Il Re Enrico VIII/Atto quarto

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Atto quarto

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William Shakespeare - Il Re Enrico VIII (1613)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1859)
Atto quarto
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ATTO QUARTO



SCENA I.

Una strada in Westminster.

Entrano i due gentiluomini di prima da diverse parti..

Gent. Sono ben lieto di rivedervi anche qui.

Gent. Ed io pure.

Gent. Voi venite per prender posto, e veder Anna di ritorno dalla sua incoronazione?

Gent. Sì; l’ultima volta che ci scontrammo, il duca di Buckingham ritornava dal suo giudizio.

Gent. È vero: ma quel giorno era giorno di dolore, e questo lo è invece di letizia pubblica.

Gent. I cittadini, sono certo, avran mostrata tutta la loro affezione pel re. Purchè si mantengano i loro privilegi, essi son sempre pronti a festeggiare le gioie dei loro signori.

Gent. Cerimonia più augusta di quella d’oggi non fu mai vista, ve ne fo fede.

Gent. Sarò io tanto ardito per dimandarvi che cosa contenga quel foglio che avete in mano?

Gent. È la nota di coloro che fan valere i diritti delle loro cariche nelle celebrazioni dei coronamenti. Il duca di Suffolk è alla testa, e chiede il posto di alto maggiordomo; poi il duca di Norfolk vorrebbe divenire conte maresciallo; il resto lo potete legger voi.

Gent. Vi ringrazio; se non fossi istruito di tali cerimonie lo farei. Ma, ditemi, che avverrà di Caterina? qual sarà la sua sorte?

Gent. Posso dirvelo. L’arcivescovo di Canterbury insieme con molti venerabili prelati, ha tenuto non da molto un consiglio a Dunstable, a sei miglia da Ampthill, dove era la principessa: essa fu citata a quella assemblea, ma non comparve; e allora facendo forza gli scrupoli del re, il suo divorzio è stato sancito dalla maggior parte di quei dotti personaggi, e il suo matrimonio dichiarato nullo. Dopo il suo giudizio è stata condotta a Kimbolton, dove è ora malata. [p. 365 modifica]

Gent. Oimè! povera signora! — (squillo di trombe) Odo le trombe; la regina sta per venire. (Vivo squillo di trombe: quindi entra il corteggio con quest’ordine)

Due giudici.

Il lord cancelliere colla borsa e la mazza dinanzi.

Una mano di coristi che cantano.

Il Prefetto di Londra colla verga. Poi Giarrettiera col suo abito da araldo e una corona di rame dorato sulla testa.

Il marchese di Dorset con uno scettro d’oro e una mezza corona pure d’oro sulla testa. Con lui il conte di Surrey, colla verga d’argento colla colomba e il diadema da conte in testa: dal collo gli pendono molti ordini da cavaliere.

Il duca di Suffolk coronato, col suo abito di Stato, con una lunga mazza bianca, qual alto maggiordomo. Con lui il duca di Norfolk col bastone da maresciallo, la corona, ecc.

Un baldacchino sostenuto da quattro baroni, sotto di cui sta la regina coronata e splendente di perle. Ai suoi fianchi sono i vescovi di Londra e di Winchester.

La vecchia duchessa di Norfolk; con diadema d’oro a fiori che precede ti corteggio della regina.

Parecchie dame con serti d’oro, ma senza fiori.

Gent. Un real seguito in verità. — Molti ne conosco. — Ma chi è quegli che porta lo scettro?

Gent. Il marchese di Dorset: e l’altro il conte di Surrey colla verga d’argento.

Gent. Un prode gentiluomo. — L’altro è, se non erro, il duca di Soffolk?

Gent. Sì, gran maggiordomo.

Gent. L’altro, milord di Norfolk?

Gent. Sì.

Gent. (guardando la regina) Il Cielo ti benedica! Tu hai il più vago volto ch’io mai vedessi. — Signore, sull’anima mia! è un angelo; il nostro re può vantarsi di possedere tutti i tesori dell’India, e più ancora, allorchè stringe quella lady fra le sue braccia: riprenderlo non posso per gli scrupoli della sua coscienza.

Gent. Quelli che portano il baldacchino son quattro baroni dei cinque porti1. [p. 366 modifica]

Gent. Essi son felici, e lo saran tutti quelli che le stanno vicino: credo che quella che precede le dame sia la nobile duchessa di Norfolk.

Gent. Appunto, e le altre sono lady di primo ordine.

Gent. I loro diademi lo mostrano. Sono stelle, e alcune forse in procinto di cadere.

Gent. Non più di ciò. (esce il corteo ai tuono è l’una lieta musica. Entra un terzo gentiluomo) Iddio vi salvi, signore! Dove foste voi?

Gent'. Fra la folla, nell’Abbazia; dove non si sarebbe potuto introdurre un dito; e son quasi soffocato per tanta pressa.

Gent. Vedeste la cerimonia?

Gent. Sì.

Gent. Come seguì?

Gent. Mirabilmente!

Gent. Vogliate raccontarcela, signore.

Gent. Lo farò come potrò. Quella lunga e splendente fila di lòrdi e di lady, avendo condotto la regina al seggio che le era ammanito, s’è tosto posta a una certa distanza da lei; e la regina s’è assisa sopra un ricco e magnifico trono, spiegando tutte le grazie della sua persona agli occhi del popolo. Oh! credetemi, è la più bella donna che mai sia entrata nel letto d’un mortale! Allorchè si è mostrata ai liberi e avidi sguardi del pubblico si è innalzato un rumor sordo d’approvazione, e gli abiti, i mantelli, i guanti volavano per aria; e credo che se avessero potuto gettar per aria le teste, lo avrebbero fatto. Non vidi mai più schietta allegrezza. Donne incinte, e i cui parti non saran lontani forse più d’una settimana, si mescolavano fra la folla con impeto, incurevoli del loro stato, e come gli arieti delle guerre antiche battevano coi grossi ventri quanto si opponeva al loro passaggio, onde poter vedere l’amabile volto di Sua Maestà.

Gent. E poi?

Gent. E poi Sua Maestà sorse, e con passo modesto andò agli altari, dove inginocchiossi, e in sembianza di santa alzò i begli occhi al Cielo, dirigendovi un’ardente e affettuosa preghiera. Quindi si levò e s’inchinò dinanzi al popolo, e poi si sottopose a tutte le cerimonie dell’incoronazione d’una regina, dico l’olio santo, la mistica colomba, la corona d’Eduardo il Confessore, la verga del comando, e tutti gli altri simboli che con dignità le sono stati porti; cerimonie che riempì l’arcivescovo di Canterbury. Finite queste, il coro, composto dei più celebri musici del regno, ha cantato il Te Deum; poscia ella è uscita dalla [p. 367 modifica]chiesa, ed è tornata con pompa magnifica alla piazza di York, dove si celebrano le feste.

Gent. Non dovete chiamarla piazza di York; quel nome è annullato. Essa appartiene al re, e si chiama ora White-Hall.

Gent. Lo so: ma il cambiamento è tanto nuovo che l’antico nome mi rimane ancora nella memoria.

Gent. Chi erano i due vescovi che camminavano a fianco della regina?

Gent. Stohesly e Gardiner: l’uno vescovo di Londra (seggio a cui è stato di recente elevato, da segretario che era dei re), l’altro di Winchester.

Gent. Quello di Winchester non si crede molto amico dell’arcivescovo, del virtuoso Cranmer?

Gent. Tutti lo sanno: nondimeno la loro inimistà non è molto grande, e se ella si accrescesse, Cranmer troverebbe un uomo che non l’abbandonerebbe.

Gent. Chi è questi, ve ne prego?

Gent. Tommaso Cromwell; uomo molto stimato dal re, e per verità assai degno di esserlo. Il re l’ha fatto gran maestra dei gioielli della corona e membro del consiglio privato.

Gent. Ei merita anche di più.

Gent. Sì, senza dubbio. — Venite, signori, venitene meco alla Corte, dove sarete accolti come miei ospiti: un po’ vi comando anch’io. Lungo la via vi narrerò altre cose.

I due primi Gent. Siamo ai vostri ordini, signore. (escono)

SCENA II.

Kimbolton.

Entra Caterina sorretta da Griffith e da Pazienza.

Griff. Come sta Vostra Grazia?

Cat. Oh! Griffith, malata a morte: le mie gambe, come rami caricati di soverchio, si piegano verso terra, quasi depor vi volessero loro fardello. Datemi una sedia. Ora mi pare di essere un po’ più sollevata. Non mi hai tu detto, Griffith, conducendomi qui, che quell’illustre figlio della fortuna e del favore era spento?

Griff. Si, signora. Ma credo che Vostra Grazia, addolorata com’è, non vi abbia posto attenzione.

Cat. Ti prego, buon Griffith, di raccontarmi in qual guisa è [p. 368 modifica]morto. Se ha fatto un buon fine, mi ha preceduta fórse per servirmi di esempio.

Griff. Sì, un buon fine, signora! Tale è la voce pubblica. — Dopo che il gran conte di Northumberland l’ebbe arrestato a York, e volle condurlo per rispondere alle leggi, com’uomo incolpato di gravi delitti, ei cadde di subito malato, e il suo male divenne così violento che non poteva restar seduto sulla sua mula.

Cat. Oimè! povero infelice!

Griff. Infine a piccole giornate egli arrivò a Leicester, e alloggiò nel monastero, dove il reverendo padre abate, con tatti i suoi religiosi, lo ricevè onorevolmente. Il cardinale gl’indirizzò queste parole: «Oh! mio buon padre, un vecchio, sbattuto dalle tempeste della Corte, viene per riposare in mezzo a voi le sue membra affralite. Accordatemi per carità un poco di terra». Poi si mise a letto; e la sua malattia fece tanti progressi, che la terza notte dopo il suo arrivo, verso le otto, ora ch’egli aveva predetta come la sua ultima, pieno di pentimento, immerso in continue meditazioni, fra lagrime e sospiri, rese al mondo le sue dignità, al Cielo la sua anima, e s’addormì in pace.

Cat. Gli sia lieve la terra, e le sue colpe deterse non pesino sopra di lui nel sepolcro! Permettimi nondimeno, Griffith, che io ti esponga il mio pensiero intorno a lui, senza però offendere la carità. Egli era un uomo d’un orgoglio senza limiti, che camminar voleva a paro dei principi; un uomo che co’ suoi perfidi consigli decimato avea il regno: la simonia non era che un giuoco per lui: la sua opinione era la sua legge, ed ei negava la verità, subdolo sempre nelle parole come ne’ pensieri. Non mai egli mostrava commiserazione se non quando meditava l’altrui ruina: le sue promesse erano ricche e potenti, ma l’esecuzione quasi sempre nulla. Ei si abbandonava al vizio, e dava al clero esempi scandalosi.

Griff. Nobile principessa, il male che fanno gli uomini vive scolpito sul bronzo, e le loro virtù noi le segniamo sull’acqua. Vostra Altezza mi permetterebbe di dire a volta mia quanto vi era di bene in lui?

Cat. Sì, caro Griffith, altrimenti sarei malvagia.

Griff. Quel cardinale, sebbene uscito da una schiatta non troppo illustre, era certamente fatto per salire alle più alte dignità. Fuori appena dalla culla egli era già dotto e pieno di scienza: possedeva la eloquenza più nobile che gli uomini possano conoscere. Altero e duro per coloro che non erano suoi amici, egli era dolce come una sera d’estate per quelli che lo corteggiavano. [p. 369 modifica]E s’ei non poteva saziarsi di ricchezze, era almeno generoso e splendido come un principe, e ne porto la testimonianza di qnei due figli gemelli della scienza, ch’egli ha innalzati, Ipswick e Oxford, di cui l’uno è caduto con lui; l’altro, sebbene imperfetto ancora, è nondimeno già sì celebre, sì ricco in tutte le discipline, A rapido ne’ suoi avanzamenti, che la cristianità non cesserà di esaltare il merito del suo illustre fondatore. — La sua felicità non è nata che dalla sua rovina; avvegnachè non è che in questo ultimo stato ch’egli ha imparato a conoscersi, e che ha scoperto il prezioso bene di esser piccolo e oscuro. Per coronare poi la sua vecchiezza con una gloria più grande di quella che gli uomini possono dare, egli è morto nel timore di Dio.

Cat. Dopo la mia morte non desidero altro araldo, altro panegirista delle mie azioni in vita, per salvare in tutta la sua interezza il mio onore, che un nomo così onesto come lo è Griffith. Colla santità de’ tuoi discorsi e colla tua moderazione tu mi hai fatto onorare quegli che io più odiava. Pace sia con lui! Mia cara donna, stammi vicino. Più anche, te ne prego: per lungo tempo non t’infesterò. — Buon Griffith, di’ ai musici di sonare quell’aria malinconica che ho intitolata mia squilla funebre, intantochè qui seduta, io mediterò sull’armonia dei concenti celesti che udirò fra breve. (si ode una musica lenta e solenne)

Griff. Ella si è addormentata: buona fanciulla, assidiamoci in silenzio per non la risvegliare. (una visione. Entrano uno dopo l’altro sei personaggi vestiti di bianco portanti sulle loro teste ghirlande d’alloro e maschere d’oro sui volti, con rami d’alloro o di palma nelle mani. Essi si avvicinano alla regina, la salutano, quindi danzano; e in alcune mostre due di essi le sospendono sulla testa un serto, mentre gli altri quattro con riverenza se le inchinano. Dai due primi il serto passa agli altri che li seguono, e si ripete la medesima cerimonia: così fino agli ultimi. Poi si vede la regina come ispirata, dar segni di gioia, ed alzar le mani al Cielo. Allora gli spiriti svaniscono, danzando e recando lungi la corona. La musica continua sempre)

Cat. (svegliandosi) Spiriti di pace, ove siete? svaniste tutti? E per abbandonarmi a questa vita miserabile?

Griff. Signora, eccoci al vostro fianco.

Cat. Non siete voi ch’io chiamo; non vedeste entrare alcuno qui mentre io dormivo?

Griff. Alcuno, signora. [p. 370 modifica]

Cat. No? non vedeste pur mo una schiera di eletti spiriti che m’invitavano ad un banchetto, e i cui splendidi volti irraggiavano su di me come altrettanti soli? Essi mi promisero l’eterna felicità, e mi presentarono corone, Griffith, che io sono indegna di portare: ma degna me ne renderò sicuramente.

Griff. Sono lieto, signora, che tali sogni allegrino la vostra fantasia.

Cat. Fate cessar la musica; essa mi è divenuta incresciosa.

(la musica cessa)

Fot. (a Griff.) Osservate, osservate qual subitanea alterazione è seguita nel di lei volto! come è divenuta pallida! come abbattuti sono i suoi occhi!

Griff. Ella sta per lasciarci, fanciulla; preghiamo, preghiamo!

Paz. Il Cielo la consoli! (entra un Messaggiere)

Mess. Col permesso di Vostra Grazia...

Cat. Voi siete ben ardito: non meritiamo noi maggior rispetto?

Griff. Siete biasimevole, comportandovi con così poca urbanità dinanzi a lei, e sapendo che ella non vuol rinunciare ad alcuna delle sue antiche prerogative. Inginocchiatevi.

Mess. Imploro umilmente il perdono di Vostra Altezza; fu la fretta di recarvi il mio messaggio che mi fece incorrere in tale mancanza. Voleva annunziarvi l’arrivo di un gentiluomo, che viene a vedervi per commissione del re.

Cat. Fatelo entrare, Grìffith: e che io non vegga mai più rimedio, se questo amministratomi a tempo non mi avrebbe guarita: ma ora non mi rimangono altre consolazioni che le preghiere. (finirà un gentiluomo) Come sta Sua Altezza?

Gen. In ottima salute, signora.

Cat. Così ei sempre stia, e sempre fiorisca, allorchè io abiterò coi vermi, e il mio povero nome sarà bandito da questo mondo! — Fanciulla, quella lettera ch’io vi dissi di scrivere, l’avete spedita?

Paz. No, signora. (dandogliela)

Cat. Signore, io vi prego umilmente di volerla dare al mio re.

Gen. Volentieri lo farò, signora.

Cat. In questa lettera io ho raccomandato alla sua bontà la immagine e il frutto de’ nostri cari amori, la sua giovine figlia (la rugiada del cielo cada convertendosi in benedizioni sul capo di lei!), supplicandolo di darle un’educazione virtuosa, perocchè ella è piena di egregie doti, e credo che a bene riuscirà. Gli ho raccomandato di amarla un poco in contemplazione di sua madre che ha amato lui, il Cielo lo sa! con tanta tenerezza! La mia [p. 371 modifica]seconda preghiera è perchè Sua Maestà si rammenti delle mie sventurate donne, che mi seguirono nell’avversa fortuna, per così lungo tempo e con tanta fedeltà: nè ve n’è una fra esse, lo giuro (e non vorrei mentire in questo istante), che non meriti per la sua virtù e per la sua bontà, pel suo onore e per la sua modestia, un buon consorte. Quelli che le sposeranno si stimeranno avventurati. — La mia ultima preghiera è pe’ miei servi. — Essi sono molto poveri, ma la povertà non ha potuto staccarli da me. — Abbiano il loro onorario, e qualche cosa di più, per ricordarsi di questa infelice. Se fosse piaciuto al Cielo di concedermi una più lunga vita, non ci saremmo divisi così: ma sia fatta la sua volontà. Ecco ciò che contiene questa lettera. — Mio caro lord, in nome di quel che più amate in questo mondo, e pel desiderio che avete che le anime cristiane abbandonino in pace la vita, siate l’amico di quei poveri, e pregate il re a rendermi quest’ultima giustizia!

Gen. Lo farò, lo giuro al Cielo; o ch’io perda anche il nome d’uomo!

Cat. Vi ringrazio, signore. Ricordatemi con ogni umiltà a Sua Altezza: e ditegli che la cagione di tante sue inquietudini ha abbandonato questo mondo. Ditegli che nel momento di morire io lo benedii; perocchè così farò. — I miei occhi si oscurano... addio, milord... Griffith, addio... Non a te, fanciulla, che non devi per anche lasciarmi. Bisogna che tu mi conduca al mio letto; chiamate le altre donne. — Allorchè sarò morta, cara fanciulla, abbi cura ch’io sia trattata con onore; spargi sul mio feretro fiori vergini, onde tutti sappiano ch’io fili una moglie casta fino alla tomba. Sebbene sfregiata del titolo di regina, ch’io sia sepellita qual regina figlia di un re. Più non ci veggo... addio...

(escono trasportandola)




Note

  1. I Baroni dei cinque porti furono instituiti da Guglielmo il Conquistatore, per sicurezza della costa di Douvres. I cinque porti erano: Hastings, Douvres, Hit, Romney e Sandwich.