna. Ma dopo la morte di Jerone essendo ritornati i Catanesi cacciarono i nuovi abitanti, e atterrarono il sepolcro del tiranno e gli Etnei allora cedendo il luogo andarono ad abitare un sito montuoso che chiamavasi Innesa, e lo denominarono Etna; distante da Catana ottanta stadii, e del quale poi dissero sempre fondatore Jerone. Catana è dominata dall'Etna, e [p. 125 modifica]partecipa di moltissimi di quegl’incomodi che sogliono estere presso ai crateri. Perocchè le lave corrono fin vicinissimo a quella città, e quivi si dice avvenuto il fatto di que’ buoni figliuoli Anfinomo ed Anapia, i quali in uno di questi pericoli salvarono i genitori portandoli via sulle proprie spalle. Dice adunque Posidonio che quando s’accendono i dintorni della montagna37, il territorio di Catana trovasi coperto da alta cenere, la quale in sulle prime riesce molesta, ma poi col tempo è invece assai vantaggiosa, come quella che rende il terreno acconcissimo alle viti e feracissimo d’ogni altra produzione, mentre il restante di quel paese non dà buon vino. E que’ luoghi così coperti di cenere, producono cert’erba la quale si dice che ingrassa tanto le pecore, da scoppiarne: però ogni quaranta o cinquanta giorni sogliono trar loro sangue dalle orecchie, come abbiam detto che suol praticarsi anche in Eritia. La lava che viene radendo s’indura per modo che diffonde sulla superficie del suolo uno strato di pietra assai alto, sicchè poi chi vuol discoprire il suolo di nuovo deve tagliarla come si fa nelle cave di sasso. Perciocchè la pietra liquefatta dentro i crateri, e poscia gettata fuori, si [p. 126 modifica]diffonde sul vertice in una specie di fango nero che si devolve giù per la montagna: quindi piglia consistenza, e si converte in pietra molare conservando lo stesso colore che aveva mentre era liquida ancora. Delle pietre abbruciate Tassi anche cenere come dei legni; ed è verisimile, che siccome la cenere dei legni conferisce alla ruta, così quella dell’Etna abbia qualche affinità colla vite.

La città di Siracusa la fondò Archia da Corinto, d’onde partissi verso quel tempo in cui fondaronsi anche Nasso e Megara. E dicono che Miscello ed Archia giunsero insieme a Delfo per interrogare l’oracolo; e domandati dal Dio se volessero piuttosto ricchezza o sanità, Archia elesse la ricchezza, e Miscello la sanità: ed allora il Dio commise al primo di fondar Siracusa, all’altro Crotone; e nel vero intervenne che i Crotoniati ebbero una città saluberrima come già dissi, e i Siracusani crebbero a tanto di ricchezza, che solevan citarsi in proverbio dicendosi de’ troppo splendidi spenditori: Non potrebbero far tanto nè anche colla decima dei Siracusani38. Mentre poi Archia navigava alla Sicilia lasciò Chersicrate della schiatta degli Eraclidi con una parte de’ suoi ad abitar l’isola che ora è Corcira, e prima si disse Scheria: il quale avendo cacciati via i Liburni ond’era posseduta quell’isola, vi [p. 127 modifica]fermò il suo soggiorno. Archia frattanto, approdato a Zefirio, e trovativi alcuni Dorii colà pervenuti dalla Sicilia dopo essersi disgiunti da que’ loro compagni che fondaron Megara, li prese con sè, e postosi in mare andò a fondar Siracusa con loro. Questa città s’accrebbe poi e per la naturale fertilità del terreno, e per la buona condizione dei porti. I suoi abitanti divennero principali nella Sicilia: sicchè i Siracusani, quantunque soggetti alla signoria dei proprii tiranni, poterono far da padroni sugli altri popoli; e quando ebbero riacquistata la libertà liberaron coloro ch’erano dominati da’ barbari: de’ quali alcuni eran nativi abitatori di quell’isola, altri vi s’erano trasferiti dal continente. Perocchè gli Elleni non lasciavan che alcuno di costoro abitasse la spiaggia marittima, ma non ebbero forza di cacciarli del tutto dalle parti mediterranee; e però vi duravano tuttavia i Siculi, i Sicani, i Morgeti, ed alcuni altri che abitavano l’isola, e fra i quali erano anche gl’Iberi. Questi, al dire di Eforo, si credeva che fossero stati tra i barbari i primi abitatori della Sicilia; ed è probabile che Morganzio fosse fondato dai Morgeli. Fu questa, già tempo, una città, ora non è più. Quando i Cartaginesi approdarono alla Sicilia non si astennero dal maltrattare nè i barbari, nè gli Elleni; ma i Siracusani però tennero loro fronte. I Romani poi e discacciarono i Cartaginesi, e presero d’assedio Siracusa.- Finalmente nella nostra età, avendo Pompeo maltrattata insieme con altre città anche quella di Siracusa, Cesare Augusto vi mandò una colonia, che la restaurò in gran parte. Anticamente essa [p. 128 modifica]comprendeva cinque città39 in un muro di cento ottanta stadii; ma non parve necessario ch’essa occupasse di nuovo tutto quel grande circuito, e però Augusto giudicò opportuno di popolar meglio quella parte eh1 era situata verso l’isola Ortigia, e che di per sè aveva una circonferenza conveniente ad una città.

Ortigia è congiunta col continente da un ponte; ed ha una fontana detta Aretusa, la quale divien subito fiume e si getta nel mare. Ma si favoleggia che questo fiume sia l’Alfeo il quale, cominciando nel Peloponneso, e guidando la sua corrente sotterra a traverso del mare fino al luogo dov’è la fontana Aretusa, quivi sbocchi di nuovo e vada al mare. E ne fan congettura da questo, che una fiala caduta dentro quel fiume in Olimpia fu trovata a Ortigia nell’Aretusa e dall’osservarsi che questa s’intorbida quando in Olimpia si fa il sacrificio de’ buoi. Però Pindaro seguitando questa opinione disse:

Orligia, o bel riposo
Del sacro Alfeo per l’acque d’Aretusa40.

Ed anche lo storico Timeo concorda in queste cose con Pindaro. E veramente, se prima di giungere al mare l’Alfeo si sprofondasse in qualche baratro potrebbe credersi che di quivi producesse poi il suo corso sotto terra fin nella Sicilia, salvando la sua acqua da ogni meschianza col mare, sicchè si trovasse ancor buona da bere: ma poichè invece l’Alfeo entra [p. 129 modifica]manifestamente nel mare, e nello spazio della sua foce non apparisce al fondo del mare fenditura veruna che inghiotta la corrente del fiume (nel qual caso sebbene non potrebbero l'acque rimanere dolci del tutto, pur conserverebbero una parte della loro dolcezza scorrendo per un canale appartato e sotterraneo); perciò quello che si racconta è onninamente impossibile. E m'è testimonio l'acqua stessa dell'Aretusa, la quale è buona da bere. Il dir poi che la corrente del fiume at traversa il mare, e che per tutto quello spazio non si mischia punto con esso, è cosa del tutto favolosa. Perocchè questo appena crediamo del Rodano, il quale andando a traverso del lago, visibilmente preserva da ogni meschianza con quello la propria corrente: ma quivi il tragitto è breve, e il lago non è tempestoso; mentre per lo contrario dove sono ingenti procelle e sussulti di onde, una tale asserzione non ha sembianza veruna di probabilità. E la fiala che dicesi trasportata dal fiume non fa che render maggiore la menzogna: perocchè un tal va60 non seguiterebbe il corso di nessun fiume, molto meno poi un corso di tal natura e di tanta lunghezza41. Perocchè molti fiumi scorrono sotto terra in varii altri luoghi, ma non già per uno spazio sì lungo. E quando bene questo fosse possibile, impossibili sono per altro le cose predette, e somigliano alla favola che si racconta [p. 130 modifica]dell’Inaco. Perocchè Sofocle dice ch’esso discende dal sommo del Pindo e del Lacmo, e dal paese de’ Perrebii va tra gli Amfilochi e gli Acarnani; si mescola colle acque dell’Acheloo; poscia (soggiunge) attraver sando i flutti va ad Argo ed al Demo detto di Lurcio, Alcuni poi spacciano anche maggiori meraviglie dicendo che l’Inopo viene dal Nilo a Delo. E Zoilo il retore, nell’encomio che scrisse per quei di Tenedo, afferma che l’Alfeo ha di colà il suo principio; e non dimeno accusò Omero come narratore di favole. Ibico poi dice che l’Asopo, fiume della Sicionia, vien dalla Frigia. Ma Ecateo più ragionevolmente di costoro asserisce che quell’Inaco il quale va tra gli Amfilochi e discende dal Lacmo, d’onde viene anche l’Ea, è tutt’altro dall’argolico; che ricevette il suo nome da Amfiloco, da cui anche la città d’Argo fu soprannomata Amfilochia; e soggiunge che va a gettarsi nell’Acheloo, mentre l’Ea per lo contrario scorre ad Apollonia verso occidente. Dall’una parte poi e dall’altra di Orligia trovansi due grandi porti, il maggiore dei quali abbraccia ottanta stadii.

Augusto pertanto ristaurò Siracusa e Catana, e così parimente anche Centoripa, la qual gli giovò mollo nella rovina di Pompeo. Questa città è situala al di sopra di Catana contigua a’ monti Etnei ed al fiume Simolo42, che scorre pel territorio di Catana stessa. Degli altri lati della Sicilia quello che stendesi da Pachino al Lilibeo fu intieramente abbandonato; e solo [p. 131 modifica]conserva alcune tracce delle antiche abitazioni fra le quali fu anche Camarina43 colonia di Siracusa. Ma Acragante44 colonia degli Ionii, col suo arsenale marittimo, e Lilibeo rimangono tuttavia. Del resto per essere la maggior parte di questo lato caduta sotto la signoria di Cartagine, il più delle città fu distrutto dalle guerre grandi e continue che vi s'agitarono.

Il terzo lato e più grande di tutti, sebbene anch'esso non sia popolato gran fatto, ha nondimeno un sufficiente numero di abitatori: perocchè vi sono tuttora le piccole città di Alesa e di Tindari, e l'emporio di quei d'Egesta e Cefaledio45. Panormo contiene anche una colonia romana; e si dice ch'Egesta fosse fondata da coloro i quali in compagnia di Filottete si trasferirono sul territorio Crotoniate, poscia da lui furon mandati nella Sicilia in compagnia del troiano Egesto, come dicemmo nel parlar dell'Italia. Dentro terra poi la città di Enna46, nella quale è il tempio di Cerere, è occupata da pochi abitanti: ed è situata sopra un colle e tutta cinta all'intorno da larghi e piani pendii acconci ad essere coltivati: ma le nocquero grandemente gli schiavi ribellati in compagnia di Euno, che i Romani assediarono colà dentro, e con grave fatica poterono soggiogarli. Alla [p. 132 modifica]stessa sventura soggiacquero quei di Catana, i Tauromeniti, ed altri parecchi.

Abitato altresì è l’Erice47, colle eccelso con un tempio di Venere tenuto in grandissima riverenza, e pieno anticamente di donne che gli abitanti della Sicilia e molti anche stranieri vi consacravano per voto agli ufficii divini. Ora poi così il tempio come il restante dell’abitazione ha penuria d’uomini, e quella gran moltitudine delle donne consacrate è venuta mancando. Un delubro di questa Dea trovasi anche a Roma dinanzi alla porta Collina; lo chiamano il tempio di Venere Ericina, ed ha anche una stazione di navi ed un portico ragguardevole tutto all’intorno.

Il restante de’ luoghi abitati infra terra è quasi tutto occupato da pastori. Perocchè non sappiamo che Imera sia presentemente abitata da cittadini48, nè Gela, nè Callipoli, nè Selinunte, nè Eubea, nè altre parecchie. Di queste città Imera fu fondata da’ Zanclei di Mile, Callipoli dai Nassii, Selinunte dai Megaresi nativi della Sicilia, ed Eubea dai Leontini. Così furono distrutte anche molte fra le città di barbarica origine; come a dire Camico reggia di Cocalo, dove si dice che Minosse fu ucciso a tradimento. Laonde i Romani considerando questa solitudine, poichè si furono impadroniti dei monti e delle pianure per la maggior parte, le consegnarono a persone che vi guidassero armenti di [p. 133 modifica]cavalli e di buoi, ed a pastori, da’ quali poi spesse volte il resto dell’isola fu condotto in grandi pericoli: perchè quei pastori da prima si volsero separatamente al ladroneccio, poscia si unirono insieme e saccheggiarono i luoghi abitati; come avvenne allorchè i compagni d’Euno occuparono Enna. E di recente ai dì nostri fu mandato a Roma un certo Seluro denominato figliuolo dell’Etna, il quale era stato capo di un esercito, e per gran tempo era andato scorrendo intorno a quel monte esercitandovi frequenti ladronecci: e noi medesimi l’abbiamo veduto lacerar dalle fiere nella pubblica piazza dopo un combattimento di gladiatori. L’avevano a tal uopo collocato sopra una specie di alto palco, conce se fosse sull’Etna, il quale poi improvvisamente scompaginandosi e rovinando, lasciò che anch’egli precipitasse in mezzo a certi steccati costrutti al di sotto del palco per modo che le fiere in quelli collocate potessero facilmente uscir fuori e gittarglisi addosso.

Intorno alla fertilità del paese celebrata da tutti e dichiarata non punto inferiore a quella d’Italia, qual bisogno v’ha di parlarne? Potrebbe dirsi perfino che di frumento, di mele, di croco e d’altre cose siffatte vince l’Italia stessa. A questo si aggiunga che la Sicilia per la sua grande vicinanza è quasi una parte dell’Italia; e da essa, non altrimenti che dalle campagne italiche, si trasportano a Roma tutte le cose occorrenti con facilità e senza verun disagio. Quiodi sogliono anche chiamarla granaio di Roma; perciocchè si portan da quella a questa città quasi tutte le produzioui, fuor poche soltanto che si consuman sul luogo. Nè debbonsi [p. 134 modifica]intendere soltanto i fratti del suolo; ma sì anche gli animali, le pelli, le lane ed altre cose consimili. — Posidonio poi dice aver la Sicilia quasi due rocche sul mure, Siracusa ed Erice e che in mezzo ad entrambe Ernia signoreggia sui campi circonvicini.

Anche tutto il paese dei Leontini, discendenti essi pure dai Nassii della Sicilia, fu danneggiato: perocchè ebbero sempre a comune coi Siracusani le sventure, ma la buona fortuna non sempre.

Vicino a Centoripa è la piccola cittadella della Etna menzionata poc’anzi, per la quale passano coloro che vogliono ascendere sul monte di cotal nome, perocchè quivi è il principio dell’erta. Le parti superiori sono ignude e coperte di cenere, e pere di neve nel verno; quelle al di sotto sono coperte di querce e di piante d’ogni maniera. Pare poi che la sommità del monte riceva molte mutazioni secondochè la governa il fuoco, il quale talvolta si concentra in un solo cratere, tal’altra invece si divide in parecchi; ed ora manda fuori rivoli di lava, ora fiamme e fumi, e quando eziandio lancia in alto dei massi ardenti. Ed è di necessità che a tali mutazioni ne rispondano altre anche de’ luoghi sotterra, e che si aprano talvolta parecchie bocche nella superficie all'intorno. Alcuni pertanto che vi sono ascesi di fresco ci raccontarono di avervi trovato uno spazio tutto piano di circa venti stadii di circonferenza, chiuso intorno da un cerchio di cenere che si elevava quanto un picciolo muro cui do va saltare chiunque voleva discendere nella pianura predetta. Dicevano inoltre d’aver veduto nel mezzo un [p. 135 modifica]rialto di color cenerognolo, quale appariva ben anche la superficie del piano; e sopra quel rialto una nube imminente nell’aria a duecento piedi all1 incirca, immobile (perocchè v’era calma) e simile a fumo. Due di costoro furono arditi d’inoltrarsi in quella pianura; ma poichè sentirono di essere sopra un sabbione ardente e profondo, tornarono addietro, senza poter raccontare niente più di quanto avevan veduto coloro che stettero a risguardar da lontano. Dicevano per altro essersi a quella vista persuasi che sono favolose molte popolari dicerie sull’Etna; e quella principalmente di Empedocle, cioè, ch’egli saltò nel cratere e rimase per indizio del fatto uno dei sandali ch’egli portava di rame, il quale poi fu (come dicono) trovalo al di fuori del labbro del cratere, portatovi dalla forza del fuoco. Ma costoro giudicavano che il luogo non potesse appressarsi nè vedersi pure; e congetturavano che non fosse possibile nemmanco gettarvi dentro cosa nessuna per lo spirare dei venti all’insù, e pel calore che deve naturalmente farsi incontro a ehi vi si avvia, prima di accostarsi alla bocca del cratere: e che se pure qualcosa vi fosse gittata dovrebbe rimanervi distrutta, anzichè esserne respinta fuori di nuovo nella sua forma di prima. E ben si può credere che di quando in quaudo la forza dei venti ed il fuoco diminuiscano, venendo meno laggiù la materia; ma non mai a tal segnio però da potervisi un uomo accostare.

Sovrasta poi l’Etna principalmente alla i piaggia dello stretto e di Catania, ma a quella eziandio che va lungo il mar Tirreno accennando alle isole de’ Liparei. Di [p. 136 modifica]notte pertanto appariscono chiari fulgori dal vertice; durante il giorno è coperto di fumo e caligine. Rimpetto poi all’Etna sollevarsi i monti Nebrodi, più bassi a dir vero, ma di molto maggiore estensione. Tutta l’isola è formata d’un terreno vôto, e piena di fiumi e fuoco, somigliando in ciò (come abbiam detto) al fondo del mar Tirreno sino a Cumea. Quindi ha in più luoghi sorgenti di acque calde; fra le quali quelle di Selinunte appo Imera cono salate, e quelle d’Egesta sono buone da bere. Presso Acragante49 trovansi laghi, le cui acqu3 al gusto somigliano quella del mare, ma biella loro natura poi ne son differenti; perocchè non vi rimangon sommersi nemmanco gl’inesperti del nuoto, ma vi galleggiano a modo di legni. Nel luogo de’ Palici50 v’hanno crateri che gettano acqua la quale nell’alto si curva a foggia di volta, e cade di nuovo dentro la loro apertura. Nello speco vicino al Metauro v’ha un canale di molta ampiezza e dentrovi un fiume che occultamente discorre per uno spazio assai grande, poi shocca fuori alla superficie; siccome nella Siria l’Oronte, ch’entrato prima in un baratro fra Apamea ed Antiochia (e dicesi Cariddi) ne riesce di nuovo alla distanza di quaranta stadii: e il simile avviene al Tigri nella Mesopotamia ed al Nilo nella Libia poco discosto dalle sue sorgenti. Anche l’acqua vicina a Stimfalo va per lo spazio di circa duecento stadii [p. 137 modifica]terra fino al territorio d’Argo, poi esce fuori formando il fiume Erasino: e quella che presso Abia d’Arcadia s’affonda, più tardi mette fuori l’Eurota e l’Alfeo; donde potè poi trovar fede la favola, che gettando nrl tomunr alveo- corone destinate a ciascuno di querti fiumi, si veggono riapparire in quello a cui ciascuna di esse corone fu consacrata. A tutto questo si aggiunga anche quello che abbiamo già detto del Timavo51.


CAPO IV.


Descrizione delle isole vicine alla Sicilia e all'Italia, Lipari, Termeisa, Strongilo, Didima, Ericusa e Fenicusa, Euonimo. — Fenomeni frequenti intorno a queste isole. — Distorni indicate dal Corografo. — Altre isole..


Conformi a queste cose e ad altre che nell’Italia52 s’incontrano, sono quelle che trovatisi nelle isole de’ Liparei ed in Lipari stessa. Queste isole in numero sono sette e la più grande è Lipari colonia dei Gnidii vicinissima alla Sicilia, dopo Termessa. Fu primamente chiamata Meligonide; ed ebbe, già tempo, una flotta, e contrastò lunga pezza alle incursioni dei Tirreni, avendo sotto di sè quelle isole che ora diconsi de’ Liparei e da alcuni vengono soprannomate di Eolo: e spesse volle ornò di primizie il tempio di Delfo. Ha [p. 138 modifica]fertile terreno, cave d’allume che gli danno buon provento, sorgenti calde e spiragli di fuoco.

Quasi nel mezzo fra quest’isola e la Sicilia sta quella che ora chiamano tempio di Vulcano53 sassosa tutta e deserta, e sparsa di fuoco, il quale esee fuori da tre spiragli, come se fossero tre crateri: anzi dal più grande le fiamme portano seco anche pietre, le quali hanno empiuta già molta parte del canale54. E dall’esperienza viene attestato che dai venti sogliono farsi maggiori cosi le fiamme di cui ora parliamo, come anche quelle dell’Etna; sicchè poi cessando quelli dal soffiare cessano anch’esse. Nè questo è punto fuor di ragione. Perocchè i venti si generano e si nutrono dei vapori del mare dai quali pigliano il loro principio: quindi coloro che hanno più e più volte veduto questo fenomeno non possono punto maravigliarsi che anche il fuoco dipenda da una materia di natura a lui affine, e dalle variazioni a cui questa soggiace55. Polibio poi dice che «dei tre crateri l'uno è in parte rovinato, gli altri rimangono tuttora; e il più grande ha la sua bocca rotonda di cinque stadii ; ma a poco a poco si va [p. 139 modifica]stringendo per modo che e il suo diametro si riduce ad essere di soli cinquanta piedi: questo punto è solo uno stadio al di sopra del mare, sicchè quando l’aria è tranquilla esso può vedersi nel fondo del cratere». Ma se queste cose sono credibili, non sarebbe forse da negar fede nemmanco a quelle che si favoleggiano intorno ad Empedocle56. «Quando poi (soggiunge Polibio) sta per soffiare il vento del mezzogiorno l’isoletta vien coperta all’intorno da una nube caliginosa, la quale impedisce di veder la Sicilia: e quando invece domina Borea, s’innalzano fiamme anche dal cratere predetto e n’esce un fremito maggiore del consueto: se trae Zefiro serba un certo mezzo. Gli altri crateri poi sono di ugual forma; ma quanto alla forza delle esalazioni si rimangono a dietro. Del resto dalla differenza del frastuono, non meno che dal punto d’onde cominciano le esalazioni, le fiamme e le fuligini, suole prernunciarsi ben tre dì innanzi qual vento debba spirare. Che anzi quando a Lipari non è punto possibile di navigare57 dicesi che alcuni predicono terremoto, nè mai vanno errati». Laonde poi quella cosa medesima che pare sia stata detta più favolosamente di ogni altra da Omero, si trova che non la disse a capriccio, ma che volle soltanto coprire alcun poco la verità, quando affermò che [p. 140 modifica]Eolo è il dispensatore dei venti: di che abbiam fatta menzione anche prima . . . 58. Ma ritorniamo ordinatamente a quello d’onde siamo digressi.

E finora abbiamo parlato di Lipari e di Tiermessa. Strongilo poi è così chiamala dalla sua figura59, e anch’essa è sparsa di fuochi, e sebbene nella forza della fiamma sia minore delle altre, le supera invece nella quantità del fumo. Quindi poi dicon che vi abita Eolo. Una quarta isola è Didima, denominata anch’essa così dalla sua forma60: delle altre poi Ericusa e Fenicusa sono così chiamale dalle piante che producono; ma consacransi unicamente al pascolo. Settima è Euouimo, più addentro di tutte nel mare e deserta; e ricevette il suo nome dall’essere sulla sinistra61 a chi naviga da Lipari alla Sicilia, Intorno a- queste isole furono vedute spesse volte delle fiamme scorrenti sopra la superficie del mare; quando dalle ignite caverne che trovansi nel fondo delle acque il fuoco prorompe e si sforza di uscire all1 aperto. E Posidonio dice che a sua memoria verso un solstizio d’estate fu veduto una volta il mare in sull’aurora alzarsi fra Iera ed Euonimo ad [p. 141 modifica]una mirabile altezza, e dopo essere per qualche tempo rimasto così sollevato e rigonfio risedersi di nuovo. Ed alcuni i quali Osarono navigare a quella volta, dopo avere veduti parecchi pesci morti agitati dal flutto qua e là, non potendo resistere al caldo eccessivo ed al fetore, fuggirono: ma la nave che più si accostò perdette una parte digli nomini che v’erano dentro, gli altri a stento salvaronsi in Lipari, dove a guisa degli epilettici, qualche volta mostravansi fuori del senno, qualche volta ripigliavano la consueta ragione. Di lì poi a molti giorni si vide un gran fango che sornuotava al mare, ed in più luoghi anche fiamme che uscivano fuori, e fumo e fuligine; ed all’ultimo quel fango s’indurì e si compose in una massa somigliante a pietra molare. Tito Flaminino governatore della Sicilia ne diede contezza al senato, il quale mandò così nell’isoletta (di Iera), come in Lipari a far sagrifizii agli Dei sotterranei e marini.

Del reito il Corografo dice che da Filicusa a Fenicusa vi sono dieci miglia; di quivi a Didima trenta: da Didima all’estremità settentrionale di Lipari ventinove; di quivi fino alla Sicilia diciannove; e dalla Sicilia a Strongilo sedici.

Rimpelto a Pachino stanno Melite (d’onde sono i piccoli cani detti Melitei) e Gaudo62, amendue distanti da quel promontorio ottantotto miglia. Cossura63 invece è [p. 142 modifica]rimpetto al Lilibeo, e ad Aspi città cartaginese (i Romani la chiamano Clipea) nel mezzo d’entrambe, alla distanza anch’essa di ottantotto miglia. Dinanzi alla Sicilia e alla Libia trovasi anche Egimanro con altre piccole isolette; ma delle isole basti quanto abbiam detta sin qui.


CAPO V. 


Ultima parte dell'Italia in cui sono comprese la Japigia e l'Apulia generalmente dette. — Della Japìgia o Messapia. — Della città di Taranto. — Del territorio de Salentini. — Circuito della penisola ond'è formata la Japigia; e sue città mediterranee. — Di Brentesio e delle strade che muovono da quella città. — Dell'Apulia in generale. — Paese dei Peucesii e dei Daunii. — Digressione sulle distanze assegnate dai geografi. — Paese degli Apuli propriamente detti.


Poichè abbiamo discorsa l’antica Italia fino a Metaponto, ci conviene ora parlare del rimanente; e prima di tutto seguila la Japigia. Gli Elleni la chiamano anche Messapia e gli abitanti in parte si chiamano Saleutini (e son quelli intorno al promontorio Japigio), in parte Calabri. Al di sopra di costoro verso il settentrione stanno i Peucezii; poi quelli che nel greco linguaggio sono denominati Daunii: ma i nativi di quella regione chiamano Apulia tutto il paese al di là dei Calabri.

Alcuni poi de’ popoli onde sono abitati que’ luoghi si dicono anche Pedicli, principalmente i Peucezii.

La Messapia si spinge fuori a guisa di penisola il cui [p. 143 modifica]istmo va da Brentesio64 a Taranto per lo spazio di trecento dieci stadii, e la navigazione intorno al capo Japigio è di quattrocento all’incirca. Da Taranto a Metaponto si naviga p:r lo spazio di circa duecento stadii verso levante. Il golfo di Taranto poi ch’è quasi tutto importuoso, ha in vicinanza della città un porto grandissimo e bellissimo65 chiuso da un gran ponte, con cento stadii di circonferenza. Dalla parte che più s’addentra io fra terra forma un istmo che va al mare esteriore, in modo che la città giace sopra una specie di penisola, e il collo dell’istmo è di sì poco momento, che sì possono trasportar facilmente le navi dall’una all’altra parte. Ed è basso anche il suolo su cui è fabbricata la città, st non che sollevasi alcun poco dalla parte della rocca. L’antico muro ha un grande circuito ma ora è per la maggior parte abbandonato verso l’istmo; e solo verso la bocca del porto, dov’è anche la rocca, continua ad essere popolata, formando un corpo di ragguardevol città. Ha un ginnasio bellissimo ed una piazza assai grande nella quale è posto anche il colosso di Giove fatto di rame e maggiore di tutti dopo quello di Rodi. Fra mezzo poi alla piazza ed alla bocca del porto avvi la cittadella, la quale conserva oramai soltanto piccoli vestigi dello splendore che le veniva dai monumenti antichi. Perocchè la maggior parte di questi fu distrutta dai Cartaginesi quando presero la città; gli altri li rapirono i [p. 144 modifica]Romani, allorchè se ne fecero a viva forza padroni. Tal è l’Ercole colossale’ di rame che trovasi nel Campidoglio , opera di Lisippo, e dono di Fabio Massimo espugnatore di quella città.

Antioco parlando della fondazione di Taranto dice che, terminata la guerra Messenica, i non intervenuti alla spedizione de’ Lacedemoni furono giudicati schiavi e denominaronsi Iloti; e i figliuoli nati nel tempo della guerra chiamaronsi Partenii e si ebbero in conto d’infami. Ma costoro (ch’erano molti) mal comportando un tal giudizio, congiurarono contro i cittadini: i quali avendone avuto sentore mandarono ad essi alcuni che fingendosi amici si mettessero in grado di svelare l’insidie ch’essi tramavano. E fra questi v’ebbe Falanto, che in apparenza mostrava di esser capo di tolti, ma nel vero poi non s’accordava punto con coloro ch’erano principali della congiura66. Fu pertanto ordinato che nelle feste Zacintine da celebrarsi nel tempio Amicleo, quando Falanto si coprirebbe col suo berretto dovessero tutti assalire i cittadini, i quali si conoscevano a’ capegli: ma avendo alcuni segretamente riferite le cose ordinale dai compagni di Falanto, quando fu cominciata la festa sf fece nel mezzo un araldo e comandò che Falanto non si coprisse col suo berretto. Allora i congiurati accorgendosi che il loro disegno era stato scoperto, in parte fuggirono, in parte si volsero a domandare perdono: e i cittadini dicendo loro che si facessero animo, li consegnarono alla prigione, e [p. 145 modifica]mandarono Falanto a consultare l’oracolo, in qual luogo potesse condurre una colonia e l’oracolo rispose: Ti concedo di abitare Satireo e il pingue paese di Taranto, ed essere il flagello de’ Japigii. Vennero dunque i Partenii insiem con Falanto a cotesti luoghi, dove li accolsero così i barbari come i Cretesi che n’erano possessori. Costoro, per quanto si dice, eran venuti con Minosse nella Sicilia e dopo la morte di lui, accaduta in Camico presso Cocalo, partitisi dalla Sicilia furono da una tempesta sospinti colà; d’onde poi alcuni proseguendo per terra il loro viaggio lungo l’Adriatico, giunsero fin nella Macedonia, e si denominarono Bottiei. Dicesi inoltre che tutti i popoli fino alla Daunia furono detti Japigii da quel Japige che nacque, come si narra, a Dedalo da una donna cretese, e divenne poi capo di quei di Creta. E la città di Taranto ebbe il sno nome da quello di un eros; ina intorno alla sua fondazione Eforo dice così. I Lacedemoni mossero guerra ai Messenii che loro avevano ucciso il re Teleclo venuto a Messene per cagione di sagrifizii, e giurarono di non ritornare alla patria se o non avessero prima distrutta quella città, o non fossero tutti rimasti uccisi. Mentre pertanto attendevano a quella spedizione lasciarono custodi di Lacedemone i più giovani e i più vecchi dei cittadini. Ma dopo dieci anni di guerra le mogli congregatesi insieme mandarono alcune di loro ai mariti rimproverandoli che guerreggiassero contro i Messenii a disuguali condizioni: perocchè quelli restando nelle case loro procreavansi de’ figliuoli, [p. 146 modifica]ed essi invece, lasciate vedove le mogli, stavano a campo in territorio nemico, e così v’era pericolo che la patria rimanesse senza abitanti. Laonde i Lacedemoni volendo da una parte custodire il giuramento, e considerando dall’altra il discorso delle loro donne, mandarono ad esse dal campo i più robusti insieme e i più giovani (i quali per avere lasciala la patria quando erano ancora fanciulli non parevan tenuti al giuramento predetto), e loro ordinarono di congiungersi tutti con tutte le vergini, persuadendosi che per tal modo potrebbero avere gran numero di figliuoli i quali poi essendo nati, denominaronli Partenii67. Missene poi, combattuta per diciannove anni, fu presa, come dice anche Tirteo: Intorno ad essa guerreggiarono diciannove anni, conservando sempre lo stesso animo ardito, i bellicosi padri dei nostri padri; ma nel vigesimo poi abbandonando i pingui loro colli fuggirono dalle alle sommità d’Itoma. Dopo di ciò i Lacedemoni divisero fra loro il territorio di Messene: ma come furono ritornati alla patria non tennero nello stesso onore degli altri figliuoli i Partenii, perochè non erano nati da matrimonii. E questi, unitisi cogl’Iloti, congiurarono contro a’ Lacedemoni, accordandosi di melter mano all’impresa quando si vedesse innalzar nella piazza un berretto lacone. Se non che alcuni Iloti denunciarono la congiura; e i Lacedemoni, giudicando che sarebbe difficile volerli pigliare di fronte (perciocchè erano molti e lutti d’una mente per considerarsi [p. 147 modifica]come fratelli) ordinarono solamente a coloro i quali dovevano sollevare il berretto di allontanarsi dalla piazza. Allora i Partenii accorgendosi ch’era stato scoperto quanto essi avevano meditato, si ritrassero dall’impresa; e i Lacedemoni per messo de’ padri li persuasero ad uscir della patria per fondare altrove una colonia: e se trovassero un luogo opportuno quivi fermassero la loro sede; se no, ritornando, otterrebbero la quinta parte del territorio di Messene. Costoro per tal modo inviati l’abbatterono negli Achèi che avevano gnem co* barbari, ed entrati con essi a parte di quel pericolo, fondarono Taranto.

I Tarentini si governarono democraticamente e «furono un tempo fortissimi68: il loro navile fu il maggiore che si sapesse in que’ luoghi; e mandavano fuori trenta mila fanti, tremila soldati a cavallo, e mille ippfarchi. Adottarono la filosofia pitagorica; principalmente Archila che presiedette per molto tempo alla città. Ma prevalse col tempo il lusso introdotto dalla prosperità, sicchè presso di loro nel corso dell’anno si celebravano più pubbliche feste che non sono i giorni.

Di qut poi si corruppe il loro governo: e ne fa prova una delle cattive loro istituzioni, cioè quella di affidarsi a capitani stranieri: perocchè chiamarono Alessandro Molosso per inviarlo contro i Messapii e i Leucani; [p. 148 modifica]e prima aveano avuto Archidamo figliuolo di Agesilao; e più tardi chiamarono a sè Cleonimo ed Agatocle; e poi Pirro, quando levaronsi contra i Romani. Oltrechè non sapevano indursi a ubbidire que’ medesimi ch’essi avevano chiamati, ma se li facevan nemici. Quindi Alessandro per odio contro di loro tentò di trasportare a Turi la comune adunanza degli Elleni d’Italia che solevasi celebrare in Eraclea sul territorio de’ Tarentini e ordinò che vicino al fiume Acalandro si murasse un luogo dove poi si tenessero quelle assemblee. Ed anche la mala ventura da Alessandro incontrala dicesi che procedesse dalla ingratitudine de’ Tarentini verso di lui. Al tempo di Annibale poi perdettero anche la libertà: dopo di che avendo ricevuta mia colonia di Romani vivono nella quiete e meglio di prima. Dei resto guerreggiarono per Eraclea contro i Messapii, ed ebbero ausiliari il re dei Daunii e quello dei Peucezii.

Il paese dei Japigii che viene appresso è buono quantunque paja il contrario: perocchè nella superficie apparisce aspro, ma arandolo si trova di buon terreno, e sebbene sia senz’acqua, nondimeno è acconcio ai pascoli e si vede bene arborato. E una volta tutto questo paese fu anche assai popoloso, ed ebbe’ tredici città: ma ora, fuor Taranto e Brentesio, le altre son luoghi di picciol conto; tante sventure soffersero.

I Salentini si dice che furono una colonia de’ Cretesi. Appo loro si trovano e il tempio di Minerva che fu una volta assai ricco, e quello scoglio chiamalo promontorio Japigio69, che giace mollo addentro nel mare [p. 149 modifica]contro il levante d’inverno; se non che si converte alcun poco verso il Lacinio all’occidente, e chiude eoa quello bocca del golfo tarentino. Così parimente anche i moni. Ceraunii si piegano a formare la bocca del golfo Ionio la cui apertura è di circa settecento stadii, cominciandosi dal detto promontorio Japigio fino ai Ceraunii ed al capo Lacinio. Navigando lungo la costa da Taranto verso Brentesio v’hanno seicento stadii per giungere alla piccola città di Bari. I moderni la chiamano Vereto: giace nell’estremità del territorio Salentino; e per andarvi da Taranto il viaggio è in gran parte più facile per terra che per mare’. Da Bari a Leuca70 contansi ottanta stadii; ed è anche questa una piccola città nella quale si mostra una sorgente d’acqua di cattivo odore: e favoleggiano che i Giganti detti Leuternii vinti a Flegra nella Campania e perseguitati da Ercole furono in questo luogo inghiottiti sotterra, e che dal lor putridume l’acqua della fontana contrasse questo fetore. Quindi poi (aggiungono) quella spiaggia fu anche della Leuternia.

Da Leuca alla piccola città d'Idrunte71 sono centocinquanla stadii: di quivi a Brentesio quattrocento, e altrettanti fino all’isola di Saso72 la quale può dirsi fondata in meno allo spazio ch’è dall’Epiro a Brentesio. Quindi coloro che non possono fare una navigazione diretta piegansi alla sinistra di Saso verso [p. 150 modifica]Idrunte, dove poi o aspettano il vento propizio e van con quello ai porti di Brentesio, o sbarcando piglian la strada di terra che è più breve, attraversando Rodeo73, città ellenica donde fu nativo il poeta Ennio.

11 paese adunque da Taranto a Brentesio può costeggiarsi per mare e somiglia ad una penisola; e la strada terrestre da Brentesio a Taranto, che forma l’istmo della penisola stessa, può essere da un buon viaggiatore percorsa in un giorno. I più denominano comunemente questa penisola o Messapià, o Japigia, o Calabria o Salentina ma alcuni dinotano con questi nomi diverse parti, come abbiam detto già prima.

Fin qui abbiamo parlalo delle piccole città che si trovano lungo la spiaggia di questa penisola. Dentro terra sono Rodeo e Lupia; e poco distante dal mare Salepia. Nel mezzo dell’istmo trovasi Turco, dove suol mostrarsi la reggia di un principe che vi regnò. E dicendo Erodoto74 che v’ha nella Japigia una città della Uria fondata da que’ Cretesi che si divisero dalla flotta cui Minosse guidava nella Sicilia, è da credere che volesse significare Tureo o Vereto Rispetto a Brentesio dicesi che ricevette una colonia di Cretesi, i quali vi approdarono insieme con Teseo venendo da Gnosso; ovvero di quelli che vennero dalla Sicilia, condottiero Japigi. Perocchè l’una e l’altra cosa si dice; ma [p. 151 modifica]soggiungono altresì che questi coloni non poterono fermarvi il loro soggiorno; sicchè partendosi di colà trasferironsi nella Bottiea. In progresso di Tempo questa città governata da re perdette molta parte del suo territorio che le fu tolto dai Lacedemoni sotto la capitananza di Falanto. Nondimeno quando egli fu discacciato da Taranto, i Brentesini lo accolsero, e dopo la sua morte l’onorarono di una splendida tomba. Del resto, la città di Brentesio ha migliore territorio dei Tarentini, leggiero e fruttifero assai; oltrechè il mele e la lana di quel paese sono de’ più lodati. Aggiungasi che Brentesio ha più comodi porti di Taranto, giacchè una sola bocca chiude dentro di sé molti porti sicuri dalle tempeste; ciò sono parecchi seni del medesimo golfo: sicchè nella figura somiglia alle corna d’un cervo, d’onde poi ricevette anche il nome: perocchè tutto il luogo insieme colla città somiglia grandemente alla testa di un cervo; e nella lingua de’ Messapii la testa di un cervo chiamasi appunto Brentesio. Il porto di Taranto invece non è al tutto sicuro dalle tempeste per essere la sua bocca, assai larga, ed avere nelle sue parti più iutime alcuni bassi fondi. Ancora a coloro che fanno il tragitto partendo dalla Grecia e dall’Asia, la navigazione diritta è verso Brentesio; e però di quivi passano tutti quelli che si propongono di andare a Roma. Due poi sono le strade da Brentesio a Roma; una per la quale si può viaggiare co’ muli attraversa i Pencezii detti anche Pedieli, i Daunii e i Sanniti fino a Benevento; e lungo questa [p. 152 modifica]strada sono la città Egnazia75, poi Celia, Nezio, Canusio e Cerdonia: l’altra passa per Taranto lenendo alcun poco a sinistra quant’è il viaggio d’un giorno all’incirca: questa dicesi Via Appia ed è più acconcia ad essere carreggiata; e lungh’essa stanno le città di Uria e di Venosa la prima situata fra Taranto e Brentesio, la seconda sui confini dei Sanniti e dei Leucani. Tutte due queste vie, partendosi divise da Brentesio, si congiungono verso Benevento e la Campania. Di quivi poi fino a Roma formano la così della Via Appia attraversando Caudio, Calazia, Capua e Casilino fino a Sinuessa. Le altre città che vengon dopo le abbiamo già nominate. E tutto intero questo cammino da Roma fino a Brentesio è di trecento sessanta miglia. Avvi poi una terza strada che si parte da Reggio, attraversa i Brezii, i Leucani, i Sanni. e conduce nella Campania, ed all’ultimo si congiunge anch’essa coll’Appia valicando i mouti Apennini; ma è più lunga delle altre il viaggio di tre o quattro giorni.

A Breutesio s’imbarca chiunque vuol navigare all’opposto continente, o ch’egli vada a Ceraunia ed alla spiaggia ivi congiunta dell’Epiro e dell’Ellade, o ch’egli si diliga ad Epidamno: quest’ultimo tragitto è maggiore del primo, cioè conta ben mille e ottocento stadii nondimeno è assai frequentato per essere quella città opportunamente situata rispetto alle uazioni d’Illiria e di Macedonia.

Chi da Brentesio entra in mare costeggiando la [p. 153 modifica]spiaggia Adriatica trova la città d’Egnatia, luogo di riposo comune così a chi naviga come a chi va per terra a Bari: e si naviga col vento Noto. Ed appunto fino a Bari arrivano lungo il mare i Peucezii; dentro terra van fino a Silvio. Tutto quel territorio è aspro e montuoso, siccome quello che in sè comprende molta parte dei monti Apennini; e pare che un tempo abbia ricevuta una colonia di Arcadi. Da Brentesio poi a Eari vi sono settecento stadii all'incirca; quasi altrettanto è lontano da amendue la città di Taranto. Il paese che viene appresso è abitato dai Dannii, e poscia dagli Apuli sino ai Frentani. Siccome poi dagli abitanti di que’ luoghi non si adottarono mai i nomi di Peucezii e Daunii, se non forse anticamente, ma tutta quella regione si disse Apulia, così ne viene di necessità che al presente non è possibile determinare con precisione i confini di quelle nazioni, intorno alle quali pertanto noi non affermeremo cosa alcuna con asseveranza.

Da Bari sino al fiume Aufidio76 sul quale è situato l’emporio dei Canusii sono quattrocento stadii; e il tragitto dalla bocca di questo fiume all’emporio predetto è di circa novanta stadii77; ed ivi presso è anche Salepia, arsenale marittimo dagli Argiripei. Perocchè le due città di questi (Canusio ed Argiripa) sono bensì a poca distanza dal mare, ma giacciono in una pianura. Esse furono un tempo le più grandi delle città greche in Italia, come si fa manifesto dai circuito delle loro [p. 154 modifica]mura; ma ora. sono fra le minori. E Argiripa da principio chiamavasi Argo-Ippio, ed ora invece Arpi. Tutte e due poi queste città si dice che le fondò Diomede; e così Della pianura come in molte altre parti si trovano indizii della signoria che Diomede ebbe in que’ luoghi. Di tal sorta sono alcuni antichi voti consacrati net tempio di Minerva in Luceria, la quale fu anch’essa un’antica città dei Daunii, ora ridotta a piccolissima cosa.

Nel vicin mare sono due isole soprannomate Diomedee78, l’una delle quali è abitata, l’altra dicono ch’è deserta. In questa poi favoleggiasi che Diomede disparve, e che i suoi compagni furono tramutati in uccelli, alcuni dei quali vi si trovano anche al presente, e vivono una vita in parte umana, mangiando con orbine, e dimesticandosi cogli uomini dabbene, mentre per lo contrario fuggono i tristi e gli scellerati. Quello poi che suol raccontarsi comune.nente appo gli Eneti intorno a questo eroe ed agii onori che gli vengono tributali, l’abbiamo già detto. Pare che fosse fondata di Diomede anche Sipo79, distante da Salepia cento quaranta stadii. Gli Elleni la dissero anche Sepia dalle secche che i fluiti sogliono formare in quel luogo.

Fra Salepia e Sipo v’ha un fiume navigabile ed anche la bocca di un gran lago; sni quali trasportansi le produzioni di Sipo, e principalmente il frumento.

Nella Daunia poi, intorno al colle denominato Drio [p. 155 modifica]soglionsi mostrare alcuni monumenti sacri ad eroi: l’uno di Calcante collocato proprio sul vertice, dove coloro che vanno per avere de’ responsi sagrificano un ariete nero, poi si mettono; a dormire sopra la pelle: un altro sacro a Podalirio trovasi al basso vicino alla radice del colle lontano dal mare cento stadii all’incirca. E da questi luoghi scorri un fiume le cui acque sono universale rimedio a tutte le malattie degli animali.

Dinanzi al golfo ora descritto80 giace un promontorio che si addentra circa trecento stadii nel mare verso oriente ed è detto Gargano; e chi abbia dato la volta alla punta di quel promontorio trova la piccola città d Ureio81. Egli è poi rimpetto al Gargano ehe son situate le isole Diomedee.

Tutto questo paese produce ogni maniera di frutti, ed è abbondevolissimo di cavalli e di pecore, la cui lana è più morbida della tarentina, ma pei ò men lucida. E per essere alcun poco avvallata, tutta questa regione gode una mite temperatura82.

Alcuni dicono che Diomede stesso imprendesse a scavare una fossa, la quale (attraversando il promontorio) conginngesse il mare, ma che la lasciò non compiuta come anche altre cose, perchè fu richiamato alla patria dove finì poi la vita. Questa è una delle opinioni che corrono rispetto a Diomede: l’altra invece afferma ch’egli rimase nei Inoghi dei quali parliamo fino al termine [p. 156 modifica]del viver suo. Secondo una terza tradizione favolosa e già mentovata da noi egli disparve nell’isola; e potremmo aggiungerne altresì una quarta invalsa fra gli Eneti; i quali raccontano che Diomede fini appo loro la vita e v’ebbe quella che dicesi apoteosi.

Del resto le distanze da me indicate sono quelle assegnate da Artemidoro: ma il Corografo dice che da Brentesio fino al Gargano v’hanno cento sessantacinque miglia; di quivi ad Ancona duecento cinquantaquattro miglia. E Artemidoro da questo medesimo capo fino a … presso Ancona assegna mille e duecento cinqranta stadii; numero molto minore. Polibio83 poi dice che le distanze dalla Japigia furono misurate a miglia, e che di quivi alla città di Sila se ne contano cinquecento sessantadue; da Sila fino ad Aquileia cento settantotto. Ma queste misure non s’accordano coll’estensione che suole assegnarsi alla costa illirica, dai monti Ceraunii sino al fondo del golfo Adriatico: perocchè dicono che si estende oltre a sei mila stadii, e così la fanno molto piò lunga che non è quella d’Italia, mentre è invece molto minore. E tutti (come ho detto già spesse volte) discordano gli uni dagli altri nel determinare le distanze dei luoghi: però noi dovunque è [p. 157 modifica]possibile giudicare delle vane opinioni facciam manifesto il nostro parere; e dove no, crediamo sempre debito nostro recare in mezzo le opinioni degli altri. Che se qualche volta non troviamo ne’ precedenti scrittori cosa alcuna da riferire, non è per questo da fari le meraviglie, come nè anche se noi in un argomento di tal natura e sì vasto tralasceremo qualcosa. Perciocché degli oggetti di gran rilievo non vorremmo dimenticarne veruno; ma dei piccoli e di quelli che anche quando siano conosciuti non recano punto di utilità, e possono omettersi senza che il leggitore se ne accorga, stimiamo di poterne tacere senza che il nostro libro ne soffra alcun danno o ne riesca meno perfetto.

Frattanto subito dopo il Gargano v’ha un golfo profondo: coloro che lo abitano all’intorno denominansi propriamente Apuli, ed hanno la stessa lingua dei Daunii e dei Peucezii: nè in veruna altra cosa differiscono presentemente da quelli; ma ben pare che ne differissero una volta, d’onde poi anche invalse appo loro un nome diverso da tutti gli altri. Anticamente tutto questo paese era in fiore, ma Annibale e le guerre che vennero dopo lo disertarono: essendoché quivi successe anche la battaglia di Canne, dove accadde grandissima strage de’ Romani e dei loro alleati. Lungo le spiagge del golfo poi avvi un lago, e al di là di questo, nelle parti mediterranee è Teano detta Apula per distinguerla dalla città d’ugual nome che dicesi Sidicinia. Verso quel sito pare che l’Italia assai si ristringa: [p. 158 modifica]perocchè verso le parti di Dicearchia84 resta da mare a mare un istmo di meno che mille stadii.

Dopo il lago predetto si naviga costeggiando sino ai Frentani ed a Buca. E dal lago a Buca come dal Gargano al lago contanti duecento stadii; del resto già abbiamo descritti i paesi al di là di Buca.

Tale adunque e siffatta è l’Italia.


CAPO VI.

Considerazioni susta grandezza dei Romani.


Uopo aver dette già molte cose intorno all’Italia, ora verremo indicando le principali cagioni da cui i Romani furono sollevati a cotanta altezza.

Una di queste cagioni è che l’Italia a somiglianza di un’isola è sicuramente custodita dai mari all’intorno, tranne alcune piccole parti, le quali sono anch’esse fortificate da monti di malagevole accesso. Una seconda cagione è riposta nell’essere quasi tutta importuosa, ma dove ha porti sono grandi e mirabili; sicchè da una parte è sicua dalle esterne invasioni, dall’altra può premunirsi contro queste invasioui e provvedere all’abbondanza delle mercatenzie. L’avere poi una grande varietà di temperature e di climi, d’onde le viene una varia moltitudine di animali, di piante e di tutte insomma le cose utili alla vita, tutte l’una migliore dell’altra, può annoverarsi come una terza cagione della [p. 159 modifica]sua felicità. Perocchè si distende nella sua lunghezza dalle parti settentrionali verso il mezzogiorno, e v’è aggiunta la Sicilia, isola così grande, e quasi parte dell’Italia stessa. Nessuno poi ignora che il clima si dice buono o cattivo secondo che v’ha l’eccesso di freddo o di caldo ovvero mezzanità d’amendue; e però anche per questo è di necessità che il paese ora denominato Italia; trovandosi collocato nel mezzo di questi eccessi, in tutta la sua grande lunghezza, abbia un buon clima e sotto moltissimi rispetti felice. E questa avviene all'Italia anche per un’altra cagione: perciocchè distendendosi per tutta la sua lunghezza i monti Apennini con pianure e con colli fruttiferi dall’uno e dall’altro lato, non v’ha parte alcuna d’Italia la quale non partecipi dei vantaggi che danno i monti e di quelli che vengono dalla pianura. A tutto questo s’aggiunga la grandezza e la moltitudine dei fiumi e dei laghi, e le fontane di acque calde e fredde che vi si trovano in più luoghi apparecchiate in servigio della buona salute. Nè sarebbe possibile a dire tutto ciò che dovrebbesi intorno all’abbondanza dei metalli d’ogni maniera, e delle cose opportune a nutrire gli uomini ed il bestiame; e così nè anche intorno all’eccellenza delle sue produsioni. Oltrechè per trovarsi l’Italia in mezzo alle più grandi nazioni85 pare, guardando alla prevalente sna estensione e forza, che la [p. 160 modifica]natura l’abbia fatta per esercitare una maggioranza sovr’esse; e chi ne consideri la vicinanza vede ch’essa può facilmente costringerle colla forza all’ubbidienza.

Se poi a quanto abbiam detto fin qui dell’Italia dobbiamo aggiungere qualche altra considerazione anche intorno ai Romani che ne sono padroni, e che si apparecchiarono con essa il ponte all’universale signoria, soggiungeremo quanto segue.

I Romani dopo la fondazione di Roma vissero prudentemente governati da re per molte generazioni; ma poi signoreggiando malvagiamente l’ultimo dei Tarquinii, lo discacciarono, e formarono un governo misto di monarchia e di aristocrazia86. Avevano allora a socii i Sabini e i Latini; ma non trovando nè costoro nè gli altri popoli circonvicini d’animo costantemente benevolo, furono in certo modo necessitati a procurare colla costoro distruzione il proprio ingrandimento. Essendosi poi così a poco a poco ampliati, accadde loro che perdettero in un subito la città contro l’opinione di tutti, e contro l’opinione di tutti la riacquistarono; e questo avvenne, come dice Polibio, nel diciannovesimo anno dopo la battaglia navale di Egos Polamos, verso quel tempo in cui fu conchiusa la pace di Antalcida. Ma dopo che i Romani ebbero respinti i Galli87, da prima si fecero soggetti tutti i Latini, poscia i Tirreni ed i [p. 161 modifica]Celti abitanti nelle vicinanze del Po, e li fecero cessare dalla soverchia loro licenza; quindi i Sanniti, e dopo costoro debellarono i Tarentini e Pirro. Appresso poi conquistarono il restante di quel paese che ora dicesi Italia, fuor solamente la parte lungo il Po. E mentre quivi durava tuttora la guerra, passarono nella Sicilia; e tolta quell’isola ai Cartaginesi88 si volsero di bel nuovo contro i popoli situati sul Po. Ma continuando ancora quella lotta discese Annibale in Italia; e così avvenne la seconda guerra contro i Cartaginesi, e non molto dopo di questa la terza; nella quale Cartagine fu distrutta89; e così i Romani ebbero a un tempo stesso la Libia e quella parte d’Iberia che tolsero ai Cartaginesi. Insieme con questi eransi uniti anche gli Elleni e i Macedoni e quei popoli dell’ Asia che sono al di qua del fiume Ali e dei Tauro; d’onde i Romani furono condotti a soggiogare anche costoro dei quali erano re Antioco, Filippo e Perseo90. Allora quegl’Illirii e quei Traci ch’eran vicini agli Elleni ed ai Macedoni cominciarono anch’essi a far guerra contro i Romani; la quale poi non fini, se non quando furono soggiogati quanti popoli stavano al di qua dell’Istro e dell’Ali. A questa medesima sorte soggiacquero anche gl’Iberi ed i Celti e quanti altri ubbidiscono ora ai Romani. Perciocchè questi non [p. 162 modifica]cessarono mai dall’infestare l’Iberìa coll’armi finchè non l’ebbero soggiogata tutta, distruggendo i Numantini, Viriato e poi anche Sertorio, ed all’ultimo i Cantabri debellati da Cesare Augusto. Così pure la Celtica, al di qua e al di là delle Alpi, e con essa anche la Ligustica da prima furono conquistate a parte a parte; ma il Divo Cesare poi, e dopo di lui Augusto con una guerra generale, la ridussero tutta intiera nella loro obbedienza. Ed ora fanno guerra ai Germani, movendo dai paesi predetti, come da luoghi acconcissimi a cotal fine; e sopra que’popoli hauno ornala già la patria di alcuni trionfi.

In quanto alla Libia, da prima ne consegnaron tutta quella parte che non era de’Cartaginesi91 ad alcuni re dipendenti da loro 5 i quali col tempo essendosi ribellati, essi li distrussero. Ora poi la Manrosia e molte altre parti di Libia vennero in potere di Juba per la sua benevolenza e amicizia verso i Romani. Lo stesso accadde anche dell’Asia; perocchè da principio la governarono re dipendenti da Roma: ma essendo poi questi venuti meno, come successe dei re Attalici, e di quelli di Siria, di Paflagonia, di Cappadocia e d’Egitto; od avendoli invece distrutti i Romani stessi per averli provali ribelli, siccome accadde a Mitridate Eupatore ed all’egizia Cleopatra, ne conseguitò che tutti i paesi al di qua del Fasi e dell’Eufrate, fuor solamente [p. 163 modifica]alcuni Arabi, si trovino ora sotto i Romani o sotto princìpi che hanno ricevuti da quelli.

Gli Armeni, ed i popoli situati al di là della Colchide, gli Albani e gl’Iberi, non hanno d’uopo oggimai se non di chi sia mandato a governarli, e facilmente si possono contenere nell1 obbedienza, sebbene vedendo i Romani intenti a tutt’altre imprese si mostrino vaghi di novità. Lo stesso avviene anche di coloro che al di là dell’Istro abitano intorno all’Eussino, eccetto quelli del Bosforo e i Nomadi; perciocchè i primi di costoro ubbidiscono; e contro gli altri, come gente da nulla e insociabile, occorre soltanto un presidio.

Le altre nazioni sono per la maggior parte Sceniti e Nomadi92, e stanno molto da lungi. Ben è il vero che i Parti sono confinanti coll’imperio e di grandissima potenza; ma nondimeno cedettero ai Romani ed alla superiorità dei principi onde sono governati ai dì nostri, tanto che non solamente inviarono a Roma i trofei innalzati una volta contro i Romani, ma Fraate re loro commise a Cesare Augusto i proprii figli e nipoti pei guadagnarsene con tali ostaggi l’amicizia. Oggidì poi i Parti sogliono commettere ai Romani l’elezione di chi li dee governare; e per poco non sottopongono ai Romani stessi ogni loro cosa93. Del resto la bontà del governo e dei governanti impedì che l’ [p. 164 modifica]Italia (agitata più volte da civili dissensioni anche dopo essere divenuta soggetta ai Romani) e Roma stessa procedessero più oltre nel disordine e nella rovina. Difficilmente potrebbe sussistere un imperio si vasto , se non lo avessero confidato ad uno solo, siccome a padre94: nè mai ai Romani ed ai loro alleati venne fatto di godere tanta pace e tanta abbondanza di beni, quanta ne somministrò loro Cesare Angusto, dacchè egli tirò a sè solo tutto quanto il potere. E la conserva anche Tiberio suo figlio e successore, proponendosi nella sua amministrazione e ne’ suoi editti gli esempi del padre: e così fanno anche i figli di lui, Germanico e Druso, che governano in suo nome.

  1. Ora Pesto.
  2. Ora Golfo di Salerno. Il promontorio delle Sirenuse dicesi ora Punta della Campanella; e gli sta di rimpetto il Capo della Licosa.
  3. Τοὺς δυναμένους; e l’interprete latino: Quibuscumque facultatum tantum esset.
  4. Cioè: Alla Corsica ed a Marsilia. — L’Eleeto poi è il fiume Alento.
  5. Il Golfo di Policastro.
  6. Cosi spiegano gli Editori francesi il verso dell* oracolo: Λάϊον ἀμφὶ δράκοντα, πολύν ποτε λαὸν ὀλεῖσθαι. La versione latina dice: Qua Draco Lajus est, multum populi periturum.
  7. La Magna Grecia.
  8. Credesi comunemente che l’antica Petelia fosse dove ora sono Policastro o Belcastro o Strangoli. Ma perchè tutti questi luoghi si trovano in un territorio da Strabone medesimo assegnato ai Brezii, come potè poi dire che quella città era la metropoli dei Leucani? Alcuni vorrebbero leggere: Βρετίων o Σαμνίτων invece di Λευκανῶν. Altri dice che Strabone confuse in una due Petelie, una delle quali, situata sul Monte delle Stelle, fu veramente metropoli dei Leucani. (Edit. franc.).
  9. Torre di Mare.
  10. Il Golfo di santa Eufemia e il Golfo Squillace.
  11. Cirella.
  12. Nocera.
  13. Monte Leone.
  14. Ἀπὸ δὲ τοῦ Μεταύρου ποταμοῦ, Μέταυρος ἕτερος... Così il testo. Gli Edit. franc. non riconoscono qui lacuna di sorta, e li traducono: Dopo il fiume Metauro trovasi un altro Metauro, e tengono che il primo dei due fiumi a cui Strabone dà il nome di Metauro possa essere il moderno Pacolino.
  15. Probabilmente Torre del Cavallo.
  16. Dalla voce greca ἀπορρήγνυμι (Aporregnumi) si derivò Ῥήγιον (Reggio).
  17. Cioè Pietra bianca; ed è probabilmente il Capo dell’Armi.
  18. Capo Brùziano.
  19. Dionigi il giovine, l’anno 357 prima dell’E. V.
  20. Aulonia viene da Aulona (ὰυλὥνα) che in greco significa valle. Questa città poi era presso a poco dove ora è Castel Vetere. Il vero sito della Caulonia di Sicilia non si conosce.
  21. Squillace.
  22. In questo luogo mancano alcune voci al periodo nel testo greco, ed alcune altre sono d’incerta lezione.
  23. Da Νῆας navi, e da [testo greco] abbruciare.
  24. L’autore usa il verbo tnnto rispetto a Sibari quanto rispetto a Crotone: ma Don v’ha dubhin (e lo dice Strabone stesso), che Sibari era già fondata ([testo greco]); e però il verbo [testo greco] pare che abbia qui il senso di mettersi ad abitare un luogo già fondato, anzichè quello di fondarlo di nuovo. (Edit. franc.)
  25. Crati e Cochile. (Edit. franc.)
  26. L'epitome dice in nove giorni.
  27. Policoro. I fiumi sono il Sinno e l'Acri (Edit. fran.)
  28. II testo dice: [testo greco]: e questo [testo greco] grammaticalmente deve riferirsi ai Leucani. Aggiungasi che avendo già detto l’Antore che i Turii erano stati fatti schiavi ([testo greco]) dai Leucnni, par che di loro, come nazione, non dovesse più parlare. Vero è che la storia dice che verso l’anno 181 avanti l’E. V. i Turii assaliti dai Tarentini ricorsero ai Romani; ma forse in questo caso debbonsi intendere non i Turii primitivi, ma i Leucani divenuti padroni di Turi Questo mi pare che possa dirsi a sostegno della lezione ordinaria. Tuttavolta gli Edit. franc. riferiscono l’[testo greco] ai Turii, e sospettano coll’Heyne che il testo sia alteralo. Dopo di loro per altro anche il Falconer tenne contraria opinione lodando il Mazochio che traduce: Cum Tarentini Thurium ìllis (Leucanis) cripuissent.
  29. Così gli Edit. franc. con una probabile correzione del testo, la cui ordinaria lezione è occupata da abitanti autoctoni ([testo greco]), ciò ohe non potrebbe conciliarsi colla tradizione di abitatori troiani. Il Coray ed alcuni altri leggono [testo greco], dei Coni.
  30. [testo greco]. Alcuni intendono un manipolo di spiche od almeno una spica d’ oro; altri una statua d’ oro rappresentante la State. — I Neleidi poi menzionati subito dopo furono dodici figli di Neleo, uccisi tutti da Ercole, tranne il solo Nestore. Pare dunque che i Metaponzii, recando la propria origine a Nestore, celebrassero con periodiche solennità la memoria de’ suoi infelici fratelli. (Edit. franc.)
  31. Cioè i paralleli sotto i quali la Sicilia si trova.
  32. Questo fatto dee riferirsi all’anno 250 prima dell’E. V.; e quel tale di cui l’Autore non dice il nome si chiamava Strabone anch’egli. Cosi afferma Varone presso Plinio, Hist. Nat., lib. vii, § 21. (Edit. franc.).
  33. Leggo col Coray π[testo greco],
  34. Nella lingua dei Siculi. (Edit. frane.)
  35. Seneca scriveva a Lucilio di sapergli dire: an verum sit quidquid illo freti turbine abreptum est per multa milia trahi conditum, et circa Tauromitanum litus emergere. — La voce greca {[testo greco] si traduce poi stercus, sterquilinium.
  36. [testo greco] (Jerone) dicevasi la vittima sacra agli Dei.
  37. ῎Οταν[testo greco]. Così legge il Coray. Secondo l’ordinaria lezione ([testo greco]) alcuni traducono: Quando piace a Nettuno d’incendiare, ecc.; altri: Quando nel dicembre s’accendono, ecc. Ma sebbene la voce [testo greco] significhi tanto a Nettuno come nel dicembre, quest’ultima interpretazione però sembra meno probabile.
  38. Le parole del testo: [testo greco]: furono variamente tradotte. — Raccontasi che in un tempo di prosperità i Siracusani ordinarono una decima per fabbricar templi, ed altri edificii. (Edit. franc.)
  39. Letteralmente: Era una pentapoli; [testo greco].
  40. Nem. i, v. i, trad. del Mezzanotte.
  41. Il testo ordinario è qui interrotto da lacune. Il pensiero dell’Autore e può dirsi nondimeno evidente; e gli Edit. franc. provano assai bene la ragionevolezza di questa interpretazione.
  42. La Giaretta.
  43. La, fondarono circa 600 anni prima dell’E. V., ed ora dicesi Canmarona.
  44. Girgenti.
  45. A questi luoghi corrispondono ora i Bagni; S. Maria di Tindaro; Castel a Mare; Cefalù.
  46. Castro-Janni.
  47. Monte S. Giuliano.
  48. I Cartaginesi rovinarono questa città circa 409 anni prima dell’E. V.
  49. Girgenti.
  50. Il Silandro corresse così la voce del testo Italici [testo greco]. – Erano i Palici divinità vendicatrici dello spergiuro.
  51. V. pag. 17 di questo volume.
  52. Le antiche edizioni portano nella Sicilia.
  53. Così dice il testo comune: [testo greco]. Meglio però, secondo i moderni editori, dirassi: Quasi nel messo fra quest isola e la Sicilia è Termessa, che ora chiamano Iera, cioè sacra a Vulcano. — La voce Termessa indicava i vulcani del luogo: la voce Iera significò poi sacra (a Vulcano).
  54. S’intende il canale onde Iera è disgiunta da Lipari.
  55. Per questa materia ([testo greco]) intende l’Autore l’aria ed i venti.
  56. Non parendo verisimile che Strabone voglia in questo luogo mettere in dubbio l’autorità di Polibio (del quale per altro apparisce in più luoghi ch’egli non faceva gran conto) sospettano alcuni che queste parole siano un’interpolazione.
  57. Cioè: Quando non soffia alcun vento.
  58. Seguitando l’esempio del Koray trascrivo in nota le parole che in questo luogo si leggon nel lesto, mutilate e (per consenso di tutti gli Editori) disperate di senso .... [testo greco]
  59. Cioè dall’esser rotonda. — Ora poi dicesi Stomboli.
  60. Cioè dal parer doppia o due isole. Ora dicesi Salini.
  61. Dalla voce greca [testo greco] sinistra.
  62. La vera lezione dovrebb’essere Gaulo; e risponde all’Isola del Gozzo.
  63. Pantellaria.
  64. Brindisi.
  65. Leggo col Coray: [testo greco].
  66. Luogo di dubbia lezione.
  67. Da [testo greco] vergine.
  68. Da principio (dicono gli Edit. frane.) dee credetti che Taranto fondata da una colonia spartana non si governasse affatto popolarmente; e può congetturarsi che questa mutazione accadesse verso l’anno 473 avanti l’E. V.
  69. Capo di Leuca.
  70. A S. Maria di leuca.
  71. Otranto.
  72. Ora Saseno.
  73. I Latini la dissero Rudiae: ma in qual luogo precisamente la si trovasse è ignoto. Questo passo i poi di lezione dubbia ed oscura.
  74. Lib, vii, § 170.
  75. Torre d’Agnazzo.
  76. L’Ofanto.
  77. Il Silandro legge invece sei stadii.
  78. Le Isole Tremiti.
  79. Siponto: luogo diroccato presso Manfredonia. (Edit. fr.)
  80. Il Golfo di Manfredonia.
  81. Rodi.
  82. I1 testo è qui dubbioso.
  83. Non si conosce il passaggio di Polibio a cui qui allude Strabone. Così parimenti è incerto qual punto della Japigia voglia qui indicare il nostro Autore colle parole [testo greco]. Gli Edit. franc. inclinano a credere che debba intendersi il Promontorio Japigio (ora Capo di Leuca), sebbene riconoscano che in tal caso sarebbe impropria l’espressione.
  84. Pozzuolo.
  85. Il testo aggiunge:[testo greco], cioè: In mezzo fra l’Ellade e le parti migliori dell’Asia. Ma queste parale pajono un’interpolazione.
  86. L’anno 509 prima dell’E. V.
  87. Il testo dice: costoro ([testo greco]) i d’onde pare che v’abbia lacuna del nome proprio dei nemici. — I Galli incendiarono Roma l’anno 389 prima dell’E. V.
  88. L’anno 241 prima dell’E. V.
  89. L’anno 146 prima dell’E. V.
  90. Antioco cedette l’Asia minore nell’anno 189 prima dell’E. V. Perseo fu fatto prigioniero nel 167, e per questa vittoria la Macedonia divenne provincia romana.
  91. [testo greco] Pare che gli Edit. franc. leggessero invece [testo greco], giacchè traducono tout ce qui dépendait de Cartage.
  92. I Nomadi, com’è noto, sono i popoli erranti; e Sceniti dicevansi quelli che abitavano sotto tende.
  93. Il Silandro e il Casaubono notano: Locus est miseri mutilatus: Deest aliquid.
  94. Tacito ripete questa sentenza dicendo: Non aliud discordantis patriae remedium fuisse, quam ut ab uno regerentur. Rispetto poi a Tiberio, è noto ch’egli diceva di voler seguitare gli esempj e le istituzioni d’Augusto (qui omnia facta dictaque ejus, vice legis observem), ma poi nel fatto se ne dilungò, nè si astenne sempre nemmanco dal censurarle. (Edit. fran.)