Il Lago Maggiore, Stresa e le Isole Borromee - Vol. 1/Libro II. Capo V

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Libro II. Capo V. Del Contado di Stazona ossia Angera

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Libro II. Capo V. Del Contado di Stazona ossia Angera
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CAPO V.


Del Contado di Stazona ossia Angera


L'esistenza di questo Contado secondo alcuni sarebbe anteriore a quella di tutti gli altri del Milanese e dell'epoca stessa dei re Longobardi. Si allega a questo proposito l'autorità di una carta del mese di aprile dell'anno 736, contenente la donazione fatta da Aldegonda duchessa e da Desiderio figlio di Lei e del quondam Ermenulfo duca di Toscana di tutti i loro beni, situati appunto nel Comitatu Stationensi, al Monastero di S. Ambrogio di Milano. Ma questo documento contrasta al fatto storico da noi già conosciuto dell'origine de'nostri contadi, e dobbiamo perciò dichiarare ch'esso è assolutamente falso.

Alla stessa guisa che vi furono a quando a quando, nei secoli scorsi segnatamente, degli impostori di pietre scritte, furonvi anche degli impostori di pergamene, tra quali presso di noi divenne famoso nel secolo XVII il notaio G. B. Bianchini, al quale dobbiamo il Documento testè citato e che trovasi nell'Archivio di S. Fedele in Milano. Questi approfittando, come scrive il Co. Luigi Porro nelle annotazioni al Codice Diplomatico Longobardo già citato (alla pag. 137), dell'ignorante vanità di alcuni signori per far rimontare la origine della loro famiglia ad una remota antichità, inventò più carte, la cui [p. 214 modifica]falsità essendosi da poi scoperta, egli venne altresì condannato dai tribunali1.

Esclusa pertanto questa, rimane che la prima memoria del nostro Contado sia quella che ci venne dalla carta già nota dell'11 settembre 807 dell'epoca stessa di Carlo Magno, al quale dobbiamo l'istituzione dei nostri contadi. Fu anche questa pubblicata nel detto Codice Longobardo sotto il n.º LXXXIV. Prima però di far parola di essa dobbiamo qui procurare di fissare colla maggior possibile precisione i confini di questo contado e discorrere alquanto particolarmento di Stazona, suo capoluogo.

Noi già abbiamo data di sopra la descrizione di questo Contado, quale il Giulini opinò, che fosse nel XII secolo. Diverse modificazioni dobbiamo però fare ad essa risalendo all'epoca dei Carolingi. Comprendeva in questo tempo sulla sponda Orientale del Lago il territorio soltanto che si estende da Sesto Calende sino ad Ispra, cinto tutto all'intorno da questo lato dal Contado del Seprio. La sua ampiezza maggiore era oltre il Lago abbracciandone tutta la sponda Occidentale da Castelletto sulla destra del Ticino sino a Locarno e all'intera sua Pieve. Secondo il Giulini era eccettuata da questo lato la Pieve di Canobio, ch'egli aveva compresa in quello di Seprio, e la Pieve di Mergozzo, ch'egli ascrisse al Contado d'Ossola. Ma da ciò che abbiamo detto di queste due Pievi e in particolare discusso intorno all'accennato Contado dobbiamo ora dire che queste eccezioni non hanno più luogo, essendo nostra opinione che il Contado di Stazona si estendesse eziando oltre le sponde del Lago ed abbracciasse superiormente tutta l'Ossola dalle [p. 215 modifica]somme creste del Sempione sino a quelle del Gottardo, secondo che venne anche recentemente affermato dal benemerito Brambilla (I. e. Vol. II, pag. 258), occupando così buona parte dell'antico territorio dei Leponzii.

Confinava poi inferiormente dal lato Occidentale del Lago col Contado di Pombia, la cui esistenza in quest'epoca ci viene assicurata da un documento dell'anno 867, ch'è forse il primo, che ce lo ricordi, ed oltre al Vergante colla Riviera d'Orta, che fu più tardi eretta in principato, concesso in feudo al Vescovo di Novara, il quale si estendeva sino ad Omegna, la cui Pieve abbiamo già veduto spettare al nostro Contado.

Tale era a mio parere l'ampiezza sua primitiva alla fine del VIII e dei due seguenti. Come poi sia stato successivamente modificato, ed anco in questi stessi secoli smembrato e diviso per continue donazioni di alcune parti di esso a Monasteri od a Chiese, sottratte per questo alla sua giurisdizione, in parte l'abbiamo veduto e in parte ancora il vedremo, e meglio di noi il vedranno coloro, che daranno opera a dilucidare ex professo quelle parti di esso, che sono fuori dei limiti, che abbiamo assegnati al precedente lavoro.

Capoluogo di questo Contado, come è nota, era Stazona, antica città, delle cui vetuste memorie abbiamo già parlato nel libro precedente. Della sua condizione però nel IX secolo nulla o quasi nulla ci è noto. Tuttavia dal vederla costituita capitale di un sì vasto Contado, e sede per conseguenza di un giudice o ministro o vicario, che dir si voglia, se non anco del conte stesso almeno per qualche tempo, n'è sufficiente argomento per credere, che siasi pure in questo tempo mantenuta in uno stato rispettivamente anche florido: difatti città è chiamata al principio del detto secolo nella carta citata dell'anno 807, che or ora vedremo, nulla ostando per questo che in un'altra carta del 998, che esamineremo più avanti, designandosi una corte sita nel suo territorio, potesse anche dirsi essere questa in loco et fundo Stazona. Perocchè civitas è chiamata anche posteriormente dall'Autore della Vita MS. già nota dei Santi fratelli Giulio e Giuliano nel secolo XI, e civitas pure nel seguente è chiamata da Donato Bossio presso [p. 216 modifica]Benvenuto da S. Giorgio nel suo libro MS. de origine gentilium suorum ai tempi di Federico I, l'anno 1163.

Dopo questo tempo però sembra che sia andata sempre più decadendo, perchè in una carta del 28 aprile 1204 pubblicata nel T. 2, dei Monumenti di Storia Patria è appellata col nome di borgo (Burgo Staciona), ed anzi in altra di due soli anni anteriore, cioè del 1202 pubblicata ivi stesso (Chartar. T. 1, pag. 1075) è chiamata terra (terra de Stacione), la qual cosa ne conferma appieno il suo decadimento verso la fine del duodecimo secolo e nel seguente: nei quali forse maggiore considerazione si ebbe all'incontro il suo castello o rocca già innalzata sul monte vicino ad essa imminente. Però noi vedremo che alla fine del secolo XIV ebbe ancora nuovamente a risorgere col ripristinamento eziandio dell'antico suo nome di città.

Trovo in alcuno degli scrittori delle cose nostre, che altra volta il conte di Stazona, allorquando si celebravano le solenni incoronazioni dei re d'Italia nella Basilica di S. Ambrogio in Milano, ebbe a godere il privilegio di porre di propria mano la corona di ferro sul capo del nuovo eletto. Si cita a questo proposito l'autorità di una Cronaca dei Conti di Angera scritta nel secolo XIII, un brano della quale è riferita dal Muratori nel suo Commentario De corona ferrea pubblicato nel Vol. XI, P. III, delle sue Opere stampate in Arezzo l'anno 1770 al capo XVI. È in questo brano che i Conti di Angera sono chiamati Comites de Inglexio o de Anglexio. Ma, come osserva anche il Muratori, questa Cronaca ch'egli attribuisce a un certo Daniele, non merita molta fede: ne guari n'ebbe il Giulini, il quale anzi non ebbe difficoltà di chiamarlo apertamente un solenne impostore(P. VI. pagg. 22 e segg.). Per la qual cosa basterà avere accennato questo di lui, perchè si ritenga quel privilegio come una mera favola da lui stesso inventata. Ed è anche per questo, che non potendo prestare alcuna fede alla serie favolosa, che questo Autore ci ha lasciato dei Conti di Angera, dichiariamo di non conoscerne alcuno con sicurezza durante i secoli VIII e IX, sebbene non possa negarsi che anche Stazona abbia avuto i suoi Conti al pari dei vicini Contadi pure all'epoca dei Carolingi. [p. 217 modifica]Discorso così in generale del Contado di Stazona veniamo ora a parlare dei luoghi in esso compresi, secondo che ci vengono somministrati dalle carte che appartengono a questo primo periodo, che possiamo rispetto ad essi a buon diritto intitolar delle origini.

  1. Altro simile impostore di documenti falsi del secolo VIII fu Monsignor Dragoni primicerio della Chiesa Cremonese. Ventitrè di quelli fabbricati da lui, che spettano alla città di Cremona furono mandati dal Cav. Morbio al Troya, che li pubblicò come preziosissimi e degni di particolare commento. Ma venuto a morte il Dragoni furono scoperte tra le sue carte anche le bozze di quei Documenti colle correzioni e posteriori mutamenti: e la frode per questa via si rese a ognuno palese, come narra il suddetto Co. Porro ivi stesso alla pag. 138.