I monumenti e le opere d'arte della città di Benevento/Dell'arco trionfale a Traiano/Considerazioni sulla scultura e sui bassorilievi in genere, e su questi dell'arco di Benevento in ispecie

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
8. Considerazioni sulla scultura e sui bassorilievi in genere, e su questi dell’arco di Benevento in ispecie

../Parte scultoria del monumento ../Esame particolare delle sculture dell'arco di Benevento, facciata interna IncludiIntestazione 6 luglio 2014 75% Scultura

8. Considerazioni sulla scultura e sui bassorilievi in genere, e su questi dell’arco di Benevento in ispecie
Dell'arco trionfale a Traiano - Parte scultoria del monumento Dell'arco trionfale a Traiano - Esame particolare delle sculture dell'arco di Benevento, facciata interna
[p. 53 modifica]

8.° considerazioni sulla scultura e sui bassorilievi in genere,
e su questi dell’arco di benevento in ispecie


Gli intendenti di arte rilevano i caratteri differenziali che distinguono la scultura e i bassorilievi Greci da quelli Romani. Lo scalpello Greco, essi dicono, idealizzò le forme del corpo umano [p. 54 modifica]in un prototipo di perfezione che in natura non ha giammai esistito1. La quale definizione non è accolta da Paolo Trombetta2, perchè, secondo lui, il bello ideale non è che il bello visibile, altrimenti sarebbe qualche cosa di chimerico, di vago, di nebuloso; tanto più che, se la parola idea in greco deriva da eidos, forma, il bello ideale non equivale che al bello delle forme.

Ma puossi a lui osservare, mettendoci di accordo sulle sue stesse parole, che il bello delle forme nel complesso di una sola figura è quanto in natura non si riscontra, e forma l’archetipo dell’arte, se egli stesso osserva che non v’ha parte del corpo umano che raggiunga tutte le più squisite perfezioni.

La figura greca, nel suo insieme, ha qualche cosa di etereo, direi quasi, che conquide e trasporta in una regione, che è fuor della natura, checchè ne dica Trombetta. Senza far giuoco di parole, non saprebbesi più intendere verismo e idealismo, se, a rigore, fuori del vero assoluto non vi fosse bello.

Dice Dupré3: «L’idealismo, a parer mio, non è altro che quella specie di visione che l’artista si crea nella mente con forte amore, quando pensa a un dato soggetto; l’idealismo dunque è l’idea del soggetto e non punto l’idea delle parti o della forma. Ben è vero che anche questa insieme coll’idea sorride al pensiero, ma strano e falso è il credere di poterla ritrarre coll’aiuto della memoria e senza la viva natura davanti. L’idealista, come l’intendo io, cerca nella natura i modelli appropriati alla sua idea, al suo soggetto. Non si contenta di un solo, perchè in uno e neanche in due trova la moltiplicità delle parti, di che è composta la sua idea: da uno piglierà l’insieme e il movimento, e si guarderà bene in questo dal cambiar modello; da un altro piglierà la testa o le mani o altra parte del corpo, di cui possa essere difettoso il modello dell’insieme, ed avrà cura che e per l’età e pel carattere non sieno dissimili dal modello che ha servito all’insieme. Di qua o di là da questo semplice modo, l’idealista cadrà o nel convenzionale [p. 55 modifica]accademico, o nel volgare e difettoso. La correzione fatta al modello colla memoria porta al convenzionale, e la copia esatta di esso, di un solo, trascina al volgare e al difettoso, perchè è umanamente impossibile che un solo modello abbia in sè, oltre l’insieme, tutte quelle perfezioni di parti, che costituiscono il bello, che è il fine dell’arte. Così e non in altro modo è l’idealista; e così sono io ed ho insegnato sempre così».

Da questo brano di sì insigne scultore, più competente a scrivere di arte, perchè alle teorie accoppia la somma pratica della plastica e dello scalpello, ben si rileva che io non mi sia apposto al vero nel confutare Trombetta, sebbene il linguaggio del Dupré non sia neppur sempre esatto. Però dal contesto traspare tutto intero il mio concetto, che il bello non lo si trovi in un solo soggetto, ma in molti, un po’ per parte, e che da questa fusione nasca l’opera d’arte, la quale, generata dalla fantasia dell’artista per mezzo di tal industre lavorìo, non puossi dire che risponda ad un tipo che esista in natura tale e quale, o presso a poco. Chi più si attiene a questi precetti è più idealista, chi più scende a ritrarre il nudo vero da minor numero o da un sol soggetto è più verista.

L’artista greco, che seguì in alto grado le massime che insegna il Dupré, riuscì idealista più che altri mai. Zeusi, il celebrato pittore di Eraclea, volendo dipingere una Elena bellissima, scelse cinque fra le più belle donzelle di Cotrone, togliendo da ciascuna quella parte che gli sembrava adatta al suo fine4.

Winkelmann5, sommo negli studii e nella critica dell’arte antica, è dello stesso mio parere, contrario a quello di Trombetta. Egli dice: «Di ciò persuasi (cioè che nessun essere umano contenga tutte le membra squisitamente perfette), i più saggi artisti (antichi)… il bello su varii oggetti ricercando, studiavansi di combinarlo insieme. … Dalla scelta delle più belle parti» e dalla loro armonica unione in una figura nasce il bello ideale: nè è già questa una idea metafisica, poichè ideali non sono [p. 56 modifica]tutte le parti dell’umana figura, separatamente prese; ma solo deve ideale chiamarsi la figura intera.» Questo significa saper mettere le cose a posto. Ecco con quanta chiarezza di concetto e di forma si è espresso il Winkelmann, alla cui autorità non saprebbesi, nè potrebbesi altra contrapporre.

Se non che, a ribadire ancora il mio concetto, voglio far ricorso all’autorità di un altro sommo scrittore ed artista, a quella di Mengs. Ei dice: «Essendo però l’ideale la più sublime parte di tutta l’arte, gli antichi Greci sono stati più grandi di tutti; poichè la scelta del loro gusto comprendeva tutte le perfezioni sensibili6.» E, in altro posto7, precedentemente già aveva detto che «La bellezza consiste nella perfezione della materia. Siccome l’anima dell’uomo è causa del suo essere, così la bellezza è come l’anima delle forme.… questa bellezza ha un potere che rapisce.… trasporta i sensi dell’animo fuori dell’umano.…» «La bellezza perfetta8 potrebbe ben trovarsi nella natura, ma non vi si trova», e ne assegna le cagioni. «Nella bellezza9 l’arte può superare la natura».

Chiedo venia al lettore se sono stato un po’ lungo, ma certe cose bisogna dirle il più completamente che si può, per la migliore intelligenza di certe altre.

L’artista romano, quando non imitò dal Greco10, ma dallo Etrusco, e avvenne per lo più, fu verista, come oggi si direbbe, perchè fra gli Etruschi la consueta usanza di avere le statue di persone abituò all’iconicismo, cioè alla più fedele espressione della figura vera del personaggio rappresentato.

Così pure il bassorilievo Greco si differenzia dal Romano, innanzi tutto perchè nel primo le figure per lo più son disposte in un sol piano, mentre nel Romano qualche volta, oltre che nel terzo, arrivano a scappar via dal marmo o dal bronzo, [p. 57 modifica]trovandosi in un sol quadro il basso, il medio e l’alto rilievo, che vanno poi tutti sotto una sola generica denominazione di bassorilievo, tanto per intendersi e distinguerli dalla statuaria.

Di più il bassorilievo Greco ordinariamente non contiene che la semplice figura e omette la prospettiva11 o lo sfondo del quadro, appunto perchè l’azione si svolge in un sol piano. Il Romano si manifesta, oltre che nelle teste, nel nudo e negli avvolgimenti e getti delle pieghe delle vesti; perchè nel nudo si riscontra una tal quale carnosità che non fa scorgere al vivo, come nella figura Greca, la notomia dei muscoli; e nei getti un partito più ampio di pieghe, che l’artista Greco, per contrario, trattò più minutamente, per dar risalto maggiore alle parti nude.

Ove poi gli artisti Romani manifestarono un’abilità di scalpello, supcriore forse a quella dei Greci, fu nei minuti ornamenti degli elmi, delle corazze, dei cocchi ed altri oggetti.

È a sapersi eziandio che la scultura storica, coltivata segnatamente nel periodo imperiale nel bassorilievo a rappresentare gli episodii più segnalati della vita del personaggio che si voleva onorare, è creazione tutta Romana, sia rispetto alla tecnica che al sentimento12.

Era necessario premettere queste principali nozioni sui caratteri differenziali delle due scuole, per poter meglio intendere l’essenza dei bassorilievi del nostro monumento.

A quale delle due scuole essi appartengono? Evidentemente alla Romana. E ciò è tanto più importante rilevare in quanto Selvatico13 e il Commendator Rosa14 riferiscono che la scultura romana verso il declinare dell’impero di Traiano prese un indirizzo affatto Greco, mentre prima si era manifestato con tendenze spiccate al verismo, come nei famosi bassorilievi della colonna coclide a Traiano in Roma. Ne riparlerò.

Peccato che eglino non abbiano conosciuto da vicino questi dell’Arco di Benevento, della cui bellezza restando ammirati, [p. 58 modifica]Selvatico non avrebbe scritto che, per la brevità del tempo in cui venivano eretti siffatti monumenti, l’opera scultoria riuscisse mediocre, non prestandovisi gli artisti di merito, per non compromettere la loro fama; contradicendosi però con quanto precedentemente avea detto, parlando dei bassorilievi dell’Arco di Tito e della sudetta colonna coclide.

Note

  1. Selvatico, op. cit. pag. 291 e seguenti.
  2. Paolo Trombetta, Donatello, Roma, Loescher, 1887, pag. 121 e seguenti e 128 e seguenti.
  3. Giovanni Dupré, Pensieri sull’Arte e Ricordi Autobiografici, Firenze, Successori Le Monnier, 1886, pag. 440.
  4. Lettere di Adriani a Vasari nelle Vite degli Artisti.
  5. Storia delle Arti del disegno presso gli antichi, di Giov. Winkelmann, tradotta dal Tedesco, Milano MDCCLXXIX, nell’imper. monastero di S. Ambrogio Maggiore, Vol. I. pag. 211.
  6. Opere di Ant. Raffaello Mengs, tom. I. pag. 35, Roma, Stamperia Pagliarimi, MDCCLXXXVII.
  7. Idem, tom. I. pag. 11 capo III.
  8. Idem, idem, pag. 13.
  9. Idem, idem, capo V. pag. 15.
  10. Tralascio la quistione se si debba addirittura intendere dei Greci, propriamente, o dei popoli della Magna Grecia, la cui splendida civiltà tutti sanno.
  11. Trombetta, op. cit. pag. 204.
  12. Melani, Scultura Italiana, Hoepli, Milano, 1885, pag. 58 e seguenti.
  13. Op. cit. vol. I., pag. 301 e seguenti.
  14. Sulle scoperte archeologiche della città e provincia di Roma negli anni 1871–72, Roma 1873.