I moribondi del Palazzo Carignano/VI

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VI.

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Il barone Ricasoli. — Origine di sua famiglia. — Suo ritratto. — Un po’ di biografia. — Sua amministrazione autocratica in Toscana. — Suo carattere. — Ministro. — Indole di questo Ministero. — Risultati.


Torino, 12 giugno 1861 e febbrajo 1862.


Il barone Ricasoli ha preso il posto del conte di Cavour. Io non dico che lo abbia rimpiazzato. Il conte di Cavour apparteneva a quella taglia di uomini che non si rimpiazzano dall’oggi all’indomani. Nondimeno, il barone Ricasoli costituisce un tipo di alto valore. L’uomo politico e l’artista sono attirati a studiare questa figura che, in un momento così solenne, si presenta nel mondo e viene a sostituirsi all’Atlante d’Italia.

L’origine della famiglia Ricasoli rimonta al più lontano medio-evo. Essa era lombarda. Alberto di Guido da Malapresa assunse il nome di Firidolfi al XII secolo. Raniero de’ Firidolfi prese quello di Ricasoli, dal nome di un feudo, di cui fu investito da Federico I di Svevia. La storia di questa famiglia si confonde a quella sì piena di vicende e sì drammatica della repubblica [p. 114 modifica]fiorentina. Ora guelfi, ora ghibellini, questi guerriero, quello legato, quello priore della Repubblica, i Ricasoli rappresentarono sempre le prime parti nel loro paese. Qui è un vescovo che come inviato della Signoria va a Parigi a domandare l’estradizione di Strozzi, e porta all’uopo la fiala per avvelenarlo. Là è il primo Bettino Ricasoli, che è più caratteristico ancora. Io citerò questo aneddoto.

Verso la metà del XIV secolo, questo Bettino era ritornato vincitore dalle guerre di Romagna. Capitano del partito guelfo, si adoperava a fare allontanare dal Governo i ghibellini. Per ottenere la condanna di due membri di questo partito egli aveva parecchie volte, ma inutilmente, rimaneggiato il Consiglio dei Ventiquattro, il quale doveva approvare questo decreto. Lasso di pazienza, il barone Bettino lo convoca un giorno a palazzo, quindi ordina di chiudere le porte, e se ne fa portare le chiavi. Poi giura che alcuno non uscirà di quivi prima che il decreto di bando non fosse sanzionato. Il Consiglio resiste. Bellino presenta ventidue volte lo stesso decreto. Infine affamati, stanchi, nel mezzo della notte, i Ventiquattro cedono e passan la legge.

Il Bettino d’oggi non vi par desso fuso nello stesso stampo del Bettino del XIV secolo?

Per comprendere questo strano tipo bisogna vederlo nel suo vecchio castello di Brolio. Quello è la cornice di questa figura di Holbein. Quel castello non è mica una ruina. Sembra fabbricato d’ieri, talmente è completo, instaurato in tutte [p. 115 modifica]le sue parti, studiato in tutti i suoi dettagli. Si direbbe, a vederlo, essersi in pieno XV secolo, alla vigilia di un assedio o di un assalto. Non una pietra che scaltrisi dai vecchi muri, i fossati: intatti e netti, non un anello irrugginito nelle catene dei ponti levatoi, non un chiodo che manchi ai ponti ed alla saracinesca. La sala d’armi dei suoi antenati è in ordine e le armature ne sono ricche e numerose. Ed il barone attuale, per provare che egli non è degenere, le indossa di tempo in tempo, in convegno di amici, e ne regge il peso senza soccombere. Se degli arcieri non vegliano più sulle torricelle del vecchio castello, dei terribili molossi ne guardano le porte. Poi vi si trova un’eccellente biblioteca e dei magnifici giardini. La domenica, il barone Bettino, come gli eroi di Walterscott, legge la preghiera nella grande sala del castello ai suoi contadini ed ai numerosi suoi domestici, ed il cappellano resta in piedi al suo fianco. Il barone sposò una nobile giovinetta della famiglia dei Bonaccorsi. A capo di nove anni, passati quasi sempre nel recinto del castello, questa graziosa castellana morì, lasciando un’unica figlia. Ed al letto di morte solamente fu dato ai parenti vederla. L’imperio misto di signor feudale e di patriarca, che il Ricasoli esercita sulla sua corte e su i suoi fittaiuoli, non ha più l’aria dei tempi nostri. Entrando a Brolio, si lascia il XIX secolo ai limitari. L’età mediana rivive, col conforto della nostrana, e la poesia di quei dì in cui si adoravano due poteri: la forza e la bellezza. [p. 116 modifica]

Lo spirito è colpito all’aspetto del barone Ricasoli. Si crederebbe risuscitato un ritratto di Alberto Durer o di Giorgione. Grande, magro, ritto, i capelli rossigni, i lineamenti pronunziati ed angolosi, l’occhio velato; sempre bottonato e inguantato; la faccia a punta, come quella del cardinale di Richelieu; la fronte alta, lucida, senza rughe, ampia; i movimenti subiti, bruschi, convulsi; impetuoso e sanguigno, e nondimeno freddo e degno; il passo lento, e nondimeno agitato come quello del tigre; la voce metallica, quantunque leggermente nasale, ma non disarmonica, nè spiacente; camminante dritto, ma dondolantesi; facile all’abordo, ma tenendosi in distanza per un certo non so che, che interdisce la dimestichezza, la confidenza, l’espansione del cuore.... il barone Ricasoli vi attira e respinge nel tempo stesso. Voi provate in faccia a lui un misto di trepidanza, di rispetto, di ammirazione e d’inquietudine. Il barone Ricasoli non ha età. Egli è un gentiluomo compito e di rara probità.

Fino al 1847, quando la vita italiana si risvegliò, il barone Bettino viaggiò, sovraneggiò nelle sue torri e nelle sue terre, ove si addisse all’agricoltura e scrisse talune memorie speciali. Egli fece dell’agricoltura — sola cosa che resta oggimai all’aristocrazia, la quale non possa più servire il suo paese con le armi, e disdegni servire le corti. — Fece dell’agricoltura per il progresso, per la scienza, per ammigliorare le sorti dei suoi vassalli. Il barone Ricasoli ottenne, per i suoi eccellenti vini di Chianti, una medaglia all’Esposizione di Parigi e [p. 117 modifica]la croce della Legione d’onore. Nel 1847 egli osò scrivere un Factum, ove espose al Granduca la difficile situazione della Toscana, e domandò delle istituzioni monarchiche secondo le convenienze dei tempi. Leopoldo II non se ne tenne mica per offeso, perocchè il diapason di quell’anno era molto più elevato che le istituzioni monarchiche. Vennero le difficoltà tra il duca di Modena, l’Austria e la Toscana, a proposito della cessione del Ducato di Luca. Leopoldo II, avendo scelto come arbitro Carlo Alberto, gli mandò il barone Ricasoli, il quale compiè la sua missione con successo. In questo frattempo la rivoluzione scoppiò.

Ricasoli fondò allora un giornale intitolato la Patria, con Salvaglieli e Lambruschini, in cui si addotto il programma: fuori i barbari. Il più spinto di tutti era il barone Ricasoli. Egli spiegò il suo programma unitario di una monarchia nazionale e dell’Italia affrancata dal papa e dall’Austria. Lo si trattò di utopista. Nondimeno egli non volle unirsi a Montanelli ed a Guerrazzi. Dette la sua demissione di gonfaloniere di Firenze, e declinò qualunque partecipazione al governo democratico. Ma fece parte della commissione governativa, la quale si formò poco dopo per richiamare il Granduca.

Ricasoli richiamava il principe: il principe tornò con gli Austriaci. Il fiero barone rimanda allora al Granduca la sua decorazione e va a seppellirsi nel suo castello di Brolio. Poi, come Leopoldo II sotto il pretesto di prosciugar le Maremme prosciugava le tasche dei suoi sudditi, il [p. 118 modifica]castellano di Brolio, volendo dargli una lezione, compra un distacco di questi stagni, si reca in Inghilterra, ove incetta delle macchine possenti, torna in Italia, si conduce sul sito con i suoi contadini, brava le spese e la febbre, e quei terreni sono fertilizzati.

Gli avvenimenti del 1859 arrivano.

Il partito dei moderati aveva redatto un libercolo, che era una dichiarazione di guerra alla casa di Lorena — l’Austria e la Toscana — ma non osava pubblicarlo. Si voleva, tutto al più, avventurare, un indirizzo e domandare delle riforme. Ricasoli respinge con disdegno questo mezzo termine. Aggiunge il suo nome a quello degli autori, ed il manifesto viene a luce. Il Granduca, sfidato, accetta il cartello e sollecita l’ajuto del suo esercito in frattanto che arrivassero i Tedeschi. L’esercito toscano fraternizza col popolo. Leopoldo II, ricordandosi la storia del 1848, sale in sedia da posta. Il popolo lo lascia partire, schierandosi in due ale, lungo la via, sul suo passaggio, e dicendogli addio, di un’aria beffarda. Il Granduca saluta serio serio, poi, alla frontiera, prendendo fiato e coraggio, risponde del medesimo tuono sardonico: A rivederci!

Il bravo principe! Ah! non è mancato certo da lui se non ha tenuto parola — nè dall’Imperatore dei Francesi — forse!

Il barone Bettino cominciò per essere ministro dell’interno del commissario del re Vittorio, il signor Buoncompagni. Egli conobbe probabilmente tutti i progetti che erano sul tappeto a quell’ [p. 119 modifica]epoca. Fece accoglienze graziose ed oneste al quinto corpo di esercito, che occupò la Toscana, preparandosi di marciare su Mantova. Poi egli si mise a meditare l’articolo della convenzione di Villafranca, ove è detto: «I principi di Parma, di Modena e di Toscana saranno richiamati!» — Non sono io certo colui che li richiamerà giammai, dice il barone Ricasoli, ed i Toscani neppure!

Il signor Buoncompagni deve lasciar la Toscana. Ricasoli vi resta governatore-dittatore. Egli fa il suo testamento, deciso a tutto, e prende la risoluzione di compiere la sua missione: Dite a quei signori, esclama egli una notte, facendo i suoi addii a qualcuno che partiva per Parigi, dite loro che io ho dodici secoli di esistenza, che io sono l’ultimo della mia razza, e che darò fino all’ultima goccia del mio sangue onde mantenere l’integrità del mio programma politico.

Voi non avete certo obliate le missioni officiose di La Ferrière, di Reizet, di Pietri, di Poniatowski. Il conte di Cavour fece accettare a Parigi il programma del barone Ricasoli. E come a Parigi si era dimandato che si fosse guardata salva l'autonomia della Toscana, ed il conte di Cavour vi aveva consentito, Ricasoli protestò. «Io non voglio dì codesta parola» fece egli dire a Cavour dal suo segretario. La parola però passò nella formola officiale pronunciata dal re. Il barone Ricasoli se ne dolse con S. M., la quale lo rinviò al suo ministro. Il conte di Cavour calmò gli allarmi del barone, dicendogli: «Teniamo conto dei fatti e non cavilliamo sulle parole.» [p. 120 modifica]

Ricasoli ritornò in Toscana come governatore generale, mentre che il principe di Carignano vi andava in qualità di luogotenente del re.

L’amministrazione di Ricasoli, durante questi due anni, l’è una lamina di ferro forgiata senza giunture. Nulla lo scuote, nulla l’adombra e lo atterrisce. Il popolo comincia dal trovare che questa guerra, cui il barone Ricasoli fa alla stampa, alla parola, alle persone che non professano le sue opinioni, al voto degli elettori, alla guardia nazionale, che questa guerra è fuori tempo, fuori luogo, fuori di occasione. Ma quando il popolo vede quest’uomo, che non si commove di nulla, che brava tutto e tutti, che lavora dalle sei del mattino fino ad un’ora dopo la mezzanotte, che non tocca un quattrino di onorario, anzi versa del suo nel tesoro, che non ha altre ambizioni che il trionfo di una grande causa, che sacrifica senza muovere palpebra questa nobile Toscana, di cui egli comprende meglio che ogni altro lo splendore tradizionale; quando egli vede quest’uomo corazzato di una fede di acciaio.... la confidenza nasce in tutti i cuori. Ognuno si riposa sull’abilità, sulla magnanimità di questa terribile sentinella, e la si lascia fare. Ed affè di Dio! Ricasoli non si addormì giammai.

Al Guerrazzi, bella gloria di Toscana, ed orgoglio delle lettere italiane, è interdetto di passar la frontiera. A Mazzini, che era sguizzato nell’impero del barone Ricasoli come una biscia, è data la caccia dai carabinieri; ed il formidabile barone gli promette che, se per avventura cadrà nelle [p. 121 modifica]sue mani, egli lo farà rinchiudere nel suo proprio castello di Brolio, ove egli sarà trattato come principe, ma donde non uscirà più che ad Italia fatta e compiuta! E ciò dopo averlo udito, veduto, preso atto delle sue parole ed espressigli i suoi intendimenti. Si permette a Montanelli di venire perchè non lo si teme, ma lo si sorveglia e lo si annulla. In Toscana non vi fu allora che un uomo, una voce, una volontà, un pensiero, uno scopo, una forza — Bettino Ricasoli ed il suo programma!

Il barone Ricasoli non è mica una forza attiva, poichè egli manca d’iniziativa. Egli ha la forza del bronzo: la tenacità, la resistenza. Ricasoli non ha una comprensione larga, estesa; ma egli vede chiaro, sa meglio sintetizzare che analizzare. La sua eloquenza è strozzata ed oscillante: ma il suo pensiero è profondo ed esatto. Egli non è uomo di genio, ma uomo di stato — nel senso, che ha il tatto sicuro, o se vuolsi, l’istinto della situazione, e non bilancia punto in trovare ed applicare i mezzi i più semplici, i più efficaci, i più spicciativi per dominarla. Egli è logico come un colpo di spada: ei taglia.

Quando i diplomatici francesi lo circonvenivano in Palazzo Vecchio e lo assediavano, e lo insidiavano con mille modi, minacce, promesse, suggestioni, speranze, il barone non rispondeva che per queste parole: Vous traitez avec moi, donc vous me reconnaissez: — Du tout! sclamavano quei signori stupiti. — Eh bien, alors, ripigliava il barone, entre vous et moi il n’y a aucun point de contact: laissez-moi la paix! [p. 122 modifica]

Ricasoli non si stanca giammai. Quattro ore di sonno, una fetta di pane al burro ed un bicchier d’acqua, ecco i suoi bisogni. Egli non ha cuore: ma egli ha più di fierezza che Luigi XIV. Ride di raro. È generoso, ma formidabile. I suoi contadini tremano al suo avvicinarsi, e nondimeno egli li ha fatti ricchi e resi felici. Giammai individualità non fu più intera, meglio custodita, più altamente disegnata. La sua parola è sacra. Egli si è convertito tardi all’Italia; ma questa conversione è divenuta una coscienza, con tutta la severità di un principio.

Il barone Ricasoli si è fatto protestante, dicesi, nauseato degli intrighi della corte di Roma. Grave, rigido, probo, disinteressato, egli non teme alcuno, non guarda mai in giù, va dritto al suo scopo, non considera nulla, non perdona giammai. Egli freme ancora che Guerrazzi abbia osato un dì disonorare la dimora dei suoi antenati, con una visita di polizia. Nel 1848 si accusava il barone Ricasoli di nascondere dei cannoni al servizio del Granduca. Ed infatti la polizia trovò dei cannoni dietro i vecchi merli delle sue torricelle, ma erano dei cannoni di legno, dipinti in bronzo, per effetto del paesaggio!

Ricasoli scrive con eleganza fredda e sentenziosa, ha il gusto delle arti. Il suo spirito è colto, ma sdegna farne parata. Sa dominare la sua collera: ma non se ne cura sempre. È ambizioso, ma con grandezza e pazienza. Amministratore poco pratico, ma perseverante, assoluto, conscienzioso. Ha aria calma e severa, la parola corta; è incapace di [p. 123 modifica]transigere, perchè fatalista; sdegna la collera del popolo: è audace, perchè intrepido.... Il barone Ricasoli è un ammirabile strumento di governo nei tempi difficili. Egli può salvare una nazione.

Ora il barone Ricasoli si presenta all’Europa con un programma officiale. «Io continuerò, dice egli, la politica del conte di Cavour.» Ma il barone Ricasoli non è uomo a fondersi in altro stampo che il suo. Egli stesso è tutto un programma. Ricasoli è una negazione.

Egli significa la negazione dell’egemonia piemontese e dell’autonomia delle altre provincie. Egli significa la negazione di qualunque specie di compromesso, che rimpicciolirebbe la grandezza, l’onore, l’integrità della patria. Tutto — senza condizione! Ecco la sua divisa. Egli non è uomo a perdere un sol pollice di terreno, un solo dritto acquistato. Ei resta in piedi, senza rinculare giammai, o spezza le difficoltà. Egli non mercanteggerà alcuna alleanza; ma solleciterà l’armamento, onde mettere l’Italia a portata di farsi ascoltare e di farsi rispettare. Il barone Ricasoli non è guanto gittato all’Europa: ma un terrapieno innalzato contro qualunque specie di pressione straniera, contro qualunque specie di violenza interna. Il barone Ricasoli è la più eclatante attestazione dell’unità italiana.

Otto mesi di governo, per chi li giudica, come me, senza prevenzione di sorta, han confermato il sopradetto giudizio che io dava di questo uomo di Stato, appena qualche giorno dopo che egli fosse entrato al potere. Egli ha compiuta [p. 124 modifica]l’opera dell’unificazione interna. In faccia alla Francia ha tenuti alto i diritti d’Italia. Alla fazione piemontese ha resistito — ma meglio sarebbe riescito se l’avesse combattuta, non con la fazione toscana sola, ma con gli uomini presi a tutte le provincie italiane. Le cabale, gl’intrighi, le coalizioni, i connubi, i verdetti della maggioranza, le suggestioni perfide di perfidi amici, la pressione straniera, la malcelata antipatia della corte, le cospirazioni subdole dei suoi stessi colleghi, gli attacchi aperti della sinistra del Parlamento, tutto un mondo di mezzi occulti che si sono fatti giuocare, tutto si è rotto contro la forza, non dirò tanto della volontà, ma della caparbietà di quest’uomo. Fatalista, egli ha resistilo, restando inerte come uno di quei scogli della Manica, sulle coste della Bretagna e della Normandia, a cui i più spaventevoli marosi che han corso gli oceani vengono a rompersi e sfasciarsi in bricciole di schiuma. Egli ha detto: io sto! e tutti han rinculato, diffidando di sè e della fortuna. E nondimeno, non vi è stato ministro che avesse commessi più errori amministrativi e che avesse meglio prestato la fronte ed il fianco agli attacchi. Caetterra più che ingegno, mal congegnato alle bisogne burocratiche ed alla vasta sintesi, egli ha vinto gli ostacoli a forza di pertinacia, ed ha usufruito il lavoro del tempo. Un ministro d’affari avrebbe fatto da sè in un mese ciò che il barone ha lasciato fare al tempo, agli avvenimenti, alla natura delle cose, agl’interessi ed alla necessità della situazione, in otto mesi, in un anno. Però i [p. 125 modifica]risultati complessi che presenterà al rendiconto saranno significanti. Egli ha voluto, e ciò è bastato. E, cosa stranissima, egli ha voluto senza avere preventivamente che un’idea vaga, incognita, qualche cosa di vaporoso e d’ideale, che spuntava lontano lontano nell’orizzonte della sua anima, ma ha voluto; e questo spettro si è condensato ed ha preso, sotto l’azione della sua volontà, la forma che chiamasi Italia una. L’organismo che ha dato a questo corpo sarà bene o male — ma l’è un organismo. Egli prese al capezzale di Cavour un embrione; uscendo dal potere, consegnerà nelle mani del suo successore un’Italia formata, composta. Si dovrà cangiare questo o quel pezzo dell’armatura; ma l’armatura è fatta. Il barone Ricasoli soccomberà senza dubbio, e fra non guari, a qualche colpo di Palazzo o a qualche colpo di maggioranza. Ma la sua scomparsa sarà corta. Egli ritornerà invocato come una necessità, come la coscienza d’Italia, quando i governi d’intrighi municipali, che gli terranno dietro, avranno meglio manifestato la natura del suo carattere. Ed aggiungasi ciò, che egli è essenzialmente progressista dicasi per ambizione o per dispetto, non importa — ma il barone, lo più feudale dei baroni, si eleverebbe alla concezione per fino della republica — se ciò fosse nei destini d’Italia. L’idea della legalità predomina sui suoi concetti — e dove la fosse violata, ed ei ne comprendesse la violenza, il ministro avrebbe l’animo di farsi tribuno. Tra lui e l’Italia vi è armonia d’anima. Armonia che diventerà altrettanto più magnetica se nell’interregno che gli farà il [p. 126 modifica]commendatore Ratazzi, egli vorrà percorrere da touriste tutte le provincie della Penisola e fare un giro per l’Europa. Ricasoli ha bisogno di veder da vicino. La tempra del suo ingegno non è di prevedere, ma di vedere.

3 marzo. Ricasoli è caduto. Non ho sillaba a cangiare a quanto più su. Uomo privato, ho oggi di lui la stessa opinione, ne porto lo stesso concetto.