Il Re prega/XXVI

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XXVI. Peste sia degli artisti!

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XXV XXVII


Don Gabriele era arrivato alle dieci del mattino, quel giorno stesso che doveva terminare in modo così lugubre per Bambina. La diligenza aveva anzi guadagnato due ore sui suoi arrivi abituali. Mettendo piede sul bel lastricato di Napoli, al Largo del Castello, una cosa colpì l’ex-giocoliere di pupazzi.

Ma, ritorniamo un passo indietro.

Il dottor Bruto, fulminato dalla morte terribile della sua fidanzata nel boudoir della regina Urraca, aveva fatto giuramento di non ammogliarsi. Aveva poi violato quel giuramento per una vecchia di sessant’anni, la marchesa di Tregle. Questa dama, non avendo parenti e sotto il pondo di un confessore gesuita, aveva legato l’immensa sua sostanza ai Reverendi Padri. La morte subita del marchese Mascara ebbe luogo.

Il marchese Mascara, volendo diseredare suo fratello e suo nipote, aveva disposto di una fortuna di cinque milioni di franchi in favore dei gesuiti, ma dopo la morte di sua moglie, molto più giovane di lui e, per conseguenza, avente la probabilità di sopravvivergli. Un mese dopo del testamento, il marchese morì. Tre settimane più tardi, la marchesa lo seguì nel sepolcro. Il fratello del marchese oppugnò il testamento, attaccò la donazione ai gesuiti. In meno di sei settimane, questo fratello, il figlio e la sorella di lui soccombettero1. Un grido di allarme e di terrore si levò in massa nella società napoletana. Re Ferdinando sopì il rumore, soffiò sul processo, e dette la proprietà dei Mascara ai Reverendi Padri.

Questo esempio terrificò la vecchia marchesa di Tregle. Ella non osò lacerare apertamente il testamento, ma ne distolse il senso. La marchesa soffriva di una malattia disgustosa, di cui il dottor Bruto le aveva alleviate le molestie con molto coraggio e devozione. Si prese di affezione per lui e volle attestargli la sua riconoscenza. Gli propose quindi di sposarla, ma in un modo delicato. Pregò il dottore di fare il giro d’Europa, per tre o quattro anni, lasciando la sua procura al colonnello Colini. Fu dunque il colonnello che sposò la marchesa per procura, mentre il dottor Bruto Zungo, cangiato oggimai in Tiberio, - Bruto era troppo rivoluzionario per un marchese di Tregle, - gustava le delizie del matrimonio nelle braccia di una lorette a Parigi.

La marchesa aveva investito Bruto di tutta la sua sostanza per irrevocabile donazione ed era andata a pregare il re di conferirgli e riconoscergli il titolo di marchese di Tregle. Ciò fu fatto. Il nuovo marchese tornò a Napoli dopo la morte della sua protettrice. Il colonnello Colini e don Gabriele, che abitavano di già la casa del dottore, ebbero le loro camere nel palazzo del marchese ed il loro posto alla sua tavola, come l’avevano nel suo cuore2.

Don Gabriele avrebbe potuto bellamente fare a meno di rappresentare le sue farse con i pupi nelle piazze di Napoli e nel teatro di donna Peppa. E’ provò. Il primo giorno gli parve esser felice.

Passeggiò per le strade di Napoli, dopo un eccellente asciolvere, le mani dietro il dorso, un bastone accoccato ad un bottone del suo soprabito, - il brigante si era accordato un soprabito color zucca, - andando a zonzo deliziosamente, gettando degli epigrammi ai passanti, dando la baia ai cocchieri di carrozzelle, entrando nei caffè e facendosi servire fuoco, acqua, ed il Giornale ufficiale gratis.

Il secondo giorno ricominciò la storia, ma sbadigliò forte. Il terzo gli prese il ghiribizzo di andarsene in campagna, e trovò che il sole lo importunava, la polvere lo faceva starnutar molto, il canto delle cicale gli dava la nevralgia, il gorgheggiare degli uccelli era un’insipida invenzione del poeti.

Rientrò la sera stanco, malcontento.

Il quarto giorno si disse: ah! se dormissi? che cosa divina un letto comodo! Si coricò dopo la colazione. Le mosche lo tormentarono; le pulci lo irritarono; le zanzare gli dettero terribile rovello. L’incubo si mise della partita. E si disse: eh! e se mi ammogliassi? Come! animale bruto, all’età tua? Sì, rispose egli stesso. Bah! usciamo. Il mondo gli sembrò stolido. Sbadigliò. Cercò per un’ora nelle sue tasche il moccichino che un monello gli aveva portato via delicatamente. Andò allo spettacolo, ove cominciò per irritarsi contro il suggeritore e finì per addormentarsi. Il quinto giorno si sentì malato, fu di pessimo umore, dichiarò che non digeriva più.... Breve, otto giorni dopo il marchese di Tregle avendo pietà di questo artista rientrato in un borghese, gli disse:

- Don Gabriele, i napolitani vogliono lapidarmi perchè io ti ho portato via dalle strade della città cui riempivi di brio e di gaiezza. Va dunque a divertirli un paio d’ore al giorno.

Ciò fu la liberazione per don Gabriele. Il marchese lo tirava dal limbo come un tempo il Cristo ne aveva tirato il re Davide e compagnia. Don Gabriele credeva compromettere l’onore della casa di3 Tregle continuando a fare l’istrione. Guarì a vista. I napolitani lo rividero con gaudio far dare le batoste al frate dal marito geloso ed allo sbirro da Pulcinella. Don Gabriele però si dette un allievo, quando cominciò a rappresentare una parte politica. Ma quello allievo, ahimè! non aveva la divina scintilla dell’improvvisazione del maestro, i suoi tratti arguti e vivi, le sue risposte scintillanti. Don Gabriele se ne desolò dicendo:

- Mille miserie! l’arte morrà con me!

Egli accompagnò il marchese a Roma, da fedel Servitore, non da esiliato. Provò d’introdurre le marionette a Roma.

Da prima i romani non compresero le arguzie del gergo napolitano, - ciò che desolava don Gabriele non vedendo il suo spirito gustato, - poi la polizia del papa trovò che doveva esser il monaco a bastonare il marito geloso e metterlo alla porta e non il contrario. Smise il teatrino ambulante. Visitò chiese e taverne. Si mise a fare una corte platonica alle trasteverine ed a dare la berta alla gente del ghetto. Nulla valse. La flirtation alle trasteverine gli attirò busse da un canonico di S. Giovanni. La nostalgia dei pupazzi lo riprese. Il marchese ebbe pietà di lui e lo rimandò a Napoli con una scusa.

Ed eccolo di ritorno.

Don Gabriele si era ripetuto lungo tutta la strada:

- La prima cosa che farò sarà di portare la lettera al P. Piombini. Quell’altro ha detto che si trattava di vita o di morte. Caspita! non bisogna mica pigliarla a gabbo e rimetterla al quinto atto. Poi vado a casa, tiro dal soppalco la mia baracca ed i miei piccoli e vado a fare una burla al mio allievo, installandomi al Molo. "Chi è dunque codesto galuppo, dirà egli, che si mischia di far concorrenza all’allievo unico di don Gabriele? voglio proprio vederlo." Ed io a ridere ed a dargli la berta, richiamare a me i suoi spettatori, e provargli ch’egli è un fiero animale.

Don Gabriele ruminava ancora questo progetto quando, discendendo di diligenza all’angolo della strada S. Giacomo e del Largo del Castello, si trovò faccia a faccia col teatrino del suo allievo che spippolava ad un magro uditorio non so che scipida cantafera. Don Gabriele corse ad udirlo. Fremè, la bile gli arrossò il naso ed i bernoccoli. Assistè all’anelito estremo dell’arte e disperò. Di un tratto; egli salta dietro il casotto in tela, morde la gamba del suo allievo e grida:

- Discendi, brigante, tu non sei neppur degno di essere priore a S. Maria la Nuova.

Salvatore, l’allievo, gettò un grido, riconoscendo la voce e i modi di don Gabriele, e si precipitò su di lui per abbracciarlo. Don Gabriele lo respinse. Afferrò le marionette, salì sullo sgabello, fece lo zufolo d’uso col suo piccolo fischietto e cominciò ad improvvisare una mattezza a screpolare la pelle dal ridere, sul suo ritorno, sulle sue scene con la polizia romana, su i suoi riboboli in napoletano che i romani avevano capito di traverso, in una parola, un’odissea scompigliata, fantastica, buffa, saltabeccante, libera, che contorse le costole degli spettatori per due ore.

L’estro del vecchio artista faceva esplosione.

Allettato da questo enorme successo, egli corse sul Molo.

Il ritorno di don Gabriele fu un avvenimento. Tutti lo conoscevano. Tutti avevano sentito la sua assenza, tutti lo sospiravano. Il successo fu frenetico. Don Gabriele s’inebbriò. Trottò senza mangiare, senza bere, senza pigliar fiato, al Largo delle Pigne. Gli fecero un’ovazione. Lo avrebbero acclamato presidente della Repubblica, se vi fosse stata ancora una repubblica partenopea. Perchè no? mons. Thiers l’è bene della Reale ed Imperiale Repubblica francese! La sera giunse. Don Gabriele s’installò al teatro di donna Peppa e vi guadagnò il suo Austerlitz. A mezzanotte, egli dava la sua terza rappresentazione della serata. Si sentì sollevato. Trovò sè stesso, perchè i romani avevano cominciato a farlo dubitare di sè. Ed e’ fu soltanto allora, ch’egli si accorse di aver fame, sete, sonno. Si pagò una carrozzella e ritornò al palazzo del marchese di Tregle. Spogliandosi per coricarsi, cercando non so che nelle sue tasche, trovò la lettera e si risovvenne che egli non aveva adempita la commissione di cui aveva tolto impegno.

- Animale che sono! gridò don Gabriele dandosi un grande schiaffo. E l’altro che mi aveva raccomandato di portar questa lettera immediatamente! Al postutto, che si possono dire due gesuiti? prega Dio per me, io prego Dio per te, preghiamo Iddio per tutti coloro che ci lasciano la loro fortuna e non ci chieggono nulla della nostra. Andiamo, su! dormiamo adesso. Gli è un ritardo della diligenza, che mo’! un cavallo crepato per via! un postiglione preso da un colpo di apoplessia! un incontro di briganti che so io? Vi è stato malore in viaggio. Io porterò la lettera domani mattina alle nove.

In questo frattempo, il corriere del padre generale Rothaan divorava la via. Egli non era partito il dì seguente, come avea supposto il P. Buzelin, ma due ore dopo la diligenza. Egli prendeva i cambi lasciati da questa. Gli era un piccolo uomo segaligno, giallo, bilioso, che dava doppia mancia per arrivar presto, che non mostrò il suo debile corpo vestito di nero che una sola volta, a Fondi, per trangugiare un paio d’uova e che si impazientava borbottando ma senza parlare. Arrivò a Napoli alle dieci e mezzo e si fermò a Porta Nolana, ove pagò il suo postiglione lasciando la sedia da posta. Salì in seguito in una carrozzella e disse al cocchiere.

- Va.

- Dove?

- Tira sempre dritto innanzi a te.

Alle undici, egli entrava nell’immenso stabilimento del Gesù Nuovo per una porta di cui aveva una chiave, - porta che dava nella retrobottega di un mercante di vino della strada Cisterna dell’Olio, un gesuita in borghese che vendeva il vino della Compagnia.

Il P. Piombini, felice come una fanciulla che ritorna dalla chiesa dopo la benedizione nuziale, confessava: non dubitando di nulla, o piuttosto non vedendo nulla. Il piccolo uomo magro tirò dritto dal P. Pelliccia, che presiedeva la casa di Napoli, e gli presentò il plico del generale. Il P. Pelliccia lesse, o piuttosto spiegò la lettera in cifra e disse:

- Sta bene.

Era mezzodì. Alle 2, il padre Piombini, salì nella sua cellula per rinfrancarsi, e poscia discendere al refettorio per desinare.

I gesuiti si trattano signorilmente: - un’eccellente minestra, quattro piatti, delle leccornie di pasticceria, un copioso e vario dessert, una bottiglia di vino squisito... cucina delicata, pranzo da gentiluomini. Il padre Piombini mangiò con appetito. Tutto era gaio, bello, delizioso per lui: aveva il sole nell’anima. Aspettava le 10 della sera. Aspettava...

Don Gabriele entrò nella chiesa del Gesù Nuovo alle 9, esatto come un petente che va dal ministro. Camminava dondolandosi, di un’aria preziosa, volteriana, sbirciando le donne, guardando i cani e gli uomini, e facendo la smorfia ai padri reverendi che dicevano la messa a parecchi altari.

- Non è codesto, biascicava desso. La parte del mio brav’uomo è quella di confessore. Una bella parte, in fe’ di Dio! che io creerei a meraviglia se la polizia mi lasciasse fare. Cagna rognosa, va! Sguinzagliarsi così sull’arte! Rovistiamo dunque i confessionali. Sarà curioso insomma! Si crederà che io vada a dare un bucato alla mia permalosa (coscienza).

E’ passò in rivista i confessionali. Erano tutti occupati, ma il padre Piombini non era là.

- Benissimo! tanto meglio! e’ non è ancora disceso. Andiamo al parlatorio. Sarà presto spicciata.

Andò a suonare al parlatorio. Un fratello, dall’aria dolce e compitissima, ricevè l’imbasciata. pregò don Gabriele di aspettare e salì. Un quarto d’ora dopo tornò e disse:

- Il reverendo padre Piombini è in chiesa.

- Peste sia dei monaci! gridò don Gabriele. Sono stati inventati a posta per far perder tempo alla gente. Andiamo, torniamo in chiesa. Ah!... a proposito, qual è il confessionale del padre Piombini?

- Il terzo, a destra.

- Ci sono. Grazie z-zì mo' (zio monaco). Che Dio ti mandi la tigna!

Don Gabriele sollecitò il passo e rientrò in chiesa. E’ si collocò in faccia al terzo confessionale e vi vide infatti un padre rannicchiato dietro il graticcio, confessando una vecchia.

- Ci son preso, brontolò don Gabriele. Se la vecchia sciacqua la sua anima pulitamente, ella resterà lì un’ora almeno. Ed io che ho fretta. Se il diavolo le regalasse una subita dissenteria! Insomma e’ sembra che il per omnia sæcula sæculorum l’intrattiene di cose divertevoli, perchè il birbo non si volta nemmeno da questa banda. Gli farei un segno allora....

Il confessore si volse. Non era il padre Piombini. Don Gabriele lo guardò con un occhio talmente carico di dispetto, che il padre lo rimarcò a volta sua, ed i loro sguardi s’incrociarono. Don Gabriele si fece ardito, ed avvicinandosi con passo precipitoso innanzi al confessionale, dimandò:

- Reverendo, io cerco del padre Piombini. Mi han detto che confessa in questa scatola; ma...

Si fermò. Il gesuita lo squadrò da capo a piedi con occhio calmo ed indifferente, poi rispose placidamente:

- Il reverendo padre Piombini è in sagrestia.

- Grazie, replicò don Gabriele. Vado infine ad acchiapparlo colà.

Nel fondo, don Gabriele era inquieto. Quell’andare e venire che faceva gli tornava alla memoria la parola piena di ansietà del gesuita di Roma, ed e’ si rimproverava oramai il ritardo, l’infedeltà che messa aveva nell’esecuzione della commissione. Entrò in sagrestia. Cercò degli occhi qualcuno cui rivolgere la sua domanda. Vi era una quantità di padri che si vestivano e svestivano degli arredi sacerdotali, di ritorno dall’altare o per andarvi; poi un nugolo di frati conversi che li aiutavano. Don Gabriele ne sbirciò uno, il cui viso gli gradiva meglio, lo accostò e gli domandò:

- Fratello... come vi chiamate voi?

- Frate Colella.

- Fra’ Colè, vorresti dirmi dove è il padre Piombini?

Questa dimanda provocò una contrazione involontaria sul viso del frate converso. Don Gabriele la rimarcò, ed il suo cuore si chiuse. Dopo un istante di esitazione, frate Colella chiese:

- Che cosa vi occorre dal padre Piombini?

- Ho bisogno di parlargli.

- Chi siete voi? lo conoscete voi?

- È il mio confessore, rispose intrepidamente don Gabriele.

- In questo caso, sclamò frate Colella, pregate per lui.

Nel tempo stesso tirò la maniglia di una porta che immetteva in una cameruzza dietro la sagrestia e mostrò al giocoliere di marionette una bara coperta da una coltre nera, posta sur un soppalco e rischiarata da quattro candelabri. Don Gabriele ebbe un brivido glaciale.

- Come? sclamò egli, il padre Piombini4...?

- È morto ieri, alle cinque, di un attacco di apoplessia... sierosa, io credo, ha detto il medico... che si è chiamato all’istante.

Don Gabriele fuggì dalla chiesa a tutte gambe, perseguitato da una voce interna che gli gridava: Assassino! sei tu che lo hai ucciso!

Le parole del padre Buzelin, a Roma, risuonavano al suo orecchio come un’accusa. I pupazzi gli facevano oramai orrore: l’incanto d’ieri si cangiava in rimorso che non si assopirebbe mai più. Ei corse la città senza sapere ove andasse, e senza neppure rammentarsi più della lettera. Mille progetti traversarono il suo spirito, dei quali il più insistente era quello di recarsi dal prefetto di polizia e di denunciare l’omicidio. Questa idea lo fece pensare alla lettera. Egli non sapeva leggere. Ma con sagacità considerò ch’ei non poteva dare a leggere quella missiva al primo venuto e gettare così al vento un segreto di quella importanza. Gli occorreva un uomo sicuro. Rientrò allora in casa e pregò l’intendente del marchese di Tregle, uomo prudente, di leggergli la lettera.

Quell’intendente era un vecchio, antico commesso di notaro di provincia. Aprì la lettera, si pose gli occhiali, e cominciò a sbirciare la scrittura. Poi, principiò a leggere:

- Frère a-us-si tot que vo us... Cosa è codesto? È in turco la lettera. Tu vieni a mistificarmi, mariuolo. Va al diavolo.

- Ma no, don Gennarì, tutto al più la lettera può essere in francese. È un francese che l’ha scritta. Tu non comprendi dunque questa lingua, tu?

- Puff! per chi mi prendi tu dunque, pagliaccio? La lingua di Voltaire e dei giacobini! Vade retro satana! Io sono un pio cattolico e non un empio rivoluzionario come tu.

Don Gennarino gettò la lettera. Don Gabriele la raccolse, costernato. Le difficoltà aumentavano. A chi dare ad interpretare quel foglio? Egli uscì ruminando questo pensiero e cercando fra le sue conoscenze un scienziato discreto, quando un’idea spruzzò come un razzo nel suo spirito.

- Ci sono proprio! sì, diss’egli. Lady Keith è il mio uomo! Il padre Piombini la confessava. Ella è amica del marchese, del colonnello Colini, amici del gesuita di Roma. Ella sarà prudente. Ella mi darà forse un consiglio. Io vado a mandar questa lettera a lord Parmestonne. Ah gli scellerati! gli scellerati!! lo hanno assassinato.

Don Gabriele saltò in un calessino e si fece condurre al Vomero. Era l’una dopo mezzodì. In casa lady Keith egli era conosciuto: don Gabriele vi accompagnava sovente il colonnello ed il marchese. Il portinaio lo lasciò entrare. Don Gabriele dimandò della cameriera di Milady.

- Impossibile di veder madama in questo momento, disse la cameriera.

- Ho pertanto bisogno di parlarle ad ogni costo.

- Davvero, vi dico che è impossibile.

- Arrivo da Roma, insistè don Gabriele. Ho notizie del marchese di Tregle e del colonnello Colini a dare a madama..

- Il momento non è opportuno, rispose la cameriera. Milady ha ricevuto in questo momento una lettera che l’ha gettata nella costernazione. Ella è tutta in lagrime. Non vi riceverà per fermo.

- Ditele ad ogni modo che io ho a parlarle di cose gravi, gravissime, arcigravissime, e che io giungo da Roma.

Cinque minuti dopo, don Gabriele fu introdotto presso la dama inglese. Infatti, ella era coperta di lagrime ed in uno stato di spasmodica agitazione. Una lettera stava aperta innanzi a lei: la lettera di Bambina.

- Che avete a dirmi? venite ad annunziarmi un nuovo disastro?

- Il padre Piombini è morto.

Lady Keith svenne. Don Gabriele chiamò la cameriera. Coricarono la dama sul canapè e la richiamarono a vita con dei sali. Aprendo gli occhi ella vide don Gabriele. Con una scossa interna di volontà ella si rizzò sul divano e gridò:

- E’ si è dunque ucciso, anch’egli?

Don Gabriele raccontò allora la storia della lettera, si accusò del ritardo del ricapito, e narrò ciò che aveva fatto e visto il mattino. Lady Keith gli strappò il foglio dalle mani e lesse a voce bassa, ed in francese. I suoi denti battevano, tremava ed ondulava come un giovane pioppo.

- Io non ho capito nulla, sclamò don Gabriele ingenuamente.

Lady Keith rilesse allora in italiano queste poche linee:


"Fratello, appena avrete ricevuto questo viglietto,
all’istante stesso, all’istesso minuto in
cui lo leggerete, fuggite, foste voi sull’altare al
momento della consacrazione. Disparite da questo
mondo. Nel consiglio di ieri sera, la vostra sorte
è stata decisa. Fu lungamente dibattuto se si
dovesse mandarvi alle missioni di Asia o di Africa,
là donde non si ritorna giammai. Si pensò che
voi avreste rifiutato di obbedire e che avreste
colta questa occasione per evadervi ed abbandonar
l’Ordine. Allora fu discussa la proposizione di
farvi scomparire. Si pensò che in questi tempi di rivoluzione
in cui viviamo, le case della Società potrebbero
essere visitate o sorprese, che potrebbero trovarvi
alla luce od alla libertà, e fare di questo reperto
uno scandalo abbominevole. Il pensiero umano
fu messo da banda, e foste condannato a morte, - una
morte subita, immediata, segreta. Fuggite
dunque, salvatevi, sopratutto dileguatevi dalla
faccia della terra. Oggi si cifra il dispaccio ai
superiori della casa di Napoli ed oggi stesso o
dimani uno dei nostri padri del consiglio superiore
parte per Napoli, in posta. Distruggete questa
lettera, che sarebbe una condanna di morte contro
di me se fosse conosciuta, e svanite nel nulla
se la vita vi arride ancora.
P. B."

- Ah miserabile che io sono, gridò don Gabriele strappandosi i capelli; io l’ho assassinato!

Lady Keith lesse in seguito la lettera toccante di Bambina, ove ella le raccontava i suoi torti, ciò che aveva fatto, ciò che sentiva, ciò che farebbe, e perchè si decideva a darsi al Piombini in mezzo agli spasimi della morte......

..... Lady Keith incaricò don Gabriele dei funerali di Bambina.

Don Diego giunse a Napoli sei giorni dopo.


Note

  1. Storico, salvo qualche dettaglio che mi è sfuggito di memoria.
  2. Vedere su questi personaggi due altri racconti dell’autore, o piuttosto due altri episodi di questo racconto, intitolati: Le notti degli Emigrati a Londra. Il Sorbetto della Regina.
  3. Nell’originale "i".
  4. Nell’originale "Piambini".