Il Fiore delle Perle/34. Gli ostaggi

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34. Gli ostaggi

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34.

GLI OSTAGGI


Alla sera il villaggio fiammeggiava da un capo all'altro.

Giganteschi falò ardevano presso le capanne ed intorno alla piccola piazzaforte, e in mezzo alle vampe crepitavano e arrosolavano maiali e babirussa in così gran numero da far andare in sollucchero i guerrieri del Sultano.

Drappelli d'igoroti, carichi di vasi di terra ripieni di vino di palma, uscivano senza posa dalla foresta, deponendoli intorno ai fuochi dove già si erano radunati i guerrieri del Sultano.

Dinanzi alla piccola cittadella, su di una grande stuoia variopinta, aveva preso posto il monarca in compagnia dei suoi capi, di Bunga, Hong, Than-Kiù, di Sheu-Kin e del malese.

Quattro porci arrostiti interi, dei galli selvatici, frutta in grande quantità e molti vasi ricolmi di vino, erano stati deposti su quella tavola improvvisata ed il Sultano aveva dato il buon esempio mangiando per due e bevendo per quattro.

Bunga si mostrava, o almeno fingeva di mostrarsi amabilissimo, incitando il Sultano ed i suoi capi a far onore al banchetto e dando incessantemente ordini ai suoi sudditi onde tutti i guerrieri avessero cibi e bevande in abbondanza.

Hong, che stava seduto fra il capo degli igoroti ed il Fiore delle perle, non si mostrava meno lieto. Pareva anzi che si fosse rappacificato col monarca, invitandolo di frequente, anzi troppo sovente, a brindare.

Però, al pari dei suoi compagni e di Bunga, si guardava bene dal riempire la sua tazza nei vasi dei capi e del monarca. Anzi il più delle volte, con un rapido colpo di mano, vuotava il liquido dietro le spalle, per non perdere l'equilibrio al momento opportuno.

A mezzanotte quasi tutti i guerrieri, che avevano mangiato a crepapelle e vuotato un numero enorme di vasi, erano in preda ad una ubriachezza così violenta da spaventare lo stesso Hong.

Litigavano di frequente minacciando di sbudellarsi a colpi di bolos o di kampilang o di parang. Qualcuno era già caduto colla testa rotta e molti erano pure caduti come morti per l'eccessivo bere.

Gli igoroti, ritirati verso il bosco, guardavano e lasciavano fare, ben sapendo che nulla avrebbero guadagnato a intromettersi in quelle risse. Intanto i guerrieri cadevano a gruppi, sdraiandosi attorno ai falò, in una confusione indescrivibile. Solamente poche dozzine resistevano ancora, urlando, cantando e picchiandosi.

Nemmeno il Sultano aveva potuto resistere a quelle bevute fenomenali, e attorno a lui uno ad uno erano anche caduti i suoi capi.

L'oppio mescolato al vino aveva fatto il suo effetto.

– Credo che il momento sia opportuno – disse Hong, volgendosi verso Bunga.

– Cosa dobbiamo fare?

– Prendere questo ubriacone ed imbarcarlo sulla sua canoa.

– E dei suoi guerrieri cosa faremo?

– Prima li disarmeremo poi li cacceremo sotto le tettoie. Domani, quando questi ubriachi saranno diventati un po' ragionevoli, discorreremo.

– Vuoi uccidere il Sultano? – chiese Bunga con ispavento. – I suoi sudditi lo vendicherebbero e massacrerebbero i miei.

– Non temere – rispose Hong. – Nessuno ardirà molestare la tua tribù, te ne do la mia parola. D'altronde non ho alcuna intenzione di mandare all'altro mondo questo ubriaco. Pram-Li, Sheu-Kin, aiutatemi!...

Il Sultano, pieno come un otre, era caduto addosso al suo ministro e russava di già. Non vi era quindi da temere che opponesse resistenza.

Hong gli levò la scimitarra ed i kampilang che teneva alla cintura, poi prese fra le braccia quel corpo inerte e si diresse verso la riva del lago.

Sheu-Kin e Pram-Li, già al corrente dei disegni del cinese, avevano preso il primo ministro del Sultano.

I due ubriachi furono deposti nella grande canoa, sotto il padiglione, l'uno accanto all'altro.

I pochi guerrieri mindanesi che ancora reggevano all'ebbrezza, non si erano accorti del rapimento del loro signore. Erano una cinquantina e non pareva che dovessero seguire l'esempio degli altri. Forse l'oppio sciolto negli ultimi vasi non era stato sufficiente a ubriacare quegli ultimi bevitori.

– Cosa faremo di costoro? – chiese Bunga, il quale aveva raggiunto Hong. – Buona parte di quegli uomini sono armati di fucili e se si accorgono che noi abbiamo rapito il loro monarca si getteranno sui miei sudditi.

– È vero – rispose Hong, il quale pareva assai contrariato dell'incredibile resistenza di quei bevitori. – Non hai più vino?

– Il deposito è stato esaurito.

– Le donne, i fanciulli ed i vecchi sono bene nascosti?

– Hanno già raggiunta la foresta vergine e devono essersi rifugiati nell'antico villaggio. Sarà difficile che possano venire scovati.

– Allora noi siamo padroni della situazione.

– Cosa vuoi fare? – chiese Than-Kiù.

– Qui vi sono venti canoe: c'imbarcheremo tutti e aspetteremo che il Sultano si svegli.

– E lasceremo il villaggio in assoluta balìa dei nemici? – chiese Bunga.

– Non lo mangeranno già.

– Possono distruggerlo.

– Essi non lo faranno – rispose Hong. – Abbiamo nelle nostre mani il loro monarca e non oseranno irritarci. Orsù, ordina ai tuoi uomini di radunarsi qui e di imbarcarsi. Io rispondo del resto.

Un igoroto che si trovava in sentinella dinanzi alle ultime capanne, fu mandato nella foresta.

Poco dopo gli abitanti del villaggio, i quali si erano rifugiati sotto gli alberi per paura che i guerrieri del Sultano, sotto l'eccitazione dell'ebbrezza, mettessero mano alle armi e cominciassero qualche massacro, abbandonavano tacitamente il bosco, e girando al largo dei falò, si raccoglievano sulla spiaggia.

Tutti erano armati di archi, frecce e bolos.

Bunga ordinò loro d'imbarcarsi e di seguire la grande canoa senza perdere tempo.

Le canoe si erano appena scostate dalla riva, quando nel villaggio scoppiarono urla tremende.

– Dov'è il Sultano?... – si gridava.

I guerrieri che non avevano ceduto all'ubriachezza, si vedevano correre fra le capanne ed i falò, brandendo le armi. Parevano in preda ad una collera terribile.

– Dov'è il Sultano? – urlavano insistentemente. – Tradimento!... Tradimento!...

Alcuni, più in gambe degli altri, sospettando qualche cosa, si erano precipitati verso la spiaggia. Vedendo la flottiglia allontanarsi, la loro rabbia scoppiò tremenda.

– Siamo stati traditi!... Sangue e strage!...

I loro compagni, udendo quelle grida, si erano rovesciati confusamente sulla spiaggia, agitando forsennatamente le armi. Parecchi altri, non completamente ubriachi, si erano svegliati.

La grande canoa si era arrestata a trecento passi dalla riva. Hong, ritto sulla prora, col fucile in mano, guardava tranquillamente quei forsennati.

Vedendolo, quei guerrieri del Sultano che possedevano delle armi da fuoco fecero una scarica, la quale però fu assolutamente innocua e non ottenne altro effetto che di fare molto fracasso, tanto erano pessimi quei moschettoni.

– Tornate a terra o vi faremo a brani! – gridò un vecchio guerriero che si era già spinto in acqua.

– Che i sudditi del Sultano mi ascoltino! – tuonò Hong.

– Silenzio! – gridò il vecchio guerriero, volgendosi verso i compagni. – L'uomo dalla faccia gialla sta per parlare. Lasciamolo dire: poi lo uccideremo!...

– Il Sultano è nelle nostre mani e così pure il suo primo ministro.

Urla terribili accolsero quelle parole e parecchi guerrieri fecero atto di gettarsi nel lago, ma il vecchio li trattenne ed intimò il silenzio, gridando a Hong:

– Continua!...

– Al vostro monarca non sarà fatto alcun male, ve lo promettiamo; badate però che se voi abbruciate il villaggio noi getteremo il Sultano nel lago, con una pietra al collo. Ho detto!...

– Cosa vuoi farne allora di lui? – chiese il vecchio.

– Lo saprete domani.

– Noi vendicheremo l'affronto fatto al nostro Sultano.

– Provatevi! – tuonò Hong.

Ciò detto diede il comando ai rematori di prendere il largo e di riunirsi alla flottiglia, la quale già si trovava tanto lontana da far perdere ai guerrieri ogni speranza di poterla raggiungere a nuoto.

– Essi nulla tenteranno fino al nostro ritorno – disse Hong, volgendosi verso Bunga, il quale non sembrava ancora rassicurato. – La minaccia che abbiamo pronunciata basterà a calmarli.

– E più tardi credi che essi non si vendicheranno?

– No, perché io ti darò in mano degli ostaggi. Lascia fare a me, amico, e ti chiamerai contento.

La flottiglia, giunta ad un chilometro dalla spiaggia, virò di bordo incrociando in vista del villaggio.

I guerrieri del Sultano seguivano attentamente le evoluzioni della loro squadra navale, non sapendo ancora lo scopo di quella gita notturna.

Il loro numero s'ingrossava continuamente, svegliandosi sempre altri compagni, però si mantenevano, almeno pel momento, tranquilli. La minaccia di Hong aveva calmato anche i più furibondi.

Quando l'alba sorse, la flottiglia tornò ad avvicinarsi al villaggio, arrestandosi a quattrocento metri dalle prime capanne.

I guerrieri erano più di cento e si tenevano schierati sulla spiaggia, gesticolando animatamente. Si consigliavano sul da farsi, senza riuscire a trovare una via d'uscita. Privi delle barche, si trovavano nell'impossibilità d'intraprendere qualche cosa contro gli igoroti.

Hong, intanto, con una vigorosa scossa era riuscito a svegliare il Sultano ed il suo primo ministro.

Vedendosi sotto il padiglione, il monarca, che aveva ancora il cervello annebbiato, si volse verso il ministro che sbadigliava in modo da slogarsi le mascelle, chiedendo:

– Chi ha dato ordine d'imbarcarsi? Io non ho veduto né gli schiavi bianchi, né bruciare il villaggio.

– L'ordine l'ho dato io – disse Bunga, che si trovava a fianco di Hong.

Il Sultano guardò il capo degli igoroti ed il cinese con inquietudine, poi alzò rapidamente un lembo del padiglione. Solo allora si accorse che la flottiglia, invece di essere montata dai suoi guerrieri, era carica d'igoroti.

Un pallore cadaverico gli coprì il viso: aveva, anche attraverso i fumi dell'ebbrezza, compreso il tradimento.

Cercò le sue armi e non trovandole sospese alla cintura fece atto di precipitarsi verso il bordo. Hong, che non lo perdeva di vista, l'aveva afferrato per la veste, costringendolo a sedersi.

– Bada che se ti muovi io ti uccido – gli disse freddamente.

Vedendo l'uomo giallo armare il fucile, il monarca ebbe paura. Il suo ministro non aveva osato muoversi e batteva i denti pel terrore.

– Ascoltami – disse il cinese, sedendosi dinanzi al Sultano.

– Parla, – rispose questi, con un tremito, – e spiegami quanto è accaduto.

– È una cosa semplicissima: abbiamo lasciati a terra i tuoi uomini e noi abbiamo preso il largo a bordo delle tue canoe.

– E perché avete fatto questo? – chiese il Sultano, digrignando i denti.

– Per impedire a te d'inseguire gli uomini bianchi e per farti rispettare l'ospitalità che Bunga ti aveva offerta. Tu non eri venuto qui come amico, bensì come padrone, forse come nemico. Negalo se l'osi.

– Io ero venuto qui per avere gli uomini bianchi e null'altro.

– E per fare schiavi Bunga ed i suoi sudditi – disse Hong.

– E cosa vuoi concludere? – chiese il monarca, coi denti stretti.

– Che se tu non accetterai le nostre condizioni ti getteremo nel lago assieme al tuo ministro e faremo schiavi i tuoi guerrieri.

– Essi sono molti.

– I guerrieri della grande nazione degli uomini gialli non sono lontani e hanno fucili e cannoni in gran numero. Ad un mio ordine essi verranno qui e macelleranno i tuoi guerrieri.

Il Sultano divenne livido.

– Cosa vuoi tu infine? – chiese.

– Che tu rinunci all'idea di far inseguire gli uomini bianchi, i quali sono sotto la protezione degli uomini gialli.

– È tutto questo?...

– No – disse Hong. – I tuoi guerrieri, se vorranno imbarcarsi e tornarsene in patria, dovranno lasciare tutte le loro armi agli igoroti.

– Anche le armi da fuoco? – chiese il Sultano, con dolore.

– Quelle più delle altre.

– Hai finito?...

– Non ancora – disse Hong. – Tu sarai libero di tornare a Butuan, però lascerai qui in ostaggio il tuo primo ministro e dieci dei tuoi più rinomati guerrieri.

– E perché lasciare degli ostaggi?...

– Per impedirti di tornare qui e vendicarti – rispose Hong. – Alla tua prima minaccia gl'igoroti decapiteranno il tuo primo ministro ed i guerrieri. Mi hai compreso?...

– Si – rispose il Sultano con voce sorda.

– Accetti queste condizioni?

Il monarca non rispose: egli guardava ferocemente Hong, Bunga ed il malese Pram-Li che era allora entrato sotto il padiglione.

– Preparate due funi e legate due pietre pesanti – disse il cinese. – Serviranno a questi due uomini.

Udendo quella minaccia, il Sultano aveva alzato un braccio, dicendo precipitosamente:

– No, fermate: io cedo.

– Allora ordina ai tuoi guerrieri di deporre le armi e di arrendersi agli igoroti.

Il Sultano lo guardò con diffidenza.

– E poi, quando non avranno più le armi, non li ucciderai? – chiese.

– Gli uomini della grande nazione gialla hanno la parola sacra – disse Hong, con voce solenne.

– E mi lascerai tornare a Butuan?

– L'ho promesso.

Il Sultano si alzò e si diresse verso la prora, seguìto da vicino da Hong, da Bunga e da Pram-Li, i quali non avevano molta fiducia in quel selvaggio monarca.

I guerrieri, scorgendo il loro capo, balzarono come un sol uomo verso la spiaggia, agitando ferocemente le armi e urlando:

– Vendetta!... Vendetta!...

Il Sultano fece una brutta smorfia, poi alzando la destra reclamò un profondo silenzio.

– Deponete le armi sulla riva e ritiratevi nelle capanne – disse.

I guerrieri, stupefatti da quell'ordine inaspettato, erano rimasti immobili, credendo forse di essersi ingannati sul vero significato di quelle parole.

– Obbedite!... – tuonò il Sultano.

– Noi vogliamo vendicarci!... – urlarono i guerrieri.

– E gli igoroti uccideranno il vostro Sultano, – rispose il monarca, – e poi uccideranno anche voi. I guerrieri della grande nazione degli uomini gialli non sono lontani e verranno a sterminarvi.

Dinanzi a quelle minacce, il furore bellicoso dei guerrieri sfumò come per incanto.

Avviliti, ed anche non poco spaventati, deposero le armi sulla riva e si ritrassero lentamente nelle capanne e nelle tettoie della piccola piazzaforte.

Subito quattro canoe s'accostarono alla spiaggia e gli igoroti che le montavano scesero, impadronendosi dei fucili, dei bolos, dei kampilang e delle asce di guerra.

– Io ho mantenuto la mia parola – disse il Sultano con voce fremente.

– Ed io ora manterrò la mia – rispose Hong.

La grande canoa approdò.

Hong fece occupare dagli igoroti tutte le terrazze del villaggi, dalle quali si dominava tutta la spiaggia, poi dispensate le armi, con una scorta di venti uomini, si diresse verso la dimora di Bunga.

I guerrieri del Sultano si erano seduti presso i fossati, rassegnati ai voleri del loro capo.

Hong fece scegliere dieci dei più rinomati guerrieri e li mandò sotto buona scorta in una capanna assieme al primo ministro del Sultano.

– Ed ora, – diss'egli, volgendosi verso il monarca, – tu puoi partire assieme ai tuoi guerrieri. Ricordati però che se tu tenterai qualche impresa contro Bunga, io farò uccidere gli ostaggi, poi manderò gli uomini gialli nella tua capitale a distruggere il tuo popolo.

– Manterrò la promessa data – rispose il Sultano, diventato umile come una pecora.

Si calò il turbante sul volto come se avesse voluto nascondere la propria vergogna e s'avviò velocemente verso la spiaggia, non essendo forse ancora certo di essersela cavata così a buon mercato.

I suoi uomini si erano di già imbarcati.

– Salute al Sultano di Butuan!... – gridò ironicamente Hong.

Il monarca rispose con una specie di grugnito e balzò nella grande canoa.

Un momento dopo la flottiglia prendeva frettolosamente il largo, scomparendo dietro un promontorio.

– E così?... – chiese Hong, guardando Bunga.

– Grazie – rispose il capo degli igoroti. – Gli uomini gialli sono valenti e astuti.

– Ed ora accompagnaci dagli uomini bianchi.

– Seguitemi; essi sono vostri.