Il bacio di Lesbia/IX

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Il passerotto

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VIII X
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IX

IL PASSEROTTO


Piangeteo Veneri! Piangete o Amori!

Pare questo verso un motivetto del Settecento, ma tale non è.

Catullo un giorno si presenta alla dama con una domanda esorbitante. Viene in mente uno che si precipita in banca con un assegno favoloso. La cassiera, pur generosa e ricchissima, non sa come pagare. Questa cifra è quasi superiore alla umana possibilità. Catullo domanda cento baci, poi altri mille, poi altri cento, e ancora mille; e poi ancora da capo.

Questa è una stravagante storia che non ha riscontro nemmeno nelle più stravaganti storie d’amore. Ma non è la storia di una «libido». È la storia di un passerotto.

Oh, passero, delizia della fanciulla mia!

Quella dama teneva per casa un passerotto: le camminava dietro le sottane, le saltellava attorno, veniva su la spalla a prendere il becchime dalle labbra di lei. Era una carezza!

Che cosa è un passerotto?

La più umile fra le creature alate. Arriva appena a fare cip cip; ma con tanta gaiezza! [p. 90 modifica] Niente sa del mondo. Saltella anche oggi per le vie del mondo fra uomini micidiali, e non ha paura. Fa i nidi sui tetti delle case, può precipitare in casa per la canna del camino, e se il gatto non lo mangia, diventa familiare, vive con noi. Ci viene incontro quando noi entriamo in casa. Salta su la tavola quando mangiamo. Se accostiamo il suo cuore al nostro orecchio, rimaniamo meravigliati al mera vighoso pulsare.

Il cuore del passero, come il nostro, si spegne e non riprende più.

Ah, il cuore del passero!

Il passero di Lesbia mori, e allora avvenne quella strana propagazione di baci come cerchi senza numero in immobile gorgo di acque.

Stupita è la dama per tanta richiesta di baci e domandò:

— Perché tanti baci?

— Piangete, o Veneri, piangete, o Amori. Morto è il passero della mia fanciulla. Rossi di pianto si fanno gli occhi della fanciulla mia.

Gli splendenti occhi della gran donna piangono?

Si fanno turgidi? Occhietti di bimba diventano?

Si, è vero! La donna genera l’uomo; ma l’uomo, che è poeta, può fare una donna come a lui pare. [p. 91 modifica]Fu un vero passerotto il cui cuore, a un certo momento, cessò di battere.

I medici greci non avevano ancora trovato il modo di far risuscitare i cuori dei morti. Quindi il passero è morto veramente: non ci verrà più incontro quando noi torniamo a casa; esso cammina con la testolina in giù per la via delle tenebre. Dalla via delle tenebre più alcuno non ritornerà. «Maledette voi siate, cattive tenebre, che divorate tutte le cose belle».

Qui qualcuno può obbiettare:

II cuore di un passero non è mica la morte del cuore di ser Blacatz!

Si risponde:

Se non è la morte di ser Blacatz, è la morte.

Il passerotto ora non fa più cip cip: gaio al sole, gaio alla tempesta, purché sia vita. Non saltella più: la testolina cade in giù. Si, veramente, maledette voi siate cattive tenebre! «Il sole tramonta e ritorna, ma per noi, quando tramonterà questa breve luce, la notte del sonno sarà eterna e risveglio non avrà».

O, sole divino, che conduci la luce e la nascondi, che cosa importa a me se tu vedrai la gloria di Roma e io non la vedrò?

Un altro verso balenava: «Rapian gli amici una favilla al sole a illuminar la sotterranea notte». [p. 92 modifica]O, sensibilità dei poeti che si richiamano in lontananze millenarie fra loro, fra gli insensibili uomini.

E sentii dire da Catullo, ciò che Catullo non dice: «Salvami, donna, dalla morte. Finché tu mi baci, o donna, la morte non mi toccherà. Finché dura la litania dei baci, la morte non verrà.

«Dà a me mille baci, e poi cento e poi altri mille, e poi altri cento, e poi via via all’infinito altri mille, altri cento ancora».


Siete proprio un originale, Catullo! Il grande gioco della natura sta in questo: che la morte non esiste per i giovani. E voi baciando la donna, sentite il passo della morte.

Lesbia non diceva niente: trovava che ciò era piacevole, e si lasciava baciare.

— Quanti baci ancora, o Catullo?

«Tu mi domandi, Lesbia, quanti dei tuoi baci mi siano abbastanza e d’avanzo? Quante sono le arene di Libia, quante sono le stelle che quando la notte tace, guardano i furtivi amori degli uomini. Tanti baci tu devi dare a questo pazzo di Catullo.

No, non basta ancora: facciamo una basazione, una confusione di baci.

Noi abbiamo numerato ad una ad una le gemme e le monete d’oro dei nostri baci. Ora [p. 93 modifica] confondiamoli insieme: nessuno sappia i nostri baci.

Vedi gli occhi della perfidia, dell’invidia? Le streghe del malaugurio ci guatano. Ce li portano via, i nostri baci. Possono fare negromanzia e commutarli in sventura, e chiamare la morte. Viviamo, Lesbia e amiamoci. I vecchi brontolano? Lasciàmoli brontolare. Stimiamo le loro parole come una moneta frusta».


Nessuna offesa verso di te, buon Catone! Non c’è libidine nei mille baci. È l’uomo che dice a Venere eterna: salvami dalla morte! I Romani come disse il divo Augusto a Orazio, non temettero la morte, ma nemmeno la ignorarono! Dicevano serenamente ai morti: «Secondo l’ordine che Natura diede, tutti ti seguiremo». Dicevano: «Sante siano le volontà dei morti». Non costruirono necropoli, non catacombe; ma lungo l’Appia via elevarono i loro sepolcri. Gli Dei Lari udivano il passo delle legioni. Lampade votive ponevano ai morti.

Re Alessandro pure non temette la morte, e affrontava festoso i colpi di spada nelle battaglie. Ma quando ebbe varcato il fiume Indo, e uomini nudi e spaventevoli gli apparvero, dicendo: «Che cerchi, Alessandro? [p. 94 modifica] Tutto è vanità!», egli impauri, e retrocedette in Babilonia.

Noi altri della nostra civiltà ignoriamo la morte, non retrocediamo davanti ai gimnosofisti dell’India : gli ordini li diamo noi alla Natura. Non lampade votive, ma fari di fredda luce collochiamo per i rettilinei delle nostre Babilonie. Noi siamo metallici e velocissimi. Eppure v’è chi sente che qualche cosa va morendo con la morte della religione dei morti.

Così Catullo sentiva che qualcosa si veniva spegnendo nella luminosa Roma.

Fra non molti anni folgorerà una voce che dice: «Chiunque vive e crede in me, vivrà in eterno».