Il Re dell'Aria/Parte seconda/4. La ricomparsa dello Sparviero

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CAPITOLO IV.

La ricomparsa dello “Sparviero”.

Occorsero ben due settimane di lavoro febbrile per riparare completamente l’incrociatore e rimetterlo in grado di riprendere la caccia alla macchina volante.

Durante tutto quel tempo, nessuna nuova era giunta alle isole del Re dell’Aria, quantunque parecchi piroscafi americani avessero approdato, costrettivi da una violentissima bufera che per parecchi giorni aveva sconvolto l’Atlantico.

Il baronetto, d’accordo collo stato maggiore, decise di ritornare nelle acque di Terranuova, anche per cercare di avere notizie.

Riempite ben bene le carboniere, un bel mattino il Tunguska, approfittando dell’alta marea, lasciò la Grande Bermuda, filando rapidamente verso il settentrione. L’Atlantico era assai agitato e l’orizzonte coperto di brutte nebbie d’una intensa tinta grigio-cupa.

Già è difficile incontrare delle belle giornate nei paraggi delle Bermude. Il cielo è sempre nuvoloso, il sole quasi sempre coperto o scialbo e formidabili venti e gigantesche ondate battono in breccia quelle poco fortunate isole.

Da secoli e secoli, forse da migliaia d’anni, quelle formidabili rocce, sorte chissà per quale capriccio dal fondo del mare, se, al pari delle [p. 255 modifica] Canarie e delle Azzorre, non sono invece le ultime vette dell’Atlantide, il continente scomparso, oppongono alle ire dell’oceano una resistenza incrollabile.

È bensì vero che l’incessante assalto dei cavalloni le minano, le rodono pezzetto a pezzetto, ma è ben poca cosa in confronto alla robustezza delle rocce.

Quattro giorni dopo la sua partenza dalla Grande Bahama, il Tunguska, che aveva mantenuta una marcia moderata di dieci nodi all’ora, giungeva in vista di Miquelon, la colonia francese di Terranuova ed uno dei centri principali della pesca dei merluzzi.

Un gran numero di piccoli velieri filavano lentamente al largo, verso i banchi frequentati da quegli eccellenti pesci, scortati da due rimorchiatori onde guidarli verso terra, nel caso che li avesse sorpresi il poudrin, la spessa nebbia che di quando in quando avvolge quelle isole.

Il baronetto segnalò alle due navi a vapore di accostarlo e seguì, con segnali a bandiera, uno scambio di domande e risposte.

Lo stato maggiore del Tunguska non si era ingannato. La terribile macchina si aggirava nuovamente nei dintorni di Terranuova, facendo delle rapide punte verso la costa americana.

Dei pescatori l’avevano scorta, pochi giorni prima, nello stretto di Belle Isle, diretta, a quanto pareva, verso il Labrador; più tardi una torpediniera canadese le aveva sparato contro alcune cannonate nei paraggi invece dell’isola d’Anticosti, quasi alla foce del San Lorenzo, poiché tutte le navi da guerra avevano ricevuto l’ordine di farle fuoco addosso nel caso che l’avessero incontrata.

Il baronetto ne sapeva abbastanza. Il Re dell’Aria mirava certamente a distruggere i quattro transatlantici della Compagnia che facevano servizio fra Quebec ed Amburgo.

Decise quindi di entrare subito nel vastissimo golfo di San Lorenzo, colla speranza di sorprenderlo.

— Sento che noi fra breve lo ritroveremo, — disse al comandante dell’Orulgan, mentre l’incrociatore filava a tutto vapore lungo le coste meridionali di Terranuova. — Bisognerebbe però sorprenderlo e scaricargli addosso una bordata, prima che abbia il tempo d’innalzarsi.

È quello che tenteremo di fare e spero di poter ingannare quel signor Re dell’Aria.

— In quale modo? [p. 256 modifica]

— È cosa certa che quel furfante sorveglia la foce del San Lorenzo, credendo di cogliere uno dei nostri transatlantici. Risaliremo il fiume per qualche tratto, poi lo ridiscenderemo con tutte le lampade elettriche accese e faremo suonare la musica, come se si trattasse d’una festa a bordo. Se si trova in quei paraggi, vedrete che non tarderà a mostrarsi.

— Si può provare, — rispose semplicemente Orloff.

Il Tunguska verso sera avvistava i fanali di Anticosti e poche ore più tardi si cacciava nel San Lorenzo, il gran fiume canadese, accessibile alle navi di qualunque tonnellaggio.

Vi era entrato a fuochi spenti, non essendovi alcun pericolo d’una collisione, per l’enorme ampiezza di quel grande corso d’acqua e, dopo d’averlo salito per una cinquantina di miglia, aveva virato di bordo, ridiscendendo come un pacifico piroscafo che si prepara, col ventre ben gonfio di merci e di emigranti, ad attraversare l’Atlantico.

Tutte le lampade elettriche erano state accese nel frapponte e nelle batterie e la banda militare, ridotta della metà, suonava sotto coperta dei waltzer e delle mazurke polacche ed ungheresi.

Sopra coperta invece non brillavano che i fuochi regolamentari: il rosso ed il verde a prora ed il bianco sull’albero militare.

Il baronetto aveva date tutte le disposizioni necessarie pel combattimento. Ufficiali ed artiglieri erano al loro posto dietro gli enormi pezzi delle torri ed a quelli a tiro rapido, pronti a fulminare di sorpresa la macchina infernale, nel caso che si fosse mostrata e che il Re dell’Aria, credendo di aver da fare con un transatlantico dell’odiata Compagnia, si presentasse improvvisamente intimando, come soleva fare, l’imbarco dell’equipaggio e dei passeggieri sulle scialuppe.

Il baronetto si era seduto a prora su una comoda poltrona, con un eccellente sigaro fra le labbra, mentre Orloff, il quale si era munito d’un cannocchiale, scrutava di quando in quando il cielo, ripetendo sempre la solita frase:

— Ancora nulla!... —

Era una splendida notte d’autunno e, cosa piuttosto rara, il cielo aveva una trasparenza meravigliosa.

Le stelle salivano a milioni e milioni brillantissime e la luna cominciava a far capolino al di sopra delle sterminate foreste di pini costeggianti il maestoso fiume.

Un silenzio profondo regnava su quell’immensa distesa d’acqua dolce, rotto solo dal rapido pulsare delle macchine e dai suoni vibranti [p. 259 modifica] delle trombe le quali lanciavano in aria le superbe note del magnifico waltzer di Strauss: «Sulle rive del Danubio».

La guardia franca danzava nelle batterie, in attesa del combattimento, mentre gli uomini della guardia notturna indagavano accuratamente il cielo dietro i loro pezzi.

Già il Tunguska aveva disceso l’ultimo tratto del fiume, quando Orloff, il quale di quando in quando puntava il telescopio in tutte le direzioni, si curvò verso il baronetto, dicendogli:

— Voi siete certamente uno stregone, signore.

— Perchè? — chiese Teriosky, stupefatto, togliendosi dalla bocca il sigaro.

— Non vedete chi ci segue?

— Chi?

— La macchina infernale.

— Possibile!...

— Volteggia sopra di noi da dieci minuti.

— E non me lo avete detto?

— È piombata improvvisamente su di noi e ci sta sopra; che cosa avreste potuto fare? Le nostre artiglierie non possono sparare in alto. D’altronde non può ancora essersi accorta che la vostra è una nave di battaglia e non già un transatlantico.

— Al mio posto che cosa fareste voi?

— Io? Fuggirei a tutto vapore, dovessi impiombare le valvole.

— E saltare.

— Non a quel punto, signor barone. Se voi non potete far fuoco orizzontalmente, col massimo rialzo, vi troverete sempre in balìa di quel dannato uccellaccio.

— Ero certo che sarebbe giunto, — mormorò Teriosky, gettando sulla tolda, con rabbia, il sigaro. — Sì, non ci rimane che sfidarlo alla corsa.

Vedremo se quel demonio saprà tener testa alla più rapida nave da guerra della marina russa. Ventitrè nodi sono molti al giorno d’oggi. —

Telefonò, dal block-house, all’ufficiale di macchina di salire in coperta.

— Signore, — gli disse, quando se lo vide dinanzi. — Quale velocità potremmo ottenere senza correre il pericolo di far scoppiare le caldaie. Vi avverto che vi domando la massima.

Del carbone non preoccupatevi. Ne dobbiamo avere un migliaio e mezzo di tonnellate. [p. 260 modifica]

— Forse ventiquattro nodi e qualche decimo, — rispose l’ufficiale.

— Il macchinario è solido: fate il possibile per ottenere i venticinque.

— Lo si vedrà, comandante.

Il baronetto aveva rialzati gli occhi verso il cielo stellato. La macchina infernale era là, proprio sopra l’incrociatore, ad un’altezza di millecinquecento o più metri e regolava la sua corsa sulla formidabile spinta delle macchine, mantenendo sempre la medesima posizione. Le sue immense ali vibravano, senza troppa precipitazione, mentre il fuso, illuminato pienamente dalla luna, scintillava come se fosse d’argento.

— Ci seguono, tenendosi al riparo dai nostri pezzi, — disse il barone a Orloff.

— Quel Re dell’Aria deve essere un gran furbo, — rispose il comandante dell’Orulgan. — Che fiuto meraviglioso ha quell’uomo!... Si direbbe che sente le navi a parecchie centinaia di miglia di distanza.

— È stata la nostra musica ad attirarlo.

— Ciò non impedirà di crearci dei grossi fastidi, signor barone.

— Voi credete che ci assalirà nuovamente, signor Orloff? — chiese Teriosky, con una certa apprensione.

— Sa di essere più forte di noi, signore, finché si mantiene sopra i nostri ponti. Al sorgere del primo raggio di sole ci farà l’intimazione fatale: Abbandonate la nave e salvatevi nelle scialuppe o vi affonderemo tutti.

— E voi credete che io sia disposto a obbedire?

— Il vostro non è un povero transatlantico, senza protezione e senza artiglierie... tuttavia... Eh! Se ci rovesciasse addosso una tempesta di quelle misteriose granate-mine o torpedini aeree che siano, non so se risponderei del vostro incrociatore, signor barone. Secondo il mio modesto modo di vedere e di giudicare, mi pare che sarebbero necessarie altre macchine volanti, pari a quella, per abbordarlo.

— Sapreste inventarne una?

— No di certo, signor barone. Io non ho mai voluto saperne della vita degli uccelli e mi sono sempre accontentato di quella dei pesci ed a fior d’acqua anche.

— Aspettiamo l’alba e forziamo le macchine. —

Il Tunguska precipitava la marcia, favorito anche dalla corrente del San Lorenzo, la quale si faceva sentire abbastanza forte verso la foce, in causa del riflusso. [p. 261 modifica]

L’enorme mostro d’acciaio, armato d’un formidabile sperone, chè non poteva servire assolutamente a nulla contro quell’uccellaccio padrone dell’aria, fendeva fragorosamente la corrente coll’impeto di un proiettile. Tonnellate di carbone venivano precipitate, senza posa, nelle sue fornaci, per ottenere la massima pressione, tanto che i macchinisti ed i fuochisti avevano dovuto spogliarsi, per non arrostire completamente.

Le cinture metalliche vibravano sonoramente e le eliche turbinavano rabbiosamente. Dalle ciminiere, immense nuvole di fumo uscivano sibilando.

L’incrociatore fuggiva a tiraggio forzato. Le valvole fischiavano, come se le macchine dovessero, da un istante all’altro, scoppiare e sventrare d’un colpo solo la carena. Nonostante quegli sforzi giganteschi, la macchina volante si manteneva ostinatamente al di sopra del Tunguska, accompagnandolo nella discesa del San Lorenzo.

Invano le poderose macchine dell’incrociatore funzionavano rabbiosamente: il Re dell’Aria sfidava il più veloce camminatore dell’Ammiragliato russo.

Il baronetto, colle labbra bianche, il viso alterato, la fronte imperlata di sudore, non ostante il vento freddissimo che soffiava attraverso il fiume gigante, guardava con crescente terrore il terribile avversario, che lo minacciava ad ogni istante come la spada di Damocle.

Che cosa fare? Che cosa risolvere, quando le artiglierie non potevano servire a nulla, quelle possenti artiglierie che avrebbero potuto affrontare anche una delle più formidabili corazzate del mondo?

La lotta di velocità non aveva fino allora ottenuto altro risultato che quello di consumare una quantità enorme di carbone.

— Chissà!... Aspettiamo l’alba, — aveva detto il barone ai suoi ufficiali e ad Orloff, i quali apparivano non meno impressionati di lui. — Basta che spicchi una volata dinanzi a noi.

Tutta la notte il Tunguska filò con una velocità spaventevole fra le acque del San Lorenzo.

Alle tre del mattino si trovava già nel golfo e fuggiva in direzione di capo Bretone, dopo di aver avvistata l’isola del Principe Edoardo. Alle quattro, nel momento in cui le tenebre cominciavano a diradarsi, la macchina volante aumentò gradatamente la sua velocità, precedendo l’incrociatore.

Si manteneva sempre ad un’altezza straordinaria, in modo da non esporsi al lungo tiro delle artiglierie, nè delle torri, nè delle coffe. [p. 262 modifica]

Il Tunguska, affrettava pure la sua marcia per non perderla di vista. Pareva però che il Re dell’Aria non cercasse affatto di eclissarsi, poichè aveva acceso un grosso fanale rosso, che non si poteva confondere con una stella.

Le macchine funzionavano rabbiosamente, imprimendo alla nave una spinta poderosa. I ventitrè nodi erano stati già oltrepassati, ma il terribile uccellaccio manteneva esattamente la distanza.

All’alba, il Tunguska non era riuscito a guadagnare sull’avversario neppure un decimo di nodo.

La macchina volante continuava tranquillamente la sua corsa, tenendosi in mezzo al vastissimo golfo, e mirando a dirigersi verso l’Atlantico.

Il baronetto aveva puntato un cannocchiale e si era messo ad osservarla attentamente.

A bordo del fuso si scorgevano degli uomini, i quali passeggiavano sul ponte, senza darsi, a quanto sembrava, nessun pensiero della nave da guerra che li seguiva ostinatamente, divorando le sue tonnellate di carbone.

— È meraviglioso! — disse il baronetto ad Orloff. — Quegli uomini hanno risolto la questione della navigazione aerea. Non mi sorprende: era un famoso ingegnere.

— Chi? — chiese il comandante dell’Orulgan, con stupore.

— Non è che una mia supposizione, — si affrettò a rispondere il baronetto.

— Forse conoscete l’inventore di quell’uccellaccio?

— Non so nulla, signor Orloff. Vi dico solo che quella macchina è stupefacente. Quelle persone devono aver studiato a lungo il volo dei condor, delle aquile e degli albatros.

— E dove intendono trascinarci?

— Chi lo sa? Finchè vi sarà nelle carboniere una tonnellata di combustibile io non lascerò quel signor Re dell’Aria. Anche lui esaurirà le sue provviste; suppongo che non deve averne tante, se si giudica dalla poca ampiezza del fuso.

— Di che genere saranno poi? Lo sapete voi, signor barone? A me pare che quel dannato uccellaccio non bruci nulla, nè carbone, nè petrolio, nè benzina, poichè non vedo nessuna ciminiera e non scorgo, sopra di lui, la più lieve traccia di fumo.

— È vero, — disse Teriosky, il quale era diventato [p. 263 modifica] improvvisamente pensieroso. — Di che specie sarà la sua macchina? Eppure deve sviluppare una forza assolutamente straordinaria per mettere in moto quelle gigantesche ali e tutte quelle eliche. Lo sapremo quando con una formidabile bordata lo faremo precipitare in mare.

— Non mi pare però che abbia, almeno per ora, nessuna intenzione di esporsi al tiro delle nostre artiglierie.

— Eppure non dispero di sorprenderlo, — disse il barone, il quale guardava ora verso il settentrione. — Eccolo là il mio alleato che scende lungo i banchi di Terranuova.

— Il poudrin? A che cosa potrebbe giovarvi quella nebbia?

— Lo saprete più tardi, signor Orloff. Al di fuori del golfo la incontreremo e quella sarà ben fitta. —

La corsa intanto continuava. Il Tunguska, vedendo che non poteva lottare colla macchina volante, aveva rallentato un po’, per non stremare macchinisti e fuochisti e non sprecare troppo combustibile, mantenendosi però sempre sopra i venti nodi.

Il Re dell’Aria aveva pure regolata la sua marcia in modo da conservare una distanza di mille e ottocento metri, con una elevazione di mille e cinquecento, onde tenersi al di sopra del tiro dei grossi pezzi delle torri. A mezzogiorno il Tunguska navigava in pieno Atlantico. La macchina volante, dopo essere passata in vista di capo Bretone, aveva piegato risolutamente verso il sud.

— Dove cerca trascinarci? — si chiedeva, non senza qualche inquietudine, il baronetto. — Vuole darci battaglia lontano dalle coste e dalle isole americane? Vivaddio! Non lascerò la preda, ora che l’ho trovata, checchè debba accadere.

Al largo, come aveva già previsto, ondulava, in fitte cortine, il poudrin.

Quella foltissima nebbia biancastra che si forma sui banchi di Terranuova in seguito all’incontro della corrente del Gulf-Stream, ancora riscaldata, colle correnti fredde che scendono dall’Oceano Artico, copre delle estensioni immense ed è fonte di molti disastri.

Lo sanno specialmente i poveri marinai francesi, inglesi ed americani, che s’occupano della pesca del merluzzo. Ogni anno quella nebbia cagiona gravissime perdite alle flottiglie che vanno ad ancorarsi sui banchi.

Le grandi cortine però si avanzavano lentamente, allargandosi verso levante, senza avvolgere, almeno pel momento, nè la macchina volante, nè l’incrociatore. [p. 264 modifica]

Non dovevano però tardare a raggiungere l’una e l’altro.

Ed infatti, verso le quattro del pomeriggio, quando già i due avversarii si trovavano quasi all’altezza del capo delle Sabbie, che è l’ultimo e pericolosissimo isolotto che si trova al sud della Nuova Scottland, il poudrin, spinto da vigorose raffiche che soffiavano dal settentrione, piombò sulla nave da guerra, togliendola alla vista del Re dell’Aria.

— Eccola giunta, questa famosa nebbia, — disse Orloff, abbordando il baronetto, il quale passeggiava nervosamente dinanzi alla torre di prora. — Che cosa farete ora?

— Aspettiamo, — rispose brevemente il signor di Teriosky.

— Non approfitterà quell’uccellaccio del malaugurio per eclissarsi?

— Avrebbe potuto farlo anche prima, possedendo delle macchine ben più potenti delle nostre. Se si è sempre mantenuto in vista, vuol dire che ha il suo scopo per trarci lontani dalle coste.

— E se approfittasse invece per assalirci?

— Come noi non vediamo lui, lui non potrà vedere noi, signor Orloff. Vi pare?

— Non sarà però sordo, quel signor Re dell’Aria. Le nostre macchine producono un tale fracasso da attirare l’attenzione anche d’un sordo. —

Invece di rispondere, il baronetto entrò nel block-house e telefonò agli ufficiali di macchina:

— Arrestate fino a nuovo ordine. —

Poi tornò a uscire, accese un sigaro e si mise a fumare, dicendo a Orloff, il quale lo guardava con stupore:

— Ecco fatto, comandante. Fra poco il Tunguska sarà immobile. —

L’incrociatore, spinto dal formidabile slancio impressogli dalle eliche, percorse ancora quattro o cinquecento metri, poi si arrestò, ondulando fortemente, essendo l’Atlantico un po’ mosso.

Un profondo silenzio regnò ben presto a bordo. Tutti tacevano, tenendo gli sguardi fissi in aria, come se temessero di veder comparire, fra la nebbia, la terribile macchina.

Il poudrin diventava rapidamente foltissimo. Alle prime cortine, altre ne erano seguìte, addensandosi intorno alla nave, spinte dalle raffiche che scendevano dal settentrione. Gli uomini della guardia di prora non scorgevano più quelli di poppa. Gli alberi militari pareva che fossero scomparsi.

Il baronetto continuava a passeggiare dinanzi al block-house, [p. 265 modifica] sempre fumando rabbiosamente. Orloff lo seguiva, bestemmiando contro l’umidità che guastava il tabacco della sua pipa, la quale funzionava malissimo.

Gli ufficiali stavano immobili presso le torri, pronti a comandare il fuoco.

In alto non si udiva più nulla: solo intorno alla nave l’Atlantico muggiva sordamente, con dei brontolii minacciosi.

Passarono due ore. Un’ansietà crescente aveva invaso tutto l’equipaggio.

Che cosa faceva il Re dell’Aria? Si preparava a tempestare la nave di granate o si era allontanato? L’ansietà d’un assalto improvviso di quell’inafferrabile nemico, che disponeva di così potenti mezzi di distruzione, pareva che avesse scombussolato tutti.

Solo il baronetto conservava una calma meravigliosa e continuava a fumare i suoi sigari, senza dimostrare la menoma apprensione.

Verso le sei, quando l’oscurità fu completa ed i marinai si preparavano ad accendere i fanali di posizione onde evitare qualche collisione, lanciò un ordine secco:

— Niente lumi!... —

Poi fece chiamare gli ufficiali dei pezzi.

— Accordo a voi, — disse loro, — dieci colpi ciascuno. Sparate in tutte le direzioni, colla più alta mira possibile.

Se quella dannata macchina, ha approfittato della nebbia per abbassarsi ed accertarsi se noi ci siamo arrestati od abbiamo continuata la nostra corsa, cadrà senza dubbio sfracellata.

Preparate le due scialuppe a vapore e calatele in mare. Se i nostri nemici cadono, cercherete di pescarli. —

Per alcuni secondi regnò sull’incrociatore un profondo silenzio. Il baronetto, dati gli ordini, s’era ritirato nel block-house con Orloff e con alcuni ufficiali incaricati di trasmettere il comando.

Duecento fucilieri si erano intanto schierati lungo le murate armati di carabine di lunghissima portata, per crivellare lo spazio fino all’altezza di duemila e cinquecento metri.

Si udirono nelle torri i capi pezzi a gridare:

— Pronti!... —

Passarono ancora due o tre secondi, poi il Tunguska si coprì di fiamme e di bagliori sinistri e un rombo spaventevole rimbombò entro le immense cortine di nebbia.

I sei pezzi da 203 sparavano furiosamente, scagliando in tutte le [p. 266 modifica] direzioni, alla più alta mira possibile, le loro formidabili granate-mine, subito imitati dai dodici pezzi a tiro rapido da 20 centimetri e dai quattordici piccoli pezzi da 76 millimetri.

A quel fracasso, spaventosamente assordante, si univano di quando in quando nutrite scariche di fucileria.

Proiettili di acciaio e proiettili di piombo solcavano la nebbia. In alto di tratto in tratto avvenivano degli scoppi e lampi di fuoco balenavano fra i fitti vapori, lacerandoli.

Quel fracasso infernale durò tre o quattro minuti, poi cessò bruscamente, avendo i pezzi consumate le cariche messe a disposizione degli artiglieri dal comandante.

Anche la fucileria era terminata, avendo gli ufficiali dato il comando di cessare il fuoco. Il baronetto e Orloff, seguìti dallo Stato Maggiore, si erano slanciati fuori dal block-house, mentre le scialuppe a vapore prendevano il largo, lanciando degli acuti fischi.

Tutti credevano di veder la macchina volante precipitare sulla coperta del Tunguska, crivellata, fracassata da quell’uragano d’acciaio e di piombo; ciò però non si verificò affatto.

Nessun grido si era udito intorno all’incrociatore, nè alcuna massa era scesa attraverso al poudrin. Quell’inafferrabile uccellaccio del Re dell’Aria era dunque riuscito a sottrarsi in tempo a quel bombardamento od aveva continuato tranquillamente la sua corsa? Chi avrebbe potuto dirlo?

Le due scialuppe a vapore compirono un largo giro, accompagnate dai fasci di luce elettrica proiettati dai fanali dei due alberi militari e tornarono a bordo, senza aver incontrata la macchina volante.

— Quegli uomini sono più furbi di quello che crediamo, — disse Orloff al baronetto, il quale, come soleva far sempre, si torceva rabbiosamente i biondi baffi spioventi. — Al primo colpo di cannone, devono essersi innalzati, mettendosi interamente al riparo dai vostri pezzi e dai vostri fucili. —

Il baronetto stava per rispondere, quando si udì una lontana detonazione.

— Sono essi che rispondono alla provocazione, — disse Orloff.

— Anche un cannone hanno dunque? — gridò Teriosky. — Non pretenderanno, spero, con un piccolo pezzo, di demolire il mio incrociatore. —

La detonazione si ripercosse lungamente attraverso la nebbia e si smorzò lontana lontana. [p. 267 modifica]

— Pezzo di piccolo calibro, — disse il baronetto, alzando le spalle. — Buono forse per un transatlantico che non ha che delle lamiere. —

Stette un momento silenzioso, poi riprese:

— Partiamo e usciamo al più presto da questo nebbione seccante. —

L’ordine fu trasmesso agli ingegneri di macchina e poco dopo l’incrociatore si rimetteva in corsa a venti nodi di velocità.

Tre ore bastarono per superare lo strato nebbioso che si era assai avanzato verso l’Atlantico, poi le stelle ricomparvero e con quelle anche la infernale macchina volante.

Fu un vero urlo di furore quello che scoppiò fra l’equipaggio dell’incrociatore, seguìto da una salve di bestemmie.

Un vago terrore cominciava ad invadere tutti gli animi. Quel Re dell’Aria era il diavolo in persona? Molti, fra i più superstiziosi, erano ben disposti ad ammetterlo.

— Ci segue, — disse il baronetto, — o meglio ci precede. Ebbene vediamo dove vuole trascinarci.

Diede ordine in macchina di ridurre la velocità a dieci nodi, onde conservare intatta una buona provvista di combustibile ed il Tunguska si mise a seguire la macchina volante, la quale non appariva più grossa d’una macchia, del diametro apparente della luna, mantenendosi a grande altezza.

L’alba non portò alcun cambiamento. L’incrociatore continuava a scendere verso l’Atlantico equatoriale e l’uccellaccio, come lo chiamava Orloff, a precederlo.

Durante la giornata, il comandante si provò a far sparare qualche colpo di cannone coi grossi pezzi da trenta centimetri col solito risultato negativo.

Decisamente l’artiglieria moderna si trovava impotente contro quell’uccellaccio.

Il terzo giorno il Tunguska era nei paraggi di Munn’s Riff, un pericolosissimo banco che si trova perduto in mezzo all’Atlantico, quasi all’altezza dell’isola di Nantuchet, ma a parecchie centinaia di chilometri di distanza e che è particolarmente temuto dai transatlantici che salpano da Boston pei porti dell’Europa occidentale.

Essendo l’oceano piuttosto cattivo, il baronetto stava per modificare la rotta dell’incrociatore, lasciando che la macchina volante vi passasse sopra, quando uno sparo echeggiò in alto.

Che cosa voleva il Re dell’Aria?

Teriosky stava facendosi quella domanda, quando un secondo colpo [p. 268 modifica]rimbombò e una palla andò a fracassare una delle due scialuppe a vapore sospese ai paranchi di tribordo.

Non vi era più da ingannarsi: il Re dell’Aria dava battaglia all’incrociatore.