I Marmi/Parte prima/Ragionamento settimo/Betto Arrighi, Nanni Unghero e Dattero Giudeo

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Betto Arrighi, Nanni Unghero e Dattero Giudeo

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Betto Arrighi, Nanni Unghero e Dattero Giudeo
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Betto Arrighi, Nanni Unghero e Dattero Giudeo.

Betto. Ogni persona si vuol contentare di fabricare: volete voi altro che esser certo ciascuno avere il suo umore in capo, da me infuori che l’ho nell’ossa? Se voi mi volete fare il modello a modo mio, fatelo, quando che no, amici come prima.

Nanni. Vi pare a voi che egli stia bene non aver finestre su la via dinanzi principale, a pena un occhio per vedere chi è? Poi, quella parte di mezzo giorno, dietro, con sí gran finestroni non mi piace; la state v’entrerá troppo sole.

Betto. Le farò serrare, acciò che non v’entri; e ancor, l’invernata, per amor del freddo, vi farò sportegli, invetriate, impannate di fuori; a tutto ci ho riparo.

Nanni. E quando le brigate verranno e dirannovi: — Che fabrica pazza è questa! Oh ve’ qua cosa non usata! oh ve’ lá che foggia! —?

Betto. Come io temo cotesto solletico, io son l’oca: ècci palazzo in Firenze che non vi bastassi l’animo d’apporci?

Nanni. Molti, anzi tutti.

Betto. Né ancor casa che piaccia ad altri che a colui che la fa fare. Se si potesse fare una sperienza, voi rideresti: súbito che una casa è fatta, donarla a uno, che non fosse povero povero, ma di stato mediocre; e che la fosse fatta con tutti i modegli di Filippo di ser Brunellesco, con l’architettura di Bramante e d’Antonio da San Gallo e vi fosse aggiunto il sapere di Michel Agnolo (che non si può andar piú manzi, chi non va per acqua); voi vedresti che non vi sarebbe stato dentro un mese che fabricherebbe o tanto o quanto, con dire: — Questa finestra non sta ben qui; fammi un uscio qua, e lieva e poni —; se vi dovesse rimutare il truogolo, egli non l’è per tenére a quel modo. Cavane lui, e mettivene un altro: súbito e’ ti fará [p. 136 modifica] anch’egli distribuirvi sei palate di calcina o tramutare un acquaio, rimurare un uscio; e in breve tempo la casa non avrebbe ricevuto molti patroni che la sarebbe un’altra. Sí che pochi si contentano delle fabriche che trovano. Dopo me, gettinla per terra, che me ne curo poco; pur che io mi contenti vivendo, basta.

Nanni. Quelle camerine sí piccole che a pena vi può stare un letto, una tavola e due forzieri, non saranno giá lodate; e poi fare una sala che pare una piazza!

Betto. Le camere son fatte per dormire e non per passeggiare o banchettarvi dentro né per ballarvi; però le son d’avanzo. La sala sta ben cosí, perché vi si riduce tutta la casa a un tratto dentro: le donne si stanno a piedi delle finestre, sí per veder lume a lavorare con l’ago le cose sottili e i ricami, si per potere esser comode a farsi alla finestra; alla tavola in testa si mangia, a quella da lato si gioca; alcuni passeggiano, altri si stanno al fuoco; e cosí v’è luogo per tutti: e, per abbreviarla, io vo’ cosí; io spendo e io mi compiaccio. Se poi voi avete paura del dire: — Egli è modello di Nanni Unghero — lasciate stare. Ancóra quando io feci l’orto e che io fabricai una loggia sí lunga e sí larga e vi feci far solamente quattro picciole stanze, una per dormire, una per cucinare, una per tener le cose e l’altra per 11cavallo e famiglio, voi la biasimavi: poi mi dite, e tutti lo confermano, che non è il piú bel modo di fabricare né piú necessario. Sotto quella loggia vi sta mezzo Firenze a darsi piacere.

Nanni. Non gettate almanco via tanto terreno in fare strade nel giardino sí larghe e sí ben mattonate.

Betto. Voi séte piú ostinato che Dattero Giudeo. Che volete che io vadia a spasso per Fiorenza a dar di ceffo in questo e quello? Fuggir asini, scansar cavalli, anasare e calpestar... presso che io no ’l dissi. Se io ho campo, luogo e danari da farlo, perché non debbo contentarmi? Se le non fossero cosí, pochi ci verrebbono, dove ci si riduce ogni bell’intelletto; e la mia diligenza fa che, la state, non v’è polvere né sole e, l’invernata, netta di fango. [p. 137 modifica]

Nanni. I condotti dell’acque son troppi: che volete voi fare di sí gran polla? La macinerebbe un mulino; basta la mitá a quella fonte e a quell’altre cose, anzi è troppo.

Betto. S’io non do del capo nel muro questa volta, ne vo io bene. Voi staresti bene con quell’abate che scrive il Cortigiano, che mai se gli potette dare ad intendere di quella terra, che egli voleva che si facesse una fossa grande per mettervela dentro. Quanto piú acqua è tanto è piú bella cosa, massimamente che la non offende nulla, anzi serve; e vorrebbe piú tosto essere altretanta che la mitá manco. Vedete se voi siate al segno!

Nanni. Non sará giammai lodata (poi che tutto il restante volete che sia ben fatto) quella montagna alta alta che voi fate fare in mezzo dell’orto; e poi nella cittá! Oh, la fia piú alta che non è la casa due volte, se vi fate lavorare otto di tanti contadini!

Betto. Voi altri vecchi non pescate ne’ nostri fondi; voi siate usi a pigliar cazzuole. La piú bella cosa che sará sul fiorentino fia la mia montagna: prima, la dominerá tutti gli edifici e le strade, onde non sará la piú bella veduta; poi, ne caverò un mondo di utile, perché sará piena di frutti e d’uve, e, in cima, un orto di semplici, che fará stupire il mondo.

Nanni. Non so piú bella semplicitá che far montagne nel mezzo de’ suoi orti!

Betto. Andatevi con Dio; di grazia, non mi tormentate piú. Ma ecco Dattero. Io sto fresco questa volta ad averne due a un tratto alle spalle! Se costui se ne va e questo altro resti, caggio della padella nella bracie. Che c’è, messer Dattero, filosofo appetitoso?

Nanni. Se voi non siate appetitoso, non vaglia.

Betto. Avete voi nulla di nuovo da dirmi?

Dattero. Certi sanesi m’hanno scritto che vorrebbon veder la vostra opera chiamata la Gigantomacchia e mi pregano che io vi supplichi a farla lor vedere.

Betto. I miei libri, per dirvi il vero, son parenti di quegli del Doni, che prima si leggano che sieno scritti e si stampano [p. 138 modifica] inanzi che sien composti. La mia Gigantomacchia non è ancor nata, perché non è il tempo del parto: è ben vero che io son pregno; però la non si può vedere altrimenti.

Dattero. Che modo potrei io fare a dir loro qualche cosa?

Betto. In aere, ne potrete dir loro assai delle cose.

Dattero. Verbi grazia?

Betto. Scrivete come io ho formati certi giganti tanto grandi e tanto stupendi che, quando e’ nascono fuori del corpo della gigantessa, e’ son grandi per mille volte, anco due, e forse tremila, come la nostra cupola.

Dattero. Ah, ah, che bestial cose dite voi!

Betto. Dico delle pazzie che son tante pazze che le son piú belle che la pazzia; perché le son tanto maggior della pazzia quanto la pazzia è maggiore un milion di volte che la mia saviezza.

Dattero. E poi?

Betto. Crescono e combattono: chi piglia la luna per iscudo, chi il sole; altri si scagliano Etena e Mongibello nel capo l’un l’altro; chi sorbisce il mare in una boccata e lo sputa nel viso al suo nimico, con tutti i pesci, le balene, le navi e gli uomini che dentro vi sono; l’altro riparerá quella sorsata d’acqua con una mano e ripiglierá quei navili e quei pescioni sterminati e gne ne ritrarrá nella faccia; vi son poi de’ piú piccoli che pigliano con mano un esercito, con cavagli e artellerie, forse di cento mila persone, e tutto mettano nella lor celata e la traggono in alto che la sta sei mesi inanzi che la torni a basso, in modo che vi son poi dentro solamente l’ossa e l’arme.

Dattero. Che mangian questi giganti?

Betto. Come? quel che mangiano eglino? Hanno un mondo da loro, il quale è fuori del nostro, ed è proporzionato a loro, come questo a noi: e’ mangiano delle cose come noi altri, ma son tanto maggiori; come sarebbe a dire che ’l granel del grano fosse come questa cittá e tutto il dominio, un cappone grande come tutta Italia; un porco poi, a comparazione, sarebbe piú che la Magna; un bue, ditelo voi: cosí ciascuno di loro ne mangia poi mezza libra a pasto o una libbra, proprio come faccián noi. [p. 139 modifica]

Dattero. Gli anici confetti debbono esser come palloni da carnesciale.

Betto. Che carnesciale e che palloni! Quegli de’ gran giganti son grossi come tutto Firenze.

Dattero. Oh che buone pere moscatelle!

Betto. Io dico le quaglie, le pernici e i fagiani: oh che stidionate grande!

Dattero. Non si debbe trovare sí grande stidioni.

Betto. Ben be’, io dico che egli v’è ogni cosa a proporzione, insino agli aghi da cucire.

Dattero. I moscioni debbono esser come balene; oh che gran bestie debbono esser gli elefanti!

Betto. Pensatevelo voi, che fanno i castelli sopra di tavole! Vi stanno dentro poi due giganti, a trarsi di balestra l’uno all’altro.

Dattero. Dove, domin, cavate voi sí pazze invenzioni e come potete voi imaginarvele?

Betto. Peggio è crederle. Io sto talvolta in una certa materia fissa, che è spezie d’umor malinconico, e formo mondi, e sí grandi, e sí gran cose che io ho paura di loro e mi son tastato il capo dieci volte s’egli era intero o se pure egli era crepato per mezzo.

Dattero. Quei sanesi diranno ben che queste cose sien di quelle col manico.

Betto. Le piaceranno forse loro. Pensate, se voi gli vedessi poi fabricare un campanile dove ve ne sta sopra, dentro e su per i ballatoi le centinaia! Le son torri, quelle che io fo, che non capirebbono per larghezza in questo mondo né per altezza; le passano i cieli, e pesan tanto che le sfondano questo nostro emispero.

Dattero. Debbono aver lunghe miglia, che un di noi non le caminerebbe in un anno.

Betto. Se voi vivessi quanto mille uomini e corressi la posta, non andreste un terzo di miglio. Non dite altro, se non che le son sí gran cose le non si possano né dire né scrivere. E qui messer Giovanni Unghero borbotta poi d’una loggia grande, d’una montagniuola, d’una saletta e d’un viottolo! [p. 140 modifica]

Nanni. Credetti bene che voi avessi de’ grilli, ma non tanti.

Betto. Un di quei dí quel paese, che voi avessi nel capo la coda pure, che coda? una punta di zampa, basterebbe; ma il capo non sarebbe assai, bisognerebbe che fosse almeno almeno per centomila volte, ancor dugento mila, quanto la palla della cupola. Si che, fatemi questo modello; ché, a petto alle pazzie che io mi sono imaginato, egli fia minor che un vespaio, tutta la mia fabrica, a comparazione di tutto il mondo.

Nanni. Io posso farlo sicuramente; ché se cotesto libro si leggerá, fará la scusa lui per me.

Betto. Le son pur cose da ridersi del fatto vostro. Ditemi: non è egli una gran differenza fra gli animali senza ragione circa alla grandezza?

Nanni. Messer sí, perché il camello è grande e una pulce è piccola.

Betto. Un elefante è grande grande e un pidicello è piccolo piccolo.

Nanni. Che volete voi inferir per questo?

Betto. Non hanno detto i filosofi, che sono stati uomini che sapevano piú di noi, che son piú mondi?

Nanni. Dove volete voi riuscire?

Betto. Ecco dove io la tiro: potrebbe essere un altro mondo tanto grande che fra gli animali razionali la nostra grandezza fosse come è un moscione e gli altri uomini razionali fossero come giraffe; talmente che la mia imaginazione non è però cosí disorbitante come vi pare.

Nanni. S’io sapessi logica, vi risponderei; ma e’ mi pare che voi non l’abbiate presa per il verso a far sí gran giganti.

Betto. E coloro che hanno scritto de’ pigmei, che son uomini piccoli piccoli che trecento stanno in un guscio di noce? Eh, messer Nanni, l’uomo ha troppo pazzo cervello! Se voi sapeste le pazze cose che faceva Fallari, voi vi segnereste. Non fu egli una donna chiamata Lamia, ne’ tempi antichi, che guastava le donne pregne per mangiare il parto? E quegli uomini salvatichi presso al Mar Maggiore, che parte di loro mangiano le carne crude, parte si devorano l’un l’altro e parte si vendano [p. 141 modifica] i figliuoli scambievolmente per fare pasto ne’ lor conviti e onorar la tavola con quei figli cotti?

Dattero. Io vi lascerò, e per piú agio verrò a vedervi.

Betto. Tornate, perché s’è posto ordine di ragionare ogni sera a questi Marmi di diverse materie, e spero che vi piaceranno.

Nanni. Ancóra io mi ridurrò a casa, ché io sono sazio d’udir tante pazzie.

Betto. Come vi piace: andate, buona notte.