I Nibelunghi (1889)/Avventura Ventottesima

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Anonimo - I Nibelunghi (XIII secolo)
Traduzione dall'alto tedesco medio di Italo Pizzi (1889)
Avventura Ventottesima
Avventura Ventisettesima Avventura Ventinovesima

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Avventura Ventottesima

In che modo i Burgundi giunsero al castello di Etzel


     Come i Burgundi in quella terra entraro,
Hildebrando, l’antico di Verona,
N’ebbe novella, e ciò ridisse ancora
Al suo prence e signor.1 Grave dolore
5Gli era cotesto, e sì ’l pregava intanto
Di bene accôrre i prodi cavalieri
E valorosi. E Wolfharto l’ardito
Addur fece i destrieri, e con Dietrico
Molti guerrieri assai, forti e animosi,
10Cavalcando scendeano alla campagna

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Là ’ve accôrli ei dovea. Legate aveano
Su’ lor destrieri tende ricche assai.2
     Come da lungi assai sì gli scoverse
Hàgene di Tronèga, a’ suoi signori
15Cortesemente ei disse: Or dagli arcioni
Calar v’è d'uopo, o cavalieri arditi;
Ite incontro a cotesti che qui vônno
A voi far le accoglienze. E qua ne viene
Compagnia che m’è nota, e son guerrieri
20Degli Amelunghi della terra, assai
Valorosi, e lor duca n’è colui
Ch’è da Verona. Ei son d’anima fiera,
Nè, s’ei vônno prestarvi alcun servigio,
Bello è per voi far cenno di disdegno.
     25Scesero allora (e buon dritto era questo)
Da’ lor cavalli molti cavalieri,
Appo Dietrico, e paggi assai. Venièno
Là dagli ospiti lor, dove gli eroi
Erano intanto, e fecero saluto
30A quelli di Borgogna assai cortese.

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     Poi che prence Dietrico a sè di contro
Vedea quelli avanzar, qui udir v’è d’uopo
Volentieri che disse ai figli d’Ute
Il cavaliere. E lor vïaggio a lui
35Era cagion d’affanno. Egli credea
Che ciò sapesse Rüedegero e a quelli
Detto l’avesse ancor. Voi benvenuti,
Disse, voi prenci, e Gunthero e Gislhero,
Ed Hàgene e Gernòt, Volkero insieme
40E Dancwarto l’ardito. E non è forse
Cotesto noto a voi? Piange Kriemhilde,
Assai piange l’eroe che de la terra
Era dei Nibelunghi. — E rispondea
Hàgene allora: Lungamente piangere
45Ella dovrà. Colpito a morte ei giace
Da molt’anni, e però degli Unni il sire
Amare ella dovrìa. Non fia che torni
Più mai Sifrido, chè sepolto ei giace
Da lungo tempo. — E principe Dietrico,
50Quei da Verona, così disse: Quelle
Piaghe lasciamo di Sifrido. Intanto
Che vive ancor donna Kriemhilde, assai

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Mali ponno avvenir. Deh! tu, sostegno
Pe’ Nibelunghi, ben da ciò ti guarda!
     55Quale a guardarmi avrei cagione? disse
Il nobile monarca. Ètzel mandava
Suoi messi a noi (di là da ciò qual cosa
Io chiedere dovea?) perchè dovessimo
A lui venirne cavalcando in questa
60Sua terra. Ancora la sorella mia,
Kriemhilde, ci mandava assai messaggi.
     Hàgene disse: Ben poss’io di tanto
Darvi consiglio, perchè voi preghiate
Prence Dietrico e i buoni suoi guerrieri
65Di meglio dirvi di cotesto, ond’ei
L’animo di Kriemhilde apertamente
Vi facciano saper. — Così ne andavano
In disparte tra loro a far parole
I tre monarchi di gran possa ornati,
70E Gunthero e Gernòt, anche Dietrico.
     Che di più vi dirò? disse quel duce
Di Verona. A far lai, a far lamenti
Con alma dolorosa, ogni mattina,
Odo d’Ètzel la donna, al Dio possente

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75Volta del ciel, per la persona bolla
Del suo forte Sifrido. — Or, ciò che udimmo,
Inevitabil cosa è veramente,
Disse Volkero suonator di giga,
L’uomo accorto e sagace. Andarne in corte
80Omai ci è d’uopo e sì veder qual cosa
Toccar ci può, gagliardi cavalieri,
Qui, presso agli Unni. — E cavalcando i prodi
Burgundi ne venivano alla corte:
Venìan pomposamente e di lor terra
85Conforme al rito, e presso gli Unni assai
Avean molti gagliardi meraviglia
D’Hàgene di Tronèga, e di qual guisa
N’era l’aspetto. E perchè si dicea
(E cotesto era assai) che il valoroso
90Fra gli altri eroi, di Niderland il prence,
Sifrido, ei morto avea, l’uom di Kriemhilde,
Così gran dimandar si fece in corte
Per Hàgene. E l’eroe (vero gli è questo)
Era d’alta persona e d’ampio petto,
95E di grigio color le chiome sue
Eran mischiate. Lunghe le sue gambe

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E tremendo il guardar, ma di signore
Avea l’incesso. D’alloggiar si disse
De’ Burgundi i guerrieri, e in separato
100Loco fûr poste di Gunthèr le genti,
Chè la regina indisse questo. Grande
Ella un odio portava a re Gunthero,
E però que’ famigli al separato
Loco, ne’ giorni che seguìan, fûr morti.
     105Connestabil Dancwarto era, fratello
D’Hàgene, allora, e que’ famigli suoi
Gli accomandò con molta cura il sire,
Perchè pensiero egli ne avesse e molto
Di provviste donasse. In tutte cose
110Di Borgogna quel forte3 la sua buona
Voglia recar solea. Con sue compagne
Discese allor là ’ve con falso core
I Nibelunghi accogliere dovea,
Donna Kriemhilde. Ella baciò Gislhero
115E per la destra anche il prendea. Cotesto
Hàgene vide di Tronèga, e l’elmo

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Più fortemente strinse. Or, dopo questi
Saluti che si fean, guardarsi attorno
Dènno i gagliardi più avveduti, disse
120Hàgene allora. Per diversa foggia
Salutansi monarchi e lor famigli,
Nè buon vïaggio femmo noi davvero
A questa festa! — E la regina disse:
     Il benvenuto siate voi per tale
125Che volentier vi vede. In questa vostra
Amicizia, non io vo’ salutarvi.
Ma dite voi che mi portaste mai
Da Worms di là dal Reno, onde sia d’uopo
Che molto per me siate il benvenuto.
     130S’io cotesto sapeva, Hàgene disse,
Che lor doni dovean portarvi i prodi,
Io sì di tanto sarei ricco, e questo
Meglio pensato avrei perch’io miei doni
Recati avessi in questa terra ancora.
     135Ora più assai di ciò fatemi voi
Intendere, dicea. Che féste voi
De’ Nibelunghi del tesoro? Mio
Era il tesoro, e ciò v’è noto assai.

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Questo sì v’era d’uopo in questa terra
140D’Ètzel recarmi. — Veramente, o mia
Donna Kriemhilde, sono molti i giorni
Ch’io del tesor de’ Nibelunghi alcuno
Pensiero non mi do. Mi fean precetto
Questi signori miei sì d’affondarlo
145Nel Reno, e là si rimarrà il tesoro
Fino all’estremo di veracemente.
     Cotesto anche pensai, disse la regia
Donna; e poco davver qui mi recaste
In questa terra, ben che mio possesso
150Quello si fosse ed io n’avessi cura
Intanto sempre. Molti giorni, in tutto
Questo tempo, n’ebb’io dolenti e foschi.
     Ed io vi porto il diavolo! rispose
Hàgene allora. In su la targa mia
155E sull’usbergo molte cose assai
Degg’io portar. Lucente è il casco mio,
Fra le mie mani sta la spada, e questa
Non abbandono mai. — A tutti, allora,
I cavalieri la regina disse:
     160Niuno in la sala porti l’armi sue.

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Voi, prodi, a me sì le darete, ed io
Custodir le farò. — Ciò veramente
Giammai non si farà! Nè tanto onore,
Donna cara agli eroi, bramo o desìo
165Che il mio pavese voi rechiate, e l’altre
Armi di me, dentro a le stanze vostre,
Chè voi siete regina, e mai cotesto
Non m’insegnava il padre mio. Valletto
Io medesmo esser bramo. — Oh! dolor mio!
170Disse Kriemhilde. E perchè mai deporre
Lor pavesi non vônno il fratel mio,
Hàgen con esso? E prevenuti ei sono,
E s’io sapessi chi cotesto fece,
Io la sua morte n’ordirei pur sempre!
     175Prence Dietrico allor dicea con sdegno:
Io son colui che i nobili e possenti
Prenci ammoniva, ed Hàgen valoroso,
L’uom de’ Burgundi; nè di ciò farai,
Donna infernal, ch’io mi porti la pena.
     180D’Ètzel assai si vergognò la donna,
Ch’ella Dietrico temea forte. Andava
Di là rapidamente e nulla disse,

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E volse intinto a que’ nemici suoi
Uno sguardo tremendo. Or, per la mano
185Ambo prendeansi i cavalieri, ed uno
Era Dietrico, Hàgene l’altro, e quello,
Assai gentile cavalier, dicea
Cortesemente: Ed è per me gran doglia
Vostro venir fra gli Unni, or che in tal guisa
190La regina parlò. — Così rispose
Hàgene di Tronèga: Ora a cotesto
Si penserà. — Così fra loro i due
Cavalieri gagliardi ivan parlando,
Ed Ètzel re vide cotesto. Allora
195A dimandarne incominciò. Cotesto,
Disse il potente re, ben volentieri
Saper vorrei chi è mai quel cavaliero
Che là prence Dietrico in tanti segni
D’amicizia accogliea. Superbo assai
200Animo ei reca, e buon guerriero ancora
Egli esser dee, chiunque il padre sia.
     Un uomo allora di Kriemhilde al prence
Così rispose: Ei di Tronèga è oriundo,
E s’appella Aldrïano il padre suo.

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205Ben che gentile ei si comporti, truce
Uomo è d’assai. Farò vedervi io tosto
Ch’io non mentii per nulla. — Oh!
                                                     come dunque
Conoscere io potrei ch’egli è si truce?
     210Ètzel non anche l’arti conoscea
Malvagie e triste, quali a’ suoi congiunti
La regina apprestò, sì che nessuno
D’appo gli Unni, che in vita anche si fosse,
A dietro non mandò.4 — Già conosciuto
215Ebbi un giorno Aldrïano. Egli era un uomo
Soggetto a me, che lode e onore assai
Appo me s’acquistò. Lui feci ancora
Cavaliero e gli diei dell’oro mio;
Hèlche fedele dall’intimo core
220Gli era benigna assai. Però le cose
D’Hàgen tutte conosco. Erano miei
Ostaggi qui due nobili garzoni,

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Egli e Walthèr di Spagna. E son cresciuti
Uomini qui con meco. Hàgene indietro
225Rinvïai, ma Walthèr con Hildegundo
Fuggiva. — Ètzel pensò le cose tutte
Lontane che avvenìan prima d’assai.
Ma di Tronèga quell’amico suo
Quale or riconoscca veracemente,
230Ei sì, che in gioventù molti e possenti
Servigi gli prestò, molti diletti
Amici suoi gli fe’ in vecchiezza morti.




Note

  1. Dietrico o Teodorico.
  2. Per stenderle poi sul campo.
  3. Dancwarto.
  4. Cioè la regina Kriemhilde non lasciò che nessuno dei Borgognoni ritornasse vivo dalla terra degli Unni.