Guerra dei topi e delle rane/Canto secondo

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Canto secondo

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Omero - Guerra dei topi e delle rane (Antichità)
Traduzione dal greco di Giacomo Leopardi (1826)
Canto secondo
Canto primo Canto terzo
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CANTO II







I


Leccapiatti, ch’allor sedea sul lido,
    Fu spettator de l’infelice evento.
    S’accapricciò, mise in vederlo un grido,
    Corse, ridisse il caso; e in un momento,
    Di corruccio magnanimo e di sdegno
    Tutto quanto avvampò de’ topi il regno.



II


Banditori correan per ogni parte
    Chiamando i sorci a general consiglio.
    Già concorde s’udia grido di Marte
    Pria che di Rodipan l’estinto figlio,
    Ch’in mezzo del pantan giacea supino,
    Cacciasser l’onde a i margini vicino.

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III


Il giorno appresso, tutti di buon’ora
    A casa si adunar di Rodipane.
    Stavano intenti, ad udir presti. Allora
    Rizzossi il vecchio e disse: ahi triste rane,
    Che siete causa a me d’immenso affanno,
    A noi tutti in comun, d’onta e di danno!



IV


Ahi sfortunato me! tre figli miei
    Sul più bello involò morte immatura.
    Per gli artigli del gatto un ne perdei:
    Lo si aggraffò ch’uscia d’una fessura.
    Quel mal ordigno onde crudele e scaltro
    L’uom fa strage di noi, men tolse un altro.



V


Restava il terzo, quel sì prode e vago,
    A me sì caro ed a la moglie mia.
    Questo le rane ad affogar nel lago
    M’han tratto. Amici, orsù: prego: non sia
    Tanta frode impunita: armiamci in fretta:
    Peran tutte, ché giusta è la vendetta.

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VI


Taciuto ch’ebbe il venerando topo,
    Fer plauso i circostanti al suo discorso;
    Armi, gridaro, a l’armi: e pronto a l’uopo
    Venne di Marte il solito soccorso,
    Che le persone a far vie più sicure
    L’esercito fornì de l’armature.



VII


Di cortecce di fava aperte e rotte
    Prestamente si fer gli stivaletti
    (Rósa appunto l’avean quell’altra notte);
    Di canne s’aiutar pe’ corsaletti,
    Di pelle per legarle, e fu d’un gatto
    Che scorticato avean da lungo tratto.



VIII


Gli scudi fur de le novelle schiere
    Unti coperchi di lucerne antiche;
    Gusci di noce furo elmi e visiere;
    Aghi fur lance. Alfin d’aste e loriche
    E d’elmi e di tutt’altro apparecchiata,
    In campo uscì la poderosa armata.

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IX


A l’udir la novella, si riscosse
    Il popol de’ ranocchi. Usciro in terra;
    E mentre consultavano qual fosse
    L’occasion de l’improvvisa guerra,
    Ecco apparir Montapignatte il saggio,
    Figlio del semideo Scavaformaggio.



X


Piantossi infra la calca, e la cagione
    Di sua venuta espose in questi accenti:
    Uditori, l’eccelsa nazione
    De’ topi splendidissimi e potenti
    Nunzio di guerra a le ranocchie invia,
    E le disfida per la bocca mia.



XI


Rubabriciole han visto co i lor occhi
    Giacer sul lago, ove l’ha tratto a morte
    Gonfiagote il re vostro. Or de’ ranocchi
    Quale ha più saldo cor, braccio più forte,
    Armisi e venga a battagliar con noi.
    Disse, si volse e ritornò tra’ suoi.

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XII


Qui ne’ ranocchi un murmure si desta,
    Un garbuglio, un romor. Questo si dole
    Di Gonfiagote e trema per la testa,
    Quello a la sfida acconsentir non vuole.
    Ma de la molestissima novella
    Per consolargli il re così favella:



XIII


Zitto, ranocchie mie, non più romori:
    Io, come tutti voi, sono innocente.
    Non date fede a i topi mentitori:
    So ben che certo sorcio impertinente,
    Navigar presumendo al vostro modo,
    Altro gli riuscì ch’andar nel brodo.



XIV


Né per questo il vid’io quando annegossi,
    Non ch’i’ sia la cagion de la sua morte.
    Ma di color ch’a nocerci son mossi
    Non è la schiatta nostra assai più forte?
    Corriamo a l’armi; e di suo cieco ardire
    Vi so dir che ’l nemico hassi a pentire.

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XV


Udite attentamente il pensier mio.
    Ben armati porremci su la riva
    Là, dove ripidissimo è ’l pendio:
    Aspetteremo i topi; e quando arriva
    Quella marmaglia, la farem da l’alto
    Far giù ne l’acqua allegramente un salto.



XVI


Così, fuor d’ogni rischio, in poca d’ora
    Tutto quanto l’esercito nemico
    Manderem senza sangue a la malora.
    Date orecchio per tanto a quel ch’io dico,
    Fornitevi a la pugna, e fate core,
    Ché non siam per averne altro che onore."



XVII


Rendonsi a questi detti; e con le foglie
    De le malve si fanno gli schinieri;
    Bieta da far corazze ognun raccoglie,
    Cavoli ognun disveste a far brocchieri;
    Di chiocciola ciascun s’arma la testa,
    E a far da mezza picca un giunco appresta.

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XVIII


Già tutta armata, e minacciosa in volto
    Sta la gente in sul lido, e i topi attende;
    Quando al coro de’ numi in cielo accolto
    Giove in questa sentenza a parlar prende:
    Vedete colaggiù quei tanti e tanti
    Guerrieri, anzi Centauri, anzi Giganti?



XIX


Verran presto a le botte. Or chi di voi
    Per li topi sarà? chi per le rane?
    Palla, tu stai da’ topi: e’ son de’ tuoi;
    Chè presso a l’are tue si fan le tane,
    Usano a i sacrifizi esser presenti
    E col naso t’onorano e co’ denti.



XX


Rispose quella: o padre, assai t’inganni:
    Vadan, per conto mio, tutti a Plutone;
    Ché ne’ miei tempii fanno mille danni,
    Si mangian l’orzo, guastan le corone,
    Mi succian l’olio, onde m’è spento il lume;
    Talor anco lordato hanno il mio nume.

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XXI


Ma quel che più mi scotta (e per insino
    Che non me l’han pagata io non la inghiotto)
    È che il vestito bianco, quel più fino,
    Ch’io stessa avea tessuto, me l’han rotto,
    Rotto e guasto così, che mel ritrovo
    Trasformato in un cencio; ed era novo.



XXII


Il peggio è poi che mi sta sempre attorno
    Il sarto pel di più de la mercede:
    Ben sa ch’io non ho soldi; e tutto il giorno
    Mi s’arruota a le coste e me ne chiede.
    La trama, ch’una tal m’avea prestata,
    Non ho renduto ancor né l’ho pagata.



XXIII


Ma non resta perciò ch’anco le rane
    Non abbian vizi e pecche pur assai.
    Una sera di queste settimane
    Pur troppo a le mie spese io lo provai.
    Sudato s’era in campo tra le botte
    Dal far del giorno insino a tarda notte.

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XXIV


Postami per dormire un pocolino,
    Ecco un crocchiare eterno di ranocchi
    M’introna in guisa tal, ch’era il mattino
    Già chiaro quando prima io chiusi gli occhi.
    Or quanto a questa guerra, il mio parere
    È lasciar fare e starcela a vedere.



XXV


Non saria fuor di rischio in quella stretta
    Un nume ancor. Credete a me: la gente
    Quand’è stizzita e calda, non rispetta
    Più noi ch’un becco, un can che sia presente.
    Disse Palla: a gli Dei piacque il consiglio.
    Così piegaro a la gran lite il ciglio.