Il bacio di Lesbia/XXII

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Il sapiente Galeno

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IL SAPIENTE GALENO


Te lo abbiamo detto e ridetto: Tu esageri sempre, o Catullo! La imaginativa ti porta a vedere doppio e triplo. Forse la dama dorme a quest’ora. Per qualche volta che tu l’hai veduta in una taberna con gli amici, danzare la danza delle ore fuggenti, tu la vedi sempre. La dama dorme e forse è sola soletta nella sua villa di Baja. Oh, incantevole Baja! Albergo di vizii? Anche questo non è esatto. Cercate gli alberghi della virtù? Il lago di Lucrino ha ostriche saporitissime. Vedete, Catullo, la dama che guarda l’infaticabile sole che scende dietro il promontorio Miseno. Piè innanzi piede dolcemente movendo, legge le vostre poesie.

Tutto fulgente di porpora è in quest’ora vespertina il mare delle Sirene.

O bianco piede arcuato, con quelle briglie che allacciano il sandalo alla sottile caviglia, dite voi se colei, cosi un po’ suècinta di candido kiton, un po’ stretta alla vita, un po’ ondeggiante all’auretta della sera, non assomiglia o a una delle tre Cariti, o alla dea Vittoria di Samotracia che venga a incoronarvi. [p. 155 modifica]Ah, si, la corona di corni!

Via, Catullo ! Non badate a piccole cose. Qui vivit Romae, romano vivit more. Voi vivete nella grande Roma, ma ogni tanto vi rigermogliano in cuore superstizioni, reminiscenze da provinciale della piccola Verona. La dama depone i vostri codicilli, e le ancelle le recano una bella guantiera d’argento, colma di ostriche.

Sarebbe quello che oggi è il tè delle ore cinque.

Ingoia le palpitanti ostriche.

Un sorsetto di vino vesuviano, ogni tanto.

Ostrea saluberrima, dice Galeno. Quelle ostriche col fegato bianco, palpitante nella morte, sono squisite assai. La dama, coi dentini, le stacca dalla conchiglia di madreperla, e inghiotte quella freschezza di mare e l’assolato petto ne è consolato: ne inghiotte cento e poi cento, e non le fanno male.

Che peccato che Galeno sia vissuto più tardi al tempo del saggio e giusto imperator Trajano! Quel grande medico vi avrebbe potuto dare, o Catullo, preziosi avvertimenti, tanto per la vostra salute corporale, quanto per la vostra salute spirituale. Non è vero che lei abbia un cuore di pietra. È un perfetto cuore dentro quel suo cofano di carne alabastrina. È un cuore che alterna con sincronismo la diastole [p. 156 modifica] e la sistole, e mette in moto un meccanismo che se ha un difetto, è che è troppo bello.

Il vostro meccanismo, o Catullo, pure è bello, ma ha un difetto: la sua sensibilità è estrema.

Un meccanismo è feminile e l’altro no. Marciare in tandem quindi è difficile. Funzionano meglio due meccanismi un po’ grossolani. Ma cosi hanno voluto gli Dei: i quali, del resto, hanno provveduto nel miglior modo che era loro possibile: con la costruzione in mezzo al mare, lontana dalle genti, dell’Isola dei Beati, dove eroi, poeti e belle donne andranno tutti d’accordo e anche con la grande fascia zodiacale, o con lo stellato cielo, dove stanno le creature elette, tanto maschili quanto femminili, che su questo orbe della terra non potevano avere degno albergo.

Così, a un di presso, vi avrebbe parlato Galeno.

Per colmo di sventura le spensierate Muse hanno fatto cadere sopra di voi i loro privilegi, e cosi voi dite bellissime sciocchezze come quando rappresentate la dama elegantissima, in veste di macellaia che scortica i magnanimi nepoti di Romolo.

Vi confessiamo, o Catullo, che quel vostro glubit magnanimos Remi nepotes, è cosi bello e nuovo che sembra vero. Si, Catullo, le Muse vi furono tremendamente graziose. Voi atete [p. 157 modifica] preso la volgarissima parola « scorticare » che è propria dei pastori, e poi fu traslatata agli esattori e tassatori, onde fu detto dai sapienti legislatori romani: «è ufficio del buon pastore tosare, non scorticare le pecore», e la avete applicata alla Signora.

Richiamate in funzione i vostri freni inibitorii, conclude il savio Galeno, altrimenti potreste confinare con la vesania furibonda con pericolo di violenza di voi stesso contro voi stesso o contro qualche parte della vostra macchina corporale; e dalla vesania precipitare nella melanconia, e sin anche nella immobilità catatonica. Attenti, eh, Catullo! Con la pazzia si scherza poco. Si accende come una girandola.

Voi tuttavia, — ripetiamo —, con un verso solo avete fatto un quadro grandioso: «I nepoti di Romolo e Remo appesi alli arpioni come si fa dei capretti»!

Alla vista di questa corrida, di questa mattanza, come si sarebbero rallegrati Annibale e Cleopatra! Questa regina si sarebbe risparmiata la atroce puntura dell’aspide, e Annibale non avrebbe bevuto il veleno.

Non che queste grandiose mattanze non avvengano! La venerabile Clio, qualche volta, si annoia di far girare l’arcolaio della storia, oppure trova nella matassa un groppo; non ha pazienza di districare, e allora dà uno strappo [p. 158 modifica] che si risente sanguinoso su la superficie dell’orbe popoloso.

Oppure, se non è Clio, è Erostrato. Questo fanatico vanitoso uomo è preso da manie incendiarie.

Il popolo, quando vede le fiamme levarsi dal tempio di Efeso, è preso lui pure da follia.

Cosi dice anche il saggio Galeno.

Dove voi, Catullo, avete torto è nel fare responsabile la dama.

I tempi stanno maturando.

Ma no, buon Catullo! Non fu lei a abbattere Roma: Roma sta crescendo di statue d’oro e di colonnati superbi per fiori marmorei: non la abbatté né Lesbia né Clodia. I belli Iddìi, le mirabili Dee erano stanchi. Stavano per arrivare i grandi Ebrei assetati della irraggiungibile giustizia e insensibili a ogni altra bellezza.