Il Re prega/XXV

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XXV. L'appuntamento della mezzanotte

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XXIV XXVI


Il P. Piombini sentiva qualche cosa di fatale pesare sul suo capo.

L’atteggiamento dei suoi superiori e dei suoi confratelli non era punto cangiato in apparenza. Non gli avevano fatto alcun rimprovero. Gli profferivano gli stessi riguardi. Gli si lasciava la stessa libertà. Esercitava le medesime funzioni. Solamente il rettore lo aveva avvertito che la sua condotta era stata segnalata a Roma ed aveva provocato dei reclami. Bisognava quindi circondarsi delle più grandi precauzioni, ritenersi un cotal poco.

Il P. Piombini aveva accolto l’avvertimento con umiltà; aveva risposto che la sua coscienza non provava alcun rimorso, ed aveva formulato la dimanda di uscire dall’ordine, poichè aveva perduto la confidenza e la stima dei suoi superiori.

La calma si ristabilì; ma l’emanazione magnetica delle anime che lo circondavano agiva su di lui e lo penetrava. Un nugoleto nero si abbassava poco a poco, si addensava, si restringeva e lo rinchiudeva in qualche cosa di cieco e senza uscita che gli tagliava il respiro. Egli conosceva la storia segreta della Società. Egli ne conosceva le regole, la procedura, il codice, i mezzi di profferire e di eseguire le sentenze. Egli sapeva che la sua posizione si aggravava a causa della grossa fortuna portata in dote alla compagnia, per ordine del duca di Modena.

Egli sospettava dunque tutto, spiava e studiava tutti gli sguardi, ascoltava tutte le parole bisbigliate, osservava tutti i passi e tutto ciò che lo circondava, dormiva poco, si svegliava a sobbalzo al minimo rumore, mangiava e beveva tremando, parlava di raro, fuggiva il consorzio dei suoi confratelli ed accelerava la sua messa in libertà - la secolarizzazione.

Questo stato di spirito, questa situazione minaccevole, la malattia di Bambina, avevano prodotto una certa diversione al compimento delle gioie del Padre Piombini, ma tutto ciò non aveva di guisa alcuna diminuito il suo amore. Al contrario, questo amore ingrandiva in ragion diretta dello sforzo, del pericolo, delle difficoltà, dei ritegni, dell’aggiornamento, ed avendo cominciato da un semplice appetito dei sensi aveva finito con l’estasi dell’anima.

Il ritorno alla salute di Bambina, la risposta del P. Rothaan che la secolarizzazione sarebbe accordata se il socio persisteva a dimandarla dopo più matura riflessione, avevano precipitata la crisi. Il P. Piombini aveva reiterata la dimanda di lasciar la Compagnia di Gesù, senza fare la minima allusione alla sua fortuna, onde scartare gli ostacoli e le lungaggini, ed era uscito due volte per andare a vedere Bambina.

Quest’ultima circostanza era stata comunicata per corriere espresso a Roma, ed il P. Rothaan aveva consultato il consiglio dell’ordine, se bisognasse per sopire lo scandalo, prevenire il male, evitare un danno alla Società, e, ad majorem Dei gloriam e per l’onore della chiesa, lanciare il fulmine sul capo della maliarda.

La maggioranza del Consiglio aveva opinato, con aggiustatezza, che la morte della giovinetta aumenterebbe ed aggraverebbe il parossismo; che l’amore non muore che di pletora e di sazietà; che, Bambina morta, il P. Piombini odierebbe la Società la quale l’aveva uccisa e cercherebbe farle il massimo male; che il delitto poteva essere provato.... insomma, prevalse l’avviso che bisognava lasciare in vita la ragazza ed il P. Piombini libero, onde guarisse il suo amore con l’amore, salvo a....

Quel salvo a, restato in bianco nella decisione del Consiglio, era la fatalità di due vite.

La partenza di Don Diego, il dolore di Concettella, - divenuta tetra e funebre, sapendo qual sorte si librasse sul capo del suo amante, - immersero Bambina nella solitudine. Le visite del P. Piombini non l’avevano sollevata. Il gesuita aveva svegliato in lei la donna, egli le aveva fatto intravedere dei pianeti incogniti nell’infinito dell’amore, ma non l’aveva sedotta. Bambina sarebbe stata felice di averlo per amico; come amante, lo abborriva.

All’età di Bambina, nello stato verginale del suo corpo, nell’ignoranza dei misteri del piacere, l’amore è ancora un fiore ed un incanto dell’immaginazione. Gli è più tardi ch’esso sconvolge il cuore ed i sensi. Bambina non poteva dunque concepire l’amore sotto la forma, sotto le vesti di un gesuita. D’altronde non aveva essa carezzato il fantasima, sotto l’immagine del barone di Sanza, bello ed elegante giovanotto? Il gesuita non possedeva la lingua immaginosa della passione falsa o superficiale. Il suo amore profondo e vero lo rendeva laconico. Un uomo che ama sinceramente, potentemente, non trova altra cosa a dire che: Io ti amo! Un amore gassoso si spande in frasi, tropi, immagini, eccessi, si inebbria non potendo identificarsi.

Ma il P. Piombini portava in lui una significazione terribile: era una scadenza! La sua presenza ricordava a Bambina il motto spaventevole che aveva pronunziato: La vostra anima per il mio onore! Il gesuita le aveva abbandonato l’anima. Bambina non ignorava ch’egli aveva compromesso ancora più: la sua vita, la sua considerazione, il suo dovere, e che correva formidabili pericoli. Ed ella? aveva ella tenuto la sua promessa? Il delitto, il male, hanno anch’essi il loro onore. Ella mancava all’onore ingannando quell’uomo, che avrebbe potuto esigere un pagamento anticipato, - ed ella avrebbe pagato, - e se n’era rimesso alla lealtà di lei. Abusarne non era dunque infame? Ella aveva presentato la sua mano all’addentellato, la macchina l’aveva acciuffata; era mestieri passarci tutta intera.

Ecco ciò che ruminava Bambina nella sua scura cameretta e sul suo letto della febbre, non osando confidarsi ad alcuno per alleviare il suo cervello oppresso ed irritato, non mangiando, non dormendo che con l’aiuto di una pillola di morfina, cui Concettella andava a cercarle ogni sera. Giammai creatura umana non sospirò tanto la morte per affrancarsi. La morte era una soluzione.

La sua innocenza le celava la gravità della profanazione materiale della sua persona. Ella non scorgeva nel pagamento del suo debito che un’idea vaga, indefinita, incommensurabile pertanto: la deflorazione morale dell’anima! Ciò aggravava la sua catastrofe e la spingeva alla disperazione.

Bambina infine era guarita. Si era alzata. Lo si crederebbe? La prima volta che uscì andò ad inginocchiarsi al confessionale del P. Piombini.

Ella non trovò nulla a dirgli; e non fu anzi che ascoltando la voce profondamente commossa del gesuita, il quale le domandava conto di sua salute, ch’ella si avvide ove fosse. Tremò e pianse. Il P. Piombini non le fece la minima allusione al suo amore. Bambina si limitò a ringraziarlo. Di che? Perchè? Eccoli alla quistione. Il gesuita ringuainò la sua logica e le disse per addio:

- Figliuola mia, attendo oggi o domani il risultato di una pratica gravissima che ho fatto. Domani sera, a mezzanotte, verrò a parteciparvelo. Ciò ci riguarda.

- A mezzanotte! sclamò Bambina. Ma Concettella è là.

- Che importa? rispose il gesuita. Quando si spianano delle montagne, - ed è questo ch’io sto facendo, - non si guardano i piccoli mucchi di terra che le talpe innalzano in un giardino.

- Ma che avete voi a dirmi!

- Nulla, in questo momento; perocchè io non sono sicuro di nulla. Forse una notizia inebbriante domani a sera. Verrò.

E senza aspettare altra risposta dalla giovinetta, il P. Piombini chiuse lo sportellino del graticcio ove era Bambina ed aprì quello del graticcio opposto per udire un’altra confessione.

Le ore che seguirono, fino alla mezzanotte del dì seguente, furono spasmodiche per la giovinetta e pel gesuita, - per la giovinetta sopra tutto. Ella si credeva intimato il pagamento del suo debito. Il momento di confidarsi a Concettella era arrivato.

Bambina raccontò tutto alla concubina di suo fratello, piangendo, desolandosi. Concettella pianse con lei e provò di consolarla. Che poteva ella? indorò il malanno e, per pietà, glielo presentò sotto un aspetto cui Bambina non aveva neppure sospettato. Concettella non riuscì ad ammaliare lo spavento di Bambina, ma ne scongiurò gli spettri fantastici.

- Tutte le donne passano per codeste prove, disse Concettella. Fra mille, non vi è forse che una sola giovinetta che si dia; le altre tutte subiscono la violenza della sorte sotto il nome di marito punto amato o di amante che le circostanze c’impongono. Lo scioglimento del dramma o dell’idillio dell’amore si fa sempre nelle lagrime che colano o che si bevono, raramente sboccia nella gioia. Poi segue la rassegnazione, celando il male, e si spera la liberazione, l’amore-amato, l’amore-amante.

- Giammai, gridò Bambina.

- Che volete che io vi dica, allora? sclamò Concettella. Io vi racconto la mia storia e quella di qualche persona che ho conosciuto. Io sono una ignorante. Vi sono forse delle scappatoie più accettabili e più gradevoli. Non lo ricevete dunque.

- Lo posso io? gridò Bambina con accento lacerante. Non sono io impegnata?

- Allora, ascoltate le sue proposizioni e aggiornate, aggiornate.... chi sa? Bisogna credere ai miracoli poichè la nostra santa madre, la Chiesa, ci crede. Volete voi che io gli parli, a questo innamorato frettoloso?

- No. Non inganni ignobili. Gli parlerò io. Io sarò sola con lui. Io non posso sperare qualche cosa che dalla sua generosità. Se naufrago.... ebbene, io so, dal primo giorno in cui mi promisi, come affrancarmi con una forza maggiore da una forza maggiore. E’ mi vuole? egli m’avrà.... se l’osa.

- Ah! se vostro fratello fosse qui....

- Mio fratello? egli è vescovo. È meglio poi che egli sia a Roma che qui. Io vorrei pertanto vederlo ancora una volta!....

Ella ruppe in un dirotto pianto ed andò a rinchiudersi nella sua cameretta.

Bambina non era pia, tuttavia ella pregò, ella sperò.

La notte venne. L’orologio della chiesa vicina cominciò a1 snocciolare le ore. Ogni colpo di martello batteva al cuore della povera creatura e lo piagava. Infine, mezzanotte suonò pure. Al punto stesso, l’appartamento risuonò di un tocco discreto del campanello.

- Eccolo! gridò Bambina, balzando dal seggiolone, come se fosse stata toccata da un ferro rovente.

- Eccolo! ripetè Concettella. Che bisogna dunque fare?

Bambina riflettè un istante, poi ordinò a Concettella:

- Entra nella mia camera e tienti svegliata. Se grido, accorri.

Concettella si rinchiuse nella stanza di Bambina e questa andò ad aprire.

Era infatti il padre Piombini vestito da laico.

Se egli non avesse detto con una voce penetrantissima: Grazie! oh grazie! Bambina non lo avrebbe riconosciuto. Sembrava bello e giovane. Egli prese la mano madida della giovinetta e la sentì tremare. Egli appoggiò le sue labbra sulla fronte di lei, e la sentì fremere. Bambina lo condusse nel salotto cui aveva illuminato meglio del solito. Il lume raddoppiava il prestigio meraviglioso della sua bellezza. Ella fece sedere il gesuita sul canapè e restò in piedi. Si guardavano entrambi stupefatti. Bambina vedendo il conte Bonvisi, ed il padre Piombini vedendo la donna sotto il riflesso magico che le dà quasi dell’ideale, la luce delle fiaccole. Infine, il gesuita gridò con tuono precipitato, quasi avesse avuto fretta di annunziare le sue belle nuove:

- Figliuola cara, io sono felice. I miei negoziati sono riesciti. Un naviglio da guerra americano è giunto in rada stamane. Uno dei miei penitenti mi aveva di già ottenuto dal ministro americano un ordine d’imbarco. La pratica è stata condotta col più grande segreto, al confessionale, per istornare l’osservazione de’ miei confratelli. Il ministro americano mi aspetta in casa sua.... che dico? ci aspetta, dimani sera.... nella notte di domani. La sua carrozza sarà nella strada S. Sebastiano, alla mia porta, ai miei ordini. La sua vettura è inviolabile ed il segretario dell’ambasciata vi si terrà dentro. Costui è pure ai miei ordini. Io uscirò dal Gesù Nuovo alle undici e verrò qui alla porta. Io voglio essere qualche ora con te, essere tutto a te, averti tutta a me.... Poi ti presenterò al ministro americano come mia moglie. Io abiuro. Io mi fo protestante. Ci mariteremo innanzi al console americano. Partiremo per l’America sul naviglio da guerra che è nel porto. Rinnovelleremo il nostro matrimonio solennemente a New York. Ecco ciò che ho potuto fare. Vostro fratello è istrutto delle mie pratiche. Io non ho che questo a dirvi.

Vi era nell’accento del padre Piombini qualche cosa di così penetrante, di così toccante, che Bambina non trovò nulla a rispondere. Ella vedeva quell’uomo sotto una luce nuova, al fisico come al morale. Il gesuita non esisteva più che quasi come una memoria benefattrice. L’ammirazione, il rispetto, la riconoscenza, un fascio di sentimenti femminini nuovi, qualche cosa di incognito e d’indefinito che circolava nelle sue vene ed ossidava il suo sangue, un’aureola iridata e vagabonda che solcava il suo guardo interiore, paralizzavano la sua lingua, precipitandovi motti incoerenti e tumultuosi. Il gesuita interpretò quel silenzio in cattiva parte. Credette comprendere che ciò che aveva fatto non bastasse per la giovinetta e soggiunse:

- Nel mondo, io era un giorno il conte Bonvisi. Se ciò vi sorride meglio che il pastor protestante, noi possiamo fermarci in Inghilterra. Io reclamerò la mia fortuna. Lasciando la Società, la mia fortuna considerevolissima mi ritorna, io farei qualche sacrificio per evitare un litigio. Il padre Rothaan è savio. Egli preferirà conservare alla Società cinque o seicentomila franchi e restituirmi il resto, facendomi passare come partito per la missione della Cina o del Giappone, - là donde non si ritorna mai o si ritorna carcame di martire. Egli sa che può fidarsi di me. È uomo da comprendere una passione. Nondimeno, se l’avidità lo accieca.... ebbene, tanto peggio; lo scandalo ricada sulla Società. Al postutto, io ho ragione.

Bambina taceva sempre ed ascoltava. Il Padre Piombini continuò:

- Voi trovate forse che io non ho fatto abbastanza per voi. Piaccia a Dio non troviate un giorno che ho troppo fatto.

- Come ciò? sclamò Bambina provando come una scossa al cuore.

- Ebbene, sì, che m’importa alla fine quantunque ei si facciano, purchè io mi abbia una settimana, un giorno, un’ora di amore, che io mi sia felice ancora una volta nella vita mia, che io vi lasci felice e ricca? Io vi porterò domani una donazione di tutti i miei beni per assicurare, ad ogni evento, il vostro avvenire. Io li conosco. E’ non mi lasceranno godere di ciò che essi addimandano il mio tradimento. I miei giorni sono contati. Ma io non me ne curo. Dovunque noi andremo, ci scopriranno e ci acciufferanno. Io non ho paura che per te. Consentiranno essi che tu viva, sapendoti mia erede? In America, in Inghilterra, in Francia, ai poli, nel fondo delle miniere dell’Altoi.... essi saranno dietro a noi. Il loro braccio è lungo, essi raggiungono tutti, dovunque, infallibilmente. Non sono stato io loro istrumento nell’affare del marchese Mascara? cinque persone di una medesima famiglia sterminate in meno di sei settimane per appropriarsene l’eredità, e la giustizia restò immobile e cieca! Ma io sono rassegnato anzi tratto. Io ti amo. Averti a me, non fosse che per un giorno, e poi morire guardandoti, stringendoti sul mio cuore, santificato dall’alito tuo che sarà come l’aura delle ali degli angeli. Dio mio! se io potessi ascoltar la tua voce che mi dicesse: io ti amo! se io potessi sentir le tue labbra sorbire l’anima mia con l’ultimo mio sospiro!

- E voi avete affrontati simili pericoli per amor mio? mormorò Bambina, quasi parlasse a sè stessa, con voce sommessa e lenta. Voi correte di codesti rischi per amarmi? Ed io che mi credeva eroica!

- Bambina, non farmi soggiungere parole che all’età mia, nella mia persona, nella bocca di un uomo non amato sembrerebbero vaneggiamenti, e che turberebbero la tua anima, se tu mi amassi. Ordina ciò che debbo fare per piacerti. Esprimimi il desiderio più esorbitante cui un altro uomo potesse soddisfare, - fosse anche il re, fosse, più ancora, il generale dei gesuiti.... sarà esaudito: e deduci da ciò la grandezza, e l’immensità dell’amor mio. Il sacrifizio della mia vita non è il sacrificio più grande ch’io ti fo. Tu mi hai dimandata la mia anima? io te l’ho prostrata sotto i piedi. Non sono io apostata? vale a dire, non ho io mancato alla mia parola di prete, al mio onore di gentiluomo! Io non metto in conto la religione cattolica: io ne ho un’altra. Mi forzarono ad entrare nell’ordine, ed io mi ebbi la vigliaccheria di preferire la vita ad una menzogna. Ma la mia lealtà di uomo, la mia parola di gentiluomo sono ora maculate. Io ho tradito la loro confidenza. Ebbene, credi tu, figliuola mia, che il sacrifizio del tuo onore, quando anche me lo avessi tu fatto, sarebbe stato più grande del mio?

- Oh! no, no, gridò Bambina esaltata. Prendimi: eccomi a te.

- Che? sclamò il gesuita, levandosi di soprassalto poi ricadendo. Oh! no: non slanci di entusiasmo. Io non mi vanto di quello che ho potuto fare. La sola gioia della mia vita è di avere avuto qualche sacrifizio a metterti ai piedi. Come ho io riposato tranquillo di poi! come mi sono sentito alleviato! come mi sono trovato autorizzato a dimandarti qualche cosa, - un tesoro, un mondo! l’amore. L’amore? io ne conosco il prezzo. Tu saprai un giorno ciò ch’esso mi ha costato in giovinezza, quando io era uomo del mondo. Fregare il mio zamberluccaccio di frate alla veste serafica della tua verginità.... oh Bambina! io sono il niente.

- Io vi attendo domani sera, susurrò Bambina: voi mi troverete alla vostra altezza.

- Diletta figliuola, diletta figliuola, gridò il gesuita cadendo ai ginocchi della giovinetta e baciandole le mani, le vesti, i piedi: non mi dare il delirio. Che? tu mi amerai un giorno? Che? la mia lugubre sottana non ti ripugna e spaventa? Che? tu consenti a dividere la mia esistenza, la mia gioia, i miei pericoli, le mie speranze? Che! tu vuoi identificarti con me? essere a me tutta intera, senza riserbi, senza apprensioni, senza ritardo, spontanea, del tuo cuore? Oh, mio Dio! grazia. Lasciami vivere un giorno solo nelle sue braccia, e poi disponi del mio corpo e dell’anima mia!

Bambina lo rialzò. Egli l’attirò sulle sue ginocchia e la coperse di baci, diventando fanciullo, sciogliendone le treccie, esaminando le mani di lei, e gli occhi, volgendo il di lei viso per lambirne l’espressione varia secondo i riflessi della luce, chiudendone la vita fra le sue quattro dita, palpando la finitezza dei capelli, sorbendo la soavità dell’alito, l’armonia del profilo, l’attonita, profonda, immensa, limpida espressione dello sguardo, e sclamando ancora:

- Bella, bella, divinamente bella!... E tutti quei tesori sono miei, non è vero, Bambina? a me, a me solo, a me il primo? Il tuo cuore mi ha dunque compreso? esso ti ha dunque parlato? tu non ami più quel meschinello di barone che ti squadrava dall’alto del suo empireo del quarto piano? Domani sera.... no, io verrò alle undici, se posso. Passeranno desse queste ore di agonia? Come sei bella! diletta figliuola; oh! come io ti amo, ti amo, ti amo a morirne. Non lo senti tu che io ti amo? Ma tutti, tutti hanno ciò letto sulla mia fronte, negli occhi miei: è una corona di fiamme.

- Ditemi che non correte alcun periglio; ho bisogno di averne la certezza. Sarei dunque io che vi ucciderei, se coloro vi assassinassero, sarei io? sarebbe a causa di me.... di’?

- Non pensare più a ciò, fanciulla diletta. Io l’ho obliato. Ove tu sei. Dio è, ed io non veggo neppure la mano della morte. Che m’importa di essi oggimai? Che mi pugnalino, che mi avvelenino, che mi strangolino.... cosa è codesto? che mi fa ciò, se io ti ho sentito nelle mie braccia come ti sento ora, se io ho baciato i tuoi occhi, le tue guance, le tue labbra? Morirei mio Dio! ma e’ sarà la gioia che mi ucciderà, non coloro.

- Ma insomma, insistè Bambina, preoccupata, non accorgendosi neppure che il suo amante la divorava di baci, - ma insomma, senza me, senza questo amore, voi non correreste alcun rischio? Me sparita, vi lasceranno essi vivere?

- Diletta, diletta figliuola, non pensare più a codesto. Non te l’ho io detto? Essi sono impotenti a colpirmi al cuore se io ti avrò avuta un sol giorno, uno solo, che io avrei passato tenendoti sul mio petto. Ebbene, sì. E’ mi assassineranno per conservare la mia fortuna. Ma se io la lascio loro? Saranno forse soddisfatti. Ma che mi uccidano pure: io ti amo, e morrò vicino a te. Io avrò goduto le feste divine del cielo. Il paradiso è amore.

Bambina appoggiò il suo capo sulla spalla del conte Bonvisi e gli bisbigliò all’orecchio:

- Ti aspetto domani.

Il padre Piombini se la strinse sul cuore e sentì le labbra di Bambina palpitar sotto le sue. E’ si levò subitamente: la vertigine lo guadagnava.

Un quarto d’ora dopo e’ partiva, e Bambina restò immersa nei sogni. Poi, tutto a un tratto, ella si alzò e corse nella sua camera ove Concettella si era addormentata. Bambina la mandò a coricarsi e frugò nei tiratoi del suo stipo donde cavò fuori una scatoletta cui aprì. La scatoletta conteneva una quindicina di pillole di morfina, cui ella aveva fatto comprare per darsi ogni sera un poco di sonno e cui aveva conservate. La scatoletta scomparve nella sua tasca.

Bambina si coricò e dormì.

Ella aveva preso una risoluzione.

Bambina passò la mattina del dì seguente a scrivere a lady Keith, al principe di Schwartzemberg ed a suo fratello. Era quel giorno appunto che la diligenza di Roma arrivava a Napoli ed in cui Don Diego sarebbe giunto se non si fosse fermato a S. Germano per visitare il famoso monastero di Monte Cassino. La lettera a suo fratello era la più corta. Essa spiegava in una parola la crisi che si era operata nel cuore della fanciulla e la di lei grandezza d’animo.

"Caro fratello, diceva quella lettera, Concettella ti dirà tutto ciò che è occorso. Io ho amato, in un secondo; io ho amato per qualche ora. Mi sono data a lui con estasi. Ho voluto renderlo beato; conoscere io stessa l’amore. Ma come, me vivente, i gesuiti lo avrebbero ucciso, io ho cessato di vivere, affinchè lo lascino vivere e gli perdonino. Io non potevo fare meno per lui che per te: a te l’onore, a lui la vita. A dio! in dio!"

La giornata scorse nella massima calma. Bambina mangiò, rise, scherzò, confessò il suo amore pel gesuita a Concettella, parlò di lui, fu sfrontata di curiosità femminile da far arrossire Concettella. Ella voleva piacere, dare in due ore tutto ciò che l’amore può dare in dieci anni, godere, ubbriacare, inebbriarsi ella stessa di quell’incognita che addimandisi voluttà, morire nella febbre, nel delirio nella follia.

La notte giunse. Bambina sollecitava le ore coll’ansietà.

Dalle dieci, si mise alla finestra per vedere arrivare la vettura che lo conduceva a lei. Tutto l’appartamento era vivamente illuminato, ornato di guastade di fiori. Ella si era vestita il meglio che aveva potuto e saputo, quasi che il fiore splendidissimo ed effimero del cactus grandifloris avesse avuto bisogno dei cenci di una cucitrice. Si scollacciò senza modestia, si profumò. Voleva tutto offrire, tutto mostrare, tutto dare, senza riserbo. Non si apparteneva più. E non sapeva tenersi cheta.

Alle undici, come il conte Bonvisi aveva detto che sarebbe forse giunto a quell’ora, Bambina si pose alla finestra, ed una fiamma le salì dai piedi alla testa, le scese dalla testa ai piedi. Il desiderio dell’infinito illuminava la sua serafica bellezza. Alle undici e mezzo il vico era deserto, il silenzio dovunque, i passanti rarissimi nella strada di Forcella, all’estremo dell’angiporto. I dodici colpi di mezzanotte vibrarono. Allora Bambina rientrò e chiuse la finestra. Ella mandò Concettella a coricarsi e ritornò nel salone. Un rumore lontano, una vettura che passava nella strada di Forcella, arrivò a lei. Bambina saltò in piedi, cavò fuori la scatola della sua tasca ed inghiottì una dopo l’altra le quindici o sedici pillole di morfina che conteneva. Ella respirò alla fine.

- Ho quattro o cinque ore di vita a dargli, mormorò essa - poco esperta in tossicologia - tutto a lui, tutto, tutto, tutto. Dio, mio Signore, non turbare la mia gioia con le torture della morte.

Ella si assise, tese l’orecchio ed.... aspettò.

Il Padre Piombini non venne.


Note

  1. Nell’originale "o".