Il Quadriregio/Libro primo/IV

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IV. Lamento dell’autore sopra la perduta Filena: promessa di piú bella ninfa fattagli da Cupido

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Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
IV. Lamento dell’autore sopra la perduta Filena: promessa di piú bella ninfa fattagli da Cupido
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CAPITOLO IV

Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa
di piú bella ninfa fattagli da Cupido.

     — Oimè, oimè, o Rifa mia fedele,
come ha permesso la fortuna e Dio
che sia avvenuto un caso sí crudele?
     Trovai quel mostro maladetto e rio
5nella boscaglia in sul levar del sole;
ed e’ mi domandò del cammin mio.
     Oh lasso me! con sue dolci parole
ei m’ha tradito: or vada, ch’io nol giunga
e non l’occida, a lunge quanto vuole.—
     10Driada disse:— Il falso è sí alla lunga,
che ’nvan per queste selve t’affatichi
che mai per te insino a lui s’aggiunga.
     — O Rifa mia, io prego che mi dichi
dov’è la quercia, dove sta unita
15Filena mia coi begli occhi pudichi,
     e, da che io non gli parlai in vita,
la vegga morta e le mie braccia avvolti
a quella pianta, dove sta impedita.—
     Mossesi allor con pianti e con singolti,
20ed io con lei per l’aspero cammino
di quelli boschi e di que’ lochi incolti,
     insin che giunsi all’arbore tapino;
non alto giá, ma era lato tanto,
quanto in la selva è lato un alto pino.
     25Io corsi ad abbracciarlo con gran pianto,
e dissi:— O ninfa mia, prego, se pui,
prego che mi rispondi e parli alquanto.

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     Oh lasso me! ché a te cagione io fui
di questa morte; ché quel traditore
30nefando mostro ha tradito amendui.
     Alli miei prieghi ti ferí l’Amore
dell’infelice colpo alla gonnella,
che passò tanto acceso poi nel core.
     Prego, perdona a me, Filena bella:
35perché non parli? perché non rispondi?
Prego, se puoi, alquanto a me favella.
     Questa novella pianta e queste frondi
e questi rami io credo che sian fatti
delli tuoi membri e tuoi capelli biondi.—
     40Poiché mille sospiri io ebbi tratti
e mille volte e piú la chiama’ invano
con pianti e voci ed amorosi atti,
     a quelle frasche stesi sú la mano
e della vetta un ramuscel ne colsi:
45allora ella gridò:— Oimè! fa’ piano.—
     E sangue vivo uscí, ond’io el tolsi,
sí come quando egli esce d’una vena;
ond’io raddoppiai il pianto e sí mi dolsi:
     — Perdona a me, perdona a me, Filena.—
50Poi maladissi il falso dio Cupido,
che lei e me condotto avea a tal pena,
     dicendo:— Se piú mai di lui mi fido,
perir poss’io, e se al suo consiglio,
seguendo il passo suo, mai piú mi guido.—
     55Quando questo io dicea, con lieto ciglio
Cupido apparve con bel vestimento
broccato ad oro nel campo vermiglio;
     e disse a me:— Perché questo lamento
di me fai tu? Non è la colpa mia,
60se altri a te ha fatto tradimento.
     Anche è stato tuo error e tua follia,
da che tu rivelasti il tuo secreto
al mostro, che trovasti nella via.

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     Pon’ fin omai, pon’ fin a tanto fleto,
65ché d’altra ninfa di maggiore stima,
se mi vorrai seguir, ti farò lieto.—
     Ed io, mirando l’arbore alla cima,
dissi:— Piú bella non fu mai veduta;
questa l’ultima sia, che fu la prima.—
     70Ed egli a me:— Della cosa perduta
non curar piú; e tanto ti sia duro,
quanto se mai tu non l’avessi avuta.—
     Ed io dicendo pur:— Venir non curo,—
della faretra fuor un dardo trasse,
75ch’era di piombo pallido ed oscuro,
     e parve ch’e’ nel petto me ’l gittasse;
e perché quello fa che amor si sfaccia,
fece che piú Filena io non amasse.
     Allor risposi a lui con lieta faccia:
80— Voglio venire e voglio seguitarte
ed esser presto a ciò che vuoi ch’io faccia.—
     Ed egli disse:— Qua a destra parte
sta una valle tra la gran foresta,
che diece miglia di qui si diparte.
     85Lí debbe dea Diana far la festa
per la sua madre, come fa ogni anno,
e la dea Iuno a venirvi ha richiesta,
     sí ch’ella e le sue ninfe vi verranno,
che son sí belle, che, a rispetto a quelle,
90queste di Diana silvestre parranno.
     Tu vederai venir quelle donzelle
tutte vaghette, adorne ed amorose,
incoronate di splendenti stelle.—
     E poi si mosse tra le vie spinose,
95tanto ch’e’ mi condusse su nel monte,
ond’io vedea la valle, e lí mi pose.
     In mezzo la pianura era una fonte
sí piena d’acqua, che n’usciva un rivo,
nel qual le ninfe si specchian la fronte.

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     E ’n mezzo la pianura, ch’io descrivo,
era una quercia smisurata e grande
e sempre verde quanto verde olivo;
     e li suo’ rami in quella valle spande,
li quai son tutti di rosso corallo,
105ed ha zaffiri in loco delle giande.
     E tutto il fusto è come un chiar cristallo,
e sotto terra ha tutte sue radice,
come si crede, del piú fin metallo.
     Per farlo adorno e mostrarlo felice
110vi cantan tra le fronde mille uccelli,
e lodi di Diana ciascun dice.
     Sul verde prato tra’ fioretti belli
vidi migliaia di ninfe ire a spasso
con le grillande in sui biondi capelli:
     115e per le coste giú scendere abbasso
fauni vidi e satiri e silvani,
che alla festa al pian movean il passo.
     Dietro son bestie ed hanno visi umani;
e son chiamati dèi di quelli monti
120e di quegli alpi sí scogliosi e strani.
     E naide v’eran le dèe delle fonti,
e driadi v’eran le dèe delle piante,
che hanno i membri agli arbori congionti.
     Con le grillande vennon tutte quante
125giú nella valle a far festa a Diana;
e poi che funno a lei venute avante,
     s’enginocchioron su la valle piana;
e fengli offerta sí come a signora,
e cantando dicean:— O dea sovrana,
     130benedetta sii tu in ciascun’ora,
e benedetti li fonti e li boschi,
dentro alli quai tua deitá dimora.
     Le fère venenose e c’hanno toschi
non vengan nelli lochi dove stai,
135né cosa, che dispiaccia, mai conoschi.

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     Tu facesti smembrar con doglie e guai
il trasmutato in cervio Atteone
con la potenzia grande, che tu hai;
     ché delle ninfe le nude persone
140corse a vedere tra le chiarite acque,
benché fortuna ne fosse cagione.
     Ippolito gentil, quando a te piacque,
tornar facesti in vita dalla morte
con quelle membra, con le quali ei nacque.—
     145E quando ell’ebbon lor offerte pórte,
anco alle ninfe fenno riverenza,
sí come a servi principal di corte.
     E dilungate dalla lor presenza
tennono nella valle estremo loco,
150come conviensi a lor bassa semenza.
     Giá era il tempo che la festa e ’l gioco
far si dovea e Diana fe’ segno
a due sue ninfe, a lei distanti poco,
     che chiamasser Iunon dall’alto regno,
155che scendesse alla festa omai a sua posta
col coro delle ninfe alto e benegno.
     Come fa ’n cor colui, al qual è imposta
l’antifona per dir, che prima inchina,
poi a cantar la voce tien disposta;
     160cosí fên quelle due a sua regina,
che s’inchinonno prima al suo comando,
poi, tenendo la faccia al ciel supina,
     encomincionno a dir cosí cantando.