Gismonda da Mendrisio/Atto secondo

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Atto secondo

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ATTO SECONDO


Esteriore del castello


SCENA I.


ARILIERTO, GABRIELLA IN ABITO VIRILE, UN BAMBINO


Ariberto. Gabriella, sostiemmi: a tanta piena
D’affetti, oppressa é l’alma mia. Qui crebbe
Il tuo Ariberto; queste annose piante
Mi protesser fanciullo; io su lor chiome
Cento volte salii, vago talora
D’un nido d’augelletti, e talor vago
Scherzosamente di celarmi al guardo
Del fratel mio che irrequïeto intorno
Saltellava, e chiamavami, e piangea.
Oh come entrambo ci amavamo! O come
I genitori giubbilavan quando
In dolce amplesso ci vedean congiunti;
Quando, se l‘un cadendo era ferito,
Più del ferito urlava l’altro! Oh infanzia!
Oh giorni d’innocenza! E tanto amore
Spenger poteasi nel fratel?

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Gabriella.                                                     Ti calma.
Recenti son tue cicatrici, stanco
Sei dal lungo vïaggio, egro; di pace
Hai d‘uopo. Oh come t’agita di questi
Lochi l’aspetto!
Ariberto.                                   Ecco il sedile — oh gioja! —
Ecco il sedile ove la madre a sera
Solea raccòrci; e mentre dalla caccia
Aspettavamo il genitore, o mentre,
S’egli era in guerra, il messo aspettavamo,
Che di lui ne parlasse, ella or mirava
I nostri giochi tacita, or garriva
Con dolce sdegno, or ci volea vicini
(Me, perchè primogenito, a sua destra.
Ed a sinistra Ermano), e ci narrava
Vite di santi e glorïose imprese
D’antichi cavalieri, e alte sciagure;
E noi con lei lacrimavam sovente
Sovra le angosce degli oppressi; e allora
Ella stringeaci al seno e ci dicea:
«Quand’io, diletti figli, avrò vissuto,
Queste sere sovvenganvi, ed amici
E prodi siate e generosi, ed io
Dal ciel giubbilerò d’esservi madre.»
Oh, largo a te di giubbili sia il cielo,
Ma questo, o madre, ahi, ti negaro i figli!
Fur prodi, sì, fur generosi spesso,
Generosi con molti; — empi fra loro!
Nemici!
Gabriella.               Ah! nel cor tuo legge il suo sguardo,
E incolpevol ti vede. Il suo benigno
Spirto su te vegliava, i giorni tuoi
Custodia nelle pugne, e ti radduce
Al padre ed al fratel. Pietosi sensi
Spirerà in lor. Cónfortati; siam giunti,
Inoltriam con fiducia.
Ariberto.                                        Arresta. Il padre
M’amava, si, ma duro il feano l’arti

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D’Erman, poich’una volta aperto il core
Ebbe questi ad invidia. Ogni mio torto
Magnificato venne, ogni virtute
Fu chiamata delitto. Un’altra serpe
Velen giunse al veleno. Ah, tu non sai
Qual sia Gismonda! Tu non sai che un tempo....
Ma che vaneggio? Andiam.
Gabriella.                                                       Tu tremi.
Ariberto.                                                                           In guerra
Io non tremava. Ora al paterno tetto
Appressandomi tremo. — Il padre solo
Mi si affacciasse! a sue care ginocchia
Mi prostrerei senza esitar; me reo
Non negherei. D’ingratitudin reo
Quel dì ch’io mi partía sdegnosamente
Chiamando vil l’ossequio suo alle insegne
Del nemico d’Italia: un figlio mai
Vibrar tai detti non dovea, l’insegna
Qual fosse pur, che santa era al suo sguardo!
Egli anco placheríasi: a mie discolpe
Darebbe ascolto, e assai men reo me forse
Trovería poscia. Ma ove seco Ermano
Innanzi mi si pari, ove costui
Vilipendermi ardisca, il furor mio
Chi ratterrà? chi mi darà la forza
D’umilïarmi a piè del padre, in faccia
D’un vil che guardi mia miseria e rida?
Speranza qui traeami: or che alla meta
Son, m’abbandona, e fuggirei. Sì, donna,
Se tu non fossi e questo figlio, a cui
Dritto è immolar l’orgoglio mio, scerrei
Mendico appresentarmi a ogn’altra porta
Anzi che a quella... di mio padre!
Gabriella.                                                                           Ovunque
Ti seguirei, diletto mio infelice.
Ma per amor d’un figlio é dolce cosa
Immolar nostro orgoglio. In quel castello
Signore un giorno ei seder possa! A lui

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Questa ventura non togliam.
Ariberto.                                                          Chi viene?
Donna è — Gismonda! — Arretrati.
Gabriella.                                                                        Il suo aspetto
Mestizia esprime. Oh! cui mestizia é nota,
Anco pietà ver gl’infelici é nota:
Approssimiamci.
Ariberto.                                   Al padre, si; a Gismonda
Non posso.
Gabriella.                         Chi tra offeso padre e un figlio
Meglio di donna può interceder? — Vedi
Com’é pensosa, e pallida; — e soave
Parla alle ancelle sue. No, su quel volto
Maligna impronta non appar. — Tu fuggi!
Ariberto.È forza, è forza che io mi scosti. A lei
Ignota se’: l’animo suo potresti
Tentar.
Gabriella.                    Sì.
Ariberto.                       Messagger fingiti, nuncio
Della mia morte. In quel tugurio io traggo.1


SCENA II.




GISMONDA, DAMIGELLE E DETTA.




Gismonda.L’inferma vecchia consolare io stessa
Con alcun dono intendo. Ite: porgete
Questi soccorsi agli altri addolorati.
Gabriella.(Benefic’alma!)
Gismonda.                                   Dite lor che in festa
Tutti vogli’io, però che in polve alfine
Seppi Milano.
Gabriella.                              (Oh barbara!)2
Gismonda.                                                            Chi sei,
Giovin guerier?
Gabriella.                                   Signora, apportatore

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Dolente io son.... di sacri ultimi detti....
D’un cavaliero al padre suo. Non questo
Di Mendrisio é il castel?
Gismonda.                                                 Sì. — Apportàtore
D’ultimi detti.... di?...
Gabriella.                                            Ariberto in queste
Braccia é spirato; e imposemi....
Gismonda.                                                                 A noi giunta
Già di sua morte era la fama. I brandi
Degli empi Milanesi, a cui fu duce,
A cui si stolto amor portò, per cui
Mise in non cale e consanguinei e gloria,
Lo trucidaro, e trucidàr con esso
Iacopo della Torre, e la figliuola
Di questo scellerato.
Gabriella.                                           In Milan nome
Iacopo della Torre ebbe di giusto.
Gismonda.Che?
Gabriella.             Placati: ei morì.
Gismonda.                                             Dal ciglio tuo
Una lagrima sgorga?
Gabriella.                                           Io.... di quel vecchio...
Era.... scudier.
Gismonda.                                Cela al mio sguardo un pianto
Che oltraggio a me saría. La figlia io sono
Di Villelmo da Lodi. A’truci sgherri
Che la mia casa estinsero, che in polve
Lodi volvean, fu capitan quel vecchio.
Io ‘l vidi allor grondante sangue il ferro,
Le mani, il volto orribilmente; e sangue
Era de’miei! Sia il nome suo esecrato!
Pianto su lui fuorché di vil non caggia!
Gabriella.Donna....
Gismonda.                    E la figlia sua, dimmi, colei
Che ad Ariberto piacque e a fellonia
Scaltramente il sedusse, era.... di tanta
Beltà splendente quanto è fama?
Gabriella.                                                                 A’ giorni

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Più lieti suoi tal era forse. Ahi, brevi
Que’ giorni fur!
Gismonda                                 Co’suoi fratelli all’arme
Cresciuta aveala il genitore. I maschi
Feri costumi, la brutal baldanza
Pinger doveansi nel suo volto, e orrenda
Far sua beltà. Vero è, ch’ella una volta
Col suo braccio allo sposo i dì salvasse?
Gabriella.Valor non era, o donna. A lui salvava
La vita, è ver, scagliandosi improvvisa
Su nemico drappel: ma solo impulso
Erale amore. Oh! sposa mai cotanto
Il suo compagno non amò! — Chi maschi,
Feri costumi a Gabriella appose,
Non la conobbe. Timido é il suo volto,
Timido il cor, timidi gli atti; e spesso
L’intesi dir: «Benchè educata all’armi,
Debol io son; chè se talor respinto
Breve istante ho il nemico, opra non mia
Era, ma in esso di pietà o stupore.»
Gismonda.Giovin, tu oblii, di Iacopo tessendo
E dell’empia sua figlia a me la lode,
Che in terra sei non di felloni. Infamia
Tutti li copra. Vanne.
Gabriella.                                           Il Conte io....
Gismonda.                                                                       Vanne.
Già d’Ariberto il fato ei sa, tel dissi.


SCENA III.



GABRIELLA.



Me sventurata! m’ingannai. Mestizia
È nel suo viso, ma inumana. All’odio
La crebber tante stragi, ahi, di sua patria
E de’congiunti. E tu, mio padre, il pio,
L’intemerato fra’guerrieri, un mostro
Sei di Gismonda a’guardi! Oh la infelice

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Grondar del sangue ti vedea de’suoi!
Compiangerla m’è forza, e te ad un tempo
Cui di tua patria sospingeano l’ire.
Secol funesto di discordie! il dritto
Tutti gridiam; ma di quel dritto in nome,
Contra la parte avversa ingiusti tutti,
Inesorati siam. — Misero sposo!
Così a te dunque riederò? — Già presso
È a sconfortarsi ed a fuggir. Ma dove
Ricovrerem? La città nostra, i cari,
Tutto perdemmo. Oh, duro a chi felici
Tempi conobbe è l’infortunio! Il cielo
Forza ne dia.


SCENA IV.


IL CONTE ESCE DAL CASTELLO. GABRIELLA LO VEDE.


Il Conte.                              Pungente cura! Indarno
Allontanarla cerco.
Gabriella.                                         Ei forse.... 3 — Il Conte
Di Mendrisio....
Il Conte.                               Son io.
Gabriella.                                             Messagger vengo
D’un infelice che moriva.... il padre
Benedicendo.
Il Conte.                             Chi? Parla.
Gabriella.                                                      Guerriero
Fui d’Ariberto figlio tuo.
Il Conte.                                                     Morendo....
Morendo dunque ricordommi? il padre
Benedicea?
Gabriella.                     «Del padre mio, sclamava,
Afflitta ho la vecchiaia; eppure inique
Le mire mie non erano; a me sacra
Parve l’insegna che seguii.»
Il Conte.                                                        L’insegna
De’ traditori!

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Gabriella.               Oh, non voler, Signore,
Dimenticar che a molti egregi, quella
Dell’onor parve. E tal fulgea alle ciglia
Del generoso figliuol tuo.
Il Conte.                                        L’insegna
Che sventolar facean tai che nemici
Non del monarca erano sol, ma i miei
Più esecrati nemici! e parentela
Col maggior d’essi indi contrarre! Obbrobrio!
Indelebile obbrobrio!
Gabriella.                       Ei dicea: «Inique
Le mire mio non erano, eppur duolmi
Che per me tanto dolorasse il padre,
Ch’io sempre amai.»
Il Conte.                       No, non m’amò! Qual padre
Tenero fu de’figli suoi com’io?
E perché primo a me nascea Ariberto,
Il diletto era del mio cor. L’ingrato
Tutte obliò le soavissim’ore
In che appo me con tanto amor lo crebbi;
Plausi obliò, consigli, e preghi, e pianto —
Il pianto di suo padre! — E quand’io mite,
Pria di scagliar rimproveri e minacce,
Gli dicea stolta di Milan l’impresa
Che a libertà chiamava Italia, Italia
Si discorde e corrotta, ei con superbo
Riso movea le labbra e non parlava;
Ovver del padre a vil tenea, di tutti
Gli avi la sapïenza; e l’arrogante
Pensier nasconder non curava.
Gabriella.                                        Io spesso
L’intesi dir «Parole aspre dal labbro
Con si buon padre mi sfuggian: gli reca
Il mio rimorso.»
Il Conte.                       Gli perdoni il cielo.
Grave fu il suo fallir; ma l’accecava
Sincero zelo di virtù e di patria,
E de’ribelli la splendente audacia

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Pareagli gloria; — e la beltà funesta
Della figlia di Iacopo il sedusse.
Gabriella.All’infelice padre ed al marito
Gabriella sorvive.
Il Conte.                         Oh sciagurata!
Sorvive? e dove? e i figli?
Gabriella.                                                       I due primieri,
Appena nati, al seno suo languiro
Come fiori che il turbine ha percossi.
Ed Ariberto al morir lor piangendo
Nella polve prostravasi, e sclamava:
«Il padre offesi, indi a me il ciel le gioje
Di padre invola!» — Nacque il terzo, e a lui
Imposto volle il nome tuo. «Quel nome,
Disse Ariberto, è in ciel possente, il figlio
Proteggerà.» — Rise al fanciullo infatti
Vigorosa salute. A lui la madre....
Il pan.... mendica.
Il conte.                                   D’Ariberto al figlio
La madre il pan mendica? Oh insana! certo
Dal suo feroce genitor tant’odio
Eredò contro a me, che al tetto mio
Cercar ricovro sdegna.
Gabriella.                                             Oh! Gabriella
No, non t’odia, signor. L’odio tuo forse
E le ripulse teme.
Il Conte.                                     A’ di felici
Se presentata a me si fosse, oltraggi,
Nol nego, oltraggi avuto avria. Ma quando
Vedova, orfana, misera, punita
Si orrendamente ell’è, quando al figliuolo
Di mio figlio ella resta unico aiuto,
Se aiuto in me non trova,... oltraggi teme?
Ripulse? Oh nata alla superbia, al vile
Calunnïante sospettar, che in petto
Nutre l’intera de ribelli schiatta
Contro ai fidi all’imper, contro a’seguaci
Del vero onor! Barbari siamo; estinto

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Ogni gentil moto del core è in noi!
Vanne a lei. Dille che l’aspetto, dille
Che del suo genitor gli avvelenati
Detti che denigravanmi eran falsi;
Dille che, se Ariberto in me severo
Ebbe condannatore, i suoi delitti,
L’irreverenza, la rivolta, il turpe
Affratellarsi con nemici eterni
Della mia casa io condannai; giustizia,
Onor dettava la condanna; — e il core
Grondava sangue; e a tutti ascose in copia
Nella secreta mia stanza io spargeva
Amarissime lagrime, e pregava
Per quel figlio perverso, e per la donna
Che, il voler mio spregiando, ei nuora diemmi,
E pei lor frutti sciagurati. — E s’ella....
Odi.... abbattuti assai dall’infortunio
Gli spirti avesse, mie parole irate
Contro suo padre tacile; anzi.... a lei
Di, ch’appo il conte di Mendrisio il nome
Già esecrato di Iacopo, non mai
Ella udrà mentovarsi, nè le stragi
Che la sua dalla mia casa han diviso,
Nè dell’estinto sposo suo le colpe.
Dille.... Che fai? Perché prorompi in questi
Singhiozzi?
Gabriella.                         Io sono Gabriella!
Il Conte.                                                                 Oh cielo!
Prestigio è questo? Chi sei tu?
Gabriella.                                                                 La moglie
Del tuo Ariberto.
Il Conte.                                   E sarà ver? Deh, sorgi!
Dunque — oh destin! — del mio nemico io stringo
Al sen la figlia?.... Ah, senza odio la stringo!
Ma ancor sei madre, pur dicevi: il tristo
Orfanello dov’è?
Gabriella.                                   Là in quel tugurio
Seco lo trasse.... uom che a’tuoi piè gettarsi

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Non ardia....
Il Conte.                         Chi?
Gabriella.                                   Signor.... qui mendicando
Un altro mosse.... Vedova io non sono.
Vive Ariberto!
Il Conte.                              Vive!
Gabriella.                                        Eccolo.


SCENA V.


ARIBERTO COL FIGLIO E DETTI.


Ariberto.                                                            O padre!
Ribenedici il figlio tuo!
Il Conte.                                             Qual voce?
Chi stringe mie ginocchia? Esso! mio figlio!
Il traviato! il misero! Oh, v’attesto,
Del ciel potenze tutte: ho perdonato!
Ho perdonato al figlio mio! — Qui, vieni,
Qui fra le braccia di tuo padre, e teco
La moglie, il pargol tuo. Vi benedico.
Un sogno fu mio lungo sdegno: un sogno
L’imprecar mio. Quest’ora è la felice
Ora che insiem ci ridestiamo; insieme
Per non più separarci.
Ariberto.                                             Oh amato padre!
E oltraggiarti io potea?
Il Conte.                                             Sei tu Gismonda?
Vieni. Ariberto vive: eccolo, e questa
È Gabriella.


SCENA VI.


GISMONDA E DETTI. INDI PARECCHI SERVI.


Gismonda.                         Oh vista! Egli.... è il mentito
Scudier....
Il Conte.                    Deh, generosa agl’infelici
Apri tu pur l’anima tua: un fratello
Racquisti, una sorella.

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Gismonda.                                             Indietro. Io m’ebbi
Altri fratelli! Il sangue loro, il sangue
De’ genitori miei forse a’miei sguardi
Di Milano le spade, ahi, non versaro?
Ed avean duce il padre tuo, seguace
Il traditor tuo sposo, o sciagurata!
Gabriella.Deh....
Gismonda.               Quel sangue a me vieta i vostri amplessi:
Empi sarian, sacrileghi. No, a tanta
Ignominia non nacqui!
Il Conte.                                             O amato figlio,
Crudeli oltraggi ella patia; ma il tempo
La placherà. — 4 Avanzatevi, o fedeli.
Col signor vostro giubilate: questo
È il figlio per si lunghi anni smarrito,
Quel che tutti piangeste, il benedetto
Primogenito mio! Cessin le angosce,
Le meste ricordanze. — Arrigo, ascendi
Il più veloce mio destrier: raggiungi
Per la via di Milan l’altro mio figlio.
Digli che festa, grande festa splende
Nel paterno castel; che ritornato
È il fratel suo!
Ariberto.                              L’anima mia commossa
Da tanto amor, voce non ha che esprima
La piena di sue gioie. Ah, il ciel mi doni
In Ermano un fratel che t’assomigli!5
Gismonda.Dunque a costei mi posponevi, o indegno?
E il furor mio non curi? — Il proverai!

Note

  1. Prende il bambino e parte.
  2. Le damigelle partono.
  3. Gli s’avvicina con tenerezza.
  4. Ai servi.
  5. Vanno al castello.