Il bacio di Lesbia/VIII

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La canzone di Settimillo

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VII IX
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VIII

LA CANZONE DI SETTIMILLO


Da quel bacio che Lesbia portò a Catullo, molti altri baci, e « gioiose cose avvennero ». Lo dice lui stesso, e fa proprio piacere sentire una creatura che proclama la propria felicità.

«Felici giorni di sole per te, Catullo, risplendettero».

«Tu andavi dove lei ti conduceva. Per quelle cose che tu volevi, lei non diceva di no. Ah, giorni felici di sole risplendettero veramente, Catullo, per te».

«Lei non diceva di no». Come è detto graziosamente! Giacomo Leopardi sarebbe stato consolato per tutta la vita se quella signora che lui per estrema delicatezza nasconde sotto il nome di Aspasia gli avesse detto di si. E non ne ebbe nemmeno un bacio.

«Io ti ho dato», dice Clodia, «giorni solari: la notte tenebrosa, per i miei baci è a te diventata solare».

«Cosi è veramente, o mia Lesbia», risponde Catullo.

Giorni solari, e notti anche di più. Sempre [p. 87 modifica] si ricorda quando lei si tolse dal fianco di suo marito, e gli portò il piccolo dono.

«Ah, come eri cara! E piena di verecondo pudore era la tua colpa, quella notte!».

Bisogna proclamarla la propria felicità per goderla intera. E Catullo la cantò anche. Ma Metello, nonché altri, avrebbe potuto capire! Il console Metello era, si, distratto dalla politica; ma era uomo integro, amava sua moglie, e certe cose non le avrebbe sopportate. Perciò Catullo cambiò i nomi dei due felici amanti e ne fece due innocenti pastorelli, come Dafni e Cloe: lui è Settimillo, lei diventa la dolce Acmene. Hanno fermato il tempo, la vita si è fermata nel piacere e nel sole. Quanti uomini percorsero la vita senza nemmeno un raggio di sole!

Se non fosse profanazione verrebbe da dire che questo amore ha somiglianza con una folgorazione religiosa. È incendio di sensi, ma non è tutto qui. Se fosse solamente incendio di sensi non avremmo niente da dire e nemmeno niente da celebrare. Si seppellisce tutto in una tomba, come Giulietta e Romeo: si eleva anche un monumento, e poi ci pensano i vermini,

Il canto di Catullo diceva cosi:

Settimillo si tiene su le ginocchia in grembo Acmene, suo dolce amore e dice: Acmene mia, se disperatamente io non ti amo, e non [p. 88 modifica] ti amerò in eterno sino alla morte, andrò solo in India e nella arsa Libia, a farmi sbranare dai cerulei leoni.

E fece gran giuramento.

Mentre lui parlava, Acmene piegava lieve la testa indietro, con le labbra porpuree, baciate e ribaciate, per contemplare gli occhi ebbri del giovinetto.

Si, cosi, ella disse, o Settimillo, o vita mia, siamo servi senza fine al signor nostro Amore cosi come è vero che ora, ben più forte che mai, amore penetra entro le mie tenere carni.

Allora il Dio d’amore approvò.

Con quel felice auspicio, Acmene e Settimillo mossero per loro destino. Amano e si amano di scambievole amore. Quel poverino di Settimillo, cosi ferito da Amore, antepone di possedere Acmene che non tutta la Siria e tutte le isole di Britannia. E Acmene è fedele a lui solo, a lui solo, a Settimillo, fa a lui gioia e libidini.

«Chi vide mai creature più liete? Per chi il voluttuoso Amore sorse sotto migliori auspicii?».


Cosi finiva la canzone di Settimillo.