Il Marchese di Roccaverdina/Capitolo XIX

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XIX.


E una mattina, dietro i colli di Barrese, si erano affacciate le nuvole, lentamente, quasi non avessero viso di mostrarsi dopo di essersi fatte desiderare diciotto mesi, o quasi non riconoscessero più la strada da percorrere per andare verso Ràbbato.

Si erano affacciate lungo un gran tratto, addensandosi una dietro all’altra, spingendosi una su l’altra; poi, si erano fermate.

Dalle finestre, dai balconi che guardavano verso Barrese, uomini, donne, ragazzi protendevano le mani, invocandole, chiamandole come persone vive capaci di udire e d’intendere. E dalle casupole rasente il ciglione, dai vicoli, dalle vie la gente sbucava, affluiva nei punti da dove avrebbe potuto accertarsi coi proprii occhi che la voce corsa rapidamente attorno: — Le nuvole! Le nuvole! — non fosse stato un perfido scherzo di qualche cattivo burlone. [p. 201 modifica]

La spianata del Castello formicolava di persone d’ogni classe accorse ad osservarle come spettacolo nuovo e inatteso. Sarebbero rimaste ferme là? Si sarebbero disperse? Che attendevano ormai per farsi avanti e dirompersi in pioggia?

Dense, nerastre, bianchicce agli orli, esse si distendevano, si avvolgevano, si allungavano, si confondevano insieme, formando un cupo velario sul fil dei colli di Barrese.

— Non si muovono; hanno paura di noi che stiamo a guardarle — disse un vecchio contadino; e rise.

Ma nessuno rise con lui. Tutti erano intenti a seguire con occhi ansiosi le instabili forme che, lente lente, si andavano mutando, agglomerandosi qua, assottigliandosi là; e le labbra mormoravano preghiere, voti, esortazioni a le capricciose che non si decidevano a prendere il volo per venire a spargere il lor fecondo tesoro di pioggia su quelle terre laggiù, languenti di sete, invocanti dalle mille fenditure, simili a bocche riarse, il refrigerio di qualche stilla d’acqua e da lunghi mesi, incessantemente.

Poi, una delle nuvole più lievi si staccò, si avviò come nave di avanguardia, subito seguita da un’altra e da una terza; e le palpebre di quegli occhi che stavano a spiarne ogni movimento cominciarono a battere frequenti dalla profonda commozione; e quei cuori, tremanti per la dubbiosa aspettativa, [p. 202 modifica]palpitarono di gioia vedendole venire avanti, non più una dietro all’altra, ma insieme, silenziosamente, e invadere il cielo azzurro e oscurarlo, abbassandosi verso terra quasi appesantite dal carico che portavano in seno.

E, dietro i colli di Barrese, altre già ne spuntavano più cupe, più scure che salivano su spinte dal vento di levante messosi a spirare tutt’a un tratto, impregnato di umidore; e non appena queste si eran librate nell’aria uscite fuori dalla linea curva dei colli, altre si affacciavano, sormontavano lo spazio, incalzando le precedenti che affrettavano la corsa verso Ràbbato, coprendo con la loro ombra le campagne, le vallate illuminate dal sole, quasi ne divorassero lo splendore dorato di mano in mano che s’inoltravano verso le braccia tese incontro a loro, benedicenti quelle di esse già arrivate su Ràbbato e che passavano avanti frettolose.

E alle prime gocce di pioggia rare e stentate: — Viva! Viva la divina Provvidenza! — Non lo gridava soltanto quel centinaio di persone che parevano impazzite dalla gioia su la spianata del Castello, ma tutte le campane delle chiese squillanti a distesa, ma Ràbbato intera dai balconi, dalle finestre, dalle vie, dalle piazze dove la gente si era riversata per inebriarsi dello spettacolo della pioggia fina, fitta, e che ancora sembrava incredibile.

Nessuno pensava a scansarsi, tutti volevano [p. 203 modifica]sentirsela sbattere su le teste scoperte, su le facce sporte indietro, su le mani levate in alto con le palme riunite a mo’ di coppa per raccogliere quella grazia di Dio, che irrompeva con impeto, rumoreggiando su le tegole, riversandosi dai canali, formando rigagnoli e gore dove si gonfiavano e scoppiavano mille bollicine, quasi l’acqua ribollisse.

E, sotto la pioggia, parecchi erano tornati prima di sera lassù, a osservare dalla spianata del Castello le campagne sottostanti che bevevano, bevevano, bevevano e non riuscivano a saziarsi. Le viottole però, i sentieri, le carraie luccicavano, segnando una gran rete argentata su i terreni scuriti; e luccicava il fiume ingrossato, che serpeggiava lambendo il piè delle colline; e luccicavano i rigagnoli rovesciantisi su la pianura dai dossi rocciosi delle colline che non sapevano che farsi dell’acqua e la rimandavano a chi più ne aveva bisogno.

E la pioggia continuava, fitta, uguale, senza tregua, stendendo un immenso velo che nascondeva le linee; i contorni, i colori, sfumando le masse delle colline e delle montagne, facendo quasi scomparire l’Etna, da farlo supporre una nuvola scioglientesi in pioggia anch’essa, laggiù, lontano.

Il cavaliere Pergola, riparato dall’ombrello, cercava con gli occhi i suoi piccoli fondi che si distinguevano appena, uno a diritta, uno a sinistra, un terzo più giù: e guardava anche verso [p. 204 modifica]Margitello, dove l’edificio della Società Agricola biancheggiava tra il bruno dei terreni inzuppati di acqua, e con le buche nere delle finestre senza imposte e con le mura senza tetto sembrava lo scheletro di un grande animale buttato a marcire colà.

— Anche voi qui, compare Santi? Ora non avete più niente da venire a vedere da questo lato.

— Vengo a guardare quel che non ho più, dice bene voscenza. La roba mia se la gode il marchese di Roccaverdina!

— Ve l’ha pagata.

— Chi lo nega? Ma se l’è presa quasi di prepotenza; ed io ho dovuto appollaiarmi su le rampe delle Pietrenere, che sono rampe maledette!

— Con questa pioggia però...

— Là, a Margitello, era la pupilla dei miei occhi! Lo sa voscenza com’è stato? Volevano impigliarmi nel processo... perchè era corsa qualche parola di rabbia tra Rocco del marchese e me, pel limite di ponente. Rocco (il Signore gliel’avrà perdonato) faceva gli interessi del padrone a diritto e a torto; a torto per quel che mi riguardava.

— Ne parlate ancora?

— Ne riparlerò sempre, finchè avrò fiato!

— Vedrete; con questa pioggia anche le rampe delle Pietrenere produrranno. Non le avete scelte male quelle rampe; vi lagnate d’una gamba sana, per non perdere il mal vezzo. [p. 205 modifica]

— Eh, già! Noi poveretti abbiamo sempre torto!

— Tempo chiuso, cavaliere! Ogni goccia è un pezzo di oro che casca dal cielo!

— Proprio così, don Stefano!

— Sant’Isidoro finalmente ci ha fatto la grazia!

— Voi, don Giuseppe, s’intende, tirate l’acqua al vostro mulino; non siete sagrestano per nulla!

Si aggruppavano imperterriti, senza curarsi che gli ombrelli li riparassero male; e, per uno che andava via, due, tre ne sopraggiungevano, quasi non potessero contentarsi di sentir scrosciare i canali e veder gonfiare i rigagnoli per le vie; volevano godersi la vista delle campagne che bevevano, bevevano, bevevano e non arrivavano a saziarsi! Ah, quella pioggia avrebbe dovuto durare una settimana, senza smettere un solo momento! Ci volevano pei terreni almeno tre palmi di tempera!

Da una finestra di Margitello l’ingegnere additava al marchese la gente che stava a guardare su la spianata del Castello. Non ostante il velo steso dalla pioggia, si distinguevano le macchiette nere che apparivano, cangiavano posto, si diradavano, tornavano a radunarsi.

Era giunto fin laggiù lo scampanio di tutte le chiese alle prime goccie di pioggia. E colà, contadini e lavoranti si erano abbandonati a una frenesia di grida, di salti di gioia nel cortile, mentre i ragazzi si divertivano a pestare coi piedi nelle pozze e a [p. 206 modifica]sbruffarsi in faccia, l’uno a l’altro, l’acqua raccolta nelle palme.

Ora, affacciati alle porte delle stanze a pianterreno, si davano spintoni per buttarsi fuori a vicenda a prendere un’insaccata di quella che veniva giù fitta quasi la rovesciassero con gli orci.

— Eh, ragazzi!... Finitela! — gridò il marchese sporgendosi dal davanzale.

Eppure tutta quell’allegria avrebbe dovuto fargli piacere!

La pioggia tanto desiderata e tanto invocata, gli aveva messo addosso, al contrario, un senso di tristezza; gli scherzi dei ragazzi lo irritavano.

Aveva ripetuto anche ultimamente a Zòsima: — Non piove! Vedete? Non piove — e la risposta di lei: — Non c’è fretta! — gli aveva fatto una cattiva impressione, che però si era subito dileguata appena ella aveva soggiunto: — Margitello non vi lascia pensare ad altro! — E ora che la pioggia era venuta, e che pioggia! ora che il solo lieve ostacolo frapposto tra loro due era già rimosso, egli non solamente non ne sentiva gioia, ma stava là, davanti a quella finestra, con gli occhi fissi su gli eucalitti grondanti acqua dai rami curvi e dalle lunghe vecchie foglie lavate dello strato di polvere che le aveva fatte ingiallire e inaridire; stava là, con gli occhi fissi, quasi il sogno che avrebbe dovuto presto avverarsi si allontanasse rapidamente, [p. 207 modifica]ed egli non potesse far nulla per arrestarlo o richiamarlo.

E quel senso di tristezza che gl’invadeva il cuore era tanto più penoso e vivo, quanto meno egli scorgesse occasioni e circostanze da doverlo indurre a pensare così.

La casa, rinnovata, era pronta; il voto di Zòsima esaudito. Che altro gli occorreva di fare, all’infuori di andare a prendere lei per mano, condurla davanti al sindaco e poi davanti al parroco, in riprova del proverbio citato spesso dalla zia baronessa: Matrimoni e vescovati dal cielo son destinati? In quel momento però gli sembrava che la riprova, sì, sarebbe avvenuta, ma nel modo opposto a quel che egli credeva e si aspettavano tutti.

E, appunto, quasi gli avesse letto nel pensiero, l’ingegnere gli diceva:

— La signorina Mugnos dev’essere lietissima oggi. Per dire la verità, essa si merita la fortuna di diventare marchesa di Roccaverdina; ma credo che se qualcuno, mesi addietro, glielo avesse predetto, la signorina si sarebbe fatto il segno della santa croce, come suol dirsi, quasi per scacciare una tentazione.

— Forse.... anch’io! — disse il marchese.

— Il mondo va così, per salti. Non c’è mai niente di sicuro per nessuno. Agrippina Solmo.... per esempio.... chi sa che cosa si era immaginato di dover raggiungere!... Ed è finita, prima in un modo, poi [p. 208 modifica]moglie di un pecoraio di Modica, che forse le farà desiderare fin il pane....

— No; anzi la tratta come una signora.

— Gliel’ha fatto scrivere lei? Brava ragazza! — continuò l’ingegnere. — Non è facile trovarne, nella sua condizione, una uguale. Qualunque altra, padrona, com’era qui lei, di ogni cosa, avrebbe pensato ai casi suoi, si sarebbe fatto il gruzzoletto. Essa, niente! Ammirevole anche per la modestia. Avea voluto rimanere quella che era, fin nell’apparenza. Non smise mai la mantellina, e avrebbe potuto portare, meglio di tant’altre, lo scialle che ora portano tutte le popolane, anche se più miserabili. E poi, bocca serrata!... Anche dopo, anche quando non poteva più lusingarsi con nessuna speranza, mai, mai una parola di dispetto o di sdegno. Dinanzi a lei, il marchese di Roccaverdina era Dio! E se qualcuno, per commiserarla o per stuzzicarla e provocarla, le diceva: — Il marchese avrebbe dovuto comportarsi meglio con voi!... E qua!... E là! — sa come sono certe persone! essa non lo lasciava finir di parlare: — Il marchese ha fatto bene! Ha fatto più di quel che doveva! Dio solo glielo può rendere! — Me l’ha raccontato mia moglie, che l’ha sentito proprio con i suoi orecchi, senza esser vista.... Insomma, lei, marchese, è fortunato con le donne.... L’una meglio dell’altra!... Se lo faccia dire dal notaio Mazza che cosa significhi incappar male! [p. 209 modifica]

Il marchese avrebbe voluto interromperlo subito, appena pronunciato il nome di Agrippina Solmo; ma, nella gran tristezza che gl’infondeva la pioggia, quello spiraglio sul passato aperto dalle parole dell’ingegnere, quell’evocazione inaspettata lo avevano un po’ commosso, spingendolo a ricordare tante e tant’altre cose con lieve senso di rimpianto. Perchè, infine, la colpa era stata tutta sua. Per vanità di casta, per premunirsi contro se stesso, egli aveva dato marito alla Solmo, con quel tirannico patto, senza punto riflettere alle sue possibili conseguenze.

L’ingegnere, vedendo che il marchese taceva, e supponendo che gli accenni al passato gli fossero dispiaciuti, tratto di tasca un sigaro e accesolo, si era messo a fumare e a passeggiare per la stanza, stirandosi le fedine.

Il marchese intanto, tenendo ancora fissi gli occhi su gli eucalitti grondanti d’acqua, rincorreva col pensiero una figura bianca, con le trecce nere sotto la mantellina di panno blu cupo; e rincorrendola per luoghi da lui visti anni addietro, tra casupole arrampicate a la roccia quasi ad accovacciarvisi al riparo del vento, sentiva un sordo impeto di gelosia diversa assai di quella sentita una volta... Poteva forse dubitare ora? Poteva forse indignarsi?... Non era egli stato contento che colei fosse andata ad abitare in quella lontana città mezza rannicchiata nell’insenatura di una roccia, in una di quelle [p. 210 modifica]casupole arrampicate su pei fianchi di essa quasi per accovacciarvisi al riparo del vento?

E si voltò bruscamente verso l’ingegnere, che passeggiava su e giù col sigaro in bocca stirandosi le fedine, in atto di dirgli: — Ma perchè mi avete rimestato nel petto queste ceneri ancora calde? — Come se la tristezza che lo aveva invaso gliel’avesse soffiata addosso colui, come se gli avesse messo lui sotto gli occhi la visione di Zòsima malinconicamente rassegnata e che diceva con voce dolente: — Non c’è fretta. Margitello non vi lascia pensare ad altro!

Ed era vero!