Il bacio di Lesbia/XXI

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I ragionamenti che Catullo fece con se stesso

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I ragionamenti che Catullo fece con se stesso
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XXI

I RAGIONAMENTI CHE CATULLO

FECE CON SE STESSO


E dirai anche tu, o Catullo, male di me? Hai tu dimenticato i giorni solari che io ti ho donato?

Catullo sta poco bene. Male est; male est, e ogni giorno peggio. Et laboriose.

Ripensa ai giorni e alle notti, solari veramente. «Io, felice come Settimillo, tenevo te, o colombella, sul mio seno; e il Dio d’Amore ti vola intorno e splende nel suo manto di porpora. O colombella mia, o tortora amorosa! La colombella, le tortorelle godono del loro unico tortorello; sempre da lui portano via i baci col beccuccio che morde. Ma tu non te ne accontenti.»

E poi diceva:

«La donna è vogliosa di cambiar compagnia. Vediamo però di ragionare, o Catullo: Lesbia non è mica tua, non fosti mica tu a rapirla dalla casa patema e portarla fra canti nuziali e profumi nella tua bella casa! È stato Metello. Lesbia appartiene a Metello. Lesbia poi ha tradito Metello per te, e ora tradisce [p. 151 modifica]te per altri. Ma ragioniamo con calma, o Catullo. Anche Giove tradiva Giunone. Ora Giunone, quando Giove la tradiva, frenava i suoi sdegni, perché sapeva che lo sposo suo era di molte donne voglioso. Si accontentò Giunone: e non mi accontenterò io? Sarai tu da meno degli Dei? ».

Questi bei ragionamenti, ricavati dalla vita degli Dei, non gli davano molta soddisfazione. E poi si accorse che come lui aveva schernito Metello col nome di «povero cornuto», cosi altri poteva schernire lui. La sua candida Diva era più folle di mutazioni che non Giove, perciò le disse:

— Non ti ricordi di Settimillo? Che cosa diceva Acmene a Settimillo?

— Diceva — , rispose lei — , che Settimillo era uno scemo!

— Non mi giurasti tu che se Giove ti avesse domandato per sposa, tu avresti preferito me a Giove?

— Queste mirabili cose, — rispose lei, — ti dimostrano quale fu in quel momento l’ardore del mio amore per te. Catullo mio, tutto è momento! Quel giorno, noi parlammo per poesia. La poesia è momento.

— Ah, — sospira Catullo, — le parole di una donna al suo amante sono scritte nel vento e su l’acqua fuggente. [p. 152 modifica]E Catullo ragiona ancora:

«Oh, Lesbia, se Catullo solo non ti basta, io sopporterò le infrazioni che tu fai al nostro amore. Si, riconosco: non è mondano, non è elegante mostrar gelosia. Solo ti prego di essere se non puoi più casta, almeno più cauta».

Catullo con questo accomodamento era arrivato alla saviezza nelle cose della vita, ma non ne era contento: una lacerazione è avvenuta dentro di lui; e perciò ripete che sta male, molto male. Male est.

Il suo amore è un istrumento musicale che già fu cosi armonioso; ora alcune corde sono spezzate e altre esasperate. Eros, amore, rugge e fiammeggia come il Mongibello: ma lui non è più lui, ha vergogna di sé perché è scomparsa la dolcezza del caro bene, del voler bene: non restano che le fiamme dei sensi. Ben miserabile si sente, e un Catullo dice all’altro Catullo: « A tal punto tu mi hai ridotto, o Lesbia, che non ho più stima di me stesso. Se anche tu diventassi una fanciulla da bene, non ti potrei più voler bene, e nel tempo stesso se anche tu facessi ogni orrore, non potrei cessare dal desiderarti».


Fra quelli che si godono la sua Lesbia, e Lesbia si gode, v’è Thallo, il fiorente di giovinezza bellissima; e Catullo va da Thallo, e [p. 153 modifica] cosi lo supplica: «Se tu vuoi che Catullo sia debitore a te delle sue pupille, o di qualche altra cosa anche più cara delle pupille, non gli portar via ciò che gli è più caro delle pupille, se alcuna cosa è più cara delle pupille».

Or sente Catullo che questo Catullo è troppo miserabile, cosi che la rassegnazione si trasforma in furore, e queste parole atroci gli prorompono dal cuore: «Figlia di una leonessa tu sei! Scilla, il mostro femíneo che latra con la vulva, ti partorì, cosi spietata, cosi inumana sei tu che io muoio e tu non muori? Hai tu di pietra il cuore? Ma come sei bella! Come sei bella! Fra le donne mortali tu unica cedi a Laodomia la figlia di Bellerofonte, che Giove volle per sua amante».


Ora gli si ottenebra la mente, gli vacilla il cuore: manda un grido, un singulto come fanno i bambini: «La mia Lesbia, quella Lesbia, lei la mia Lesbia, che Catullo amava solo lei, più di sé, più di tutto..., ora per gli angiporti e i quadrivii scortica i magnanimi nepoti di Romolo».