Il bacio di Lesbia/VII

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Il piccolo dono

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VI VIII
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VII

IL PICCOLO DONO


Da allora un certo scandalo avvenne nel mondo galante e anche nel mondo poetico di Roma. Roma che prima di quella orazione di Cicerone aveva pochi poeti in severi versi di comandamenti della religione e della legge, vide, di giorno in giorno, aumentare il numero dei suoi poeti. Gloria cercavano e immortalità, tanto che Orazio, infastidito da uno di questi cercatori di immortalità, gli disse:

— Lei vuol rendersi immortale? Ebbene, si vada a buttare giù per l’Etna. Vedrà che sarà ricordato dalla posterità.

Questi poeti avevano le loro officine con molti pezzi elaborati, cesellati: decorazione o mitologica, o eroica, o erotica.

Catullo non aveva officina. Quando soffriva di un dispetto, o un fremito lo assaliva, veniva fuori una poesia. Essa è nuda, sibilante, elegante: tutt’al più un ritornello per decorazione.

Aristocratico e plebeo! E se gli antichi lo chiamarono il «dotto Catullo», fu perché egli [p. 80 modifica] per primo conobbe la magica orchestra dei versi: ma la tenne nel segreto del cuore, e non se ne vantò.


Si diffusero nel mondo galante certe insolenze contro le donne: raffronti odiosi, odiosissimi: non quanto alla loro virtù, ma quanto alla loro bellezza. E il termine di raffronto era una Lesbia, mia Lesbia, mia fanciulla, mia Dea, mia luce, candida, divina, vereconda, in ogni parte perfetta.

Non poteva essere che Catullo, e infatti era Catullo!

Da prima furono prese di mira e messe in piazza le scordile, le cortigianelle graziose e onorate, ché ognuno ha il proprio onore, ed è per lo meno scortesia anche a una donna di mondo andare a dire : «Lei mi vuole e io non so cosa farmene di lei», oppure: «Quest’altra ragazza mi domanda cento sesterzii e non vale due oboli».

E dopo le cortigianelle, Catullo cominciò a attaccare le donne di condizione, e scendeva a certi particolari intimi che non si possono riferire. Pur qualche cosa ne diremo: per esempio: Ameana, o Ammiana o Ametina che si chiamasse, è una donna di gran mondo: ha commesso l’errore di domandare a Catullo diecimila sesterzii in cifra tonda: ma è [p. 81 modifica] questa buona ragione di svergognarla col chiamarla Ametina puella defututa, «fanciulla avvizzita»? Perché? Perché ha un brutto naso! «Oh, voi di casa», dice Catullo, «chiamate i medici. Questa ragazza è impazzita: si guardi nello specchio: vedrà che soffre di allucinazioni».

Perfetto naso era difficile trovare anche a quei tempi classici, tanto che si può credere che il celebre naso greco, che scende quasi a picco dalla fronte, fosse di maniera. Ma Lesbia ha naso perfetto! E cosi ha perfetti profumi. Quali profumi fossero nel suo nartècio noi non sappiamo, né alcuna donna facilmente lo dice: il profumo più prezioso è quello che emana dalle proprie carni: esso è privilegio tanto delle donne peccatrici quanto delle sante: fin dopo morte.

Per dove Lesbia passava, rimaneva traccia del suo profumo.

«Vieni», disse Catullo a un amico, « vieni a pranzo a casa mia. Pranzerai bene a casa mia; non mancherà la candida fanciulla, e vino e brio e gioia. Ti profumerò con essenze speciali che la Dea Venere e gli Amorini hanno distillato per lei. E tu, amico mio, quando sentirai che buon odore, domanderai agli Dei la grazia di trasformarti tutto in un naso.»

Ma anche per belle signore Catullo fa le [p. 82 modifica] sue riserve, in modo che più offensivo non si può. Ecco quello che dice di una dama: «Si, essa è bella per molti, è bella anche per me: bianca, dritta, di buona statura. Ammetto queste qualità particolari. Non sono però d’accordo nel totale. Non è venusta».

Ma se è cosi, cade tutto.

Ma c’è di peggio! Pare che le matrone romane fossero pregiate per ricchezza di carni. Ma né carnarie e molto meno pinguarie piacevano le donne a Catullo perché dice di quella bella dama: «In un cosi gran pezzo di carne non c’è un briciolo di pepe e di sale. Lesbia, invece, ruba a tutte le donne tutte le Veneri».

Questa preferenza che Catullo dimostra per le donne di sottile stilizzazione è evidente impronta di quella dama, che unica, aveva in mente.

Ora Catullo si permette di assalire la graziosa amica di un personaggio assai in vista, amico intimo di Cesare, il cavalier Mamurra di Formia, che poi sali ai più alti gradi, e diventò generale del genio militare nelle imprese di Cesare in Francia. Stando a quello che ne scrive quella lingua di Catullo, senza rispetti nemmeno per le autorità, il cavalier Mamurra, per la larga vita che conduceva, da prima era fallito, e poi aveva rifatto il suo patrimonio. Egli aveva elevato per quella sua [p. 83 modifica] bella amica una villa presso Baja, e era di nuovo stile e tutta di marmi fini e rari.

Ecco Catullo che dice di questa dama: «Con quel naso lungo (e ancora il naso!), con quel piede piatto (vedeva il bel piè di Clodia nel bel sandalo luminoso?), con quegli occhi scipiti, con quelle mani corte e tozze con quelle gambe da elefante, con quella bocca che sgocciola, con quella parlata sgraziata (udiva Clodia cantare il canto notturno di Saffo?), questa è l’amica di quel bancarottiere di Formia? Va, vatti a nascondere. Al tuo paese dicono che sei bella? Si paragona la mia Lesbia con te? Ah, secolo sciocco e balordo!».

Cosi avvenne che un bel giorno Clodia vide Catullo con la testa fasciata.

— Che cosa vi è successo, Catullo?

— Mi sono fatto male: ho picchiato.

— Dite la verità: vi hanno picchiato.

— Si, dama; mi hanno vilmente picchiato. Alcuni scherani di quello svergognato di Mamurra mi si son fatti incontro con certi loro randelli e spade, e andavan dicendo: questo per il naso della signora, questo per il suo piede, questo per le sue gambe, questo per le sue mani, e questo per il nostro signore, il cavalier Mamurra. Per fortuna era con me il mio amico Cornelio Gallo, che è uomo di gran cuore, e ci siamo difesi abbastanza bene. [p. 84 modifica]— Ma perché, — domandò la dama, — avete cosi oltraggiato l’amica dell’amico di Cesare?

— Per vostro onore.

— Che intendete dire, per mio onore?

— Che io non permetterò mai che altra donna si vanti in vostro confronto.

— Ma voi ne morrete!

— Mi sarà dolce morire per voi.

— Io non permetterò mai, — disse la dama, — che cosi nobile giovine muoia per me senza ricompensa. Io vi farò un piccolo dono. Attendètemi questa notte.


E lei venne a lui furtiva di notte con un piccolo dono che aveva portato via da suo marito; ed era mirabile quel dono perché lei diceva che era il primo che lei rubava per lui da suo marito.

E cosi lei dicendo, quel corpo raccolto e concluso di lei gli palpitò fra le braccia nella gioia del via gittato pudore.

— Oh, povero bimbo di Cato, Catulius ! — diceva la dama.

E lui si sente prendere il volto dalle mani di lei come entro una coppa, e si sente trapassare in bocca da una fiamma umida e fredda. Un bacio perfido e sapiente che disciolse la mente al giovanetto. [p. 85 modifica]Era il bacio che le gaie fanciulle di Lesbo chiamavano in lingua greca con un nome strano che si trova nel mio Calepino,

A lui solo, a lui solo! Tutta per lui! Oh, lui beato! E segnò quel giorno, cioè quella notte, con bianco lapillo.