Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri/Libro III/III

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Cap. III

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CAPITOLO TERZO.


Viaggio sino ad Arzerum, o Erzerom.


A
Ccompagnatomi adunque co’ suddetti Padri, mi posi in cammino il Martedì 27. dopo desinare, con una buona caravana. Fatte quattro ore di strada montuosa e fangosa, albergammo nel dirupato Karvanserà d’Oreglan; ove dormimmo a cielo aperto, collo strepito di grosso fiume ivi vicino, e de’ cani selvaggi, che vanno a schiere per quelle montagne.

Il Mercordì 28. sul far del giorno ci riponemmo in istrada, e camminammo lentamente per asprissime montagne. Fatte in nove ore 24. miglia, ci fermammo nel Karvanserà di Cuscan tanto capace, che il Cielo servì di tetto a molti. Questa strada non era la più frequentata, ma vi si pratica volontieri d’Inverno; perché quella di Agagi-bascì più brieve di due giorni, è impedita dalle nevi; onde noi in partendo da Trabisonda la lasciammo, passando per lo ponte [p. 415 modifica]a man sinistra, dove sogliono stare le guardie della dogana.

Il Giovedi 29. c’innoltrammo per altissime, ed aspre montagne coperte di nevi, e fornite di abeti; e tanto salimmo, che sulla fine del giorno, ci trovammo quasi alla seconda region dell’aria, nella sommità del monte Ziganà. Ivi il vento suol’essere così impetuoso, che due anni prima passando il Calolicos, nel mese di Febbrajo, al governo di Trabisonda, perdè circa dieci persone del suo seguito, soffocate dal vento, e dalle nevi. Il Pad, Villot per confermazione dello stesso, mi riferi, che passandovi egli cinque anni prima nel mese di Gennaio, col P. Vanderman Fiammengo; perdè questi l’uso della lingua per lo gran freddo, abbandonandosi sopra le nevi, senza poter seguire la Caravana: si rivenne con masticar garofali, e perciò d’allora in poi i Missionarj la chiamano Montagna del Garofalo.

Su questa sommità perdendo la pazienza il Pad. Dalmazio, vedendosi presso all’agonia per la fatiga di montare a piedi, proruppe in queste parole: Messieurs de la Propaganda venez à voir ce qui se passe ici. E pochi passi più innanzi: Venez [p. 416 modifica]donc vous, qui n’y baillez pas un Sol; et nous venons avec les charitez de France: que je vous assùre, que donneriez tous vos biens, pour ètre ramenez chez vous. Mentre da volta in volta le medesime parole replicava; io sorridendo gli dicea, per tentarlo maggiormente: che forse credete venendo alla Missione in Levante aller a la promenade aux Tuillieries de Paris, ou au Palais de Monsieur? Io per aver meno travaglio non volli por piede a terra, ma salendo su a cavallo, mi posi a gran rischio di perire precipitato da qualchuna di quelle orribili balze. Scendemmo per 4. miglia di dirupate pendici sino al Karvanserà, che prende il nome della medesima montagna, dopo aver fatto 24. miglia di strada in undici ore. Continuammo a scendere il Venerdì 30. per più agevole cammino, ma più lungo del dovere, per le tortuose vie del monte, che abbonda di abeti, faggi, e nocciuole. Passammo poi il terzo ponte di pietra presso una montagna, appiè della quale entrammo in una sotterranea strada, per passare dall’altra parte ad un picciolo Karvanserà. Dopo dieci altre ore di strada, e 22. miglia, albergammo la sera nel Karvanserà del Casale di Giumis-Xane, cioè Casa [p. 417 modifica]d’argento, per le miniere di questo metallo, che sono nelle sue vicinanze; dove il terreno produce quantità di pomi, nocciuole, e cattivo vino. Quivi passammo malamente la notte.

Il Sabato primo di Maggio, dopo aver fatte sei miglia, passammo per una miniera d’oro (in cui non si faticava, per esser guasta dall’inondazione del fiume) e poco più lontano per una d’argento. Mi dissero i naturali, che ve ne sono molte altre di piombo, e di rame, che vale perciò a vilissimo prezzo fra’ Tuichi; i quali ne hanno ogni sorte di stovigli, stagnati per entro e fuori. Passammo quindi per Cuvans, e dopo 20. miglia di cammino fatte in dieci ore, sopraggiunta la notte, albergammo in Balaxor, in casa d’un nostro Catergì o vetturino. Questo Casale è posto in un’ottima, e fertile pianura. Le sue case non saprei dire se sono grotte, o stalle; poiché sono cavate dentro il terreno, che serve di muraglia, con grosse travi poste di sopra a traverso, per sostenere il tetto anche di terra, sopra il quale (essendo in piano colla strada) si cammina. Nel mezzo lasciano un’apertura ben grande, per ricevere il lume; nulla curando che si può indi osservare [p. 418 modifica]quanto si fà in casa, e fare maggior male se si vuole. Nella medesima albergano le bestie, e gli uomini insieme; onde convenne mal mio grado star quella notte con quei comodi, che porta seco una tal conversazione.

Mi piacque oltremodo in questi paesi una fornace, o forno per cuocervi il pane, e per altri usi. Fanno nel terreno un fosso profondo tre palmi, incrustato di semplice loto,con un picciolo forame per esalarne la fiamma. Ivi fatto fuoco con legna, pongono un ferro fisso a traverso della bocca, sopra del quale ne sta un’altro mobile, fatto in modo, che vi ponno stare sopra 5. pentole a bollire; questo gira all’intorno, per maggior comodo di chi attende alla cucina. Tolte le pentole di sopra, e’l fuoco di sotto, e ben netto il forno dalle ceneri, vi si pone la pasta non fermentata all’uso di Levante; ed in tal guisa si cuoce in brieve il pane, o più tosto focaccia, gratissima al palato de’ Maomettani. Dopo di ciò serve per imbandirvi su la mensa, e starvi caldi i convitati, senza bisogno d’altro fuoco. Quindi chiuso il forame, se ne avvagliono per tenervi calde le vivande, in caso che sopraggiungessero forestieri. [p. 419 modifica]Essendo il Casale quasi tutto abitato da Armeni, concorserò tutti a folla nella nostra stalla, per essere istrutti dal Padre Villor ne’ misterj divini. Egli a questo fine avea bene appresa la lingua Armena; ed inventato un giuoco simile a quello dell’Oca, per fargli meglio loro comprendere; appellandolo giuoco di divozione, per esservi impressi i suddetti misteri.

Ebbi non picciola edificazione in vedere il fervore, con cui quella buona gente s’affaticava d’aver luogo nella nostra stalla; avvisandosi l’un l’altro per udir la divina parola, che durò sino alla sera. La messe nell’Asia è grande, e gli operarj molto pochi. Se in questo luogo vi facesse dimora poche settimane un Missionario, trarrebbe tutti dalle tenebre dell’Eresia; tanto son facili a confessare il loro errore. I Padri Gesuiti attendono, con gran fervore di spirito, a questa opera in molti luoghi del Dominio Turchesco, e Persiano; con eroica costanza soffrendo i patimenti, ed avanie de’ Maomettani, da’ quali sono stati scacciati e perseguitati diverse fiate. Sono eglino sostentati con rendite a tale effetto stabilite in Francia. [p. 420 modifica]Venne la sera un Chiaùs, che andava sollecitando le Truppe Asiatiche alla marcia; perché elleno s’incamminavano lentamente, per trovarsi in Belgrado al fine, non al principio della campagna. Ciò diede a noi un travaglio considerabile, perché di mezza notte fece prendere due de’ nostri cavalli per servirsene; e la mattina ci trovammo bene imbarazzati, mentre la Caravana partiva, ed altri cavalli nel Casale non si trovavano. Per non restare adunque preda di ladri e Giannizzeri, le mezze some le facemmo intiere, restando un cavallo libero, per montarci a vicenda tutto il giorno; e così si compensò l’allegrezza della sera antecedente di Domenica 2. in cui avevamo cenato allegramente, e passato una buona notte; in ricordanza della persecuzione patita, nell’istesso giorno due anni prima, da’ Padri Gesuiti in Arzerum, e Trabisonda, siccome è detto di sopra.

Ad ogni modo l’un l’altro incoraggiandoci il Lunedì 3. ripigliammo da pellegrini il cammino, seguendo la Caravana per paese piano, e ben coltivato. I PP. Gesuiti non vollero servirsi del cavallo, ma da Apostoli fecero tutta la [p. 421 modifica]giornata a piedi; ripetendo sempre il Padre Dalmatio quello che avea detto sul monte, e chiamando Messieurs de la Propaganda a vederlo camminare a piedi. Io e’l Padre Domenicano a vicenda cavalcavamo; e perché il paese era pieno di colombi, e di quella sorte d’uccelli d’acqua, che noi chiamiamo mallardi, io ne uccisi molti a volo, così da terra come da cavallo; con grand’ammirazione de’ Turchi, che non potevano colpirne pur uno: onde il P. Villot prese occasione di pubblicare, che io era Cacciatore del Re di Francia, mandato al Re di Persia per servirlo in tal mestiere. Dopo sei ore, e dodici miglia di strada, passammo per lo Borgo della Città di Beiburt, nel quale si paga un quarto di ducato per lo passo d’ogni cavallo.

Questa Città, posta sopra una rocca è cinta di mura, e fornita di pochi pezzi d’artiglieria. Si vendono a buon prezzo nella medesima buoni tappeti di lana che vi si lavorano. Il suo Borgo è parte nella valle, parte nelle falde del monte. Noi passammo oltre facendo sei altre miglia lungo il fiume, in vicinanza del quale ci accampammo, nel luogo detto Maaciur; dove ricuperammo i nostri [p. 422 modifica]cavalli rilasciati dal Chiaùs. Sopravvenne la notte una gran pioggia, che ci bagnò tutti.

Il Martedì 4. non facemmo che 10. m. in quattro ore; restando in fine a riposarci nel Casale d’Avirac, posto sopra un monte, perché la giornata seguente dovea esser lunga. Albergammo nella casa, o, per dir meglio, stalla d’un’Armeno, fatta colla medesima architettura delle sopradette. In questo paese attualmente si seminava il formento; perché cotanto è fertile il terreno, che vi cresce in pochissimo tempo, e rende abbondante raccolta. Generalmente tutti i viveri vi sono a buon prezzo; avendosi per un tornese di Napoli sei uova, e per quindici una buona gallina.

II Mercordì 5. montammo asprissime, ed orride montagne coverte di neve; nell’ultima delle quali vedemmo una buona miniera di marmo bianco. I Turchi della Caravana, temendo esser sorpresi da’ ladri, venivano or l’uno or l’altro ad avvertirmi, che stassi sulla mia; facendo gran fondamento in me, per vedermi bene armato di schioppo e pistole, con opinione di buon tiratore; mentre essi portavano poche arme da fuoco, e [p. 423 modifica]manchevoli qual di polvere, qual di pietra, e qual di palle. Altri tenendo rotti, o guastii focili delle loro, venivano da me acciò gli accomodassi, e dassi loro monizione, per tema del soprastante periglio. Dalla smisurata altezza della terza montagna, scendemmo in una profonda valle (sdrucciolando sempre nelle nevi i cavalli colle some) e riposammo in una stalla nel Casale di Carvor, dopo 11. ore, e 24. m. di strada.

Dovendosi il Giovedì 6. indi non lunge, passare a guazzo il fiume Eufrate (allora molto colmo d’acque) ci contentammo meglio fare un giro di tre leghe, che esporci a tal periglio. Onde separandoci dalla Caravana, seguitati da altri pochi, andammo a passarlo su d’un ponte di pietra; vicino il quale il fiume Gerzime poco inferiore d’acque, entra nell’Eufrate o Carasù, che ivi è minore del Volturno di Capua nel Regno di Napoli. Continuammo a camminar a sinistra del medesimo, lungo il piano d’Arzerum, altre otto miglia; facendo in quella giornata dieci ore di continuo cammino, sino ai Casale di Teurischiuch. In tutti que’ Casali era allora una persona destinata dal Caragiere, per riscuotere da tutti i [p. 424 modifica]viandanti il caraggio; ma noi ci difendemmo come Franchi, col Firman, overo ordine del G. Signore.

La sera essendo già presso alla fine del nostro viaggio, con intendimento del Catergì, (al quale promisi di regalare) accomodai alcune cosette, soggette a Dogana, dentro un sacco di paglia, che in que’ Paesi costumano di porre in luogo di barda sotto le some.